Monte Branco

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“a vista”

Giorni fa sono stato a scalare al Masso dell’ Inceneritore. Mentre osservavo Alex salire una delle due vie  facili nello spigolo ovest, ho notato  decine di segni bianchi presenti su quelle, molto difficili, appena a destra ( “Il Visionario” e “Sebastasse l’8c”). Ho immaginato chi potesse essere l’autore dei tentativi e della tinteggiatura, visto che mio cognato ogni tanto mi racconta quel che legge sul sito 8a.nu. Evidentemente il giovane climber, una volta raggiunto l’ obiettivo di mettere in curriculum i due tiri, non ha perso tempo nel registrare la performance su 8a.nu, dimenticando di cancellare i segni di magnesio. Probabilmente il talent scout che gli programma le prestazioni si è scordato di parlargli della buona educazione . Tanto…chi se ne frega di quelli che verranno dopo di lui!

terapeutica

A proposito di giovani talenti, non perderò di certo questo spunto per citare le recenti vicende che hanno visto protagonista tale Valentino Rossi, giovane non più tanto anagraficamente ma forse ancora  in quanto a maturità . Che te ne frega di Rossi, si chiederà qualcuno!? Ben poco! Non mi è mai piaciuto molto questo eterno ragazzino di sicuro talento motociclistico ma discutibile sportività, a cui mezza Italia di tifosi ha addirittura tributato una laurea ad honorem e il privilegio di chiamarlo per nome, immemore delle sue clamorose vicende giudiziarie con il fisco.

Lo menziono solo per un motivo: mi han molto stupito  sui social network le esternazioni di sdegno e difesa del nostro eroe  da parte di persone che si sono stracciate le vesti per il reality imbastito da un network televisivo sull’alpinismo, il famoso “Monte Bianco”, tacciato di ogni nefandezza.

Premetto di non aver visto  “Monte Bianco”  e non poter quindi giudicare la trasmissione.  Mentre voglio assolutamente dire la mia sugli integerrimi  censori che lo hanno accusato di svendere e banalizzare  un’attività di altissimo profilo etico e spirituale  come l’alpinismo, ovviamente inteso con la A maiuscola! Che mi risulta però essere da sempre oggetto delle più svariate strumentalizzazioni, se è vero che ben pochi alpinisti con la A maiuscola hanno rifuggito in ogni epoca  gli sponsor, le comparsate televisive, i teatri,  l’editoria, i clienti danarosi da portare  in ogni caso da qualche parte e chi più ne ha più ne metta.

 E in ogni caso la gente è andata  e andrà  in montagna con più o meno prudenza o superficialità  a prescindere da una trasmissione televisiva.

papa

Tutto questo per dire cosa?

Che  le persone e quindi anche gli scalatori  valgono per quello  che fanno ogni giorno, nella vita, e non  per quello che dicono.

Che non siamo obbligati a guardare la TV e soprattutto a seguire i suoi consigli.

Che gli alpinisti non sono costretti a trovarsi degli sponsor riempiendo di hashtag ogni spazio libero, anche quello rinfrescato dall’ aria sottile. #unpodicoerenza

Che mi fa incazzare  più di “Monte Bianco” il fatto  che un top climber lasci imbrattata una via di scalata che ha trovato pulita e chiodata da altri a vantaggio anche suo e del  suo curriculum ( la via è lunga 14 metri e avrà dieci prese da memorizzare….)

Che sia un fan di Valentino ?

 

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~ di calcarea su novembre 27, 2015.

10 Risposte to “Monte Branco”

  1. …..di buon umore oggi il Doc

  2. La causa sono io che domenica ho messo innavertitamente, ma per la seconda volta, il gri-gri del Doc nel mio zaino. Non pensavo che la cosa potesse incidere così pesantemente sul suo umore. Prometto che la prossima volta starò attentissimo. Per fortuna il Doc non ha una fidanzata che, senza volere, qualcun’altro possa portarsi a casa dopo una domenica in falesia!
    LGG

  3. A me preoccupa soprattutto che adesso anche alcuni giovani scalatori di altissimo livello (che per tradizione in passato erano meticolosissimi nella pulizia delle vie dopo la realizzazione) non diano il buon esempio e lascino le vie sporche di magnesio.
    I big dovrebbero dare il buon esempio, non arrivare, scalare, chiudere, segnare su 8a.nu e tanti saluti!
    questa è la nuova subcultura consumistica della scalata: chiudere tiri a ripetizione, poi via a segnare sul web, non perdere tempo a spazzolare, pulire un sentiero, cambiare uno spit, una catena…meglio chiudere l’ennesimo tiro!! tanto chiudono gli 8 e i 9 e poi via in un altra falesia.
    solo che cosi le falesie diventeranno una fogna!

  4. Ero distratto per diversi motivi in questo periodo e quindi mi era sfuggito questo “lieve”post del cognato. Tralascio l’ argomento dei bollini, come direbbe Crozza in una sua celebre imitazione “, roba da personaggetti”, tralascio sicuramente il fuoriclasse motociclistico Rossi Valentino perchè sono restato ai tempi di Giacomo Agostini …mi soffermo invece su “Monte Bianco ” trasmissione che ho visto per tre puntate e di cui salvo impegni probabilmente vedrò il finale. Andrò ben ben contro il gota dell’ alpinismo globale, ma tanto io mica faccio parte del gota, dicendo che ho trovato la trasmissione simpatica, propedeutica e stimolante per chi si vuole avvicinare alla montagna, al suo ambiente, alla scalata in un contesto che da un meritato e giusto rilievo alla figura della guida alpina e secondo me anche ai “valori” che la montagna e l’ arrampicata vorrebbero o dovrebbero trasmettere. Devo però dire che, condizionato dal pregiudizio, probabilmente il reality non lo avrei visto, se a stimolarmi non fosse intervenuto il famoso Barmasse la sera della premiazione a Tolmezzo per il suo bel libro. L ‘ argomentazione portata dal noto alpinista circa il suo rifiuto di condurre il programma (gli era stato proposto…) si rifaceva al suo rifiuto di ridurre la montagna e l’ alpinismo ad una gara (più o meno testuali parole…) ad una competizione per arrivare primi… Confesso che quella sera sono stato veramente tentato di intervenire con una fragorosa risata che ricordasse al fuoriclasse in sala” (ma lui secondo me lo sa benissimo..) che la storia dell’ alpinismo, dell’ arrampicata, del free climbing è e sarà storia di competizione ! Spesso con se stessi, spessisimo con gli alri: per la salita o il concatenamento più veloci, per una prima salita, per un grado in più e chi più ne ha più ne metta ! Il problema è che a volte è difficile ammettere di far parte della competizione ! Con rispetto parlando eh !

  5. “Tutto questo per dire cosa?
    Che le persone e quindi anche gli scalatori valgono per quello che fanno ogni giorno, nella vita, e non per quello che dicono.”

    Osservazione discutibile, che s’annulla da sè nel momento in cui sostiene di dover togliere valore a quel che si va dicendo. L’arrampicatore si risolve e s’annulla dunque nella sola pratica della scalata? Il come ed il perchè (e le parole che li descrivono) non contano nulla? I politici dicono anzichè fare, chi va in montagna ha bisogno spesso ancora di dire come ci va e perchè. E nella vita quotidiana non è solo quel che fa, ma pure in base a cosa lo fa (cioè a quel che pensa e che dice), a contare.

    Anche l’obbligo televisivo (“non siamo obbligati a guardare la TV e soprattutto a seguire i suoi consigli”) è un concetto subdolo: nell’epoca della vittoria definitiva della subcultura consumistica, dovremmo già essere da tempo all’erta nei confronti di ciò che obbligo non è, bensì…consiglio per gli acquisti. E sono le categorie più deboli quelle più influenzabili, laddove l’ignoranza non trova armi che la combattano. Sicuramente il reality criticato (anche da me, come te, senza vederlo) non è in sè un fatto importante, ma lo è tutto quel che ci gira intorno e quel che il tutto rappresenta, a partire dalla montagna scelta come palcoscenico d’una farsa anzichè quale luogo “dove vive ancora una poesia genuina, alimentata da una vaporosa ed eterea atmosfera di lucida e consapevole follia. Qui ancora puoi a volte incontrare un sorriso che non sia stato mortificato, uno sguardo luminoso e bruciante che ancora non sia stato spento” (Gian Piero Motti, 1976). Sguardi e sorrisi ben diversi da quelli ghignanti e torvi dei partecipanti all’ennesima ammucchiata organizzata ad uso e consumo d’una società annoiata.
    Se poi a qualcuno piace giustificare sempre e comunque il corso della Storia e delle cose, decretando anche nel nostro ambito di interesse che “la storia dell’alpinismo, dell’arrampicata, del free climbing è e sarà storia di competizione!”, beh ho anche io pochi dubbi nel merito, ma m’ostino per quel che posso ad andare in direzione ostinata e contraria a questa ipotesi di falso confronto con se stessi e con gli altri, che serve solo a creare falsi miti ed a far vendere qualche scarpetta in più.
    Anche soltanto fermandoci all’etimologia, competizione è combattimento, mentre confronto è prova senza gara, dibattito democratico e comune risoluzione; una cosa è stabilire come meglio si risolva il passaggio, altra cosa è stabilire chi lo abbia risolto meglio: abbiamo davvero bisogno, sempre e comunque, di una classifica? Sì, finchè resta al livello di gioco educativo e formativo; no, quando diventa regola del business che tutto spreme, svuota ed uniforma. Scriveva Gallo su un Punto Rosso di secoli fa che in un futuro avremmo inscenato competizioni con sotto vasche coi coccodrilli, e ci stiamo arrivando: l’antico Circo finalese di Camanni – una palestra aperta con l’house music ed assurde grida bestiali – è l’obiettivo, forse non nostro, probabilmente del pubblico, di sicuro per qualcun altro (Mr. 8a.nu, per esempio).

    Per il resto, d’accordissimo su hastag e brutti segni in parete: ma sono anch’essi il segno dei tempi, che vanno abbruttendosi nella confusione di numeri ed exploit, di cronache vuote e tutte uguali, di false verità. Forse a questa marmaglia serve un Valentino Rossi che gl’insegni a spazzolar le prese, e a non gettare cicche e nastro nel bosco dopo l’uso: ma allora, se anche le cose più banali vanno loro insegnate, si può dire ch’essi siano climber oppure scimmie ammaestrate?

  6. Per onestà intellettuale mi tocca correggermi sull’etimologia dei termini competizione e confronto. Compètere deriva dal latino (cum + pètere) e significa andare insieme, convergere a un medesimo punto, cercare insieme di ottener qualcosa: il che corrisponde esattamente a quel che intendevo come miglior fine possibile dell’arrampicata.
    Confrontare, ossia paragonare, implica invece (o anche) il mettere a fronte, per conoscere somiglianze o differenze. Dunque le due parole sono tutt’al più associabili in maniera esattamente opposta rispetto a come ho fatto io, sviato com’è evidente dal significato odierno di competizione=sfida. La proposta alternativa alla competizione ad ogni costo resta comunque il combinare (mettere insieme, confrontare) le esperienze in luogo del combattere al fine d’incoronare un’esperienza vincitrice, un metodo preso per buono ed unico, assoluto. Per tornare su un piano più concreto, se ci pensate bene è già successo di sentir d’appigli spaccati ed eliminati per mantenere intatta la sequenza di movimenti da qualcuno stabilita (anche per chi sarebbe venuto dopo di lui), altrimenti la difficoltà con la diversa méthode sarebbe cambiata e ciò sarebbe risultato per certi cervelli, chiusi tanto quanto l’avambraccio, inammissibile. A riprova che non è il sottoscritto coi propri polpettoni, ma ben altri sportivoni, a prendere il gioco un po’ troppo sul serio; e per le ragioni più insignificanti. E rispetto ai segni bianchi di magnesite lasciati sulle vie, le vie modificate a proprio piacimento son cosa assai peggiore. Eppure è proprio da lì che s’è partiti, senza farsi troppi problemi, per sacrificare la scalata alle ineludibili necessità dello sport competitivo: scavando e cementando, e poi riscavando ed incollando ancora, per esempio in Valle Stretta, dove restano tuttora i segni in qualche modo suggestivi, ma poco edificanti, d’una costruzione materiale e culturale, tesa senza dubbio ad adeguare l’ultima attività un po’ strana e fuori dagli schemi ad ogni altra attività fisica normale.

    Parentesi adulatoria collaterale: ben vengano i post che fanno ragionare, nel mondo della verticale son performance a parer mio sempre più rare.
    Ed ora chiedo scusa che mi vado ad allenare.

    • Che si valga per quel che si fa e non per quel che si va proclamando o millantando, a volte con le migliori intenzioni, era riferito all’insieme della persona. Per cui secondo il mio modesto parere lo scalatore non è solo le sue performances. Se, come i tifosi di calcio di Jannacci, alla sera va a casa e picchia la moglie, anche questo fa curriculum. Ti ringrazio per i commenti pertinenti e documentati, che non perdono di valore e utilità per il misero fatto che io abbia perso le speranze e la poesia che mi ispiravano gli scritti di Miotti, Gobetti, Messner e Gogna dei tempi che furono. A me pare che le vacche siano già fuggite e tanto valga trasformare la stalla in un bed & breakfast. Vale per la scalata e, ben più gravemente, per come va l’Italia intera. Anche qui, nella piccola Carnia e restando perlamordiddio al campo dell’arrampicata, il method è quello della propria prestazione, e chi se ne fotte del resto. Cento tentativi per fare una via e poter appuntare al petto o su internet la medaglietta con un numero, vie modificate a martello e resina per mettere in difficoltà i ripetitori, svalutazioni, provocazioni, ginnastica. Non va meglio anche dalle parti dell’Olimpo, mi par di capire: sui social è tutto uno snocciolare di grandi imprese, mai un top che ti consigli una falesia, un libro o un video (di scalata, intendo). E si leggono ancora interviste adulatorie a personaggi-guru che avranno anche fatto la storia del “gesto”, ma che in quanto a comportamento spiccio hanno una necropoli nell’armadio. In un quadro così pessimista, perchè allora mi incazzo per un segno di magnesio in più o in meno? Mah….forse semplicemente perchè, messa da parte ogni pretesa di diversità (dal calcio o da Valentino Rossi, ad esempio) molto egoisticamente vorrei poter continuare a trovarmi ogni tanto da qualche parte senza le ammucchiate degli “amici per una sicura” e al tifo per il trentacinquesimo tentativo, a scalare spensierato sul questo bel calcare se possibile non modificato ad uso di pinco o di pallino e del suo ego. E non vedo l’ora di piazzarmi domani davanti alla tv e guardare la partita del Leicester!

      • In seguito alla tua risposta (e grazie all’influenza che mi costringe a casa) torno ancora sui temi toccati dal post, che essendo tanti ed intriganti suscitano e meritano più d’una riflessione.
        Uno di essi riguarda il presunto primato del fare – che ha trovato facile applicazione specialmente in campo politico, scadendo in becere quanto approssimative divisioni ideologiche e culturali. Scemenze a parte, e pur concordando sul fatto che il climber non sia di certo la persona nella sua totalità, non è proprio del tutto vero che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare. Certamente è così se ci si riferisce alla difficoltà di rendere concreta un’idea o un progetto, ma la diffusa strumentalizzazione delle parole affligge entrambi i concetti. Per esempio, è celebre la frase dell’arcivescovo brasiliano (esponente della c.d. teologia della liberazione) Dom Hélder Câmara: “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”; ed ai giorni nostri un Gino Strada infastidisce più con la giustificazione in chiave politica, oltre che umana, del proprio agire, piuttosto che con la stessa esperienza medica. Insomma, se è vero che conta salvare la vita di un bambino e non il dire (o peggio, il millantare) di volerlo fare, è altresì vero che fare senza prima chiedersi il perchè può portare talvolta a gravi errori, persino sulla pelle del bambino. Sbagliando s’impara, ma perseguendo nell’errore bisognerebbe a un certo punto porsi o essere posti di fronte a delle domande. E’ il metodo di certa mentalità politica e, purtroppo, ormai anche di massa: togliamoci di mezzo i problemi, senza curarci da dove derivino; curiamoci senza conoscere l’origine della malattia. Lì per lì sembra l’approccio meglio funzionante, soprattutto a chi non spicchi per lungimiranza.
        Concludendo, a parer mio a contare è quel che si fa proprio per quel che si va proclamando, o anche solo pensando; e che a volte dal solo (f)atto non traspare.

        E così, tornando a noi, c’è per fortuna chi chioda, e grazie a dio chi non lo fa. Senza i primi non ci sarebbero forse i secondi (il che non è problema da poco); ma la maggior limitazione che possiamo dare a quest’attività, benchè essa sia evidentemente pratica, è il fermarla ad un piano esclusivamente fisico, numerico, materiale. Da dove origina l’arrampicata? Dalla passione o dal movimento, dall’azione o dal desiderio dell’azione? Se la s’intende assimilare a un’arte – come si legge nel pezzo di Oviglia – allora implica un’ispirazione, che poi si farà gesto. Giovanissimo scalavo sassi e sognavo sassi più grandi, ma non saprei dire se per me sia nato prima il sasso od il sogno, l’azione o l’emulazione; massi e pareti già stavano lì, ad ispirarmi era forse chi li scalava: l’idea di farlo, di poterlo fare.
        Oggi – per tornare sui tuoi passi – il climber chioda lungo o corto, grada stretto o largo, scala bene o male, s’allena troppo o niente; ma poi, che altro? Esprime o trasmette qualcosa? Negli ultimi due video che ho visto i due giovani atleti neppure parlano, sostituiti in un caso dal genitore, nell’altro da una voce imbarazzante fuori campo. Certamente se la performance è estrema si spiega da sola, e pure gli Edlinger, i Berhault e le Patissier parlavan molto poco all’epoca, più che altro volteggiando esteticamente per la gioia dello sguardo più che della stessa azione. Ma se a parlare restano solo più i numeri e resta spazio soltanto più per chi ha o fa la voce grossa, propagandando valori e sottoculture subdole od infide, ai praticanti non resta che tacere ed adeguarsi, allineandosi alla presunta volontà popolare, che tale non è mai stata in quanto sempre più indotta, e mascherata appena da democratica, ma molto più volgare.
        L’evoluzione, m’azzardo a dire, non ha da passare oggi per la sola pratica (il quanto, il sempre più difficile – l’evoluzione sportiva, atletica), nè per il metodo (il come, slegati o autoprotetti, o nudi – l’evoluzione tecnica ed etica): ha da passare invece dal perchè (il come mai, associato alla consapevolezza d’un contesto), unendo l’animale all’intellettuale. Solo così un gioco tanto elegante e splendido quanto rude e scimmiesco potrà elevarsi al rango d’esperienza conoscitiva, diventando un processo autoformativo che contempli tutto il resto oltre alla scalata ed a quel che ci gira più o meno attorno. Nel concreto, sul blog racconto quale modesto esempio personale la scoperta delle pareti della val di Susa grazie alla Tav ed alle proteste ad essa legate: una scusa buona per capire continuando a divertirsi, e scoprire che certi divertimenti sono a rischio divieto, son pericolosi come storicamente a Yosemite i free climber per i ranger; cosicchè, dopo aver lavorato sodo per tutta la settimana, può capitare di ritrovarsi ad essere ripresi e immortalati non mentre si spacca nel diedro o si penzola nel vuoto, e neppure mentre si attacca il cantiere mascherati, ma affrontando semplicemente un posto di blocco autostradale ad Avigliana. Ora sanno di tutto di me, dei miei amici e della mia vettura, e maliziosamente mi domando: che sia l’arrampicata a far loro paura?

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