Falesia di Casso

Dopo dieci anni siamo tornati a Casso, nella enorme falesia che sta vivendo un immeritato oblio, nonostante gli sforzi di alcuni volenterosi scalatori e chiodatori. Il destino delle falesie di arrampicata sportiva sembra seguire linee oscure e poco logiche. Solo in questo modo è spiegabile lo scarso successo mietuto nei 20 anni di esistenza da questa imponente barra rocciosa, balcone sulla valle del Piave solo in parte ombreggiato da una bella faggeta.

L’esposizione, lo stile, la chiodatura, cosa altro? Da parte nostra ce ne siamo andati a fine giornata contenti, nonostante il meraviglioso panorama che si gode dalla mulattiera che scende in paese sia  immalinconito dalla vista della immensa frana del monte Toc, con quel che riporta alla mente.

Rispetto a quanto  pubblicava la guida uscita nel 2003, che credo entri di diritto nella storia di queste pubblicazioni almeno per la copertina e per la grafica infelice, ci sono una ventina di nuove vie. Ciononostante, rimane un posto dove l’alta difficoltà si accaparra più della metà degli itinerari presenti. Ci si diverte abbastanza anche se si scala fino al 6b, e fino al 7b ci si può giocare anche qualche chance “a vista”. Ma lo stile è spesso difficile, sia tecnico che fisico, e le chiodature delle vie più antiche possono risultare un po’ indigeste.

In molti settori sono state chiodate delle vie anche di recente; alcune bacheche riportano anche queste novità. Si accede alla falesia attraversando l’incantevole paese di Casso e imboccando il sentiero CAI che sale in direzione nord ovest. In prossimità di un ripetitore, si imbocca la variante che porta alla falesia (ometto).

L’orientamento ovest della parete permette di scalare al meglio nelle mezze stagioni e d’estate, salvo forse il periodo più caldo. Vi consigliamo di valutare il comportamento dei moschettoni dei vostri rinvii sulla placchete, perché la conformazione a strati della roccia lo fa lavorare a volte con “braccio di leva”; utile quindi far ruotare il moschettone con l’apertura verso l’alto.

Nell’ultima visita abbiamo scalato nei settori finali, baciati da un bel sole, dove tra l’anfiteatro e il settore “Friulani” ci sono una decina di tiri tra il 6a e il 7a su tacchette formate da pittoresche felci.  Anche il primo settore delle “Placche” è consigliabile ai comuni mortali, come del resto quello chiamato “Cica”   che agli albori della chiodatura costituiva il “riscaldamento” (“W le Vertule!”).

Mattia flasha “Il messicano”

Vi consigliamo senz’altro di scalare in questo posto; il lungo trasferimento in auto dalla Carnia viene ampiamente ripagato dalle vie  e da molti altri componenti, non ultima la capatina per il cappuccino a Erto, dove non risparmierete uno sguardo ammirato alle opere di uno dei più grandi scultori in legno del pianeta, impietosamente consegnatosi ai talk shows  televisivi e alla penna.

Grazie a Federico di Travesio per la compagnia, le informazioni e il lavoro che insieme ai suoi compagni sta facendo per tenere in vita questo bel posto.

 

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~ di calcarea su aprile 12, 2017.

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