Nomi e cognomi

pugacioff

Non ricordo chi sia stato a dire la vera verità travestita da battuta  “Io ho la mia etica, ma se non vi va bene ne ho anche delle altre…” Questo implacabile sconosciuto mi è tornato in mente leggendo su un social network lo sfogo di una giovane e talentuosa scalatrice agordina che ha trovato la roccia della via che stava provando danneggiata da un sabotatore.

Niente di strano, direte. Son cose che capitano. Come no? Ne abbiamo scritto pochi mesi fa riguardo a un itinerario  nella falesia di Somplago, deturpato da ignoti per mettere i bastoni tra le ruote a un ripetitore.

Perchè tornarci sopra, quindi? Per almeno due motivi. Perchè la via del nuovo misfatto è nientepopodimeno che “Kendo”, una delle più famose ed importanti dell’arrampicata italiana, al punto di aver prestato il nome ad una delle più fortunate scarpette da scalata della “Sportiva”. Forse per la sua fama indiscussa, questo storico monotiro della Val San Nicolò fu già oggetto, se la memoria non mi tradisce, della soppressione  di un buco che il povero Rolly Larcher  ebbe la disavventura di provare a usare nei suoi tentativi, illo tempore.

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Il secondo motivo per cui tornarci su è che nelle  segnalazioni di  questo  meschino e infantile vizietto  si ha la sensazione che aleggi comunque  una sorta di omertoso “non detto”. Mancano, a dirla tutta, i nomi e i cognomi. Se non scanditi ad alta voce, almeno fatti intendere.

Questo per ovvii  motivi precauzionali: manca infatti  l’assoluta certezza di chi sia stato a martellare quella tacchetta o tappare un buco, a meno di non essersi appostati per sorprenderlo o aver piazzato una web cam nei dintorni. Ma io immagino che un’idea abbastanza vicina a un sospetto fondato qualcuno se la sia fatta. Ad esempio il giovanissimo Pietro Dal Prà , quando più di vent’anni or sono non trovò più la tacchetta che avrebbe così volentieri usato per salire  Terminator!

Fare i nomi, vi chiederete, cosa cambia, ? Ormai il danno è fatto. E poi non servono le carte di identità per convincersi che (anche) dietro l’umanità  bohemien, scanzonata  e  yippieggiante  che popola il mondo dell’arrampicata si nascondano invidia, vanità, presunzione, calunnia e chissà quanto d’altro.

Fa un po’ sorridere, se non proprio sghignazzare, il “manifesto” del free climbing di Le Menestrel che torna  a circolare in questi giorni  se pensiamo alle rivalità tra JB e Patrick, che arrivarono al paradosso   del sequestro temporaneo  di una presa su “Les Specialists” per evitare all’altro di chiudere per primo la via…

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Se non di una denuncia circostanziata, però, fa piacere almeno che se ne parli pubblicamente e non solo , come accaduto  in  trent’anni di “cronaca della libera”, sussurrandolo  nelle chiacchiere al bar, dove di fatti ben precisi e nomi ben scanditi ne ho sempre sentiti fioccare  a mille. E non solo di uvaggi e doppi malti. In questo senso l’aver consegnato a facebook un comprensibile e amaro sfogo rappresenta, secondo me, il vero salto di qualità della lotta, mi si  perdoni la  da volantino di lotte politiche da tempo  mummificate. Soprattutto da parte di una persona che potrebbe avere qualcosa da perdere, in termini di sponsor e di “supporto ambientale”, a parlarne pubblicamente senza o con pochi peli sulla lingua. Cosa che  molti altri, non solo atleti ma anche “addetti ai lavori”, magari giusto giusto di un settore che dovrebbe essere “l’informazione”, si sono ben guardati dal fare (è più facile prendersela con Bubu e i gradi delle sue vie, specie dopo che gli sponsor lo hanno mollato…).  Poi, visto che in Italia siamo tutti allenatori, capi di governo e soprattutto campioni di buona morale, al post su fb  è seguito il consueto “dibattito” con opinioni e invettive,  stranamente più curioso di  quale fosse la via piuttosto che la mano armata.

aspis

Eppure a volte non servirebbe uno Sherlok Holmes per dipanare una matassa che assomiglia più a un asola di cordino e rischia di diventare un nodo scorsoio, almeno per chi l’ha architettato. “Cui prodest?”  dovrebbe essere la domanda-chiave per aprire la serratura. Fatevela ogni volta che succede qualcosa del genere e la soluzione non dovrebbe faticare ad apparirvi. A chi potrebbe fregare di  disturbare o danneggiare un climber proprio su questo itinerario? Il cerchio si stringe, no? Il chiodatore? Chi l’ha salita per primo ?

Oppure il fidanzato della prima donna ? Il nonno del primo nipote? Lo zio di Checco Zalone? Vedete un po’ voi….

E in ogni caso, chi l’ha liberata o se l’è chiodata, perchè mai non se la tiene per se, privata, non divulgata. Anche narcisismo e feticismo dovrebbero avere una certa logica. Invece no! Il trucco, neppur tanto sottile, è un altro: io l’ho scalata e voi non ce la farete. Almeno non tanto facilmente. Così tutti sapranno chi è “il più forte!” (ma non era Giusto?).

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A volte questa lampante dimostrazione di vanità e scarsa accettazione dei tempi e degli scalatori che si evolvono trova delle giustificazioni di facciata. Non potendo ammettere di essere affetti da una perversione  del carattere,  sostengono che la via sia  stata liberata in quel modo, quindi va ripetuta così. Senza appigli intermedi, tacchette microscopiche, monoditi per mezza falange. E, soprattutto, senza avere la spudoratezza di mettere un piede dove  c’è un appoggio “ridicolo”. O chiudi o non chiudi. Free climbing, ragazzi!  E se sei alto un metro e sessanta è meglio che cambi sport!

Mi piacerebbe vedere uno di questi implacabili santoni che non sanno invecchiare  fare il passo chiave di “Pugacioff”, in Napoleonica, con il sistema di Sara, che vi ripropongo nella foto qui sotto. E rompergli tutti gli altri appoggi! Spiegando loro, prima di tutto,  chi fossero Pugacioff e Tiramolla. Nel dubbio  che la malattia vera sia invece la mancanza  di ironia. Anche auto.

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Foto P.Zamolo

Concludo: sembra che uno dei motivi per i quali non si parli abbastanza  di questi episodi sia il “rispetto” verso persone che hanno fatto  la storia o la geografia (ma anche un po’ di applicazioni tecniche, eh?) dell’arrampicata. Io credo che il rispetto sia dovuto a certe  persone, non a tutte ovviamente,  nello sport come in altre attività della vita. Indipendentemente da quali siano state le loro realizzazioni sportive. Un po’ di più se hanno cercato di fare qualcosa per tutti, oltre che per se stessi. Magari anche solo tirar su dei figli e guidare il camion otto ore al giorno per arrivare al 27 di ogni mese. Magari anche solo lasciandoci il loro esempio. Buon esempio, s’intende. Per il resto, che siano solo dei bravi scalatori non me ne frega un tubo.

A volte sento la mancanza di qualche semplice regola oggettiva nella scalata,  non solo questa giungla in cui noi italiani siamo tra i più  abili a svicolare. Tipo una corsa, per dire. Tot metri, misurati da una giuria, e un cronometro. Pronti, via!

Usain Bolt wins

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~ di calcarea su ottobre 7, 2014.

4 Risposte to “Nomi e cognomi”

  1. Post molto interessante questo … È’ ovvio che il comun denominatore e’ la competizione che spesso rovina il piacere della scalata e insinua i malumori . È’ giusto che essa sia presente in ognuno … Serve anche a migliorare … Ma se supera il piacere di scalare allora diventa fastidiosa è assolutamente poco etica .
    Bisogna rassegnarsi che nel mondo esisterà sempre qualcuno che va più forte e per vivere e lasciar vivere serenamente e’ necessario accettare questa cosa .
    Quando lo sport diventa l’unico mezzo per confermare se stessi perché altro non si ha nella vita … Allora si spaccano prese , si sgradano vie … E si cerca di bastonare chi potrebbe essere il prossimo avversario …. Tutto ciò accade anche in altri sport … In questo casi mi piace pensare al mitico Graziano De Crignis in arte Ferro … A oltre 70 anni gareggia ancora con lo spirito di un ragazzo … Ma con la serenità di essere consapevole che i suoi tempi sono passati , che ci sono giovani talenti che sposteranno in avanti i record che 30 anni fa lui faceva ,e che e’ giusto che le cose vadano così , senza malignità invidia o cattiveria …. Come Ferro ce ne sono tanti ….

  2. Sul IV grado, che pratico abitualmente, non è mai successo niente del genere! Invito i martellatori e tappatori di buchi a praticarlo e a sfogare lì tutte le loro frustrazioni (non le elenco, ma ce n’è per tutti i gusti), almeno poi sarò costretto a tentare il V…

  3. Complimenti. Non avresti saputo scriverlo meglio. Condivido appieno.

  4. “Non potendo ammettere di essere affetti da una perversione del carattere, sostengono che la via sia stata liberata in quel modo, quindi va ripetuta così. Senza appigli intermedi, tacchette microscopiche, monoditi per mezza falange. E, soprattutto, senza avere la spudoratezza di mettere un piede dove c’è un appoggio “ridicolo”. O chiudi o non chiudi. Free climbing, ragazzi!”

    Ben scritto.
    La cosa mi riporta alla mente similmente tristi e demenziali storie albenghesi, ossia di quell’Oltrefinale che per molti aspetti merita senz’altro i complimenti diffusi, ma che per altri meriterebbe anche qualche voce critica (che s’intenda costruttiva). Narra infatti la leggenda locale di appigli intermedi scomparsi nottetempo dagli 8 di riferimento… Meno leggendarie certe anche recenti gratuite trapanate. Perchè dunque incaponirsi sull’etica mancata del lancio disperato alla catena, quando il passaggio precedente s’è creato artificialmente a proprio esclusivo giudizio? Ma perchè a contare è solo il contest, mentre l’etica è uno sfizio.
    Siccome però chi non si tiene abbastanza oggi ha quasi sempre torto, si dirà che il sottoscritto sul 7c+ a prese incollate non riusciva, e lo si vorrà morto; ma, a dirla proprio tutta, c’era chi tenendosi perfino troppo riusciva volontariamente ad evitarle! La ragione starà anche in mezzo, in questo che dopo tutto resta un gioco, ma non nella tacita mediocrità comune, che d’aureo ha proprio poco.
    Qualcosa su scavi ed altre costruzioni materiali e mentali in zona Castelbianco fu espressa anni fa pubblicamente da certi reali (da reame) Finaleros, ma fu presa un po’ per bassa partigianeria provinciale e un po’ per snobismo radical chic, e non ebbe seguito. La quantità aveva già vinto sulla qualità, il numero sul senso. La storia si concluse poi come la Storia, ovvero con l’applaudita vittoria d’una democrazia di(s)messa, del turismo di massa, del mercato libero e di quel che adesso piace chiamar progresso, anche in parete.
    Sono cosciente del fatto che senza chiodatore non c’è falesia, ma ragionevole è oggi perloppiù l’accettazione acritica dell’esistente, che implica il non porsi mai domande su niente. Il problema andrebbe invece ricondotto all’essenza dell’arrampicata, al suo carattere di sport-non (solo)-sport, che ammette ma non può ridurre tutto alla competizione, sia essa in gara o anche soltanto nel cervello. A mancare allora, a mio parere, non è però “qualche semplice regola oggettiva nella scalata” (laddove vigono regole vi è necessità di controlli e controllori del rispetto delle stesse, e poi di avvocati e giudici), bensì una guida per muoversi liberamente ma consapevolmente nella giungla dei chiodi e degli appigli, dei fatti e delle opinioni: una cultura di fondo più o meno condivisa che non si limiti all’approvazione di quella dominante – che è la cultura della competizione, del campione, del record, del grafico prestazionale e della vendita del fumo -, ma che si riscopra controcultura libera dai vincoli del cronometro, del consenso, dell’omologazione e del consumo.

    “Dopo poco si preferì la competizione alla condivisione delle esperienze e il punto focale divenne la definizione della difficoltà in roccia, anziché quella delle nostre capacità sviluppate sul metro umano.” (Andrea Gobetti)

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