Architetti del terrore

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Se non fosse stato per i risvolti tragici della vicenda, l’immagine di un lastrone di roccia precipitato a terra con spit e placchetta ben piantati al centro, comparso su facebook qualche giorno fa, avrebbe potuto anche far sorridere. E suscitare il dubbio legittimo di una burla o un fotomontaggio.

Ma la fotografia, riportata anche sul Messaggero Veneto, era autentica e il fatto di cronaca collegato, purtroppo, anche. In una palestra attrezzata per l’arrampicata  il lastrone era precipitato addosso a due  ragazzi, ferendoli  gravemente.

Di questo evento drammatico, che sembra aver avuto per fortuna delle conseguenze non disastrose, mi ha colpito non solo la dinamica, ma anche una serie di commenti che si sono susseguiti, favoriti dalla semplicità di dibattito tipica dei social network, dove gli interventi d’istinto sono frequenti almeno quanto quelli meditati.

Mi permetto di raccoglierli in due tipologie, tralasciandone alcuni non per malanimo ma per semplificare: c’è stato chi ha lamentato la riconosciuta ed evidente pericolosità del posto (Lis Feminis), invocandone la soppressione (schiodatura). E chi  sosteneva che in molti altri siti dedicati all’arrampicata sportiva outdoor si fossero  verificati episodi analoghi, senza che siano mai stati presi dei provvedimenti così drastici e definitivi, salvo forse l’esempio della Palestra di Illegio (Betania), tuttora oggetto di una delibera di divieto dell’accesso da parte dell’Amministrazione Comunale di Tolmezzo, che ne  ha però avviato anche la procedura di messa in sicurezza.

"...ben spittata..."

“…ben spittata…”

Questi interventi lasciavano trasparire, se non sbaglio, l’opinione che trattandosi di attività di per sé pericolose, la loro regolamentazione dovesse assoggettarsi al buon senso e al giudizio dei climbers, evitando colpevolizzazioni o divieti. In un solo slancio di  saggezza, distillata  in marilenghe,  si  insinuava  che ai due ragazzi coinvolti non l’avesse consigliato il medico di trovarsi lì a tirare un blocco da 100 Kg sul quale  qualche buontempone  aveva piantato  uno spit .

Scrivo queste considerazioni da scalatore e  da chiodatore, con lo scopo di suscitare un confronto di idee e dei comportamenti coerenti ma, soprattutto, concreti.
Comincio quindi con un “mea culpa” , affermando senz’altro che l’attrezzatore di un itinerario, nel momento in cui lo divulga o lo rende praticabile agli altri, si assume una responsabilità della quale dovrebbe essere consapevole. E che questa responsabilità non finisce con un giro di chiave sull’ultimo bullone, ma continua nel tempo e dovrebbe poter considerare l’opportunità di verifiche periodiche e di ascolto di commenti ed eventuali critiche.

Se uno spit è messo male, va spostato. Se la roccia lungo il tracciato si rivela ancora instabile dopo la ripulitura iniziale, va bonificata. I moschettoni di sosta andrebbero sostituiti se evidenziano segni di usura. Il materiale non adatto andrebbe evitato o rimpiazzato.

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Quel che invece succede, a volte anche a chi vi scrive, è che se uno spit è messo male lo si decora con un cordone o ci si attacca un rinvio fisso, con fettuccia non proprio fresca di fabbrica. Se una lastra di roccia non sembra assolutamente solida , (ci) si dice che andrà fatta saltare o consolidata. E spesso la si lascia dov’ è. Usiamo ancora dei moschettoni di calata di ferraglia. Anche recentemente, in falesie impeccabilmente attrezzate ad anelli resinati inox di marca, abbiamo trovato catene alle soste che farebbero  sorridere un labrador e moschettoni di calata agghiaccianti. E in altre regioni di sicuro più opulente del povero Friuli, ci sono ancora intere vie protette con placchette auto costruite con foro circolare stitico dove i moschettoni dei moderni rinvii (tipo Spirit ad esempio) avrebbero i loro bei problemi a non rimanere incastrati. Senza contare l’inquietante spigolo vivo sporgente, che nessuno  vorrebbe trovarsi a sfiorare con la pelle del ginocchio.

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Mi spingo un po’ più in là, affermando  che se non lo fanno i chiodatori, questo lavoro di sorveglianza e di manutenzione dovrebbe essere a carico di tutti i praticanti  o almeno di quelli più esperti, quindi  in grado di  scoprire  situazioni che possano nascondere un pericolo. Segnalandole  poi al chiodatore e, se ciò non fosse possibile o non ci fosse una risposta adeguata, prendendosi la responsabilità di intervenire concretamente.

Sostituire una placchetta, un moschettone o un cordone sono in fondo gesti di poca spesa,  che richiedono uno sforzo ridicolo. Mi è capitato abbastanza spesso di cambiare la posizione di uno spit su segnalazione di qualche climber. E quando alcune vie che ho chiodato, ad esempio in Parete Rossa, sono state criticate per la insufficiente ripulitura, ne ho preso atto  anche se a malincuore, perché l’orgoglio aumenta in occasione delle lodi, ma sanguina facilmente con il sopraggiungere delle critiche.

Alcune domande: se molti avevano intuito la pericolosità di una falesia come Lis Feminis, quanti l’avevano segnalata pubblicamente? Eppure mi risulta che sia stata scelta più volte anche per corsi dedicati ai principianti e quindi tenuti, immagino, da  “addetti ai lavori”… Possibile che nessuno abbia notato il posizionamento di una protezione su una lastra di roccia che avrebbe potuto staccarsi per intero? Avete osservato che tipo di placchetta è conficcata in quel lastrone? Quanti hanno nello zaino una chiave inglese per stringere eventuali bulloni allentati? Quanti di voi hanno sostituito un moschettone di calata sospetto con un prodotto adeguato, una fettuccia usurata con una nuova, una placchetta arrugginita con una bella Fixe dorata o una Raumer inox?

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Sostenere che un incidente come quello descritto in apertura è paragonabile alla caduta di pietre dal Monte Strabut o da qualsiasi altra falesia si voglia tirare in ballo è sbagliato. E’ come paragonare due dita infilate in una presa della corrente a un fulmine. Un sasso che cade dall’alto o viene inavvertitamente smosso da qualcuno, pur avendo una enorme pericolosità, non è un fenomeno volontario come fare un buco col trapano e piantarci un fix.

Per attrezzare una via in una sala indoor mi pare sia richiesto, correggetemi se sbaglio, una sorta di diploma di “tracciatore”. Che cosa viene richiesto a chi chioda un’intera palestra outdoor? In una ventina d’anni è possibile che io abbia piantato qualche migliaio di spit, senza aver chiesto permessi a chicchessia e con in tasca assolutamente nulla  che certificasse capacità e pertinenza. Ma forse non dovrei preoccuparmi più di tanto, in un paese dove un fisoterapista può diagnosticarti i parassiti intestinali e un laureato in lettere curarti con le  cellule staminali.

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Ma la scalata ha la fortuna di essere un’attività unica anche perché gli “adepti” sono anche i suoi architetti  e alcune decisioni  sono  collegiali (l’attribuzione del  grado, per esempio). Facciamo in modo che anche la sicurezza diventi  una responsabilità diffusa e prendiamoci tutti un po’ di responsabilità,  segnalando  tutto quello che ci pare vada migliorato o cambiato ai numerosi blog (incluso Calcarea) che si occupano di arrampicata o ad analoghi  profili facebook (ad esempio  “Arrampicare in Alta  Val Torre”, dove questa vicenda è già stata oggetto di dibattito).

Concludo riportando  una parte di commento ad un recente post di Calcarea, inviato da un lettore che si firma “Laceroconfuso” e scrive dalla Liguria:

“…..sono cosciente del fatto che senza chiodatore non c’è falesia, ma ragionevole è oggi perloppiù l’accettazione acritica dell’esistente, che implica il non porsi mai domande su niente. Il problema andrebbe invece ricondotto all’essenza dell’arrampicata, al suo carattere di sport-non (solo)-sport, che ammette ma non può ridurre tutto alla competizione, sia essa in gara o anche soltanto nel cervello. A mancare allora, a mio parere, non è però “qualche semplice regola oggettiva nella scalata” (laddove vigono regole vi è necessità di controlli e controllori del rispetto delle stesse, e poi di avvocati e giudici), bensì una guida per muoversi liberamente ma consapevolmente nella giungla dei chiodi e degli appigli, dei fatti e delle opinioni: una cultura di fondo più o meno condivisa….”

palermoallavoro

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~ di calcarea su novembre 8, 2014.

25 Risposte to “Architetti del terrore”

  1. Condivido in pieno quello di cui si parla in questo post . Da recenti notizie pare che lis feminis sia stata quasi totalmente schiodata . Per rischiare la pelliccia ci sono molti altri posti decisamente più interessanti .
    Poiché anche io ho cominciato a chiodare alcune falesie con in programma di chiodarne altre , chiedo agli eventuali frequentatori di segnalare quello che andrebbe migliorato , modificato o sostituito . Tra tutti i chiodatori della regione sono sicuramente il meno esperto .
    Come detto nel post , non basta l’entusiasmo ma ci vuole esperienza e responsabilità .
    Sarò molto grato a chi farà delle segnalazioni . A tal proposito lascio qui la mia mail come riferimento : Giulio.moscatelli@gen-art.com
    Grazie e saluti

  2. Ben vengano discussioni di questo tipo, ma purtroppo temo che, come avviene solitamente per tutti i fatti di cronaca, dopo un picco iniziale, l’attenzione e il confronto perdano intensità e tutto ritorni nella calma più piatta senza che si sia risolto nulla; fino a nuovo, più o meno tragico avvenimento.
    Detto questo, fingendo positività, credo che mediamente a fare la differenza sia l’atteggiamento poco critico di chi arrampica, unito spesso a ignoranza (non tutti conoscono la differenza tra un bullone a testa esagonale, che dopo 15-20 anni sviti a mano con due giri, tanto è vero che qualcuno ci si appende, nei pochi che ancora ci sono, e un tassello).
    Per fare un esempio sulla cecità dei climber, proprio oggi in una frequentatissima falesia, raggiunta la catena di una via ho notato che il dado di uno dei 2 spit era quasi completamente svitato e stava per cadere (per fortuna “solo” uno dei 2), possibile che nessuno degli almeno 10 climber che mi avevano preceduto se ne fosse accorto? Sì, possibile, come l’abitudine di fidarsi dei moschettoni fissi con dei solchi da paura e fettucce marce (ma di questo si è già ampiamente discusso in passato). Credo che sia necessario e urgente fare qualcosa negli ambienti dove si “coltivano” le nuove leve, nelle sale boulder, nei corsi; non solo insegnare tecnica e allenamento ma anche ad avere un occhio critico sul materiale al quale affidi la pellaccia, anche perchè molte falesie cominciano ad “invecchiare” e necessitano di maggiore attenzione. Poi una chiave da 17 sempre nello zaino, e un paio di cesoie per tagliare i rami che crescono alla base delle pareti non hanno mai ammazzato nessuno. (scusate se mi sono dilungato)

  3. Sono completamente d’accordo con le idee del moderatore. Sempre ben espresse ed efficaci.
    Mi hanno veramente stuzzicato per una (sconclusionata) riflessione a tutto campo.

    Nella condizione di scalatore (di infimo livello) e un po’ di chiodatore (nel monfalconese) e non posso che sottoscrivere la sua chiave di lettura e le sue considerazioni che sono un grande spunto di riflessione.
    La consapevolezza è sicuramente la chiave per far(ci) vivere con serenità e divertimento una’attività affascinante e complessa come arrampicare, riducendo i fattori di rischio anche se purtroppo senza poter mai azzerarli e senza chiaramente poter mai eliminare il non ponderabile.
    Non voglio né posso riferirmi allo specifico episodio che non conosco (un in bocca al lupo ai ragazzi coinvolti!) anche perché è troppo facile riempirsi la bocca con le opinioni o i consigli a posteriori.
    Riguardo la questione della consapevolezza del chiodatore non voglio inutilmente dilungarmi, sottoscrivendo a pieno le considerazioni, i “peccati” confessati e le osservazioni del moderatore, in tutto e per tutto.
    Mi piace l’idea della “responsabilità diffusa” come modo per essere più consapevoli e come modo per segnalare e correggere problemi concreti anche se, pessimisticamente, penso che la strada da percorrere sia veramente tanta.

    IO=TUTTI
    Parole come “consapevolezza” o “responsabilità diffusa” si scontrano con il (in primis mio) quotidiano. Sì, perché la falesia è l’ambito in cui, per forza di cose, è più facile trasformare lo scalare in qualcosa di quotidiano o di routine, dato che in ambiente montano (che sia “a spit” o “classico”) i presupposti del nostro andar per monti, e la nostra disposizione ad accettare fattori esterni avversi, forse sono un po’ diversi.
    Io personalmente mi considero un arrampi-chiodatore consapevole (affermazione adatta al 101% degli scalatori), considero sempre che gli spit che pianto sono messi a regola di super-arte nei posti migliori, che uso il materiale migliore, che quando arrampico sempre valuto appieno cosa faccio. Senza poi considerare che la mia attrezzatura personale, per non parlare della mia attenzione o capacità, sono sempre fuori di dubbio.

    Ma poi… mi ritrovo a dare in-consapevolmente per scontato che la falesia sia un ambiente immutabile e asettico. Rimuovo il fatto che ci si arrampica su un materiale come la roccia (sensibile agli agenti esterni e tutt’altro che immutabile), su cui altri uomini con le loro mani (con le loro umane valutazioni e abilità) hanno infisso dei materiali (nuovi, vecchi, testati per arrampicata o da ferramenta) a loro volta teoricamente “fallibili”. Rimuovo il fatto che devo essere vigile e sveglio sempre, da quando mi faccio il nodo a quando assicuro il mio socio.

    E questo “quotidiano” lo ripeto sempre!
    Qualche domenica fa ero in “trasferta” in zona Pal Piccolo a cercare di arrabattarmi su qualche via al (oltre)limite delle mie capacità come il moderno del Sandwich.
    Sette-otto fix lungo la via (cosa che noto sempre bene grazie alla mia pochezza e alla mia necessità di appendermi con buona frequenza a questi pezzettini che per me spesso fanno parte del corredo di appigli della via) ha il bullone allentato e le placchette ruotano che è un piacere; un paio di ancoraggi sono su lastre “sonanti” di disgaggio o di piccolo distacco… e tutte le considerazioni di sopra finiscono nel “vabbè”…
    Naturalmente da buon consapevole quale sono… la chiave da 17? a casa… bon, son passato… gli altri vedranno o si arrangeranno…
    C’è una lastra un po’ dubbia… la si vede a un kilometro e tranquillamente ci si può girare attorno… però io mi ci devo appendere perché non ho la capacità di tenere vari altri buoni appigli che ci sono lì in giro… se valuto che non posso passare senza buttarmici a peso morto sopra mica scendo, faccio e spero… Poi passo e dico… bon dai! Ha tenuto! Visto? in fondo è solida! Anche gli altri vedranno e sennò che si arrangino…
    Usciti con poca gloria, naturalmente, vado a provare un’altra via storica, ancora più esigente come Fitzcarraldo (visto che non sono stato capace su quella di prima… questa me la bevo!). Per fortuna, la mia incapacità vuole che ci fermiamo dopo due tiri. Sosta… vent’anni fa era di sicuro buona… ma visto che ha tenuto una generazione intera di scalatori perché dovrebbe ribellarsi proprio ora che ci sono appeso io… visto? ha tenuto anche il mio glorioso peso!
    E poi torno a casa sereno e pronto per la prossima e tutto si resetta.

    COMMUNITY
    Ho forse avvisato qualcuno su blog di perdere cinque minuti a stringere dieci bulloni? Ho forse cercato di fare qualcosa per migliorare il materiale in posto?
    Passo e… demando ad altri… resetto.
    Non li conosco personalmente gli apritori, eppure sto parlando di alpinisti che da quando ho iniziato a farmi issare su per le pietre sono dei miti, alpinisti con la A maiuscola che hanno un’esperienza di una vita su tutti i tipi di scalata, beh… che dire… 30 anni fa hanno fatto queste stesse vie con due chiodi e qualche friend… ne ammiro anche la capacità di aver trasformato loro stessi delle esigenti vie (dove si è letteralmente formato il glorioso e vituperato “grado carnico”) a luoghi dove posso bazzicare anch’io ed io mi trovo a calcolare i centimetri che mancano al prossimo spit.
    E con questo mi autogiustifico, in fondo non è necessario che mi porti un attrezzo di un etto e dia IO tre giri a un bullone, in fondo non è necessario che IO perda due minuti a staccare col martello una crosta evidentemente sul punto di staccarsi, non è nemmeno necessario che IO scriva due righe su un blog così, magari i 30 secondi per mettere a posto due bulloni li può mettere a disposizione il prossimo.
    Invece dò per scontato che qualcuno, magari gli apritori, sorveglino giorno dopo giorno tutte le vie (centinaia??) di loro “paternità”, che ne sostituiscano il materiale, che le ripuliscano sempre e che controllino con assidua periodicità l’installato…

    Non parliamo poi delle MIE quattro vie: su quelle pretendo che chi ci va non osi calarsi troppo veloce per non consumarmi il moschettone della sosta, che veda il sasso che non ho tolto. Che me lo dica pure ma… non troppo, che non è mica il caso di toccare cose che già di per sé sono nate perfette.

    Quando poi si va a rilassarsi in posti vicino a casa dove ormai la routine si è trasformata in automatismo, per il fatto che le prese sui miei 4a preferiti le posso prendere da bendato, le domande neanche nascono. Su quella lama di Doberdò mi ci sono appeso 500 volte… (eppure suona come un melone con tanto di resinati messi lì sopra!). Anche su falesie famosissime come sul paretone di Ospo ci sono interi pilastri che stanno su sfidando qualsiasi geologo, non sarà mica qui, su queste cosette fuori casa che la pietra si spacca e men che meno con io sopra! Da buon “local” poi dico, che se gli altri non sono capaci di vedere certe cose, vuol dire che non sanno distinguere ad occhio la roccia buona.

    Tornando all’idea iniziale: una falesia, una via è un’opportunità che esiste per tutti. Un po’ di partecipazione consapevole di ognuno farebbe solo del bene, spesso però vediamo solo alcuni metri quadri di roccia con appigli, appoggi e pezzi di ferro messi lì in mezzo ed immutabili nel loro esistere e l’idea di guardarli sul serio, aiutarli a conservarsi o segnalarne le anomalie non siamo capaci o non abbiamo voglia di metterla in pratica.
    Eppure, se a qualcuno viene in mente di andare in giro per tutte le falesie che conosce con un martello a “far suonare” la roccia dove da sempre ci appendiamo, o andasse a vedere cosa c’è sui pendii o pareti sopra i posti dove magari accanto a noi corre e salta la nostra nipotina di tre anni, almeno saremmo un po’ più consapevoli di guardarci un po’ più attorno.

    Siamo molto più spesso abituati a “usare” le cose che ci sono, salvo poi, se si rompe un chiodo degli anni 30, andare a cercare gli eredi di Comici per trovare un responsabile (se il fatto capita a me) o dire (se capita agli altri) beh io l’avevo detto, guarda quegli sprovveduti, oppure se gli cade un sasso in testa arrivato da chissà dove, dire… ma dov’era il suo caschetto. Peccato che io non ce l’ho mai!

  4. Bel tema, definibile di certo come spinoso, dalle tante domande e poche, sicure, risposte. La cosa più superficiale che posso dire? Che sapendo com’è messa la falesia de “lis feminis” e la relativa chiodatura, inserirla in una guida d’arrampicata con la voce spittatura da 3 stelle, mi suscita se non altro qualche perplessità. Immagino che il voto sia riferito più alla distanza tra le protezioni che al tipo di materiale installato; ma anche su questo ci sarebbe da discutere.. L’arrampicata sportiva alla fine deriva dall’alpinismo classico e come dice Emiliano sarebbe bello utilizzare la stessa attenzione che si presta in montagna in falesia. Facile a dirsi. Io stesso effettivamente la chiave da 17 nello zaino me la porto, ma solo quando frequento le falesie che ho attrezzato, nelle altre non metto becco. Trovare un tassello con il dado allentato in parete non è raro ma la tenuta complessiva cambia di poco se si stringe a mano o con la chiave – certo devono essere casi sporadici altrimenti qualcosa non funziona nella spittatura… Ho sempre cercato, da chiodatore, di pormi con umiltà nei confronti dei possibili frequentatori lasciando “carta bianca” a suggerimenti ed eventuali critiche. So anche che “mettersi in gioco” non è facile, sta nell’intelligenza della persona poi discernere tra critiche costruttive o offese. Dico questo perchè taluni chiodatori vedono in malo modo chi si permette di sollevare alcunchè sulle vie da loro chiodate. Simpatica e rappresentativa la vignetta di Caio Comix che fa “quando un climber incontra un chiodatore, il climber è un uomo morto..” con trapano fumante che punta il malcapitato arrampicatore. Bisognerebbe che tutti cambiassero modo di porsi, responsabilizzarsi per il bene comune. Chi chioda deve sapere che attrezzare un’itinerario non finisce con la posa dell’ultimo spit ma che le vie poi vanno mantenute in buone condizioni per un sacco di tempo. Forse, di fondo, c’è lo sbaglio di realizzare centinaia di tiri che poi magari non si andranno mai più a salire.. e allora cos’è? Ricerca di gloria? Sarebbe meglio chiodarne di meno e andarci ogni tanto con il giudizio critico dei tempi della spittatura perchè, come dice Emiliano, le vie cambiano con il passare delle stagioni. E se poi chi si “limita” ad arrampicare e ripetere avesse una maniera di porsi più costruttiva (non dico portarsi martello spazzola e chiave ma magari segnalando ai chiodatori eventuali criticità) tutta la categoria ne guadagnerebbe. Recuperare chi ha attrezzato un sito d’arrampicata per una segnalazione in merito, ai tempi di internet, non sarà mica un problema? Sarebbe importante inoltre , per chi si avvicina all’arrampicata, dedicare un pò di tempo alle problematiche che possono emergere su chiodatura/roccia/etc.. Ci sono tanti che non vanno oltre l’uso del gri-gri, farsi l’otto e mettersi le scarpette, magari ai primi passi su roccia dopo le prime avventure indoor.. Non dico per forza di frequentare corsi o cose simili ma magari rapportarsi con persone più preparate in tal senso quello si.. Facendo tesoro degli insegnamenti.

  5. my 2 cents. Sono contro ogni “responsabilizzazione” per la natura stessa dell’arrampicata. Diciamo che se un ente pubblico o privato vuole “lavorare” con l’arrampicata ha tutto il diritto di farlo, ci mancherebbe. Ma se un privato decide di chiodare per i fatti suoi una porzione di roccia… entro certi limiti è libero di farlo! Non voglio entrare nel merito del come uno chiodi, corto, lungo etc. Vorrei entrare nel merito del fatto che uno che va a scalare, intrinsecamente non deve aspettarsi niente. Se poi capita che sia già chiodato: bene. Se poi è chiodato bene: meglio. Se poi è certificato anche dall’UIAA, dal CAi, dall’ASL e anche da maria de filippi… Fantastico!!! Ma chi va a scalare deve sempre avere le antenne dritte. E purtroppo l’esperienza, in un’attività come questa, può comportare conseguenze pesanti. Ma è anche il suo fascino, se no staremmo tutti a fare partenze sit start con 8 crash pad!!! Quindi sono ovviamente favorevole all’uso del 316 piuttosto che del 304, ma accetto che in wenden si possano fare lunghi voli sulle placchette artigianali della foto di qui sopra. O che nel Peak District non ci siano neanche le soste!!! Il succo del discorso qual’è? È che il bello di un’attività creativa come chiodare e di una “interpretativa” come lo scalare deve essere, appunto, di spirito libero. Bisogna far circolare l’informazione e la cultura. Chi chioda deve essere preparato e deve informare correttamente. MA deve anche poter scegliere. Se domani volessi aprire una via a fischer del 6 (per assurdo, ovvio) voglio sentirmi libero di farlo. E chi andrà a ripeterla dovrà essere cosciente che a stento reggerà il peso del suo corpo. Quindi non responsabilità condivisa, ma conoscenza condivisa! Per concludere: purtroppo in italia per una mera questione geologica sono pochi posti con vie di 4° e 5° grado belle e su roccia sana. E se per pulire un 7c in falesia spesso bastano due colpi di spazzola, per tirare fuori un 5b bisogna magari lavorare un giorno intero e quello che ne viene fuori non è il massimo, comunque…

    • Auguro ai tuoi compaesani di non essere per strada il giorno in cui deciderai di circolare tenendo la sinistra, così, tanto perchè ti senti libero di farlo!

    • Sarei d’accordo con te se fossimo tutti sicuri di avere la consapevolezza totale di quello che stiamo facendo; ma ai genitori dei 2 ragazzini che ci rimettono la pelle IN FALESIA perchè non conoscono la differenza tra i fisher da 6 piantati (x assurdo, ovvio) da te e un fittone raumer vai tu a spiegagliela?

      • Forse semplicemente chi insegna ad arrampicare dovrebbe anche aver il buon senso e la preparazione (culturale in senso lato) per non portare dei ragazzini su “vie attrezzate a Fisher del 6” !
        Insegnando loro dove sta il pericolo e come comportarsi, un po’ come quando mio padre mi diceva di non correr dietro al pallone finito sulla strada, prima di guardare.

        Sta voglia di render tutto perfetto, asettico ipercontrollato (di fondo irrealizzabile) limita la fantasia ma sopratutto lo sviluppo dello spirito crtico.

    • Sono pienamente in accordo con quello che dici. Chi decide di salire una via o piazzarsi sotto una parete di roccia dovrebbe essere consapevole che lo fa a suo rischio e pericolo e pertanto dovrebbe essere in grado di valutare in che struttura si trova, la condizione della roccia e della chiodatura nel suo complesso e non demandare questa responsabilità ad altri: chiodatori o a chi per esso.
      Se si vuole fare una via e una placchetta è arrugginita o i moschettoni di sosta usurati non si deve invocare il padreterno per cambiarli, vuoi fare la via e non ti piacciono, bene cambiali.
      Ricordiamoci che la maggioranza delle falesie sono nate dall’iniziativa di singoli con il fine di arrampicare loro stessi (vale sicuramente per me). Discorso diverso per le falesie indoor e outdoor attrezzate da enti pubblici, associazioni etc che chiaramente devono essere attrezzate e manutenute secondo i criteri più moderni (quali però è una bella questione).

  6. se mi permettete vorrei dire la mia visto che ho attrezzato diverse falesie e che lo faccio dagli anni 80 (nel bene e nel male) ho letto con piacere tutti gli interventi e mi fa piacere che ci sia dibattito e confronto sulla problematica, non voglio entrare nel merito dell’incidente anche se conosco bene la dinamica e le problematiche che sono scaturite.
    Accetto filosofie diverse modi di pensare interpretazioni varie, cosa non accetto e lo dimostrano i fatti ogni volta che c’è un sinistro che ci accorgiamo che era stato detto, che tutti sapevano, che prima o poi li sarebbe capitato ecc. ecc.
    Le falesie pubbliche ovverosia quelle che sono inserite su tutte le più frequenti guide reperibili sul mercato DEVONO essere messe in sicurezza e CERTIFICATE e FIRMATE da un professionista Guida Alpina o altra figura che lo può fare, vedrete che quando qualcuno ci mette il Kulo farà i controlli dovuti e se qualcosa non va bene o si chiude o si mette a posto, facendo ciò vedrete che riduciamo (non eliminiamo) al minimo il rischio durante le attività.
    Ammesso che l’arrampicata è un attività rischiosa e che non possiamo eliminare completamente tale fattore, credo che non sia però più accettabile che ci siano incidenti del genere dove “si sapeva da tempo che sarebbe successo”
    Nelle falesie dislocate in quota o le vie spittate in montagna ci si può permettere esenzioni perchè ci sono sempre mille attenzioni infatti gli incidenti sono limitatissimi, ciò non vale nelle strutture di fondovalle cosidette di facile accesso.
    Materiali: facciamo attenzione ai materiali presenti sul mercato esistono ditte italiane e non, che producono e vendono TUTTORA materiali NON CERTIFICATI EN o CE, nelle strutture pubbliche o dove ci sono contributi da parte di enti gli ancoraggi gli ancoranti ed i collegamenti devono essere a normativa.

  7. Mi sento in dovere di esprimere anche la mia opinione in merito, visto che poco dopo successo L incidente sono arrivato sul posto; vi garantisco che non è stato per niente uno spettacolo piacevole e molte cose mi sono passate per la mente mentre guardavo quei due ragazzi a terra. Vedere loro, una corda spezzata e un masso con attaccato uno spit ed un rinvio sullo spit, ha innescato una serie di pensieri su quanto poco basti per farsi male, molto male, in questo caso molto di più di quanto si siano fatti loro. È un po’ come le brutte malattie, sembra sempre di essere esenti a discapito degli altri; facile anche chiedere la responsabilizzazione dei fruitori. È pacifico che quell attività non può garantire il così detto rischio zero, ma qualcuno va appunto in palestra per portare il più possibile vicino allo zero quel fattore. Se in tutti i campi, alpinismo compreso, si è arrivati a legiferare e a ricercare eventuali responsabilità sugli incidenti Ci sarà pure un motivo. Non è più come una volta che le cose si risolvevano a “pane e formaggio”, adesso su di un incidente pendono interessi economici e le compagnie assicurative passano al setaccio ogni particolare dove potersi appendere. Bisogna anche pensare che a questa attività approcciano neofiti non necessariamente a conoscenza delle normative vigenti in argomento, quindi per ovviare a spiacevoli risultati sarebbe corretto e onesto attrezzare le falesie, almeno quelle pubblicizzate e con più frequentazione, con materiali a norma, sempre tenendo conto di una continua manutenzione anche spinta da segnalazioni da parte dei fruitori. Con questo non voglio dire che sia giusto ritenere responsabile il trapanatore di turno che pianta lo spit, ma in tutto bisogna avere un po’ di equilibrio, se lo spit ha un tassello da 6 mm è ovvio che qualcosa non ha funzionato, come si è visto che nonostante il rispetto di tutte le norme, la componente di rischio ci sia sempre.

    • Ritengo che il commento di Raffaello sia assolutamente il più appropriato relativamente al post di Calcarea .
      Frutto di buonsenso e saggezza alpinistica . Non credo serva aggiungere molto altro a quanto scrivi.
      L’arrampicata negli ultimi anni ha subito un evoluzione importante permettendo ad un crescente numero di persone di approcciare a questa disciplina .
      Per fortuna si assiste a tutto ciò (evoluzione)altrimenti saremmo ancora in pochi a praticare e magari ancora vestiti con i pantaloni alla zuava e scarponi in vibram.
      Il chiodatore deve assumersi delle responsabilità e procedere nel suo lavoro con attenzione . Il compito dei ripetitori , oltre ad arrampicare , è’ quello di segnalare eventuali anomalie o pericoli il tutto al fine di una maggiore sicurezza .
      Complimenti per il tuo intervento Raffaello , ti conosco e so che oltre ad essere un valente e completo alpinista , sei una persona molto equilibrata .

      • Scusate l’intrusione, ma ormai ci son già stato ficcato dentro dall’autore! 🙂

        Non condivido del tutto la semplificazione con cui si fa passar l’aumento dei praticanti per evoluzione: “Per fortuna si assiste a tutto ciò (evoluzione) altrimenti saremmo ancora in pochi a praticare”. Come ha già avuto modo di constatare ad esempio un tal Jolly Lamberti, la quantità degli scalatori non aumenta la qualità della scalata, mediamente semmai l’abbassa; in più, la cultura se non si trasmette si perde piano piano, e con essa il senso stesso della pratica, che si riduce al puro e semplice piacere fisico-estetico, al fattore ludico, al consumo.
        Già nei ’70 c’era chi si domandava cosa nascondesse “il formidabile aumento del numero delle persone che cercano la grande avventura in montagna” (G.P. Motti), e cosa davvero potesse essere considerata evoluzione; facendone discendere una riflessione altissima sul concetto di progresso, che dall’alpinismo si spingeva fino alla critica sociale, all'”illusione amarissima” della società occidentale “di assoggettare la natura ai propri voleri”. Oggi, superata a forza la diatriba spit/no spit (che non sento mia, essendo il sottoscritto nato già sotto la sportiva), è un po’ come se molti nodi venissero alfine al pettine: tanti praticanti, tante falesie, tante vie, tanti chiodi, tante opportunità, tanti problemi.
        Son per l’appunto fuoriuscito da una scuola del CAI giacchè, fra le altre cose, non mi capacitavo della rincorsa al cliente da educare (e da spennare), che più ce n’è e meglio è: ma perchè? Nostro compito sarebbe stato quello di educare alla montagna chi aveva intenzione d’andare in montagna, oppure di spingere in montagna più persone possibili? E’ davvero il numero che fa l’evoluzione? Certe grandi scoperte mica le han fatte in tanti, c’è arrivato uno solo. Ma se anche fosse tutto un continuo processo di miglioramento, sappiamo dire in quale direzione intenda andare quest’evoluzione? Cosa ci aspetta? Falesie moderne più o meglio chiodate vanno a braccetto con fittoni che si estraggon con la mano; un’iniziale spirito anarchico del chiodatore ha lasciato il passo al senso della proprietà, dalla scoperta s’è passati allo sfruttamento e dalla roccia perfetta ad attrezzar frane e ghiaioni; le falesie aumentano come le vie ferrate, e come queste ultime han sempre meno senso: c’era il bisogno della bellezza o una questione di necessità? La legge della domanda e dell’offerta l’ha avuta vinta nei boschi così come in città? Ormai si fa la coda come alle Poste o dal macellaio, dal 6 al 7a; la sensazione è quella d’un rinnovato Circo di Camanni (la nausea, “la ridda delle grida”, l'”amarezza per un’attività libera che non lo è più”…ed erano solo gli ’80!), ed in aumento coi praticanti sono ovviamente anche gli errori, i nodi fatti alla gola, i danni.
        Consci oppure complici di tutto ciò, dalle mie parti c’è chi, avendo presa con perfida lungimiranza la passione come missione, costituitisi in associazione han reso lavoro dopolavoro l’attrezzatura ed il controllo sistematico delle falesie: opera meritoria cui s’è giunti dopo un periodo di pericoli, di chiodature dubbie, di infinite polemiche reciproche, di stallo. L’autore di una guida ha poi deciso di toglier dalla guida le falesie antiche e pericolose, mentre un altro le ha lasciate e richiodate. Per il climber medio(cre) è una manna: gli spit come si sa non sono fiori, ma qui sembra egualmente che crescano da soli, non resta che scegliersi la zona e la vallata: Finale, Oltrefinale, fra loro c’è Toirano, o ancora più lontano. Dove c’era un minimo dialogo, trapanatori di buona volontà si son dati reciprocamente una mano, ovviando così ad errori passati; altrove la buona volontà è appartenuta al singolo volenteroso di riscoprire tempi e passaggi andati.
        C’è del buono e del meno buono in tutto questo (a meno di non voler pure qui dar merito ai soli valori del consumo, dell’offerta, della quantità), e non lo dico per sputare in un piatto in cui so di mangiare con piacere grazie al lavoro altrui; ma ravviso che il caso limite proposto del “custode-sorvegliante alla parete” potrebbe essere di questa presunta evoluzione la degna conclusione. Proprio perchè dove non c’è responsabilità ci deve essere controllo, dove non c’è consapevolezza comune abbonda la repressione. Ma io nel pagare un eventuale biglietto per scalare non ci vedo proprio nessuna libertà, nessuna evoluzione. Se i chiodi fuoriescono da soli vorrà dire che staremo senza, resteranno solo i più forti, ci daremo al trad o smetteremo. A costo di sembrare scemo, penso che presto la moda passerà e torneremo in pochi a praticare, magari di nuovo coi pantaloni alla zuava. La mia dolce metà sostiene che l’arrampicata sappia difendersi benissimo da sola e credo che questo intenda: ossia che gli uomini le corrono intorno poco capendo di lei (l’arrampicata, non la fidanzata!), e che sarà alfine lei a risolversi da sola ogni faccenda.

        “«Tu non accetti l’arrampicata come sport di massa» (…) «Tu sei nato fuori dal tuo tempo». Può darsi, non mi interessa.” (Enrico Camanni, Il Circo – Rivista della montagna, 1983)

      • non ho molto da scrivere oltre a quanto fatto fino ad ora . Dico solo che mi auguro che l’arrampicata non torni ad essere attivita per pochi e temerari . Invece contrariamente a quanto scritto credo che l’evoluzione si attui solo attraverso un impegno protratto da tante persone . È’ vero che c’è sempre qualcuno che parte … Ma se non son molti a seguirlo tutto poi si ferma .
        Io credo invece che l’arrampicata , l’alpinismo e lo scialpinismo cambieranno e cambieranno in meglio …. Con lati positivi e non.
        Mi auguro tanto che non si torni ai pantaloni alla zuava e scarponi perché mi piace pensare che tornare indietro non serve e non fa crescere . Chi si auspica un ritorno al passato ed a uno sport per duri a mio avviso teme il confronto …
        Ad ogni modo a ciascuno il suo …
        Relativamente a quanto scritto nel blog altro non c’è da dire che ci vuole solo buon senso e che ci si auguri che incidenti del genere non avvengano più .

      • Guardi Giulio, la mia era una provocazione. Non auspico un ritorno al passato e non vorrei passare da conservatore. Se ricordo con piacere i pantaloni alla zuava è perchè con quelli addosso incominciavo da bambino a conoscer le montagne, e ricordo che dopo le mete classiche già allora tentavamo di sfuggire alle pazze folle, alle mode, ai soliti sentieri. Cambiare meta voleva dire magari scoprire un bel mattino gli animali selvaggi e liberi nel loro territorio, anzichè rincorrere in coda un rifugio fra decine di scarponi e di discorsi tutti uguali.
        Sarei curioso di sapere da cosa nasca la Sua speranza d’un miglioramento generale, e in quale senso. Se già poi aggiunge “con lati positivi e non”, si sta contraddicendo; cioè sa bene anche Lei che non è tutto oro quel che luccica. Ad esempio io ho contato i fazzoletti al margine del sentiero nel corso dell’ultima splendida gita effettuata di recente in val d’Aosta, ed eran – glielo giuro – centinaia, fra cagate, pisciate e smoccichi, e i miei compagni han convenuto con me che un tempo ciò non avveniva: ne siamo certi, non ce lo ricordiamo. Mi domando dunque se il miglioramento nelle performances di certi corridori verticali debba esser pagato con un declino se non con la perdita di certi valori, del rispetto del luogo ove si corre o si scala. Forse quel fazzoletto non sanno dove metterselo, giacchè inguainati in esili tutine, nè possono fermarsi a raccoglierne altri rischiando di perdere del tempo. Ma andare in montagna così non ha gran senso.
        Il problema non è dunque l’essere pochi in sè (bastano pochi per sporcare), ma è evidente che meno frequentatori sporcano meno di masse sterminate; a meno di non far come in certi cortei NoTav che in fondo hanno i propri stessi spazzini a raccoglier bottiglie e lattine (ma io non conosco una figura del genere per la montagna, nè vedo molti volontari).
        Il problema non è neppure il carattere temerario d’una attività da riservare a pochi, ma semmai la dose di rischio che è giusto ed anzi necessario garantire e conservare per non farle perdere addirittura il suo senso più profondo.
        Le accuse di conservatorismo e di paura del confronto mi fan ridere: qualche gara l’ho fatta ed è stato – lo ammetto – divertente e formativo, ma io il confronto non l’ho mai davvero desiderato nè cercato, il confronto è sempre e solo stato con me stesso e dove ho visto competizione ho purtroppo spesso riscontrato anche sentimenti non sempre positivi, la passione annacquata dal risultato, un confronto di numeri anzichè la condivisione di sensazioni, pochi disposti a stringerti la mano o a darti una pacca sulle spalle, molti sguardi persi in un vuoto riempito dal solo acciaio. Forse lo sport è saltare qualche centimetro più in là, ma scalare non è soltanto questo, proprio perchè non è (solo) uno sport.
        Probabilmente in fondo la differenza fra le nostre riflessioni sta soltanto nel voler vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma a me rimane il dubbio sulla mano che vi versa l’acqua (o il vino). Il buon senso comune in un sistema dominato da un potere politico, economico e culturale finisce per corrispondere alla volontà di quel potere; e a mio parere se oggi siamo in tanti a scalare, e mediamente molto male, non è solo per via di una moda passeggera, quanto di una volontà precisa e chiara. Più appassionati = più soldi che circolano, altro da dir non c’è e presto l’ultimo trend sarà tatuarsi il brand direttamente sulla fronte. Dopo la riflessione necessaria sulla sicurezza della chiodatura ne consiglio pertanto un’altra sul suo senso, dal momento che in giro se ne trovano alcune pensate per la massa ed altre top secret per i soliti noti, falesie insomma dove si vuole che s’accalchi la gente (magari chiodando corto e gradando largo) ed altre dove si fa apposta in modo che di gente non ce ne vada. Ci sarà un motivo per entrambe le volontà, dopodichè siam tutti d’accordo che nè qua nè là bisogna che qualcuno cada. Ma se diffondere l’attività ed estenderne la pratica implica anche il banalizzarla, possiamo star certi che gli incidenti avverranno anche nelle falesie più moderne e sicure – cosa che purtroppo son già in grado di confermare, visto che da qualche annetto me ne son visti piovere a fianco come sacchi di patate già parecchi.
        Saluti

  8. Molto centrato il commento di Raffaello e di Giulio, oltre che lo spunto di Ennio.
    Come però poi passare dalla consapevolezza e dalle giuste riflessioni, alla concretezza del cosa fare, come “utenti” o chiodatori della falesia per limitare i possibili fattori di rischio?
    Per cercare di chiarirmi le idee porto il discorso agli estremi.
    – certificare, controllare e rifare ex novo tutto, come nelle palestre indoor e sottoporre l’arrampicata a casistiche e normative; dove la tua sicurezza ti viene calata dall’alto e di tuo devi sapere usare il grigri e farti il nodo
    – arrampichi solo ed esclusivamente a tuo rischio e pericolo e tutto dipende solo dalla tua abilità/capacità e prega di riuscire a farti un bagaglio prima che ti succeda qualcosa

    Una certificazione con firme di conformità da parte di un professionista/ente (che poi si dovrebbe tradurre in una assunzione di responsabilità e manutenzione costante da parte di qualcuno?? – non sono ferrato in materia…) come una vera e propria posa in opera di un impianto o di una costruzione, in un mondo “ideale” sarebbe la soluzione “ideale”, sempre che ci fidiamo ciecamente della competenza del professionista/ente in questione (cosa che in Italia non sempre finisce così…).
    Però, la certificazione a cosa si riferirebbe, rispetto alle mille casistiche di possibili incidenti? Alla sola posa del materiale (visto che utilizzando i materiali corretti questi credo siano certificati dal costruttore… non credo spetti all”installatore” analizzare ai raggi x ogni tassello, placchetta o resinato inox)? Alla pulizia/sicurezza della via in quanto a distacchi di roccia (e in questo caso con che frequenza andrebbe rinnovata)? Alla stabilità geologica generale del sito? Alla pulizia o alla realizzazione di opere di prevenzione per la caduta di sassi/materiali da sopra la verticale delle falesie? Per quali circostanze? Per un fix che ha sopportato 1 o 10 o 1000 cadute che ne hanno provocato uno stress? Per il moschettone di sosta rubato da qualcuno e rimesso da altri? Per la roccia che al momento della certificazione era certificata, ma dopo un inverno di piogge magari non più? Varrebbe solo per i monotiri? Bisognerebbe delimitare l’area, nel caso al di fuori di questa nascesse qualcosa di “non certificato”?
    Non riesco a darmi una risposta.
    Si dovrebbe arrivare al caso limite di dover avere un custode-sorvegliante alla parete. Se uno si assume tale responsabilità poi credo sarebbe ragionevole, anzi direi giusto, per pagarsi un’assicurazione, le ore di lavoro e i materiali per periodiche sostituzioni, che chieda anche un compenso/biglietto d’ingresso.
    Da ciò ne conseguirebbe che l’arrampicata in siti non controllati (e quindi non a pagamento) o fuori da siti dove, per interesse “turistico” questo onere finanziario viene assunto da un comune (vedi Arco) o un ente, dovrebbe essere proibita per legge.

    Negli ultimi anni, nelle falesie locali che frequento, qualche volta sono venuto a conoscenza o visto direttamente incidenti (per fortuna mai gravissimi). Falesie che per la loro assidua frequentazione, forse a torto, si ritengono “sicure”. Ho visto a Mani di Fatima una ragazza volare e rotolare con un intero grosso sasso in mano fino sotto il sentierino dove si fa sicura, alla Strada Costiera un mio amico volare per un bel po’ di metri e rompersi variamente non “tenendo” i passi “ben obbligati” della falesia, la stessa cosa questa estate un turista straniero a Sistiana dove sui tratti “per principianti” gli ancoraggi di alcune vie sono a una distanza orrenda, poche settimane fa ai Calabroni sono stato io stesso graziato da un sassone caduto da sopra la falesia. C’è modo di evitare questo? Ogni singolo episodio avrà una sua spiegazione e un suo “rimedio” per evitarne di uguali nello stesso posto, ma nel complesso come si fa? Con un calcolo della serva, fatto in totale difetto, nelle falesie conosciute e frequentate della, minuscola, provincia di Trieste si fanno circa 250.000 tiri di corda in un anno!

    E queste falesie, con i loro pregi e difetti, sono nate da chissà quante diverse mani di chiodatura, modifica, richiodatura, sostituzione e ricostituzione completamente volontaria (e per questo incompetente?!); ma sono il nostro mondo reale attuale.

    Se ad oggi dovessero essere certificate, almeno qui in zona non si arrampicherebbe più: Strada Costiera (che pur sta cambiando pelle) credo che ancora metà del materiale sia zincato di almeno 20 anni fa, Napoleonica classica idem, Mani di Fatina ancora più di metà delle vie è fatta a “tendicavo” resinati, Val Rosandra… è un universo ancora per gran parte alla “vecchia” (e guai a toccare!) sia per materiale che per distanze fra gli spit, Sistiana ci sono ancora alcune vie in zincato e come a Duino “piastrone” varie vie sono a resinati a distanze over-certificazione…
    Chi farebbe fronte a un investimento, per materiali, sopralluoghi, firme ecc… di così grosse dimensioni? Visto che se 1000 mani, ad esempio, hanno messo 1€ ciascuna per realizzare la situazione reale attuale, ora una sola mano dovrebbe metterne 1000 (o forse 3000, visto che si dovrebbe considerare anche tutto il contorno professionale). E nonostante credo che la percentuale di incidenti per cedimenti di materiali (anche ormai evidentemente obsoletissimi) sia molto molto bassa.
    Conosco poco la situazione nel resto delle falesie della regione, ma pochissimo tempo fa ho visto che alla Scogliera del Pal Piccolo le cose non andavano sicuramente meglio.
    Dovrebbero essere chiuse? Semplicemente bisogna segnalare alla base le vie “non certificate” in modo che ognuno su queste si prepari alla lotta con l’alpe? Rimuoverle radicalmente per impedirne l’accesso?

    In mezzo ai due estremi ci sono le mille sfumature del “buon senso”, dell’interpretazione, delle consapevolezze completamente relative. In quale modo trasformarle in pratica? Non riesco a darmi una risposta certa e netta. Non riesco a focalizzare un “limite” del ragionevole, della giusta interpretazione, se non ancora identificarmi nella affermazione finale del moderatore nel suo post.

  9. Carissimi, partite da alcuni presupposti “non tecnicamente” corretti. Vedrò di spiegarmi.
    Se CAIO SAMPRONIO chioda la falesia X, e Y la mette sulla guida, sono “fiducioso” che il giudice in caso di problemi, sollevi in parte X e condanni Y. A nulla servono i disclaimer, o almeno serviranno a poco, di Y. X ha fatto un lavoro “a gratis”, Y domanda un corrispettivo (skei) per la guida, perciò lo fa per lucro, e la sua posizione è diversa. Immaginatevi se uno invece fa un sito web parlando di X, e non domanda soldi (manco pubblicità) a chi si potrebbe dare la colpa: non so.
    Per quanto il posizionamento dei tasselli: nessuno di noi sa come suonava la roccia quanto CAIO SAMPRONIO ha messo un tassello. Lo sa solo che lui. Siccome anche un giudice sa che la Pianura Padana si è fatta a forza di frane, io rimango fiducioso che legalmente (e moralmente) CAIO SAMPRIONO non ha colpe se al momento del lavoro, si ha validi motivi di asserire che CS abbia fatto un buon lavoro = le sue falesie stanno in piedi e non crollano sistematicamente. Se invece è tuttoun marson, il bosco sotto è tutto battuto di sassi, il chiodatore rischia potenti problemi, ma dopo tutto, se li è cercati.

    Per il posizionamento tecnico dei tasselli, ogni chiodatore dovrebbe farsi un mini esame di coscienza se tecnicamente li mette bene: foro, soffiare, spazzolare, soffiare, tirare la chiave con la dinamometrica. Chi fa così, può dormire tranquillo. Chi non fa così, se succede un problema deve starci accorto. Il chiodatore se dimostra che ha usato materiale”allo stato dell’arte”, si para il culo. Se dice che ha usato soste perfettamente attrezzate e poi si trovano moschettoni cinesi senza CE, allora la cosa si complica.

    Per i problemi dei produttori: ogni rivenditore è soggetto ad una responsabilità. Che ha una certa durata. Perciò non si richiede al chiodatore di provare ogni tassello o placchetta, perchè c’è chi garantisce per il prodotto, se il prodotto è stato messo “come Dio comanda”. Se non è stato messo bene, allora i problemi sono del chiodatore. Oltre un numero di anni, è “terra di nessuno” perchè non c’è più la garanzia del produttore o quella ragionevolmente imputabile al chiodatore.

    Per la certificazione: ogni certificato ha una durata. E ha un costo. Siccome lo sport è gratis, credo che la certificazione sia un terreno da “starci accorto” nel dirlo a un comune o a un proprietario terriero. Perchè quando lo comprendono, di normamettonoun cartello “vietato entrare”.
    Saluti
    E

  10. Considerato l’interesse che sta suscitando l’argomento e la sua complessità, propongo di organizzare un incontro (magari dopo una giornata di arrampicata) in una sede raggiungibile più o meno facilmente qui in Regione (Gemona? Tolmezzo? Chi è troppo distante ma è interessato si collegherà via Skype), senza la pretesa di trovare una soluzione, che probabilmente nemmeno c’è, ma almeno per discuterne, ampliare le conoscenze in materia anche a chi non mastica punte di trapano, portare proposte; probabilmente c’è anche chi non se la sente di scrivere ma avrebbe molto da dire, che ne pensate?

  11. Sconcertante l’episodio (la scaglia con spit è degna del museo degli orrori o del MoMa di New York); opportuno e necessario il dibattito. In attesa di sapere chi deve fare cosa (due anni fa siamo andati molto vicini a una regolamentazione delle palestre naturali con legge regionale) occorre agire. Come? Bisogna premettere che ci si trova di fronte a due realtà con cui misurarsi. Una è l’ignoranza umana (stupidità, l’ha definita Einstein) più incommensurabile dell’universo, la seconda è l’universo stesso, vale a dire la natura. Sulla seconda c’è poco o niente da fare, è ineluttabile e ineludibile (nonostante pervicaci, continui e millenari tentativi di farci credere il contrario). E’ sull’ignoranza che si può/si deve agire, attraverso l’informazione corretta; il passaggio di competenze mediante corsi, incontri e conferenze; forme varie di divulgazione competente e onesta; richiami diretti ad amici, conoscenti e, perché no, anche a sconosciuti. In una parola: educare, alla natura, ergo alla montagna (che comprende anche palestra di roccia e anche in falesia). Siamo noi umani che dobbiamo prima conoscere, poi rispettare e poi adattarci alla montagna e alla roccia, comunque la si consideri, comunque la si affronti, comunque la si manipoli (compresi spit mal messi, bulloni allentati, placchette “rotanti” (sigh), …). Non è possibile il contrario, nonostante qualcuno ci stia provando.
    Un esempio?
    Qualche mese fa una vicina scuola di alpinismo del CAI ha pensato bene di portare in quota, in montagna, durante una manifestazione dedicata alla conoscenza di una locale riserva naturale, un pannello di arrampicata per farvi salire bambini e ragazzi. Questi ultimi si sono divertiti, forse, ma che messaggio educativo possono avere ricevuto rispetto all’ambiente naturale “montagna”? Bah, ognuno è libero di giudicare in coscienza.

    PS: la via Weg durch der Wahle, compreso il Sandwich, alla Scogliera è una delle più belle della zona, Panettone compreso, ed è anche ben (forse anche troppo) attrezzata (in ottobre ho guardato con nostalgia alla cima secca dell’abete bianco da cui ci si dondolava per raggiungere il primo chiodo).

    • Mario, la foto “sconcertante” l’ho fatta io la mattina dopo l’incidente…. se finisce al MoMa voglio i diritti…
      Battute (pessime) a parte, sono d’accordo con te sul fatto che sia impossibile addomesticare o certificare la natura, mentre sia molto utile un confronto “responsabile” tra chi per mestiere o per diletto spende il suo tempo ad attrezzare, stante il fatto che questa pratica (dell’attrezzatura di pareti intendo…) sta crescendo esponenzialmente (forse troppo ??) con il crescere dei praticanti l’arrampicata come è naturale che sia (basti vedere i vari lavori in corso qui in valle dove è successo “il caso”).
      Da modestissimo chiodatore, trovo ottima l’idea di Luciano di organizzare un incontro, naturalmente informale, dove chi ha i titoli (guide?) e l’esperienza per farlo, possa trasmetterla agli altri. Senza lo scopo di dare la patente di “chiodatore” a nessuno, anzi tutt’altro!!!!!! si tratta di confrontarsi sui concetti di responsabilità verso se stessi e gli altri, sull’importanza di comunicare, documentarsi, di conoscere i materiali…..gli argomenti non mancherebbero.

  12. Condivido appieno l’ottica di Mario per quanto riguarda l’educare al rapportarsi con la roccia e le sue mille componenti soggettive, esterne ecc… che fanno dello stare a contatto della roccia stessa un’attività affascinante proprio perché variegata e libera.
    Se è evidente che la via del Sandwich (e la sua parte iniziale sulla “Balena”) è un esempio da prendere a modello per attrezzatura e che se un bullone è allentato è mio dovere (non del chiodatore) di porvi un banalissimo rimedio ed è altrettanto evidente che una sosta fatta da due “protospit” collegati da un filo di ferro è un attentato, lo dobbiamo alla nostra consapevolezza, lo dobbiamo alla “conoscenza”, almeno minima, dell’attività che stiamo facendo, dei suoi termini, delle sue circostanze, della sua storia (magari i protospit sono lì perché al tempo erano il materiale normale che si usava…). Nessuno “nasce imparato” e sa le cose per infusione genetica. Ed è lì che chi ha le capacità o il titolo per farlo ha il dovere di muoversi (l’esempio di Mario del pannello in alta quota mi pare emblematico!).

    Il fatto per cui abuso un’ultima volta, e mi scuso di questo, dello spazio di calcarea è l’altra questione, che ha accennato Mario, cioè quella di una possibile legge regionale di regolamentazione mi così epocale e che va ben al di là delle riflessioni fin ora fatte.
    Non so in quali termini si sia discusso (e in questo sarebbe bello avere lumi da Mario ed Ennio) e quindi qui sotto ci saranno un sacco di scemenze al riguardo. Sicuramente, essendo stata la proposta frutto di riflessioni ben più logiche e articolate delle mie, lo scenario che ignorantemente qui prospetto non corrisponde a nessuna ipotesi reale, così come le opinioni espresse potrebbero essere prive di ogni fondamento.

    CULTURA SI – LEGGE MEGLIO DI NO?
    I regolamenti, attraverso leggi che seppur nate da una ratio più che condivisibile come la sicurezza e redatte sulle riflessioni delle persone più competenti al riguardo – come le nostre guide -, alla fine credo che non servano a risolvere il problema degli incidenti. Generano più spesso una “macchina“ volta, a individuare responsabilità imputabili non contribuendo affatto a rimuovere i rischi derivanti da “ignoranza umana” (di chi chioda e di chi arrampica). La mia paura è che comportino il grave rischio di modificare radicalmente “l’universo” dell’arrampicare.

    Mi spiego: il fatto che esista un codice della strada per cui i vari soggetti che esercitano o vigilano su un diritto fondamentale (il muoversi liberamente), sono giustamente tenuti a osservare degli obblighi (avere una patente di guida, mantenere in buono stato le strade, obbligo di vigilare sul rispetto delle norme), non risolve di per sé il problema degli incidenti. Il codice serve ad individuare responsabilità, ma non assolve alla funzione di eliminare incidenti causati, oltre che dalle cause riconducibili a rischi esterni in sé (strada in cattivo stato, condizioni meteo), dalla pura e semplice “ignoranza” (vedi guidare senza patente, o guidare in stato di ebbrezza, mettersi su una strada chiusa, distrazione ecc…). E parliamo di un ambito di convivenza pubblica che DEVE essere codificato nel quale, di fatto, siamo obbligati a vivere per esercitare un nostro diritto (muoverci).

    Come qualsiasi attività umana anche l’andare per rocce non può essere una “zona franca”, esente da responsabilità, e non lo è oggi nel caso di condotte negligenti, a tutti i livelli, dalla gita di merende all’uscita in cordata, con poi diverse teorie di interpretazione e applicazione (riassunte – in 400 pagine! – nel libro di diritto civile “La Montagna” di Umberto Izzo).
    Fare il passo successivo, tradurre in una legge queste “teorie interpretative” applicate in automatico anche agli ambiti non vigilati o non “accompagnati”, che poi chiaramente va applicata e “fa diritto” (mentre oggi un caso farebbe “giurisprudenza”), porterebbe l’arrampicare come lo conosciamo oggi (con tutto il corollario di evidenti ignoranze, imprudenze) alla sua fine, trasformandolo in qualcos’altro.
    Non sarà possibile far sparire per legge tutte le (con)cause degli incidenti dovute a “ignoranza”; non tutte le soste fatte col filo di ferro verranno eliminate dalle figure che saranno preposte. Come potrebbero farlo? Sarebbe come cercare di eliminare tutti gli abusi edilizi esistenti quando neanche si sa quanti sono. Solo la cultura/responasibilità condivisa immaginata dal moderatore può portare a non fare una sosta col filo di ferro e a non usarla.
    Il reale problema che mi fa rabbrividire è che saremmo davanti a una svolta epocale derivante dagli effetti “collaterali” di una legislazione.
    Se è vero che, stabilendo un rapporto di tipo economico, per Mario quando esercita la sua libera professione, per Emanuele come produttore di materiali, o probabilmente anche per me come compilatore di una guida, il discorso esula da questo dibattito, per tutto il patrimonio di vie, luoghi, storia e materiali che è in essere e che abbiamo ereditato (“a gratis”, per rifarmi a Emanuele) subirebbe un drastico e doloroso cambiamento.

    Ho letto sulla rete che in Trentino, in un convegno fra guide, amministratori e guiristi, si è iniziato concretamente a ragionare in questo senso.
    In buona sostanza, traendo spunto dalle “dottrine” del libro di Izzo, si individuano cinque o sei attività legate alla roccia (alpinismo, alpinismo moderno, bouldering, falesia, multipitch, hard grit ecc…) con tanto di definizione precisa e campo d applicazione legale (es. dicesi falesia l’attività su vie attrezzate a materiali fissi fino a 35 m con una sola lunghezza di corda, bla bla, bla; dicesi alpinismo moderno …. ecc…). Per ognuna di queste attività si prescrive il tipo di condotta da tenere, i materiali ammessi e a norma, ecc…
    A prima vista pare un’ovvietà: sono le stesse cose che si trovano su qualsiasi manuale o che ci vengono dette in qualsiasi corso… ma si parla di tradurlo in legge, e, se vogliamo che la legge non sia una pagliacciata, da far rispettare e vigilare.

    Poi, per aggiungere altra confusione, la FASI, evidentemente allo scuro, ha introdotto altre linee guida per le falesie e la figura di “tecnico chiodatore” (http://www.federclimb.it/federazione/settore-falesie.html/ ); in queste linee guida chiarisce che il tecnico chioda, l’ambiente è libero e non controllato e quindi chi ci va ad arrampicare lo fa per suo esclusivo rischio e pericolo.

    Oggi, in attesa di capire chi abbia più ragione – la FASI, le guide, le teorie del diritto applicato all’arrampicata –, tutto ancora funziona di fatto basandosi sulla sensibilità dell’arrampicatore, con anche il rischio di produrre abomini pericolosi ma anche con il gusto di poter scegliere. Sta a lui scegliere se andare in una falesia con un elevatissimo margine di sicurezza “oggettiva” o cercare di emulare le “gesta”, dipinte a volte nelle riviste come modelli di cos’è il “top”, con lanci al limite dell’intervento divino a 15 metri dall’ultima protezione del 6 infissa nel marzon.
    Domani né la condotta di “lanciatore” estremo, né quella di spittatore-burlone di marzoni col ferro da 6, spariranno, saranno semplicemente “fuori legge”.
    Chi è più colpevole se succede qualcosa? Il lanciatore o il burlone? Forse la legge aiuterà un giudice a capire meglio la cosa, che poi bisogna sempre dimostrare, provare. E comunque l’eventuale pena non eliminerebbe il danno, specialmente se si tratta delle nostre vite o di quelle dei nostri amici.
    La vera sfida forse sta più nel far crescere la consapevolezza del “lanciatore” nel riconoscere i rischi del suo gesto eclatante, è lui che ne subirà i danni. Il burlone magari si è trasferito in Cina, o è da 30 anni che non revisiona più il suo spit del 6, o forse anni addietro con quel suo gesto ha fatto un pezzo di storia dell’arrampicata e come tale va inquadrato, o magari l’ha messo per suo uso personale.
    La sfida è anche impedire che nascano nuovi burloni magari anche con la paura che saranno condannati a pagare per i danni; ma le “burlonate” esistenti e i rischi che comportano ma anche talvolta con il contorno ad esse connesse, che fine faranno con una normativa codificata?

    UN ESEMPIO VIRTUOSO
    Vicino a casa mia c’è la falesia di Doberdò, dove in qualche modo si è un po’ anticipato i tempi. La sezione CAI di Gorizia meritoriamente si è presa direttamente in carico, anche economico, la struttura. Da com’era 15 anni fa – una falesia anche un po’ “sporca” e con materiali adeguatamente stagionati e lontani – si è appoggiato a una persona competente e titolata, Carlo Gasparini, e ne è venuto fuori un vero gioiello per principianti. Per chi non la conosce, andateci! Materiali perfetti, mantenuti periodicamente da persone altrettanto competenti, a distanze risibili (cadere anche da primo è di fatto impossibile), disgaggio da manuale su un terreno che in origine non era granché, pulizia dell’area di transito sottostante ineccepibile.
    È come la traduzione alla pratica di questo documento: http://www.guidealpinetrentino.it/filesroot/Documents/472_Linee_guida_costruzione_palestre_roccia_pdf/Linee_guida_costruzione_palestre_roccia.pdf .
    Un esempio di cosa potrebbe essere una “certificazione”. Bene che ci sia e bene che la gente lo sappia. E bene che la gente come me, con evidenti limiti, sappia che può frequentarla con più tranquillità di altri posti.
    Nell’ottica della limitazione dei fattori di rischio dati dal terreno, il contrasto con tutte le molte altre, anche famose e frequentatissime falesie della zona, che pure in gran parte non sono “messe male”, è stridente.

    UN ESEMPIO PROVOCATORIO
    Nel grande “patrimonio” che abbiamo ereditato c’è La bellezza non conosce paura, di Sterni e Sacchi, sul Robon, aperta nel 1997 e che “a gratis” abbiamo ereditato.
    Ammettiamo che secondo un’ipotetica legge regionale il suo inquadramento sarebbe: 125 m, uso sistematico di protezioni a perforazione, quindi via di classificabile in categoria “multipitch”. Pertanto la legge prescrive per detto tipo di attività: ancoraggi a norma EN959 (25kN), a distanza massima di…, periodicità di manutenzione… Peccato che la via è attrezzata a fix dell’8 (forse zincati?) a distanze imbarazzanti.
    Chi sarà preposto a applicare la legge la dovrà bonificare? Rimuovere? Riattrezzare? La legge varrà solo per le nuove “costruzioni” (non eliminando così affatto uno dei principali problemi per cui è nata) o dovrà essere steso un catalogo dettagliato delle chissà quante “strutture” (ormai non ha più senso dare il nome dal sapore antico di “via”) e fra queste quali sono ammissibili e quali no? Pertanto potrà essere “condonata” (in stile molto italiano)?
    Se un giorno uno come me va a provare La bellezza, si schianta (se per sfiga cadendo da troppo in alto rompendo un onorabile spit dell’8 con 20 anni di sevizio) potrà andare da un giudice che dovrà stabilire l’eventuale negligenza o dolo di Sterni? O peggio, essendo legge, ciò verrà fatto d’ufficio? La negligenza di qualche associazione guide che non l’ha bonificata? Quella del comune per non aver messo il cartello “vietato arrampicare”, o nel caso migliore “via non conforme alle vigenti normative”?
    Se vado in Val Rosandra (ambito che sarà legalmente definito di falesia) e, come molte volte purtroppo è successo, su qualche via storica cado e mi faccio male prima di agganciare il primo spit a 5 m da terra e che il richiodatore, perché condivisibilmente non se l’è sentita di cambiare l’essenza di un passaggio “storico”, ha fatto questa scelta, dovrà essere lui a spiegare al giudice la questione e sperare che la giustificazione storica gli dia ragione? E allora perché questa giustificazione non può valere per la mia via spittata alla cacchio di cane? Con l’ottica di oggi, quelli di ieri hanno prodotto una valanga di porcate?
    Arrampico sulla via di tizio nuova di pacca sulla Torre Trephor nel momento che crolla, questi dovrà spiegare al giudice perché non ha effettuato una perizia geologica?

    ROTTAMAZIONE
    Il 99% di questa categoria di vie dal giorno alla notte sparirebbe; neanche quelle nuovissime sopravvivrebbero all’omologazione: gli spit inox da 8mm, tanto in voga ultimamente, non sono a norma per arrampicata (anche se qualsiasi ragionevolezza mi dice che essendo garantiti a 20kN non sarà l’ancoraggio l’anello debole della catena di sicurezza in caso di volo così rovinoso: prima probabilmente mi si spezza tutto il resto della mia attrezzatura).
    Se fosse così, se fossi in Sterni o nella guida alpina locale deputata alla vigilanza/bonifica, il giorno dopo correrei a toglierli quei maledetti spit, che invecchiano col tempo mentre costante rimane l’”ignoranza” di chi arrampica. Per il giudice che deve applicare una norma cristallina passerebbe per un bontempone ignorante con finalità criminali.
    Fortuna per Sterni che, date le difficoltà, un ignorante come me non si stacca da terra e quindi non può causargli problemi.
    In modo ficcante, nel suo famoso trattato Izzo con sottigliezza mette addirittura in guardia dal fatto che, alcuni chiodatori potrebbero deliberatamente rimuovere molti ancoraggi, mantenendone solo alcuni, per far passare la via dalla categoria “moderna” a quella “alpinistica” (dove pare non viga più nessuna responsabilità in capo al chiodatore). In nome dello spirito di regolamenti volti a minimizzare il rischio, non toglierla, sarebbe ipotizzabile un comportamento illecito: il reato di “schiodatura abusiva”. Poi magari nel paese dei condoni edilizi, si potrebbe anche condonare un cambio di categoria di una via, dai!

    Di tutte le altre infinite vie, anche di falesia (dove le norme sarebbero ancora più stringenti!), cosa ne facciamo? Quelle nuove magari sono anche “circa” a norma ma non sono di sicuro omologate con firma di nessuno. Molte cose la legge obbliga a da sostituirle/ripulire, altre potrebbero andar bene. Ma chi si fiderebbe alla cieca del “lavoro”, fra l’altro gratuito, altrui?
    Sempre che i chiodatori non vadano, se hanno il dono del discernimento, a togliere tutto, il comune o un’associazione (sempre che ci sia l’interesse a farlo) dovrebbe pagarsi un certificatore che come è sacrosanto non può assumersi una responsabilità perché è un beneffatore pubblico. Nel frattempo è normale, come dice Emanuele, che si finirebbe con un bel cartello “proibito arrampicare” o con un biglietto d’ingresso.
    Come ai tempi del proibizionismo ci faremmo la nostra falesietta nascosta da reti mimetiche per “drogarci” lì di nascosto dagli occhi della legge oppure venderemmo a peso i rottami. In fondo l’acciaio lo pagano bene.

    L’A B C
    Logico poi sarebbe che qualcuno rilasci una “patente” di arrampicata; se è fatto obbligo di dare un certo standard certificato al terreno, non è possibile che un utente qualsiasi possa andarci. attestare anche i vari livelli periodicamente, così da darmi il permesso di andare su multipitch (patente B), alpinismo moderno (patente C). Per l’alpinismo, dove non c’è responsabilità da imputare ad altri, puoi guidare senza patente, tanto…
    Ha senso costruire il circuito di Monza e poi farci entrare gente che non sa guidare neanche il motorino? Magari,

    E non credo che le conseguenze o gli eventuali (non vedo quali) benefici possano più di tanto coinvolgere gli attori “remunerati” dell’attività:
    – la guida, che di sicuro non ha bisogno di vedere il certificato di omologazione di una falesia per valutare se il posto comporta rischi, o l’istruttore porterà lo stesso numero di clienti o i corsisti solo nelle strutture a norma,
    – i produttori rispetteranno anche eventuali nuove direttive (che per loro ci sono già) – forse nei primi tempi venderanno un po’ di materiale in più per le richiodature
    – il compilatore di guide, se la legge lo prevederà, riporterà solo le vie certificate tacendo le altre e andrà in giro per uffici a raccogliere il tipo di categoria per cui è stata certificata la via
    – le amministrazioni e proprietari dei terreni faranno le loro valutazioni.
    Fatta la legge, mi adeguo.
    Quello che veramente cambierebbe sarebbe il nostro “universo”.

    Il discorso è volutamente portato alle estreme e, spero, surreali conseguenze; ma intervenendo sulla consapevolezza del rischio per vie legali e non per vie culturali o “condivise”, si rischia di generare un mostro: far dipendere le libere scelte di cosa ci sentiamo di fare arrampicando, dalla falesia al K2, da amministratori e giudici. E il fatto che se ne sta discutendo in più sedi forse indica che questa è la direzione che si intende prendere. Può darsi che i tempi siano cambiati e maturi per dare una netta separazione anche normativa dello scalare in falesia mettendo definitivamente l’etichetta di “sport” a questa attività, distinguendola dal resto dove vige ancora l’”ognuno per se e dio per tutti”.
    Saremmo disposti a “modificare l’universo” (per quanto imperfetto) per la pretesa di limitare (forse!?) incidenti annunciati?
    Pur non essendo capace di scalare in altri posti che non siano Doberdò, questo mondo non mi piacerebbe! È anche vero che andando solo lì ma cago sotto anche per fare le scale di casa se non ho il resinato all’imbrago e la roccia non è un marmo di carrara.
    Mi piacerebbe tanto essere stato con Mario sull’abete secco dondolandosi per prendere il primo chiodo del vecchio Sandwich, commettendo dal punto di vista razionale e delle norme UIAA una sacrosanta cazzata; forse arrampichiamo anche per la libertà di poterle fare le cazzate consapevoli.
    Le cazzate inconsapevoli si chiamano errori o spesso incidenti, o se coinvolgono altri negligenze. Per limitarle serve in primis la cultura della consapevolezza.
    Se consapevolmente coinvolgo altri nelle mie cazzate queste si chiamano delitti e non mi pare che ci sia bisogno di un nuovo codice per sancirli.

    TEMPI ANDATI
    Anno 2020, oggi ho voluto provare l’esperienza di Mario sull’abete, ma mentre cercavo di moschettonare il quinto spit, crack…. L’ufficio competente apre un’inchiesta, atto dovuto ai termini della nuova legge in vigore. Il giudice, considerato che ero in struttura di categoria A, con regolare permesso di arrampicata di livello B, che a suo modo di vedere in tale struttura non è stata rimossa tale possibile fonte di pericolo, stabilisce parte della colpa del mio incidente al proprietario del terreno per non aver provveduto a tale scopo, il chiodatore della via, stante il fatto che gli ancoraggi non sono stati ritenuti a distanza consona dalle fonti di pericolo, l’amministrazione comunale per non aver impedito possibili rischi insistenti su terreno di sua proprietà, compresa la revisione della vegetazione…

    Ti ricordi i tempi andati….

    • A scanso di equivoci e ulteriori panegirici:
      personalmente sono contrario a regolamentare per legge la pratica dell’alpinismo in senso lato.
      PS: l’abete bianco all’attacco del Sandwich era praticabile fino a metà degli anni ’90, poi la cima si seccò (per l’avvento della normativa CE, EN o PEFC?); in ogni modo non era omologato UIAA, proprio come non lo era (e non lo è) il chiodo di collegamento, così come non erano ( e non sono) le nostre azioni e decisioni. E spero non lo diventino nemmeno in futuro.

  13. Mi piacerebbe mettere nel mucchio un altro spunto di riflessione. Non so se ne sono capace, ma ci provo. Una volta arrampicavo. Poco, ma arrampicavo. Forse sono influenzato dall’avere iniziato alla fine degli anni 80, quando aleggiava ancora uno spirito fatto di eroismo e machismo. Magari mascherato dal necessario understatement imposto dai tempi, ma ancora presente. COmunque, se le cose sono cambiate deve essere successo molto recentemente, quindi non biasimatemi per il commento fuori luogo. Esprimere dubbi sul moschettone di calata o avere paura a montare sulla lama staccata era una cosa da sfigati. Le autorita’ morali, quelli forti, quelli che conoscevano bene il posto, sfoderavano il sorrisino ironico alla Clarck Gable e ti tagliavano con un “Suppo, che tiene! ha sempre tenuto” (sostituire “Suppo” con “‘ndemo dei” a seconda della location). Poi, nelle chiacchiere al bar, potere citare lo spit ruggine che ballava o il blocco vibrante era comunque motivo di compiacimento. In una ventina d’anni nessuno mi ha mai consigliato di lasciare perdere una via in falesia perché pericolosa, marcia o attrezzata male. Eppure molte di quelle lame e di quei blocchi adesso sono alla base delle vie e molte di quei ferri starebbero bene nella quinta foto di questa pagina.

  14. Chiedo scusa relativamente al commento che ho fatto a lacero contuso . Effettivamente non avevo capito fosse una provocazione . Adesso ho capito il senso di quello che voleva dire . Poiché a volte sono piuttosto permaloso le ho risposto a quel modo . Quindi ripropongo le mie scuse condividendo quasi tutto quello che scrive . Ad ogni modo su questi fatti accaduti , c’è da riflettere e forse come suggerisce Luciano ci vorrebbe un incontro tra tutti quelli che sono interessati .
    Personalmente voglio sperare che arrampicate sciare scalare diventino attività sempre più popolari attirando sempre un gran numero di persone ( donne comprese che di solito non pareggiano il numero degli uomini )
    Mi piacciono le competizioni e ritengo che anche esse abbiano contribuito ad un evoluzione per lo più positiva .
    Resta sempre il nodo dolente l’educazione e il buon senso dei fruitori . Spesso le critiche piovono a dismisura ma non seguono i fatti . Molti criticano chiodature o moschettoni malsicuri , ma pochi si prendono la briga di cambiarli . la falesia in oggetto è’ da anni in pessimo stato ma nessuno si è’ mai impegnato a divulgarlo a dovere incluso io che ci abito vicino .
    Da circa un anno ho chiodato alcune falesie piantando credo qualche centinaio di spit . Se all inizio non mi preoccupavo più di tanto adesso ho cura maniacale a scegliere il posto giusto dove mettere spit e soste perché sono diventato consapevole che la responsabilità non è’ poca .
    La ringrazio comunque per avere risposto a dovere a quanto scritto da me perché effettivamente sono stato un po prevenuto nei suoi confronti .
    Magari un giorno ci incontreremo e potremo scalare indieme . La saluto cordialmente

    • Nessun problema Giulio, anzi parte di colpa è mia e del mio ostinato stile di scrittura, che tende volutamente al cri(p)tico rischiando però l’incomprensione.
      A me sta bene anche guardare il bicchiere mezzo pieno, se si punta però a riempire quello vuoto; altrimenti è un continuo accontentarsi d’un raffazzonato meno peggio che tende sempre al peggio, e ce ne accorgiam poi sempre quando ormai è troppo tardi, e confrontando di rado cause e effetti.
      Se mai un giorno la scalata diverrà sport tanto popolare da richieder biglietti e nuove aree parcheggio, spero d’esser già arrivato all’età per le bocce od il passeggio. Per il resto concordo, specie sulla pesante responsabilità del vostro lavoro; ma non demordo sul fatto che vent’anni fa chiodare fosse piuttosto uno sfogo creativo individuale mentre oggi è, per l’appunto, un lavoro che risponde anche ad altre ed altrui esigenze – quando addirittura non è sovvenzionato. Se ci si vuole adattare ai tempi conviene dunque seguir la strada che mi pare intrapresa col secondo post sugli Architetti… Quanto a me ho difficoltà d’adattamento, ma per fortuna ancora una minima libertà di scelta; anche se perfino a questa libertà preferirei la capacità collettiva di sapersi confrontare, deliberando assieme.
      Come vede, comunque, abbiamo dimostrato entrambi di non aver paura del confronto! 😉
      Grazie e ancora saluti

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