Go Johnny….come on Johnny….go on!


E’ sempre più frequente atteggiarsi a guru, ma è assolutamente  fondamentale trovarsene uno. Io ho eletto il mio idolo di arrampicata un po’ tardi, proprio  quest’anno, il mio trentesimo di attività, o di addiction come dicono gli inglesi: dipendenza!  Tra l’altro un suddito di sua maestà la Regina Elisabetta, appunto. Non Ben Moon o Steve McClure, neppure Jerry Moffat del quale  qualche impresa mi impressionò ai tempi del primo Alp, quando salì on sight “Phoenyx”, una temibile fessura in Yosemite, immortalato in una posa divertita mentre offriva esausto gli avambracci bombatissimi al fotografo.

dawes

Curioso fatto questo, che per 29 anni di scalata non avessi neppure saputo che esisteva  Johnny Dawes, finchè  per caso  mi è capitato di leggere la sua autobiografia “Full of myself”, titolo orrendamente tradotto da Versante Sud in “Io Superclimber”. Solo molto avanti nella lettura, che conta comunque la bellezza di 334 pagine, ho riconosciuto il personaggio intervistato da Maurizio Oviglia in uno dei primi annuari Up (2009). Con imbarazzo devo confessare che di quell’intervista  mi rimase impresso più che altro il paradosso fisico, una pancetta improbabile per un climber che dichiarava che avrebbe tentato un 8c al rientro in patria dalle vacanze.

Non avevo colto la statura del personaggio, scarsa in centimetri ma immensa in coefficiente arrampicatorio. E fatta di qualità abbastanza trascurate dal ciapa e tira attualmente in voga. Qualità per le quali il peso del corpo può anche contare poco.
In effetti anche nel periodo di maggior auge, anni ’80-’90, Johnny esibiva un fisico non proprio allineato ai canoni del climber o grimper performante: gambocce da calciatore, giro vita da coro alpino. Fuori dal coro è rimasto anche per certe bizzarre sperimentazioni di cui troviamo traccia nell’immensa biblioteca di You Tube: scalata con una sola mano, senza mani, con un piede, dinamici assurdi, spalmi orripilanti su pareti di edifici. Il tutto molto spesso senza corda.

Ma non solo stranezze, badate! Alcune vie liberate da Johnny attendono ancora una prima ripetizione o ne contano meno di una manciata (su tutte “Indian Face”)
Studiatevi il “lancio di piede” per risolvere un passaggio molto difficile per le stature basse, su “The Quarryman” ! Leggendo il suo libro troverete decine di episodi dove la creatività e l’azzardo lo hanno atteso al varco, non solo nella semplice (?!) scalata, ma anche nelle vicende di vita, dal bullismo patito da adolescente alle rivalità e invidie confessate da adulto.

Libro non scorrevole e non meravigliosamente tradotto, che vi consiglio di leggere piano, due tre capitoletti alla volta. Ma dotato di una scrittura originale, mai piatta e ricca di aggettivi tipicamente anglosassoni, una via di mezzo tra la retorica e l’ironia, un po’ come gli impareggiabili nomi delle vie di roccia in Gran Bretagna.  E corredato da una bella serie di foto in bianco e nero, tecnicamente carenti ma molto significative.
Dopo averlo letto mi sono sentito uno scalatore diverso. Più scarso, ma motivato a migliorare. E più felice: perché finalmente ho trovato  il mio definitivo guru!

JD

Quest’estate, mentre riprendevo i lavori di chiodatura nella cava abbandonata di Val di Collina o cercavo di far stare un piede su appoggi microscopici , ho pensato spesso a Johnny Dawes e agli altri protagonisti dell’arrampicata inglese. Mi sono rivisto il dvd di “Hard grit”, il più bel film mai realizzato sulla scalata in assoluto e sto rileggendo il libro, che preferisco ricordarvi col titolo inglese, “Full of Myself”. Così è nata l’idea di dedicargli le vie della cava…

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~ di calcarea su agosto 24, 2015.

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