Sulla soggettività delle valutazioni

Ho chiesto a Maurizio Oviglia il permesso di pubblicare su Calcarea queste sue riflessioni sulla valutazione delle difficoltà nell’arrampicata, comparse qualche giorno fa su facebook.

gradi

Sulla soggettività delle valutazioni.

L’altro ieri son stato alla falesia di Ripa Maiala, nei pressi di Civitavecchia. Come spesso mi capita, dopo l’arrampicata, ho letto su internet i commenti sulle vie che avevo scalato su uno dei social network dedicati all’arrampicata ed in questo caso “climbook”. Com’è noto non amo molto questo tipo di siti ma ne riconosco l’utilità dal punto di vista dei commenti, che indubbiamente aiutano i ripetitori e li mettono in guardia da un eventuale errore di valutazione, o nel caso della pericolosità dell’attrezzatura in loco. Ma è anche da riconoscere, tra i pregi, la indubbia democraticità su cui si fondano questi portali: ognuno ha insomma la possibilità di dire la sua.

Tuttavia la mia curiosità è stata attirata da una via ufficialmente gradata 8a+ che Jolly Lamberti, curatore del sito ma registrato normalmente come utente – non insomma in veste di amministratore, – aveva pesantemente svalutato a 7b. Pressato da alcuni utenti a fornire pubblicamente una motivazione della sua svalutazione (anche la democrazia ha i suoi svantaggi, ah, ah), Jolly ha così risposto:

“E’ facile incorrere in valutazioni errate della difficoltà di una via, non tanto (anche, ma in misura minore di quello che si pensa) per il fatto che esso sia “ soggettivo”, ma perché si usa un metodo sbagliato o perché ci si lascia troppo influenzare da condizionamenti psicologici.
Faccio un esempio.
Scalo una via che è universalmente considerata come 7a, un riferimento. Poi ne salgo un’altra che mi sembra un poco più difficile, la valuto 7a+; un’altra ancora più difficile e la valuto 7b… In questo modo rapidamente ci si ritrova ad avere delle valutazioni sovradimensionate. Non si tiene conto del fatto che la scala francese ha una maglia troppo larga, che dal 7a al 7a+ ci sono molte sfumature intermedie, e che dunque ci può essere un 7a considerevolmente più duro di un altro senza arrivare al 7a+. Per questo, 3 anni or sono, studiai il sistema del punteggio decimale e un particolare algoritmo che cercava di “ valutare” la effettiva durezza di una via.
Questo sistema venne criticato perché appariva troppo “da fissati del grado”, mentre il parlare comune vuole che il grado sia “soggettivo”, e che “non bisogna scalare per il grado” etc etc.
Al contrario, avevo studiato questo sistema proprio per restituire al grado la funzione limitata e ristretta che deve avere. Un metodo di valutazione democratico e semplice per togliere al grado quel ruolo e quel blasone che non merita.
Un altro esempio.
Quando vogliamo dare una valutazione personale sulla difficoltà di una via, veniamo influenzati fortemente dal grado “ufficiale” dato dalla guida o scritto sotto la parete. Ho fatto un paio di esperimenti con il database di climbook e ho visto che spostando a “7b” il grado ufficiale di una via di 7a, la media dei giudizi personali si attestava sul 7b facile. Viceversa svalutando a 7a il grado ufficiale di una via di 7b, il gruppo dei ripetitori si faceva influenzare valutandolo, in media come 7a duro.
Ma il “Grado guida” spesso è sbagliato, perché è frutto della singola decisione monocratica del curatore della guida, perché é un grado prima repubblica, Web.1, quasi mai frutto di una media ponderata tra più giudici che operano in maniera indipendente e scollegata tra loro.
Nel dare un giudizio sulla difficoltà di una via, affinché il sistema di Climbook funzioni meglio, bisognerebbe confrontarla con alcune vie di riferimento, riconosciute dalla maggior parte degli scalatori esperti come metro ufficiale e punto di paragone.” (…)

Ora pur essendo d’accordo con Jolly su alcune considerazioni sui cui fonda la sua arringa difensiva, quali il fatto che non sia democratico che solo il compilatore di guide decida sul grado di una via (ma dimentica che questo spesso si consulta con persone di sua fiducia e di provata esperienza, raramente è solo uno che grada le vie)… oppure sui condizionamenti che dà il grado ufficiale, tutto verissimo… io e l’illustre collega arrampicatore abbiamo sempre avuto un’opinione esattamente contraria in merito alla necessità di coniare dei decimali alla scala francese. Ebbene, come Jolly sa, io avevo invece fatto la proposta opposta, ovvero quella di togliere i +! Proponevo infatti di allargare il range tra un grado e l’altro, creando così tra i climbers particolarmente “grado maniaci” un clima più rilassato. Sappiamo tutti benissimo, del resto, che non tutti i 6a (o i 7a, è un esempio) sono uguali, noi istruttori è una delle prime cose che insegniamo ai corsi proprio perché è una delle situazioni che sconvolgono di più i neofiti (ho fatto il 5c là, perché qui non lo faccio? Perché il grado è sbagliato!). In analoga direzione, ricordo, si era mosso Marzio Nardi circa 10 anni fa, proponendo una scala per il boulder molto meno “precisa” di quella francese, la scala C. Proposta che, nel boulder, ci stava ancor di più che in falesia. Addirittura qualcuno si spinse a proporre tout court l’eliminazione del grado (il francese romano d’adozione Bertrand Lemaire, per esempio). Tutte queste proposte, in un senso o nell’altro, non sono naturalmente mai state prese in considerazione dalla comunità dei climbers. Come dire… la scala francese così è e così ce la teniamo! Tutto il resto son pippe mentali!

Ma volendo scavare sotto la superficie, la divergenza tra i due modi di pensare ha come radice, come peraltro fa notare Jolly, il discorso sulla soggettività. Che è forse più interessante del mero parlar di gradi. Mentre Jolly ritiene che questa vada mano a mano eliminata dall’arrampicata grazie al parere della comunità, in modo da arrivare al grado certo, “esatto”, io accetto questa “soggettività” come facente parte dell’arrampicata stessa. Ovviamente in una certa misura, oltre la quale ritengo si sconfini nella cattiva fede, intervenendo questioni “politiche” che nulla avrebbero a che fare col dare le valutazioni. Ma che esistono e, anzi, sono molto diffuse. Da qui le espressioni “grado turistico”, “grado politico”, “grado bastone”, “grado farlocco” etc etc. Ricordo, a tal proposito, un articolo di Andrea Gennari Daneri su Pareti in cui si dava addirittura una mappa a colori delle varie zone d’Europa e d’Italia a seconda della severità del grado.

In conclusione: ormai sono quasi trent’anni che faccio questo mestiere, ovvero “dare i gradi”. Non ridete, è un mestiere anche questo, e come tutti i mestieri ha la sua dignità, i lati positivi e quelli a dir poco antipatici. E non sempre è facile… se si cerca di svolgerlo in modo onesto. Ma a parte questo, più passano gli anni, più mi rendo conto di quanto tutto, non solo il grado, sia soggettivo. A maggior ragione nella nostra bellissima attività. La bellezza di una via o di una falesia, il modo di chiodare, la qualità della roccia, lo strapiombo e la placca, e chi più ne ha più ne metta, persino la qualità dei materiali che dovrebbe essere, almeno questa, oggettiva! Figuriamoci il grado! Ciò che è fantastico o difficile per te per un altro non lo è, e non è solo questione di riuscire o non riuscire, come semplifica Jolly!
Ma poi, persino Jolly ad un certo punto sembra contraddirsi e avvalorare la tesi della soggettività, quando riferisce dell’esperimento in cui ha dato un grado “sbagliato” e questo è stato comunque accettato dalla comunità. Come dire, se l’ha deciso “qualcuno”, sarà giusto… Quindi, se è vero che tutti hanno diritto di parola, quanto vale il parere degli utenti e soprattutto chi decide se il grado è giusto o sbagliato? Oppure quando riferisce, recensendo Finale Ligure, di estreme differenze di valutazione tra la Spagna e Finale Ligure stessa. Perché allora Jolly accetta queste differenze come parte del nostro mondo e non cerca di azzerarle?

Lodevole poi la nuova rubrica “recensione delle falesie”, con tanto di voti decimali, stellette etc etc. Ma chi è, poi, che dà questi punteggi se non lui? Il redattore del suo sito, una persona giudicata dalla comunità “competente” in virtù del suo curriculum, dei suoi titoli, della sua esperienza? Così facendo, non si mette forse nella posizione stessa del compilatore di guide, quello che aveva bollato come anti-democratico? Se Jolly avesse rimesso il giudizio sulla falesia al popolo, come fa ad esempio il sito Gulliver (o Trip Advisor in tutt’altro ambito), avrebbe notato che le recensioni di una falesia o di una via sarebbero state estremamente diverse e che è molto raro che concordino. A meno che non si parli di vie mitiche, dove il giudizio è fortemente influenzato appunto dal nome di chi ha aperto la via! Chi oserebbe, insomma, dire che il Pesce in Marmolada è una brutta via?
Insomma, mettiamoci il cuore in pace, tutto è soggettivo e opinabile, ma agli utenti piace comunque sentire il parere di una persona esperta, esattamente come i lettori dei quotidiani leggono l’editoriale dell’opinionista di turno. Per questo la tanta osannata democrazia di internet ha le gambe corte e ci sarà sempre qualcuno che dirà “si va bene, ma chi l’ha detto?”.

Ringrazio Caio per il disegno e la sua genialità nell’illustrare le nevrosi di noi climbers…

 

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~ di calcarea su dicembre 11, 2013.

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