Piedi a vanvera

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Qualche giorno fa mi trovavo in una piccola falesia attorno al passo di Monte Croce, per scalare due tiretti e chiodarne uno nuovo, all’apparenza molto difficile. Si chiacchierava del più e del meno, non solo di donne credetemi. Non so come si sia arrivati all’argomento, fatto sta che a un certo punto Mattia mi ha chiesto se avevo visto su internet intervista e filmato con Patrik Matros, allenatore di alcuni fortissimi grimpers planetari e autore di un fortunato video (“Gimme kraft”, dammi la forza…) con i  suoi consigli per allenarsi .

Anche lo avessi fatto, per la verità in quel momento avevo tutt’altra urgenza per la mente (e per il corpo), tipo dove trovare il coraggio per fidarmi di un  appoggino  svasato, che avrebbe dovuto tollerare il peso del mio corpo per una piccola frazione di secondo. Proprio quella necessaria a tirar su corda e rinviare il fatidico terzo spit, sempre lui, quello che può rassicurarti o consegnarti alla Sala Gessi. Risolto in modo molto poco onorevole il dilemma, fidarmi o no della sensazione del mio alluce, ho anche ripensato ad una frase pronunciata da Chen una decina di giorni fa in Avostanis: “qui puoi avere tutta la forza che vuoi e non schiodarti….”

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Nei giorni che son seguiti mi son visto il link su Planetmountain e ho riflettuto un po’ su una questione che sembra, e probabilmente è, molto ovvia ma anche terribilmente sconfortante. L’arrampicata è progredita moltissimo negli ultimi trent’anni, dai primi 8a degli enfants terribiles francesi, a St. Victoire o a La Turbiè,  fino ai 9b di Adam Ondra a Flatanger. Ma tutto questo enorme progresso è avvenuto in virtù del grande progresso di una sola parte del corpo, le braccia! O meglio, dei suoi  muscoli. Per merito di campus board, panche, bilancieri e prese sintetiche distribuite nei modi più fantasiosi, fino alle terribili concatenazioni a 45 gradi di inclinazione, che insieme alla catena ti consegnano anche una bella medaglia e una lauta ricompensa….non certo per aver riscoperto altre parti del corpo, tuttora date per disperse. Pare impossibile, ma sembra proprio che l’arrampicata si sia davvero dimenticata dei piedi! (tallonate a parte…)

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Non troverete sui libri di allenamento lo stesso spazio dedicato ai circuiti sul pannello e al miglioramento della tecnica delle appendici inferiori. Né lo stesso interesse a sviluppare chissà quali appoggi da parte dei fabbricanti di prese artificiali. D’altra parte perché complicarsi la vita nel cercare di mettere la punta della scarpetta dove apparentemente c’è il nulla, studiando per un tempo che sembra interminabile il modo di non perderci l’equilibrio, quando  la scorciatoia quasi alla portata di tutti è una  sequenza di un milione di sospensioni o trazioni su liste da 5 millimetri.

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Ma trovare un sistema di apprendimento che non sia semplicemente l’esperienza per superare gli sconsolanti momenti in cui l’appiglio “buono” è solo venti cm più in alto di dove arrivano i tuoi polpastrelli, ma non c’è (o non lo si trova, o non lo si vuol inventare) un appoggio da caricare per abbrancarlo, non sembra facile. Pochi hanno provato ad inventarsi una scuola per l’equilibrio e la tecnica di piedi. In verità mi vengono  in mente  solo il  buon vecchio “metodo Caruso”  e  Johnny Dowes, che forse porta ancora in giro per il Regno Unito  qualche stage su un argomento cui ha dedicato una vita intera di sperimentazioni acrobatiche. Eppure, se ci riflettete un poco concorderete che su un pezzo di roccia liscia un piede ci può anche stare, ma le dita non hanno speranza….

Evidentemente  non è facile. O meglio: è molto più semplice dedicarsi agli arti superiori e alla loro inesauribile riserva di forza, pliometria, dinamica, resistenza. E liquidare il tutto con le solite frasi di circostanza: “guarda bene dove metti i piedi”, “fidati dei piedi”, “i piedi sono importanti…”. Tanto, alla fine, il tutto si risolve semplicemente così: per il curriculum e l’autostima si cercano i tiri dove stritolare le reglette, meglio ancora le canne, e si evitando quelli dove fumano le suole. Quando invece sarebbe forse più opportuno invertire l’ordine e, magari sotto l’effetto di qualche sostanza disinibente, trovare il coraggio di mettere il piede anche dove sembra non voler stare. Le statistiche sulla frequentazione delle falesie qui attorno lo confermano: perché cercarsi rogne a spalmare i piedi quando si può semplicemente raddoppiare il numero di trazioni o di ore passate a penzolare da un pannello?

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Due mesi fa, sbirciando nel sempre stimolante e appassionante blog di Gogna, mi sono imbattuto in un provocatorio post intitolato “Il tramonto del free climbing”, dove la tesi sostenuta sembra essere, semplificando un po’, quella che gli spit e le gare abbiano avviato  l’inizio della fine dell’arrampicata libera, sostituita nella forma e nella sostanza dalla cosiddetta “arrampicata sportiva”. Devo riconoscere, per prima cosa, che la mia indole pavida mi ha spesso impedito di cogliere quale straordinaria conquista personale o tecnica possa celarsi dietro un consistente rischio di caduta con gravi conseguenze. Personalmente, ma può trattarsi tranquillamente di pusillanimità, ho sempre ritenuto che la massima possibilità di esprimere la creatività e l’interpretazione soggettiva della scalata, sia garantita da una ragionevole protezione, sicura e non troppo distante. Se fossi stato un seguace del “chi vola vale, chi non vola è un vile”, forse mi sarei dato al paracadutismo.

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Paura a parte,  pensando a quello scritto di Gogna, però, mi sto convincendo che, più che gli spit, siano stati i muscoli a tradire lo spirito originario del free climbing, che io ho sempre immaginato essere “libero” perché “non artificiale” . I muscoli hanno traghettato la scalata verso lo sport e le gare, verso  allenamenti martellanti e  relative tendiniti, verso l’ossessione delle decine di tentativi, opposta alla roulette russa di quello singolo “a vista”, questa sì una  sfida vera. Pretendendo ovviamente il pagamento di un pegno, quantificabile in trazioni, massimali, circuiti, trainers, nazionali e doping. E di un sacrificio simbolico: quello dei piedi, incomprensibilmente stritolati dentro scarpette da fachiro. Per come li si usa  adesso,  basterebbe proprio un bel paio di Superga!

Voi cosa ne pensate?

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Bibliografia:
“Il tramonto del free climbing” http://www.banff.it/il-tramonto-del-free-climbing/
“ Documentazione di una inopportunità” film di G. Koning
Intervista a Patrik Matros. http://www.planetmountain.com/News/shownews1.lasso?l=1&keyid=41928
Il sito internet di Johnny Dawes : http://www.johnnydawes.com/                                                                                           P.Caruso “Progressione su Roccia”  Editore Vivalda
Via “Giacomo Giacomo” allo Spallone del Cellon                                                                                                                                           Via “Dagli il tuo grado” Monte Casaro

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~ di calcarea su settembre 7, 2014.

14 Risposte to “Piedi a vanvera”

  1. Ma quanto siamo vecchi!!!!! O ci aggiorniamo o così non si può andare avanti! Sei proprio fuori moda! Ora c’è THE ART AND SCIENCE OF BOULDERING!

  2. Se già l’Edlinger si allenava a trazionare (anche monodito beato lui…) un motivo ci sarà 😉

  3. in effetti di quel sapere si è perso e si perde traccia. anche se durante i corsi cerchi di spiegarne l’importanza di quei due terminali in fondo alle gambe, alla prima uscita in falesia gli esempi sono tutt’altri

  4. Do ragione al doc…..effettivamente la scorciatoia dell allenamento è facile e comoda. Voglio dire…. chi me lo fa fare di starmene sul divano in pausa pranzo o al tripoli la sera quando posso comodamente allenarmi come un animale da soma. Comodo veritti!! Cosi sono capaci tutti…
    E poi nn so voi…ma io una tendinite era anni che la sognavo..
    (ndr. Sarcasmo e ironia)

  5. Bello quest’argomento!

    Però mi sembra che la metti giù in maniera un po’ semplicistica… Al tempo il buon Filippo Larceri (dovresti ricordarti di lui…) o uno di quella antica mailing list scriveva un concetto che condivido pienamente e che provo a riportare sulla roccia di zona.

    C’è l’idea che sugli strapiombi ci siano nerboruti soggetti, armati esclusivamente di forza bruta che in maniera ignorante arrivano in catena, che tanto la tecnica non serve. Invece l’arrampicatore da placca, esile ed etereo, si muove con eleganza, senza fatica, con sottile gioco di piedi, padrone della tecnica e del gesto.

    Questo può essere vero su tiri come *Gravità Zero* a Cavazzo o su *Triestini Di Sella Buia* in Avostanis, ma in genere la realtà è ben diversa. Non  che in strapiombo non serva saper arrampicare. Semplicemente con più forza si hanno più chances.

    C’è il mito di Roxy Music, regno della tecnica, che se non sai usare i piedi non sali. Che, per carità, è parzialmente vero, ma ci si dimentica di dire che servono anche dita d’acciaio su quel tiro.

    Una cosa è saper usare i piedi, un’altra è saper NON sprecare energie tirando più del dovuto ogni singola presa, un’altra ancora è la tecnica, un’altra ancora è l’intelligenza motoria.

    Fermo restando che, nel complesso, a parità di difficoltà, non arrivare in catena su un’inclinazione o sull’altra per mancanza di questa o quella capacità, alla fine il risultato non cambia: ti manca QUELLA capacità e non sei arrivato dove avresti voluto.

    Sulla fibra bianca… magari bastasse un ciclo in più sul pan gullich o qualche serie in più al trave! Non è così semplice… a me che ne ho ben poca rispetto ad altri miei *pari grado*…mi tocca sopperire in altre maniere, ahimè!

    Ultima considerazione e chiudo: se Avostanis fosse a Cavazzo e viceversa, le frequentazioni sarebbero le stesse (tanti dove è vicino e comodo, se hai poche ore e pochi dove è lontano e scomodo)… ma con godimento diverso in quanto a gradimento del posto, aderenza, bellezza dei tiri e dei posti.

    …e anche questa volta ho vomitato un mare di parole 🙂

    Augh.

    Alberto Contessotto

    • Non ne volevo fare una questione di inclinazione. Ricordo sia i dibattiti su Pieteresupietre che, ahimè, la sensazione di stupidità motoria mentre sotto mi urlano,”stai laterale”, “tallona a sinistra”, e io non riesco a far altro che strigere l’ultima zanca rimasta. L’argomento voleva essere “piedi o non piedi” e la tendenza che sembra vada per la maggiore ad evitare le situazioni dove o li sai (impari a) usare o non vai avanti. Sul peso della logistica nella scelta delle falesie io ho altre sensazioni: c’è gente che viene da fuori provincia e addirittura regione per scalare in certe falesie qui attorno e non ha mai messo piede in Pal Piccolo. I gusti son gusti, l’importante è che non li si spacci per qualcos’altro. Per i miei, riuscire a tenere un microappiglio è una cosa, risolvere un passo usando al meglio i piedi un’altra!

  6. mah, cos’altro aggiungere se non “pîs” and love

  7. Molto bene e allora nel calderone del luogo comune e delle frasi fatte dico anche io la mia! 🙂

    Dobbiamo arrenderci al fatto che le nuove generazioni di climber o arrampicatori vengano dalle palestre indoor e dai corsi! 🙂
    Siamo ancora indietro in FVG ma basta guardare la zona Tolmezzina come pulluli di nuovi scalatori negli ultimi anni, Verza compreso! 🙂

    Questo vuol dire che l’imprinting ricevuto dall’istruttore che ci ha seguito nei primi corsi di arrampicata è molto importante. In genere si impara molto velocemente grazie ad un istruttore che ci consiglia, ci segue e ci da le giuste indicazioni. Chi scala da almeno una decina d’anni o più per migliorare ha dovuto superare un pò alla volta quegli errori di ostinazione, moda del tempo, lotta con l’alpe che ha fatto perché ha cominciando facendosi portare da amici e quindi nel bene e nel male loro erano il riferimento.

    Ora che tutto è più semplice, imparare a scalare, migliorare fisicamente, spostarsi nelle falesie più belle del circondario, scegliere addirittura tra più posti nelle stesse zone, stiamo dietro ai nostri corsisti, amici, morose insegnandogli l’etica e l’uso dei piedi…
    …CAZZIAMOLI UNA VOLTA DI PIU’ se sbagliano a mettere i piedi!!! ROMPIAMOGLI LE SCATOLE ALLO SFINIMENTO fino a che non imparano a salire senza mani le pareti appoggiate in palestra!!! insomma facciamogli rivivere il buon vecchio metodo d’insegnamento! se ha funzionato con noi… 🙂
    …” vaimo su che è una scala!!” 🙂

    Istruttori auguri!!

  8. […] responsabilità dovrebbero lavorare. Il rischio è altrimenti che l’arrampicata, mentre discutiamo dell’utilità dell’avambraccio rispetto alla testa o ai piedi, ci sfugga di mano […]

  9. tutte queste chiacchiere mi fanno davvero ridere. forse hanno un senso se parliamo di gente scarsa, scalatori della domenica come noi, che non sanno usare i piedi e non si tengono un c…o. ma sia chiaro che adam ondra i tiri di piedi che fai tu li fa a vista e con le superga se non con le biskenstock, mentre tu i suoi 9b non li farai mai nemmeno se ci vivi 24 ore al giorno sul travo. mi sembra di sentire i bevitori della domenica che seduti al bar giudicano i calciatori che vedono solo in televisione. ma tu dove hai giocato? nel giardino della scuola? ma silenzio va.

    • Questo blog esiste per la vanità di chi lo scrive e per chi pratica le attività recensite. Non certo per Adam Ondra, che non ha bisogno delle nostre pippe. Per quanto riguarda i bevitori, hai visto giusto! Ma al Bar “Tripoli” non hanno la televisione….

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