Chioda tu…. che a me viene da ridere!

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La recente riproposta sul blog di Gogna di un intervento di Matteo Giglio  sulle (ri)chiodature delle falesie di arrampicata sportiva (http://www.banff.it/alcune-riflessioni-sullattrezzatura-delle-falesie-in-valle-daosta) , pur riferendosi a una vicenda valdostana di due anni fa, è coinciso con alcune  circostanze locali che descriverò tra poco e a una mia visita ad una delle più frequentate e celebrate zone arrampicatorie italiane, stimolandomi a ribadire alcune considerazioni già fatte in passato. Mai come nel campo della sicurezza delle persone, si pensa che valga il detto latino “repetita iuvant”, nonostante nessuno abbia mai verificato quanto  in effetti giovi .

La scalata è un’attività in gran parte autogestita dai praticanti, nella quale la predisposizione del “terreno di gioco” risulta da iniziative individuali di praticanti che decidono di “attrezzare una via”. Non ci sono regole o leggi, salvo quelle che salvaguardano la proprietà privata dei luoghi, a disciplinare queste attività: posizione  e distanza dei punti di assicurazione, scelta dei materiali, pulizia della roccia sono a discrezione del chiodatore, esperto o meno che sia. Aggiungono carne al fuoco la diffusione delle informazioni sulle pareti e le loro vie, ad opera di enti, editori o singoli pubblicisti (non necessariamente gli autori del lavoro di attrezzatura).

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Esistono comunque delle fonti di documentazione, come ad esempio il manuale edito nel 1996 dalla Cosirock/FFME (autore Daniel Taupin), disponibile però solo in francese,  o le dispense pubblicate sul suo blog e poi riprese da Planetmountain di Marco Pukli (http://www.pukli.it/EXTRA/2013/INDICE_2013/2013.html). Queste ultime credo siano le più valide e chiare in circolazione, cui qualsiasi chiodatore aspirante o collaudato dovrebbe far riferimento nella sua attività. Esistono comunque delle figure professionali che, il più delle volte su richiesta della pubblica amministrazione, si incaricano di effettuare questi lavori, possibilmente a regola d’arte.

Vediamo ora l’attualità. Qualche giorno fa su Facebook viene pubblicata da un amico la foto di un moschettone di sosta di un tiro in una frequentatissima falesia locale.

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Più o meno negli stessi giorni ho l’occasione di scattare a mia volta una foto della sosta  di una falesia delle nostre.

Dieci giorni fa, in una zona di arrampicata tra le più belle e frequentate d’Italia, ho constatato che i moschettoni di calata di molte  soste sono di ferro non testato, non a ghiera e con la molla già inservibile. In alcune vie quasi la metà degli ancoraggi intermedi sono mal posizionati rispetto alla conformazione della roccia (braccio di leva dei moschettoni su asperità, anelli resinati troppo “affondati” con spazio insufficiente al basculaggio del moschettone).

Queste situazioni, pur diverse tra loro, ci confermano l’impressione di eccessiva improvvisazione e  insufficiente “preparazione” di chi pratica questa lodevole ma delicata attività. Il confronto con praticanti più esperti, l’ascolto delle critiche, la lettura delle fonti bibliografiche, quand’anche avvengano,  non sono evidentemente sufficienti a garantire che ogni ancoraggio venga meditato e posizionato come fosse proprio lui  quello che ti  salverà  la vita.

Vediamo quindi cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione :

1.chi decide di attrezzare una parete per l’arrampicata sportiva dovrebbe come minimo possedere, oltre all’autorizzazione di eventuali proprietari, anche il massimo delle informazioni sulle procedure più corrette da seguire. E  farsi carico  del periodico controllo dell’usura dei materiali e delle modifiche di eventuali imperfezioni emerse  con la frequentazione e le critiche pervenute.

2.chi frequenta le vie di arrampicata sportiva dovrebbe occuparsi della loro sicurezza indipendentemente dal chiodatore e non limitarsi quindi agli interventi temporanei finalizzati alla propria performance. Se per ogni rinvio fisso o allungato per facilitare la progressione   i climbers sostituissero del materiale usurato saremmo già a buon punto!

3. chi compila guide o riferisce su vie di arrampicata su blog o siti internet dovrebbe segnalare le criticità in cui si imbatte o che gli vengono fatte presente. E’ raro se non impossibile trovare su magazines,  social network e sui blog, stracarichi di notizie tipo il tizio ha fatto quello o io ho liberato questo, un commento su uno spit pericoloso o una sosta agghiacciante.

4. chi frequenta le falesie non solo come appassionato ma in qualità di professionista, ancorchè volontario, dovrebbe sentire l’obbligo morale di verificarne la sicurezza, segnalando problemi e/o risolvendoli.

5. dovremmo cercare un po’ tutti di dissolvere l’alone di protezione che circonda a priori chiunque faccia qualcosa, come se il semplice fatto di non starsene con le mani in mano a sfruttare il lavoro altrui esimesse dall’errore e dalla critica che ne consegue. Segnalare le manchevolezze non è quindi un’offesa personale, ma un favore fatto a tutti.

6. ridurre  tutto alla responsabilità personale di chi arrampica, che deve saper valutare difficoltà e pericoli e in ogni situazione adottare un’adeguata exit strategy mi pare  semplicistico e pericoloso (vedi commenti al post di Giglio sul Gogna blog). Vorrei sapere come si sarebbe comportato uno scalatore medio arrivando alla sosta  ritratta nella foto. Anche presumendo di avere  con se due placchette, chiave e bulloni, chi di voi si sarebbe fatto solo due risate?

Più pericolosa la vipera o il chiodatore?

Più pericolosa la vipera o il chiodatore?

~ di calcarea su giugno 10, 2016.

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