Villaverdon

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A volte succede  di affezionarsi a chi che non lo merita o  ha dimostrato di non ricambiare la nostra predilezione. Una donna o un uomo  che ci han trattato veramente di merda, il figlio che ha deluso le aspettative, il cliente che abbiamo perso, l’opera d’arte che pensavamo di aver finalmente partorito. Illusioni, delusioni.

Non prendete  paura, non state per immergervi in un bagno di sangue. O di bile.  Niente pistolotti o purganti per la coscienza: è una parete di roccia.

Durante gli ultimi mesi la scarsità di neve ha spostato l’interesse di molti frequentatori della montagna sui luoghi di scalata e  in bassa Carnia si son visti grandi affollamenti un po’ dappertutto, anche nei giorni feriali. Dopo i primi due o tre giri per ciascuna falesia ho cominciato ad avvertire un po’ di fastidio. L’abitudine e quindi la noia di ripetere le stesse vie, la frenesia e la frustrazione legate a quelli più difficili, specie se  non riesci a farle. Il  divertimento di stare sulla roccia in buona compagnia si trasforma col crescere dei tentativi in ginnastica e ossessione.

My beautiful picture

Insomma, la saturazione non tarda  a diventare  realtà. Per fortuna c’è stata l’occasione di qualche puntatina a sud, Trieste o Istria, dove l’opportunità di provare delle vie mai viste oppure del tutto dimenticate ha dissolto per un po’ la nebbia. Ma sono state le tre visite nella falesia di Vigànt, riscoperta e proposta di recente da Giulio, a farmi ricordare  un posto che stavo lentamente rimuovendo dalla memoria, forse proprio perchè fonte di gioie e dolori.  Occhio non vede, cuore non sente…

Verso la fine degli anni ’90 stavo attraversando un periodo arrampicatorio di   euforia francofila. Dopo qualche anno di deriva piatta ero uscito dal tunnel della scalata seriale, sempre preoccupata dal massimo grado e non dalla miglior maniera, imbarcandomi in qualche viaggio oltrecortina. La scalata sempre a vista (non provavamo mai una via due volte), la chiodatura “alla francese”, engagé, la magnifica Provenza, le baguette, la tart tatin, il vin de pais,  les filles….

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Con una cotta del genere addosso, non potevo non pensare alla possibilità di realizzare qualcosa del genere anche da chiodatore. In quegli anni l’idea di perlustrare pareti molto lontane, come mi è poi successo con Sardegna e Sicilia, reclutato dal collaudato tandem “Piniglia”, era inimmaginabile. Ci sarebbero ben state altre scelte possibili, molto più logiche e meno scomode. Fatto sta che mi lanciai nell’impresa di chiodare la parete che separa in linea d’aria verticale  Lauco da Villa Santina, la parete della cascata della Ràdime.

Per la verità qualcuno ci aveva già pensato: i soliti udinesi… L’idea mi venne proprio  scalando sulla  loro incredibile “Dies irae”, una via di tre tiri su roccia magnifica, dove era necessario calarsi per raggiungere l’attacco, per  poi meritarsi il ritorno a casa in salita. Proprio come in Verdon!

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A giudicare dallo schizzo che ho conservato, devo aver iniziato nel 1998 per terminare nel 2001, per un totale di una quarantina di vie, tutte disposte nel quadrilatero di 70 metri di altezza e circa 50 di larghezza. L’idea iniziale era di chiodarne una serie, parallele, ciascuna di tre tiri. Alla fine, invece, pur essendo possibile partire dalla cengia di base e arrivare sui panoramici prati sommitali in tre lunghezze, si può  divagare utilizzando dei settori  come falesie di monotiri. Volendo si può addirittura fare una calata di 30 metri e scalare 4-5 tiri uno di fianco all’altro, per poi risalire.

In ogni caso, mi ricordo di un bel po’ di fatica, soprattutto quando dopo due o tre ore di bricolage dovevo risalire anche per 50 o 60 metri con l’Hitachi 24 volt ogni metro più pesante.  Appeso lassù, con tutto quel  vuoto sotto e il cimitero di Villa Santina a farmi da sfondo, l’inquietudine e la soddisfazione si contendevano ogni volta la vittoria di tappa. Roccia perfetta (in alcuni tiri la più bella della Carnia), esposizione e quindi emozione, panorama, isolamento. Grandioso, no?

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Come avrete intuito dalla premessa, però, qualcosa non è andata per il verso sperato. Villaverdon ha una  frequentazione vicina allo zero! Credo si possano contare sulle dita delle mani e dei piedi (che quassù servono ancora molto) le cordate che in 15 anni hanno messo il culo fuori dai prati per la prima inquietante corda doppia. Eppure la relazione ebbe anche l’onore della pubblicazione su un numero dell’annuario di Up!

Va bene, avete ragione: stare appesi   è scomodo, la paura dell’imprevisto in agguato c’è sempre, e non è facile scegliere il periodo giusto. Lo stile di scalata verticale non è più di moda, meglio gli strapiombi, anche scavati vanno bene… Poi se uno volesse provarsi 26 volte un tiro dovrebbe prendersi ferie o divorziare!  E  per la recensione di Up ero raccomandato….

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Eppure  continuo a considerare questa falesia un piccolo gioiello e almeno la ripetizione della via degli udinesi  un must per  ogni scalatore curioso e appassionato; come ad  esempio molti dei climbers che sono stati a Vigant a scalare e si son resi conto che un po’ di scomodità si tollera con piacere, in cambio di bella roccia, buona compagnia e un po’di adrenalina a buon mercato.

Nelle ultime settimane sono tornato a Villaverdon alcune volte per sostituire le corde fisse. Mi sono calato su qualche via e son risalito un po’ scalando e un po’ con lo jumar, perchè non mi sentivo molto tranquillo nonostante tutti i marchingegni di auto assicurazione.  Tornare in questo posto, come in molte altre falesie, da solo, tanto per guardarmi in giro, mi piace un sacco.  Credo si provi la stessa emozione di quando un genitore osserva di nascosto giocare  i propri figli.

Se proprio non avete voglia di scalare a Villaverdon, fate almeno un giro fino al bordo dello strapiombo, non vi pentirete. E non mancate una visitina alla “Frasca Verde” prima di tornare a fondo valle.

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Info: giunti a Lauco si  scende in direzione della chiesa, per lasciarla alla propria destra e proseguire diritti fin dove la strada diventa sterrata (vedi foto sopra). Si parcheggia nello spiazzo dove la pista diventa sentiero, all’esterno di uno stavolo con ampio terreno prativo circondato da un muro di sassi. Si cammina circondando  il prato e si segue il sentiero  puntando  a sud, girando a destra nell’unico bivio. Seguire la traccia più evidente con segni di vernice sparsi. In 10 minuti si arriva sul prato sopra la parete. La prima corda fissa che trovate è un breve  spezzone che porta a una sosta. Con due doppie da 35 metri arrivate alla base della parete. La calata avviene lungo la via “Dies Irae”. Il secondo spezzone, con ancoraggi in comune col precedente, serve a uscire dalla parete se scegliete le altre vie.

Proseguendo sul prato in direzione est (verso Tolmezzo) un’altra corda fissa dà accesso alla parte destra della parete. Da qui potete solo calarvi per 30 metri per scalare i tiri terminali di destra. La corda fissa serve anche per uscire dalla parete. Al posto delle corde doppie, ovviamente, potete calarvi su una corda singola.

Nonostante la chiodatura sia “da falesia”, ci sono dei passaggi obbligatori. A differenza di altri terreni, non superarli non significa farsi semplicemente calare e tornare a casa, magari solo scornati. Visto che in qualche maniera si deve uscire dalla parete e che la discesa fino a fondovalle è sconsigliatissima, sappiate comunque che la via più facile (“del Diedro”) ha una difficoltà massima di 6a (un passo azzerabile). Il terrazzo su cui si arriva con le due doppie è comunque comodo e un bivacco con le lampadine del cimitero di Villa a fare da abat-jour potrebbe anche non essere così male…

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~ di calcarea su marzo 24, 2015.

4 Risposte to “Villaverdon”

  1. A ogni articolo presenti la roccia piu’ bella della Carnia, la via piu’ bella della Carnia…..
    E’ ora di finirla!
    Ma quanto e’ grande sta Carnia!

  2. Ho spesso acompagnato all’ inizio deglia anni 2000 il chiodatore a provare i tiri di villaverdon, e francamente non ricordo perchè ad un certo punto il posto sia stato “accantonato”. Ho però contribuito qualche settimana fa a ringalluzzire Gianni sul luogo e penso che sarà una delle prossime frequenti mete, per poter riprovare di nuovo “a vista” diversi tiri che ricordo bellissimi e a lcuni che attendono ancora la libera….spero si potranno leggere presto nuove noztizie….

  3. Effettivamente, avendo scalato qualche anno fa alcuni tiri di Villaverdon, confermo che si tratta di roccia tra la più bella della Carnia, e di tiri tra i più belli della Carnia, ma… mi sorge un dubbio: esiste una falesia in Carnia dove la roccia sia così così e i tiri velocemente dimenticabili?

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