Anello di Pusti Gost (sentiero CAI 631)

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Partiamo dalle conclusioni: questo è un bellissimo sentiero. Ma non andate a farlo! Avevo letto di questo anello su un blog (“itinerarifriuli”) e l’ho avevo fissato con una puntina nella mente, se non altro come alternativa al più eroico ma oneroso obiettivo di Sella Buia con discesa a Stolvizza. Sicuramente la neve dello scorso inverno ha fatto la sua parte, almeno per quel che riguarda la strage di faggi che deturpa un breve tratto del percorso. Ciò non toglie che questo, insisto bel,  sentiero  (segnavia CAI 631 ) , dimostri sintomi di incuria e abbandono che datano da ben prima dell’inverno. A dispetto del  cartello, che troverete lungo il percorso, che orgogliosamente ne rivendica la manutenzione a una sezione dell’Associazione Nazionale Alpini, che ha in località Sagata un “campo base”. Che spetti a loro, al CAI o all’Ente Parco, poco importa al viandante, che si augurerebbe una tempestiva rimessa in opera.

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Tanto per capirci, ho trovato l’imbocco del single trak solo per merito di un boscaiolo locale, dopo aver balinato su e giù la pista senza riuscire ad individuarlo. Se non altro  mi son ripromesso di  non dimenticare più la cartina Tabacco neppure per un giro apparentemente così semplice da individuare. Ma anche cartina alla mano avrei avuto i miei cazzi a capire che dietro un grande pino con la corteccia segnata da sbiaditissimi tratti di vernice rossa, si celasse quello che ormai disperavo di trovare.

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“Imbocco”

La descrizione è presto fatta: si sale da Prato di Resia verso Sella Sagata e poi, sempre su pista forestale dal fondo quasi ideale, fino ai prati della località di Pusti Gost. Salendo oltre Sagata, ci si può distrare con qualche bello scorcio sulle cime alle spalle di Chiusaforte, sul Monte Jama e sul colonnato del Cimone. Alle spalle, i Musi con ancora qualche residuo di neve mi ricordano una fantastica sciata da Sella Carnizza.

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A un certo punto, venti metri dopo l’ultimo scollinamento, il fatidico pino indica sulla destra  l’inizio dell’avventurosa discesa. Per aiutarvi, come si intravede nella foto, cercate di individuare alle spalle del pino due suoi colleghi con su  scritti  a vernice giallo rossa i numeri 12 e 13.

La prima parte del sentiero ha qualche risalita di scarso impegno, che si affronta spingendo o pedalando, chi ce la facesse. L’impressione è da subito quella di un  sentiero poco frequentato se non  del tutto abbandonato. Ma non è mai difficile intuirne la direzione nonostante un po’ d’erba di troppo. Tecnicamente mai severo, con pendenze rassicuranti ed esposizione assente, nonostante in qualche punto ci si avvicini a dei dirupi che si aprono su magnifici panorami.

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La parte davvero devastata del sentiero è abbastanza breve, ma la serie di faggi reclinati, radici al cielo, obbliga a qualche contorsionismo. Nulla di veramente impossibile, ma il pensiero che basterebbe una squadra di penne nere con motosega , decespugliatore e barattolo di vernice per fare in un pomeriggio un bel lavoro, da monte a valle, fa un po’ girare i mozzi…

Superati gli schianti, il sentiero torna accettabile. Ben presto si sbuca sulla pista poco a monte di Sagata. Da qui si può rientrare a Prato sulla pista un po’ smossa, oppure tenersi in quota in direzione di Resiutta e reggiungere gli Stavoli Ruschis, dai quali si può concludere la gita con un’altro sentiero, fino a San Giorgio. Non dimenticate poi, a fondo valle, il bellissimo saliscendi che dal ponte di Tigo porta a Povici, un single trak bello come pochi e, per fortuna, ottimamente mantenuto dall’ Ente Parco.

Dettagli: sviluppo 20 km circa, dislivello poco meno di 1000 mt., ciclabiltà totale a parte il superamento degli alberi caduti. Fermatevi a San Giorgio nel bellissimo bar degli artisti, dove sono esposte le foto incorniciate delle decine di abitanti della frazione che attorno alla metà del secolo scorso suonavano il violino o il violoncello. Quanti sono oggi i violinisti di San Giorgio di Resia , o dell’Alto Friuli intero?   “E’ il progresso, bellezza!” Non so se mi consoli l’idea che nessuno di questi delle foto  sarebbe finito in TV con Maria De Filippi.

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Restando in zona, invece, pessime notizie sulla magnifica discesa da Stivane a Povici, parte della quale, come sappiamo, è stata soppiantata da una pista forestale. Non ci sarebbe più di tanto da recriminare, visto che comunque “cosa fatta”, se proprio non ha capo, almeno non è facile da disfare. L’ironia della sorte, che spesso coincide con la stupidità degli uomini, ci ha consegnato anche stavolta un vero e proprio obbrobrio, una delle sterrate più mal fatte dell’Alto Friuli, sproporzionata perchè enorme, con fondo già eroso dall’acqua e molle perchè non abbastanza rullato, decorata a monte e a valle da scarpate ingombre di alberi tagliati e lasciati lì a marcire alla rinfusa . Insomma: un cesso. Chi se la sente vada a vedere di persona. Progettista , ditta realizzatrice e direttore dei lavori sono ovviamente terroni. O triestini. O slavi.

mandi mandi

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~ di calcarea su luglio 23, 2014.

2 Risposte to “Anello di Pusti Gost (sentiero CAI 631)”

  1. Lascia perdere, anzi dimentica il 631, così come se ne sono dimenticati quelli del CAI. Prova il 643, anche senza salire sino al Crasso, ma fino al bivio 632-643, per il classico giro del Pusti Gost. C’è circa una mezzora da fare bici in spalla, ma la fatica in più vale lo sforzo (1350 metri di dislivello totale di cui circa 200 a piedi). Ogni volta mi ritrovo sull’ultimo tratto di salita a piedi a bestemmiare e a chiedermi “perchè”, ma subito appena inizio a scendere lo rifarei altre 100 volte.
    Personalmente, se per me non significasse 3 ore di macchina tra andata e ritorno lo farei ben più spesso di 1 o 2 volte all’anno 😉
    Buone pedalate

  2. Cercavo uno spunto per qualche giro in zona, e le ultime due righe mi hanno fatto cappottare dal ridere! 🙂

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