Sull’arte di arrampicare ( testo di M. Oviglia)

Ringrazio Murizio Oviglia per aver scritto questo post e per avermi autorizzato a “copiarlo” da facebook per Calcarea.

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In una domenica piovosa, i miei due cent su un argomento spinoso…

Il termine “arte” è spesso usato a sproposito e l’arrampicata non fa eccezione. Non ho letto il libro di Comici, anche se l’ho visto arrampicare in alcuni filmati (e basterebbero questi), ma la prima volta che ho visto scritto nero su bianco il termine “arte” riguardo l’arrampicare è stato all’uscita del famoso libro di Paolo Caruso. Personalmente ho molto apprezzato il lavoro di Paolo ed il suo punto di vista sull’arrampicata, anche se talvolta son stato scettico sulle premesse. Penso che davvero questa “sua” visione sulla nostra attività possa assimilare l’arrampicata ad un arte… marziale, più che ad uno sport.

Non nascondo che, e chi mi conosce lo sa bene, a metà degli anni ottanta avrei preferito che l’arrampicata prendesse questa direzione, piuttosto che quella sportiva. Mi sarebbe piaciuto che i meriti fossero riconosciuti non in base ai gradi raggiunti, ma in base ad una serie di capacità acquisite, come avviene in oriente per le cinture. 30 anni fa questo distinguo non era necessario: chi faceva l’8a era un arrampicatore bravo ovunque, su qualunque terreno, senza bisogno di verifiche. Quando gli americani avevano insinuato che Edlinger non fosse bravo sul granito degli States, lui era andato là e aveva dimostrato il contrario. Anche gli inglesi pensavano che i francesi avessero paura e fossero capaci a scalare solo con lo spit sotto, sinchè Lemenestrel non fece Revelation slegato.

Ma le cose sono andate diversamente. Oggi (quasi) nessuno insegna l’arte di arrampicare, si insegna la “tenenza” (per usare un termine moderno) che è una cosa diversa, molto diversa. L’arrampicata ha preso una direzione sportiva, giusto o non giusto che sia, così sono andate le cose. Conta il numero, come nell’atletica conta il tempo. Lo stile? Baggianate, per vecchi nostalgici! La tecnica? Minkiate, basta tenersi e poi viene. Scalare una via “bene”? A che serve? Conta la catena… Tutte cose lecite, per carità, è un punto di vista, ma non l’unico per fortuna. Ma non usiamo il termine “arte” a sproposito, per favore!

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La scorsa settimana mi sono iscritto in una palestra di arti marziali. Non voglio combattere per carità, ma solo fare stretching, magari tai chi… secondo me utilissimi (oserei dire fondamentali) all’arrampicata, come peraltro diceva Paolo Caruso nel suo libro. Ma già prima Edlinger nel suo manuale. Continua a colpirmi il rispetto che viene riservato nelle arti marziali al “maestro”. Nell’arrampicata tutto questo non esiste, si rispetta (e spesso neanche) chi ha fatto certi gradi, come se automaticamente ciò gli desse il patentino di istruttore. Anche se non desidera insegnare, lui è uno che sicuramente “sa” quello che bisogna fare per diventare “bravi” come lo si intende oggi… Diversamente, impera il “fai da te”. Ognuno ha la sua ricetta, ognuno è allenatore di se stesso, occasionalmente (e male) del compagno di cordata.

Molti arrampicatori dei primi anni novanta si sono rovinati per aver fatto allenamenti sbagliati, per non parlare di tutti quelli (o continuiamo a nascondercelo?) dopati. A ragion del vero ci sono un paio di “preparatori atletici” che insegnano bene la “tenenza”, e che lo fanno anche con passione. Poi tutto il resto, ciò che è “arte”, sembra che tu la debba acquisire non si sa bene dove. O che debba nascere avendola dentro di te… Il fantomatico “talento”… forse! E Comici, di talento sicuramente ne aveva da vendere!

Maurizio Oviglia

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~ di calcarea su febbraio 28, 2016.

Una Risposta to “Sull’arte di arrampicare ( testo di M. Oviglia)”

  1. E’ buona per le riflessioni una domenica piovosa, ma lo è ancor più un weekend febbricitante.

    Quando Oviglia decreta, ovviamente a ragione, che “L’arrampicata ha preso una direzione sportiva”, vien da domandarsi chi o che cosa sia questa dannata arrampicata; e chi o che cosa siamo noi che la pratichiamo. Chi decide cosa, e chi fa cosa? Chi guida e chi segue, chi prende quale direzione? E’ forse la scalata come una moda, come il colore dei vestiti, che non ho mai capito a ogni stagione da chi venga deciso? Certo che no, è piuttosto un’attività che, come tante altre, si evolve seguendo il corso della storia e i mutamenti socio-economici. E poi ci sono i mutamenti un po’ più indotti, per far tutti (o quasi) contenti: ma sono i giornali a parlar solo di pallone (e gossip, e calcio-mercato), o sono i lettori a chiederlo?
    Da quando esiste 8a.nu, ad esempio, ho un po’ più chiaro chi detti certe regole: mentre qui infatti si discute e si discetta anche di cose forse superate o patetiche che non fregano a nessuno (come le parole od il loro senso), lì si mettono in fila classifiche e prestazioni e si pontifica su materiali e allenamenti con una dovizia di particolari e un’attenzione per i dettagli che sfiora il ridicolo. E però, tutto ciò all’occhio dell’appassionato sembra più attinente. E’ più corretto scrivere 9a (8c+) od 8c+/9a? Non sai cosa sia il pensiero piramidale (“pyramid thinking”) o la micro-periodizzazione dell’allenamento? Per forza, se non hai una scorecard come ogni vero climber del momento!
    Spero d’essere smentito, ma temo che da un punto di vista culturale (o subculturale) abbia fatto di più in questi ultimi anni la comparsa e l’affermazione del sito appena citato piuttosto che il lavoro svolto con fatica e pazienza da Maurizio in Sardegna e dalle riviste specializzate d’un tempo. Lui ci prepara la materia su cui noi vogliamo mettere le mani, punto. Tutto il resto – le nostre intime, personali, opinabili ragioni, e il modo in cui vogliamo interpretare più o meno liberamente la nostra passione – son cose che non interessano. Resta la scalata, e solo quella. Una purezza che quasi la svuota di bellezza e di significato (l’arte è forse soltanto bellezza estetica?). Resta dunque poco spazio anche per la coscienza di sè (che non si limiti alla consueta descrizione della fatica necessaria per raggiungere l’insperato risultato, che ormai tutti ci raccontano presa dopo presa ad ogni via che fanno), e se un’arte dell’arrampicare è mai esistita è stata infine sostituita da una bravura soprattutto ad esporsi e a vendersi.
    Quel sito non è certo il male assoluto, anzi è possibile trovarvi buone idee per le vacanze e nuova motivazione (anche se, pure in questi casi, dovremmo saperci arrangiare da soli; ma non essendoci più tempo per nessuna ricerca…tutto diventa preconfezionato); ma perchè tutto questo condividere (o mettersi in mostra) non porta alla creazione di una comunità, mentre conduce a farti comprare sempre nuove fesserie? Perchè finisci per scambiare opinioni inutili su cose ancor più inutili (scalano meglio gli alti o i bassi, i magri o i grassi), o a compilare questionari che son consigli per gli acquisti…e frattanto continui a fare segni attorno ad appigli e appoggi (non li trovi?), a chieder dove stia la via XYZ (non la trovi?) e ad abbandonare rifiuti nelle falesie che frequenti (non trovi il cestino?)? Avverto più produttività, più velocità, più scambi non necessari (e meno comprensione reciproca), più navigatori satellitari, più consumatori (anche d’idee)…e climber-persone interessanti sempre più rari.
    Tutto questo rispondere a stimoli eterodiretti (il dover fare, il dover arrivare, il dover comunicare, il voler commentare a suon di faccine e hashtag) ha davvero poco di artistico!, così come non ne ha un’arrampicare considerato atto semplice e naturale come cagare, o il doversi adeguare a regole, usanze, dottrine. Se è arte è ispirazione, dono, bravura, talento – che ognuno dovrà innanzitutto scoprire, e poi ancora potrà perfezionare grazie all’esperienza (propria e ricevuta). Quanto al rovinarsi, non è problema che riguardi solo i top dei ’90: anzi, in seguito al boom delle palestre indoor probabilmente malanni, dolori ed incidenti sono aumentati soprattutto fra chi fa ancora il quinto grado epperò ha già la tendinite.
    Quanto ai bravi, se ciò significa diventar maestro per poi dir solo d’essere “contento d’essere arrivato uno”, ciò significa (problemi di lingua a parte) che ci stanno riducendo ad automi pronti solo alla prossima tabella d’allenamento, nel tempo libero capaci solamente a cliccare un Mi piace o Non mi piace (se esiste) e a dire tramite faccina se questa notizia o quella ti faccia sentire più infelice o più contento. Non mi sento nostalgico nè conservatore, ma sempre più circondato da matti per i quali Comici è tutt’al più un aggettivo piuttosto calzante; e se l’arrampicata prende la direzione che sta prendendo la nostra società contemporanea, la cosa debbo dire che mi crea un certo spavento.
    Ma poi penso che le imprese dello stesso Comici gli erano ispirate da un fascismo convinto (tuttora inneggiano all’outdoor certi giovani “fascisti del terzo millennio”), e allora forse è la direzione della scalata a non essere in fondo mai cambiata: credere, obbedire, combattere. Artisti (di regime, dunque) forse, ma eroi di o per che cosa saremmo mai stati lo vorrei proprio sapere.

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