Turchia 2015, Aladaglar.

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“Turkish Delight” (Turk Lokumu) è un tipico dolce turco avvolto in pasta sfoglia e guarnito con pistacchi e sciroppo. “Turkish Delight” è anche il nome di una via di arrampicata di Recep Ince, l’alpinista di Istanbul che ha creato e gestisce il Camping Aladaglar, nel cuore dell’Anatolia.
Turkish Delight, delizia turca, è il riassunto in due parole delle nostre due settimane di vacanza in Turchia.

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Perchè la Turchia? Quando ho chiesto a Matteo e Mattia di aggregarmi alla loro vacanza turca, immaginavo solo lontanamente cosa ci poteva riservare questa terra così vicina geograficamente, che suscita in molti diffidenza e timore non solo per le sue traversie politiche, purtroppo attualissime.

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Molti amici o conoscenti ci erano stati a scalare ed aprire nuovi itinerari di arrampicata, sulle orme dei triestini degli anni ’50: Toni Rainis con la SAF, Sergio De Infanti più volte fino agli anni ’80, Florit, Sterni e compagnia più di recente, e negli ultimi dieci anni Maurizio Oviglia ha contribuito moltissimo a farla conoscere con le sue spedizioni e i suoi scritti. Sapevo quindi dell’Aladaglar, la catena montuosa, ma anche di Antalya e delle sue falesie di arrampicata, già famose dieci anni fa e consacrate lo scorso anno dalle foto e dai video della carovana Petzl, rimbalzate su tutte le riviste e i siti internet del settore.

Le spiagge della costa adriatica, i siti archeologici e la straordinaria Cappadochia fanno parte del programma che ogni agenzia turistica vi proporrebbe. Eppure a noi è sembrato di trovarci molte altre cose, che cercherò di descrivere.

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Partiamo sabato 19 con due voli Venezia-Istambul e Istambul-Antalya (180 euri andata e ritorno) Ritireremo l’auto a noleggio prenotata su internet (340 Euri per 15 giorni) con la quale affrontare il trasferimento in Aladaglar, destinazione della prima settimana di viaggio. Atterriamo ad Atalya la sera tardi e l’auto che ci consegnano ha qualcosa di familiare e di poco rassicurante al tempo stesso: Fiat Albea, d’annata. Nonostante l’odore di muffa e la tendenza a prenderci per il culo con una spia di “danno al motore” che si accende con le tempistiche più disparate, ci porterà sani e salvi a tutte le destinazioni, compreso l’aeroporto al rientro. Prima di avviarci cambiamo a un bancomat dell’aeroporto gli euro in lire turche (1 euro circa 3,5 lire turche)

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Ci avviamo in direzione Antalya con il più sfrontato masochismo: ci sarebbero 7 ore di auto da sciropparsi ed è già quasi mezzanotte. Verso le due, dopo una breve sosta non proprio ristoratrice a base di yogurt liquido così acido da far digrignare i denti, il primo di una lunga serie di botti di culo ci fa approdare in un albergo più che dignitoso ad Akseki, dove dopo le prime ore di sonno ci culla la cantilena del muezzin, diffusa da altoparlanti. Si riparte al mattino e nel pomeriggio arriviamo all’Aladaglar Camping dove una prenotazione via email ci aveva riservato un piccolo ma accogliente bungalow.

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Prima di cena ci restano 2-3 ore che ovviamente riempiamo fiondandoci nella più vicino posto arrampicabile, il Canyon di Kazikli Ali.
La catena montuosa dell’Aladaglar, con numerose cime di oltre 3000 metri, è frequentata da alpinisti, trekkers e scialpinisti, ma offre anche una discreta scelta di pareti di arrampicata sportiva, quasi interamente valorizzate e attrezzate da Recep Ince, che con la moglie Zeynep Tantekin gestisce il camping che ci ospita e ha realizzato la bellissima guida “Comprehensive guide to Aladaglar”, che ci siamo procurati in Italia via internet (Libreria della Montagna-Torino).

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Il Canyon di Kazikli offre più di 300 vie con gradi dal 5 all’8b su un conglomerato di eccezionale qualità, attrezzate a fix inox o anelli resinati a distanze ragionevoli e sicure ma non ascellari, con numerosi settori di orientamento vario, dove è possibile scalare all’ombra o al sole a seconda della stagione e dell’orario. Siamo circa a 1500 metri di quota, ma il sole picchia ancora….

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In serata siamo a Camardi, che diventerà la nostra destinazione quotidiana per la cena (nei villaggi vicini al camping si trova solo qualche mini market). Ci sono numerosi bar frequentati da maschi non giovanissimi, assorbiti da un gioco da tavolo simile al domino, ciascuno col suo caratteristico bicchierino di the (Caj). Nei 4-5 locali dove si mangia troviamo piatti tipici turchi, semplici e gustosi, con prevalenza di carni di manzo e pollo, riso, fagioli e insalate miste, più la cosiddetta “pide”, un’ottima specie di pizza.

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Si beve acqua o yogurt liquido, molto gradevole stavolta, perché gli alcoolici sono incompatibili con la religione musulmana. Solo uno dei numerosi mini-market vende birra, ma quasi sottobanco (sportine di plastica nere!). Ci si intende con qualche parola di inglese, ma con i simpatici e ospitali fornai che sfornano un ottimo filoncino a tutte le ore e ci offrono il thè, bastano due cenni , qualche sorriso e un po’ di foto…come in Carnia, insomma! La gente del paese è ospitale, veniamo spesso avvicinati per sapere da dove veniamo e darci la mano. I ragazzini ci trattano quasi da celebrità e approfittano per sfoderare qualche timida frase in inglese.

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Siamo venuti in Aladglar soprattutto per scalare delle vie lunghe, ma c’è bisogno di un po’ di acclimatamento, così l’indomani decidiamo di dedicarlo a qualche monotiro “trad” nel suggestivo canyon di Pinàrbasi, sul quale è comparso qualche giorno fa un post su Planetmountain.

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La roccia è un calcare grigio molto compatto, il clima è fresco, la scalata non banale per i piedi (appoggi intelligenti?). Molte vie hanno solo la sosta e vanno protette, altre sono spittate a distanze non pericolose ma sicuramente “francesi”. Dopo qualche tiro, sempre meno impacciati e carichi di nuts e friends, un bel tuono e qualche goccia di pioggia ci consigliano una ritirata anticipata. L’indomani è il giorno della prima via.

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 “Freedom”, sulla Karalayak Tower, di Recep e Maurizio Oviglia, è una magnifica via spittata su roccia ottima, dove non è quasi necessario integrare con protezioni veloci. Scalare in cordata da tre non è praticissimo ma ha i suoi vantaggi, nel senso che in sosta si fa salotto e il tempo passa rapido, allietato a orari fissi dalla voce del muezzin che ci raggiunge dai villaggi . Avvicinamento breve, rientro in doppie. Insomma: l’ideale per cominciare.

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Il quarto giorno il sottoscritto marca visita. Matteo e Mattia hanno scelto un’altra via lunga, questa volta nella Cimbar Valley. Si tratta di “Fata Turchina”, di un certo Florit in compagnia di un ancor più certo Pinotti e di  Dagani. Li accompagno all’attacco e mi dedico ad alcuni bellissimi monotiri, in compagnia di una climber canadese che abbiamo conosciuto al camping. Rientrano felici e stanchi, la via era bella e impegnativa, anche perché solo parzialmente attrezzata. In altre parole: ogni top climber dovrebbe scalare almeno un camino all’anno, magari  #amuerte ….

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Arriva il primo giorno di riposo, si va in Cappadochia (se dite Cappadocia fate una figura di merda…) con un’ora e mezza di auto. Descrivere a parole questo posto, uno dei più affascinanti del mondo, non è facile; e con le immagini ci vorrebbero centinaia di scatti.

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Quest’area disseminata di eccentriche forme del terreno ebbe origine milioni di anni fa con la deposizione delle ceneri di eruzione di tre vulcani e fu abitata successivamente dagli Ittiti, che ricavarono in queste strutture le loro incredibili abitazioni. Abbiamo visitato i villaggi di Goreme e Cavusin e poi la cittadina di Urgup, rientrando quindi a sud lungo la valle di Soganli. A causa dell’affollamento di turisti abbiamo rinunciato a visitare il Museo all’aperto di Goreme o una delle tre città sotteranee, che ci dicono comunque consigliatissimi.

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Mancano tre giorni alla fine della prima parte del viaggio, dedicata all’Aladaglar. Riserveremo il week end alle ultime due multipitch , così venerdì torniamo nel canyon di Kizikli, dove Mattia riesce a fare “a vista” un difficile 7c.

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L’indomani torniamo nella Cimbar Valley per una via di 340 metri aperta da una cordata di italiani. Si tratta di “So it is life” : difficoltà abbastanza contenute, chiodatura discreta e roccia a tratti magnifica, calcare con molte prese oblique, non proprio intuitivo.

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Non abbiamo uno schizzo dell’itinerario, così in due occasioni finiamo un po’ fuori via, ma alla fine tutto va per il meglio e rientriamo a piedi lungo il braccio destro del canyon, disseminato di paretoni che aspettano solo di essere percorsi. Sul più slanciato riconosciamo la linea di una delle vie estreme aperte in questa zona da Rolando Larcher.

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Col passare dei giorni, delle serate e delle birre al camping abbiamo modo di apprezzare la simpatia e l’ironia di Recep, che è anche un grande alpinista. Per l’ultimo giorno di scalata ci propone di ripetere una via appena chiodata, “Infinito”. Ne siamo entusiasti e onorati. L’indomani addirittura partiamo con l’idea di scalarne due, aggiungendo eventualmente la vicina “Turkish delight”. “Infinito” ha solo 4 tiri, tutti tra i 55 e 60 metri, ma è molto bella.

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Dopo le 4 calate in doppia, però, il sole picchia duro e non ci viene voglia di ripartire per la seconda via. Ma non riusciamo a congedarci da queste rocce senza un’ ultima capatina nel canyon ombreggiato di Pinarbasi per un magnifico 7a+ , “Last samurai”. L’indomani lasciamo le montagne con la certezza di volerci tornare, prima o poi.

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In pratica: chi volesse recarsi in Aladaglar può prenotare il camping scrivendo via email (sito internet del campeggio molto curato, con bellissime foto). Il camping ha anche una pagina facebook con aggiornamenti, foto e filmati. Ci sono oltre ai posti tenda una decina di bungalow, con o senza bagno, e una cucina comune. La guida delle scalate è consultabile o acquistabile sul posto, ma la trovate anche su internet. E’ un bel volume con le relazioni delle vie alpinistiche e sportive e dei settori di arrampicata sportiva.

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Ha anche qualche consiglio su camminate, cime, sciate e turismo. Per alcune vie sono riprodotti gli schizzi originali degli apritori. E’ preferibile arrivare con volo interno da Istambul a Kaiseri, che dista solo due ore d’auto dall’Aladaglar ed è molto vicina alla Cappadochia. Turkish Airlines è una compagnia che pratica prezzi molto vantaggiosi e un buon servizio a bordo.  A Camardi, la cittadina più vicina alle montagne, ci sono negozi, una banca con sportello bancomat, alcune “trattorie”. Potete chiedere a Recep per qualsiasi informazione o necessità, incluso il noleggio di materiale alpinistico.

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Fate attenzione al traffico telefonico, perché le chiamate costano 3 euro circa al minuto e gli sms attorno a 50 centesimi. Comunque al campeggio funziona gratuitamente il wi fi.
Le spese per mangiare, per frutta e verdura e alimentari sono invece molto contenute. Per cenare non abbiamo mai speso più di 15 euro…in tre!!! Non si trova caffè se non liofilizzato e il tipico caffè curdo non fa parte delle proposte dei bar di Camardi. Portatevelo dall’Italia oppure scroccatene un poco a Recep. Niente alcoolici, se non della birra in un mini market a Camardi (vicino alla pasticceria con le Turkish Delights!) e al campeggio. Il vino della Cappadochia è, sembrerebbe, una vera specialità che non abbiamo purtroppo testato.
Oltre alla guida citata, trovate informazioni sulle scalate in Aladaglar negli articoli di Maurizio Oviglia per Vertical e in un post di due anni fa su Calcarea, di un certo….

Grazie a Recep, Mauro, Eugenio, Maurizio, Nivea e al muezzin  delle 5.00.

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~ di calcarea su ottobre 16, 2015.

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