Architetti del terrore – seconda parte

Dispensa Chiodatura - pdf

Dispensa Chiodatura – pdf

Il numero di visite e di commenti al post “Architetti del terrore” mi incoraggia a tentare una sintesi con qualche considerazione e proposta. Le condivisoni su facebook (link proposto dagli amici di Chiodo Fisso) e i commenti sul blog vengono da numerosi chiodatori, per cui gran parte di questo scritto riguarderà alcuni aspetti, non solo tecnici, di questa pratica. Ho inserito come allegato pdf anche una esauriente dispensa realizzata dall’UVGAM.

Prima di tutto, vorrei sgombrare il campo da un equivoco di principio, per così dire filosofico, che sembra aleggiare sullo sfondo di alcuni commenti e probabilmente fa parte dell’opinione di molti appassionati non chiodatori. Quello che la manualità dell’attrezzatura di una falesia di arrampicata sportiva possa essere considerata un’attività creativa non disciplinabile o regolamentabile, solo soggetta all’estro e al buon senso di chi ci lavora. Lasciando da parte il contesto della montagna, ossia delle vie “multipitch”, che meritano un discorso differenziato, io credo che questa variabilità non possa esistere nelle altre aree dedicate all’arrampicata, specie se divulgate ufficialmente o ufficiosamente.

La sicurezza deve essere il primo parametro da rispettare. Le questioni irrisolte o difficilmente inquadrabili, come la distanza tra gli ancoraggi o la voluta obbligatorietà dei passaggi, restano patrimonio del “creatore” della via. Anche se ognuno dovrebbe far due conti su che tipo di volo (quanti metri?) ritiene probabilmente non pericoloso, per una data conformazione della roccia. Così come non è detto che tanti spit rendano sempre una via più sicura. (perchè un primo spit troppo basso col secondo vicino non è detto siano più prudenti di un primo spit molto alto!)

ottobre 2014 ferie 078

Alcuni commentatori auspicano che si arrivi prima o poi a una certificazione dei siti pubblici o a una supervisione come quella presente da decenni in Francia (da parte della FFME) che impone materiali e metodi, garantisce una sponsorizzazione, ma può anche far chiudere un posto. In Italia, purtroppo, l’eventualità che si giunga ad un tale modello organizzativo pare molto remota, per i soliti motivi che sappiamo (chi fa rispettare cosa? e i controllori sono capaci, oltre che onesti?). Anche in Francia, comunque, l’accordo tra climbers-chiodatori e Federazione sta scricchiolando, come lascia intendere la serie di interviste che sta pubblicando Grimper con i protagonisti (vedi quella con il chiodatore Antonin Rhodes sul n.154). In ogni caso, che io sappia, l’unica falesia che sia stata certificata negli ultimi anni in zona è quella di Betania di Tolmezzo (Illegio), perché l’Amministrazione Comunale all’inizio degli anni ’90 decise di riattrezzarla, incaricando dei professionisti sia della manutenzione che delle certificazioni relative. Immagino che lo stesso procedimento abbia riguardato di recente la falesia di Gemona. Un lettore ci segnale anche la falesia di Doberdò, dove mi par di capire che il committente sia stato il CAI. Tutto il resto credo sia “terra di nessuno”. E di tutti, ovviamente, salvo limitazioni imposte dal proprietario dei terreni.

In generale ci si trova a un certo punto a dover ammettere che l’esperienza e il buon senso sono gli ingredienti indispensabili. Peccato siano anche quelli meno facilmente quantificabili e valutabili. L’esperienza, ribadiamo l’ovvio, si acquisisce con la pratica e l’osservazione (vi fareste operare al cuore da un chirurgo che opera 10 volte all’anno o 400?) Ci sono di sicuro e ci son stati anche da noi tentativi di organizzare delle “scuole di chiodatura”. Ne ricordo almeno  uno ad opera del valentissimo Giorgio Bunny Bianchi, che non mi risulta abbia avuto una continuazione. In alternativa, non sarebbe male se chi inizia chiedesse consiglio ad un chiodatore esperto o ne osservasse almeno per una volta la manualità. E mentre si arrampica, inoltre, si potrebbe cercare di valutare la pertinenza del lavoro altrui, non solo per avere la scusa buona se si è fatto cilecca!

euge ghinavu 2

Un discorso a parte merita la questione dei materiali, che dovrebbe aver conquistato una certa stabilità, almeno per le attrezzature in ambiente distante dal mare. In quest’ultimo caso, purtroppo, c’è ancora una consistente incertezza sull’affidabilità degli ancoraggi. Visto che nel post precedente abbiamo pubblicato la fotografia di una placchetta con evidenti segni di corrosione (falesia nei pressi di San Vito lo Capo), ci sembra utile nonché doveroso allegare una parte dell’email che abbiamo ricevuto dal distributore Kinobi (Emanuele Pellizzari):
“…..vorrei spiegarvi i motivi di perchè quella placchetta è ruggine.
Lustri fa un negozio gestito da una persona che sa molto bene il fatto suo, decise di farsi fare le placchette con il suo marchio presso un produttore locale. Stimo 10000 pezzi.
Il negozio poi ebbe a che ridire con tale produttore, ed il produttore mi contattò per cercar di ammortizzare lo stampo che il precedente acquirente non aveva usato a tal punto da portare a pareggio il costo dell’attrezzo.
Mi propose le placchette, ed io chiesi delle modifiche agli stampi (regolarmente documentato con fattura) affinchè venisse aggiunto il dentino anti-rotazione ed allargato l’angolo di piega per fare entrare le chiavi a cricchetto.
Da lui comprai circa 10000 pezzi fatti con acciaio 410 elettromagnetico, che è un INOX, ma non il tipo di INOX che avrei inteso io (che non fa ruggine). Di questi pezzi ne ho recuperati circa 5900. 4100 sono in giro e non so dove sono. In alcuni posti sono ruggini, in altri stanno benissimo.
Il grosso delle placchette Kinobi con il design “del sole” (e scritta Made in Italy) sono in AISI 304 o AISI 316. Perchè da quanto compresi il problema a quando cessai ogni rapporto con il produttore, ne comprai altre 32000.
Alle mie prime rimostranze sul fatto che le placchette avevano problemi di ruggine, il produttore non diede nessuna risposta, anzi, vendette le placchette ad un altro marchio), credo in 10 mila pezzi. Sicuramente 5000 fatti in 410. Non so quani in 304.
A seguito di una segnalazione del DAV, anche l’ultimo compratore cessò gli acquisti. Ho altre informazioni in mio possesso, ma non ritengo doveroso renderle pubbliche.
Quando mi accorsi del problema (ruggine), avevo due scelte:
– eclissarmi e “chi si è visto si è visto”
– cercare di porre rimedio.
Ho optato per la seconda : ho cambiato produttore (non più italiano) e ho introdotto alcuni accorgimenti per evitare che l’errore si ripeta:
– sto cercando di fare la sostituzione del materiale ove possibile, e se da cambiare.
– test a distruzione a campione su quelle nuove e certificate EN 959
– certificazione indipendente del materiale
– piastrine nuove con batch number (partita di produzione), onde evitare di avere il problema che ho con le vecchie di non sapere dove siano quelle (una minoranza) difettose.
Nel mio cercare di ottenere un risarcimento, mi sono trovato da solo. Le altre parti lese, non hanno ritenuto opportuno farlo. So che almeno una parte ha fatto scrivere dal legale, ma non so come è finita.
La causa andà prescritta…”
Venendo al territorio non marino, c’è un certo consenso sul fatto che il materiale debba rispondere a determinate caratteristiche. Su questo comunque, resine comprese, suggerisco a chi sia interessato di leggersi la dispensa allegata a questo post.

Sosta in titanio in una multipitch a Telendos

Sosta in titanio in una multipitch a Telendos

Quasi tutti gli altri commenti puntano il dito però sull’opportunità che aumentino da parte di tutti i praticanti l’attenzione e l’informazione sulle situazioni critiche. Questa sembra, al momento, l’unica strada percorribile se si vuole evitare che un bel giorno una commissione regionale,un magistrato, un sindaco o un proprietario di terreno, ciascuno con le sue buone ragioni, metta fine bruscamente ed irrimediabilmente al funzionamento del giocattolo.
Luciano, Mario ed Enrico sollecitano anche l’opportunità di incontri, che potremmo pensare di organizzare, ciascuno a proprio titolo o preferibilmente insieme (Guide Alpine, CAI, associazioni tipo Chiodo Fisso, chiodatori, pubblicisti, bloggers, ecc.).

Purtroppo qualche giorno fa si è verificato a San Vito lo Capo un altro gravissimo incidente imputabile a un posizionamento non corretto degli ancoraggi di una sosta.
16.11.2014 “…poche ore fa è precipitato un austriaco a San Vito. E’ gravissimo ed è ricoverato in rianimazione. Mentre scendeva da un monotiro è saltato il masso – grande ridicolmente quanto un monitor – su cui era fissata la sosta. Il masso è stato sequestrato dai carabinieri…”

avostanis 2014 015

E’ evidente che non c’è più tempo per le chiacchiere. Ecco alcune proposte concrete:

1) Invito tutti i chiodatori a fare una “revisione mentale” delle vie che hanno chiodato, rinchiodato o su cui si trovano a scalare, intervenendo al più presto sulle situazioni più urgenti (con particolare riguardo alle soste). E  a dotare le falesie di cui si sentono “responsabili” di un contenitore con la relazione (con o senza schizzo) delle vie, dove sarebbe utile venissero segnalati eventuali punti critici (moschettonaggi, instabilità, tiri da evitare, ecc.) e dove i climbers possano lasciare le loro osservazioni o segnalazioni.
2) Invito tutti i praticanti a far pervenire ai blog, siti internet, chiodatori singoli, oppure lasciando un messaggio nei contenitori con le relazioni alla base delle falesie, le loro segnalazioni sulla sicurezza delle vie.
3) Inseriremo su Calcarea uno spazio dove chiunque possa far pervenire quanto già detto.
4) Ci impegniamo ad organizzare, come proposto da Luciano, un incontro dei chiodatori della regione, nell’ambito del quale si potrebbero ospitare anche interventi specifici sui vari aspetti dell’attrezzatura (materiali, manualità, legislazione, data-base delle falesie, pubblicistica, ecc.)
5) Nel corso di questo incontro si potrebbe discutere, anche per il nostro territorio, la creazione di una task-force di chiodatori e non, che si assuma l’onere di verificare periodicamente la manutenzione delle falesie, come proposto da Laceroconfuso e già attuato in Liguria. Come succede per la manutenzione dei sentieri, chi è disponibile potrebbe “adottare” una falesia, quella che conosce o frequenta di più, curandone la manutenzione a spese proprie o di una “cassa comune” che non dovrebbe essere difficile organizzare.

Buona scalata a tutti.

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~ di calcarea su novembre 15, 2014.

7 Risposte to “Architetti del terrore – seconda parte”

  1. Grazie del tuo intervento, Gianni.
    Il tema è importantissimo, e giustamente è stato lungamente discusso.
    Ho tuttavia temuto, ad un certo punto, di essere in Parlamento: attacchi di logorrea, polemichette e molti bla-bla del tutto inutili.
    Per fortuna adesso Gianni propone 5 cose da fare, sensate e ragionevoli, sogno che tutti siano d’accordo.
    Buon futuro-migliore a tutti.

    • Anch’io sono allergico alla prolissità. Escludendo la mia, ben s’intende. Ma nel caso dei lunghi commenti pervenuti su “Architetti” non mi ha disturbato, anzi. Mi son parsi lunghi, ma pieni di idee e di autentica passione. Apprezzo senz’altro anche la prosa chirurgica tua e di Mario, ovviamente. A te sarebbe dovuta, peraltro, anche una debita precisazione, per il fatto che venga tirata in ballo nel titolo una gloriosa professione. La definizione viene da un’accusa lanciata a me e Attilio dal collaudatore dell’ultima nostra “creatura” in Avostanis. Penso tu possa indovinare di chi si tratta….mandi!

  2. concordo pienamente con i 5punti, e mi metto a disposizione di Calcarea nell’eventualità serva.
    Un confronto fra chiodatori, coinvolgendo le varie parti in causa dai chiodatori singoli ai gruppi organizzati Guide, CAI, Federazioni, associazioni, sarebbe auspicabile e degno di nota da parte di tutti!!

  3. In periodo di crisi ci sono comunque soldi per finanziare progetti come questi, non credo che il Friuli sia messo peggio, forse mancano gli interlocutori giusti:

    http://www.resegoneonline.it/articoli/Valorizzazione-falesie-il-Comune-di-Lecco-partecipa-al-progetto-della-Regione-20141125/

    http://www.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=News&childpagename=Regione%2FDetail&cid=1213682917206&pagename=RGNWrapper

  4. Quando lo scorso weekend scrivevo “possiamo star certi che gli incidenti avverranno anche nelle falesie più moderne e sicure” non ero a conoscenza del fattaccio qui citato. Qualche anno fa però già mi domandavo come fosse possibile concepire un moderno giardinetto dell’arrampicata, come a San Vito, con fittoncini mignon e soste su un solo punto a coda di porcello…
    Ben vengano le soluzioni pratiche, quindi, ma – benchè possa sembrare una contraddizione – può anche darsi che da sole esse non bastino. Aggiungerei un punto zero alla lista delle proposte, che riesco a esprimere soltanto sotto forma di preghiera: non lasciamo che la passione travalichi la sicurezza, che il tempo sia solo denaro, che la quantità vinca sulla qualità.
    Dico questo, per carità, dando per scontato il massimo rispetto per i chiodatori, che com’è noto si beccano più oneri che onori. Ma il terrore è tutto nostro.

    Per apparire più concreto e propositivo, prima di sparire vi propongo due link che spero possano interessare in merito a quanto in precedenza esposto: vedrete che dei chiodi qui non si discute solo posizione, forma e costo…
    “Roba da chiodatori”, di Pukli Marco (parti prima e seconda)
    http://www.pukli.it/EXTRA/FINESTRE/ROBA%20DA%20CHIODATORI,%20DI%20PUKLI%20-%20PARTE%20PRIMA.pdf
    http://www.up-climbing.com/it/news/falesia/chiodatura-con-resinati

    Saluti a tutti

  5. Sono sostanzialmente d’accordo con quello che scrivi, però bisognerebbe guardare anche alle “proprie” colpe: perché qualcuno ha commissionato e messo in giro migliaia di placchette non idonee?
    Forse se non si conosce la differenza tra un acciaio e un altro sarebbe meglio commerciare prodotti “solidi” invece di inventarsi produttori.

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