In Panettone, senza elica e timone.

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Qualche giorno fa sono tornato in Panettone, dopo tanti anni. L’ultima volta c’ero stato con Gjate a fare  l’ennesima  Via delle Placche e ricordo solo che mi fece una certa impressione il passaggio di traverso in spalmo,  protetto da un rassicurante anello resinato di 12 mm. Se penso che si faceva quasi rilassati con un nut ben lontano ed è solo un 5b….

Arriviamo al parcheggio, affollato per essere un martedì di fine dicembre: un Audi 3 bianca italiana e un gruppo di austriaci che sta per avviarsi. La solita confusione ben ordinata per dividerci il materiale e ci incamminiamo sul sentiero, che come sempre troviamo più ripido del solito.

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Arrivati alla parete, si prosegue con lentezza perchè tocca aprofittare della caratura storica dell’accompagnatore: Attilio di buon grado mi illustra  tutte le vie e le epoche, da sinistra a destra. Mazzilis, Perotti, Di Gallo, fino alle ultime creature dei crucchi, spit centellinati su muri lisci verticali. Chi  passerà su queste vie improbabili e, almeno per noi, improvabili!?

Una cordata è già sulla Rampa, italiani poco socievoli: avvisiamo della nostra presenza e ci mandano a quel paese. Gli austriaci stano per partire in quattro sulle Placche. Tolti gli zaini, rischio di appoggiare la corda su quello che Elio definirebbe un  dirigibile marrone senza elica e timone,  depositato fresco fresco sul sentiero e circondato dai fazzoletti di carta che  mi hanno messo in guardia. Indignati ma sciovinisti, lanciamo qualche frase meticcia in direzione dei crucchi mentre con un ramo lo Zeppelin vien fatto decollare.

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Accantonato l’incidente diplomatico tranfrontaliero, si parte per il progetto di oggi: richiodare una variante alla rampa salita da Attilio, Gabriele e Mazzilis nel 1980 e, chissà, proseguire lungo un’ipotetica nuova direzione. Attilio attacca deciso con un passo ancora più a destra dell’ originale, la proverbiale variante della variante! Un movimento difficile, che non riuscirò a fare in libera da secondo, porta a una bella serie di fessure e lame e poi alla prima sosta. Roccia incredibile, giornata splendida.

La variante proseguirebbe diritta  lungo una fessura rovescia, ma il programma prevede di salire sulla destra lungo una linea obliqua di  spit già presenti.  E quando si tratta di spit, tocca ovviamente a me! Per la verità non è che il coraggio abbondi, i fix sono da 8mm, non sono vicinissimi nè recenti, senza ranella, maledetti i tirchi! Guai un mal di notte,  mi trascino appresso il trapano e procedo.

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Il tiro è duro e, nonostante l’abbondante presenza di impronte umane, faccio fatica a passare anche in AO alpinistico e A3 di moccoli. Spit, kevlar passanti su buchi fatti col trapano, una presa scavata, beffardamente inutile. Alla fine mi tocca anche tirar fuori le palle per traversare alla sosta della Rampa dopo aver passato  in una clessidra una  ridicola fettuccina in dinema.

Da magnifica, la giornata sta inesorabilmente  virando a faticosa: piedi spalmati e urlanti  in sosta, freddo alle mani, corde inestricabilmente ingarbugliate, un sasso che ci sfiora mosso dalla cordata qui sopra,  era meglio  andare a Villa a far due monotiri…. Attilio mi rimprovera per i soliti casini che combino in sosta, poi parte in direzione di una fessura parallela a quella della via classica. Lo vedo impegnato ma euforico, dopo tre spit e qualche friend raggiunge la sosta, ancora in comune con la Via della Rampa.

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Scalo da secondo cercando di scaldarmi, la fessura è bellissima e non troppo difficile. Arrivo in sosta sperando che il programma preveda due doppie e a casa, ma la Grande Guida mi sorpende ancora per tenacia e generosità. “Adesso proviamo a salire verso destra, ancora un tiretto. Vai tu!” L’orgoglio è più forte  del male ai piedi, mi imbottisco di materiale e parto verso l’ignoto. Uno spit quasi subito “per scaricare la sosta” (e  non solo quella…), una clessidra e mi alzo per mettere un’altro spit.

Appeso a un cliff che appare più che  inaffidabile al coniglio che è dentro di me, provo a tirar su il trapano, ma il fifi non vuol saperne di sganciarsi dallo spit precedente.  Son lì smoccolante appeso a quattro metri dallo spit, col trapano che non dà segno di volermi raggiungere e la Guida che impietosamente mi ricorda  che avrei dovuto fare le cose meglio: tipo…due tiretti facili a Raveo?

A uno strattone più energico   il trapano si commuove,  si sgancia e mi segue. Pianto lo spit con una gamba che vibra più del percussore, poi proseguo. C’è un passetto da fare, accoppio due friends piccoli in una fessurina e dopo un tot di lamentazioni e saliscendi riesco finalmente a buttare il coniglio oltre l’ostacolo. Tiro con cautela un blocco incastrato che flette un poco e sono in piedi. Per mia fortuna il sole sta per tramontare, la centrale operativa mi comunica che non posso  che piantare uno spit e calarmi. Mentre scendo chiedo  se posso disgaggiare il blocco incastrato: affermativo! Le altre cordate sono già scese….

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L’ho appena lanciato nel bosco e sentiamo degli improperi strozzati in un italiano con troppe consonanti. Qualcuno sul sentiero  deve essersela fatta, questa volta nelle braghe. Dispiaciuti scendiamo in doppia,  comunque soddisfatti: la via sembra avere un  senso. Va raddrizzata per evitare la storta del tiro con spit vecchi, e poi proseguita. Mettiamo il materiale negli zaini e la corda nel sacco che piace tanto ad Alvise. Per l’euforia,  scendendo lungo la cengetta erbosa uno dei due, si dice solo il peccato,  lancia il sacco   in un avvallamento  ma quell’ insubordinato e la mia corda  si tuffano  nel bosco all’inseguimento dei cagoni.

Vien buio, desistiamo dalle ricerche. Dulcis in fundo, arriviamo al parcheggio e la mia auto ci accoglie emozionata con le luci accese! Non è un dispetto dei crucchi, purtroppo, ma una dimenticanza dei cretini. Per fortuna sono proprio loro, i crucchi e non i cretini, a venirci in aiuto: la batteria Volkswagen della Seat avvia il motore al primo colpo.

Durante la notte mi giro e mi volto, ho male alla spalla e le piante dei piedi combattono silenziosamente contro i crampi. Tra un incubo e l’altro sono a un tratto perfettamente sveglio  e di colpo realizzo: lo stronzo non era degli austriaci, ma degli italiani dell’Audi bianca e del sasso. Sono arrivati su per primi e, pensando non arrivasse nessun’altro, l’hanno appoggiata poco oltre i loro zaini, sul sentiero. Bastardi!

E  mi riaddormento.

Panettone 1986, "Albero Solitario". Assicuratore assorto.

Panettone 1986, “Albero Solitario”. Sicura contemplativa.

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~ di calcarea su gennaio 8, 2016.

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