“Un anno a impatto zero” di Colin Beavan

impatto 1

Raccontavo, tempo fa, dell’impressione di enorme dispendio  di risorse che aveva fatto una metropoli come New York al mio privilegiato occhio provinciale.
Rientrata, rimuginavo ancora sull’argomento, da ambientalista non dell’ultima ora, quando mi sono imbattuta sul libro “Un anno a impatto zero”, acquistato mesi prima su consiglio di un lettore di Calcarea e non ancora affrontato. L’autore, Colin Beavan, è un newyorkese che ha voluto provare sulla sua pelle a non produrre più immondizia, a non consumare più energia, a utilizzare prodotti a km zero. Vivendo a Manhattan. Era un segno, dovevo leggerlo.
Al di là del titolo, da manuale all’americana, il saggio è un resoconto, giorno per giorno, del tentativo di un singolo individuo, con moglie e figlia, di contrastare i cambiamenti climatici attraverso un cambiamento delle proprie abitudini di vita; consapevole che se molto dipende dai governi e dalle industrie, la mancanza di senso critico e di coraggio di rinunciare ai bisogni indotti dalla società occidentale alimentano un circolo vizioso che ci sta portando di gran carriera all’estinzione (si badi bene, non è un sermone catastrofista. Ogni sparata è convalidata da citazioni, bibliografia, testimonianze).
Il Progetto Impatto Zero consiste nella rinuncia, per un anno e gradualmente, a rifiuti, ascensori, mezzi di trasporto, televisione, perfino carta igienica. Ogni passaggio è un momento di riflessione interessante e profondo, con un risvolto pratico a portata di tutti; è contemporaneamente un episodio tragicomico nell’esistenza della famiglia Beavan, narrato con autoironia e una leggerezza che fa riflettere su come si possa parlare anche di temi così scottanti.
La formula è semplice, in fondo: una riflessione avviata da un momento di vita quotidiana – ad esempio, le confezioni usa e getta di cui è avvolto ogni singolo alimento o bevanda che acquistiamo – è seguito da un approfondimento giornalistico, con dati e informazioni specifiche – ad esempio, sulla quantità di rifiuti che ogni anno vengono prodotti, sulle risorse necessarie per smaltirli, sul percolato che dai luoghi di raccolta e smaltimento finisce ormai nei campi e nei raccolti, per finire il percorso con i dati sulle analisi del sangue di madri che stanno allattando, nel cui latte si ritrovano particelle di quell’immondizia lontana. Ne consegue la scelta dell’autore  di rinunciare a certi prodotti, e il racconto delle difficoltà nell’applicare questa scelta alla vita quotidiana. La crisi di astinenza della moglie dal caffè da asporto, servito nei bicchieroni di cartone che vediamo in tutti i film, il mal di gambe per i nove piani di scale fatti più e più volte per uscire di casa, la voglia indicibile di una pizza al take away.

impatto 2
E poi, però, la constatazione dei cambiamenti nella qualità della vita che queste scelte portano con loro. Scoprire che senza la televisione ci sono molte più cose da dirsi e giochi da fare con la figlia di due anni; che avendo l’elettricità per il computer, grazie a dei pannelli solari, solo finché c’è luce, costringe a smettere di lavorare, a un certo punto, regalando tempo prezioso; che senza carne, prodotti confezionati e surgelati la dieta non solo è più salutare ed ecosostenibile (gli allevamenti di bovini sono tra i maggiori inquinanti dell’atmosfera, per il metano prodotto dagli animali), ma anche più gustosa; che dopo una perplessità iniziale, gli amici si avvicinano curiosi a questo modello, affascinati dalla serenità che la famigliola sembra avere conquistato.
Il piccolo saggio non è particolarmente ambizioso, non riferisce nuove verità scottanti; anzi, è oramai un po’ datato, avendo già 4 anni. Eppure, nei suoi racconti in cui giornalismo e racconti da sit-com sono accuratamente mescolati con riflessioni etiche e personali, invita il lettore a comprendere che ognuno è responsabile di ciò che sta accadendo, in quanto appartenente alla specie che sta mettendo a repentaglio il pianeta, e a chiedersi: cosa posso fare, io?
Non è una domanda sciocca, né inutile, dice Beavan. Il cambiamento che ognuno, per gradi e secondo la propria capacità, può provare a portare nella propria vita, non avrà solo ripercussioni sull’ambiente, ma porterà ad un’evoluzione nella mentalità, nella scala delle priorità. Lavorare per consumare, lavorare sempre di più per poter consumare sempre di più, a discapito del tempo passato con gli altri, vale la pena? Per fare un esempio.
Il concetto di progresso, lo stile di vita imperante, l’iniqua distribuzione dell’acqua e di altre risorse, in via di esaurimento, nel mondo. Temi forti, spaventosi, che però probabilmente è tempo che ognuno affronti. “Un anno a impatto zero” è un invito delicato, ironico, forse anche furbo, nel suo miscuglio di semplicità e leggerezza, a farlo.
Un volumetto divertente da leggere, che informa e stimola il senso critico. Vi troverete forse a sorprendervi a scoprire che nemmeno il frigorifero, la lavastoviglie o i pannolini del bebé sono indispensabili, e che un monopattino, la bicicletta e una tazza da portarsi al bar da casa si possono rivelare stranezze semplici e molto divertenti.
Non è da escludere, poi, qualche strano effetto collaterale, perché la riflessione sull’ecosostenibilità vi colpirà anche in momenti inaspettati: tipo quando state per soffiarvi il naso nell’ennesimo fazzoletto di carta non riciclata (perché i produttori ci tengono a dire che sono “di pura cellulosa vergine”, cioè di albero che sarebbe stato più utile da vivo, che non per custodire le nostre esternazioni rinologiche), o quando state per mettere in moto l’automobile per andare a prendere il pane in fondo alla via, o quando vi sentite a posto con la coscienza per avere fatto la raccolta differenziata, invece di chiedervi se tutti quei rifiuti erano davvero indispensabili per la nostra felicità.

Daniela

impatto 3

Colin Beavan – Un anno a impatto zero, Cairo Editore, 2010

Trailer in italiano al progetto no impact man:
http://www.youtube.com/watch?v=jkK0mDmpHUk

Blog di Colin Beavan
http://noimpactman.typepad.

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~ di calcarea su novembre 10, 2013.

10 Risposte to ““Un anno a impatto zero” di Colin Beavan”

  1. E’ un libro che ho letto diverse volte, regalato molte più volte, un libro che ha fatto cambiare abitudini (Colin dice, a ragione, che son le cose più difficili da modificare) a me a chi mi sta vicino ed anche a chi l’ho regalato.
    Una lettura divertente, mai supponente o boriosa.
    Questo saggio ci mette difronte al fatto che spetta a noi, non dipende da altri, ma da noi. Un po’ come dire: ‘Se vogliamo che il Friuli sia diverso è sufficiente che cominciamo ad esserlo noi, Diversi’.
    Insomma un libro consigliatissimo!

  2. Bisognerebbe allora che smettessimo innanzitutto di arrampicare, visto che per farlo utilizziamo automobili e aerei. E non stiamo parlando di qualcosa che ci serva veramente, ma di qualcosa che ci piace fare.
    Scalare a impatto zero è possibile? Forse se abiti ad Arco od a Finale e ti muovi a piedi o in bici.

    Faccio altresì notare che la biografia di questo moderno eroe ambientalista americano si conclude con l’invito a votarlo. Traduco il messaggio ecoambientalista: non delegare ad altri il tuo futuro…delegalo a me!
    Berlusconi, a questo qui, gli fa una pippa.

    • Io non ho registrato alcun invito a votarlo, e sono tornata sfogliarlo (forse ti riferisci al suo incontro con una specie di assessore della sua circoscrizione del comune di New York?). Al di là di questo, il saggetto (mi ostino a usare il diminutivo) è un buona scusa per riflettere sui nostri comportamenti, e per informarsi. Credo ci siano sport ben più impattanti dell’arrampicata, comunque, per fare un esempio banale, tentare di non andare uno per macchina (abitudine che abbiamo un po’ tutti) potrebbe essere una buona abitudine anche quando andate ad Arco… Per finire, fuori di polemica, una puntualizzazione: Beavan dichiara senza imbarazzi che, come accade abitualmente nell’editoria americana, scrive questo romanzo per contratto, letteralmente: lo ha venduto dopo aver scritto e fatto leggere solo il primo capitolo, e ci guadagna anche dal blog. Non gli fa onore, comunque questo qui scrive per vivere, mica controlla tutti i media del suo paese; se ha detto “votatemi”, lo ha fatto su un libretto che avranno letto in quanti? Mica a reti e testate unificate; quindi, se davvero Berlusconi gli facesse una pippa, persino noi ce ne saremmo già liberati…
      Ciao

  3. Ciao Daniela,
    mi riferisco proprio alla sua biografia, leggibile sul sito web personale, che termina con un bel “vote Colin”: sembrerebbe infatti essersi candidato l’anno scorso col partito dei Verdi. Scelta legittima, per carità; in contrasto però, a parer mio, con l’idea e lo sprone del far da sè alla faccia delle imposizioni del sistema, per scegliere di entrare (almeno a parole) a cambiar le cose dall’interno del sistema. Prima inviti a non delegare ad altri il cambiamento, poi – una volta acquistata notorietà – chiedi d’esser delegato te: comportamento già visto altrove, non credi?

    Detto questo – giusto per chiarire un attimo la statura del personaggio – nessuna polemica da parte mia, solo una provocatoria riflessione, che se posso estendo. Preciso di non aver letto il libro (mi riservo di farlo in futuro) e di considerarne giuste le motivazioni di base, rivolte probabilmente ad un pubblico già selezionato (sai quanti non fan neppure la raccolta differenziata); e questo è già di per sè un problema.
    Penso però che sian riusciti a rivoltarci, noi e le nostre idee, come un calzino.
    Una volta l’ambientalismo aveva un’essenza rivoluzionaria; ma se un tempo ci si prefiggeva un cambiamento radicale generale, conseguente ad una presa di consapevolezza comune, oggi – al tempo dell’individualismo, dell’atomizzazione e del pensiero unico determinato dalla cultura della classe dominante – non ci resta che il tentativo disperato da parte del singolo saggio e virtuoso, tanto libero di far quel che gli pare per cercar di vivere alla propria maniera quanto solo e abbandonato, chè tanto agli altri frega assai: se solo d’una questione di gusti e scelte personali riteniamo trattarsi, essi continueranno a procedere domani come han fatto sino a ieri, col sedere al caldo, che sia in ballo o no il destino del mondo. Tanto ormai il condizionamento dall’alto avviene financo all’interno della stessa coscienza individuale, cosicchè è dura andare in giro a spiegare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato dire, fare o pensare.
    Come esperienza formativa personale dunque ben venga quella proposta dall’autore, ma la strada è lunga se si vuol modificare qualche cosa oltre al proprio way of life. Il problema era, è e resta che gli altri – la maggioranza silenziosa e complice, cui per certi aspetti ci ritroviamo noi stessi ad appartenere – non vogliono cambiare proprio niente, gli sta tutto benone così com’è… E mentre tu ti preoccupi di risparmiar due fazzoletti loro stan facendo (o permettendo che si facciano) quattrini del tutto legali, benchè vergognosi, col regime libico o siriano, e pazienza per quei poveri migranti o per quei poveri bambini: ma mica son cattivi loro, sai com’è, glielo hanno ordinato. Quindi, se anche tornati a casa essi risparmiassero sulla carta igienica…sai che cambiamento globale! Tutto continuerebbe a girare alla stessa maniera: due alberi tagliati in meno, decine di morti ammazzati in più – il tutto senza alcuno sconvolgimento politico, economico o sociale, nell’indifferenza più assoluta.
    Non dico questo per cinismo o pessimismo, tutt’altro. Ritengo che sia sempre giusto fare il possibile.
    Dico però che ci han dato l’illusione di poter passare dall’I care all’I can, ed invece il risultato odierno è che a ben pochi frega più qualcosa, e tu singolarmente puoi più ben poco. Ma puoi credere di poter far molto. E a questa libertà noi non vogliamo rinunciare, anche perchè è l’unica che ci è rimasta: credere, per l’appunto, che è anche peggio di sperare (“trappola infame inventata dai padroni”, secondo Monicelli).
    Ovviamente qualunque sforzo individuale è benvenuto, ci mancherebbe, ed è giusto pensare di poter fare qualcosa da sè anzichè dipendere da altri (delegare).
    Ma faccio un esempio: c’è un regista che s’è mezzo ammazzato per dimostrare che il Mc Dondald’s fa male. E’ cambiato qualcosa a livello locale od internazionale? Non mi risulta, e nella mia città son sempre pieni zeppi.
    Allora non è affatto vero quel che dice il commentatore, ossia che (parafrasando) “se vogliamo che il mondo sia diverso è sufficiente che cominciamo ad esserlo noi, diversi”. E’ giusto, necessario, indispensabile…ma purtroppo non è vero che sia sufficiente.
    E’ pur vero che da qualche parte bisogna pur incominciare. E allora perchè non cominciare con lo smettere d’arrampicare? Mi sembra ipocrita puntar tutto sull’uso intelligente della carta igienica o dei fazzoletti quando poi inquiniamo dieci volte tanto per andare ad arrampicare. Anch’io credo che ci siano sport più impattanti dell’arrampicata, ma questo non ci manleva dalle nostre pur minime responsabilità e dalla necessità d’inseguire un barlume di coerenza: perché guardare la pagliuzza e non la trave, il dito e non la luna? Non sto dicendo di abbandonare ogni tentativo, ma di non ridurci a pensare che il poco che possiamo fare possa anche bastare: è un intero sistema economico e di pace sociale a porci in continuo errore, in continua contraddizione, nonostante i nostri pur lodevoli sforzi. Ed il sistema (e chi lo sostiene) su questi errori e contraddizioni gioca, e ha gioco facile: sei ambientalista, ma ti sposti in automobile? Sei no global, ma porti le Nike? Quale orrore! Problematiche ben più gravi ed impattanti scompaiono così dietro a una fesseria. Eppure il concetto è sempre quello: è però il sistema marcio, per assurdo, nel ricordarti che il cambiamento dovrebbe partir proprio da te, a farti notare quanto tu sia in errore ed in contraddizione. Cosicchè colpevole ritorni ad esser tu, e non lui (che quelle scarpe ti ha indotto a comperare, magari anche soltanto perchè l’alternativa ‘pulita’ non made in China non te la puoi permettere o è difficile da reperire)! O riconosciamo questa nostra condizione, e puntiamo allora ad un cambiamento collettivo che inizi veramente dal porci tutti quanti di fronte allo stesso specchio (per evitar fastidiose deformazioni), oppure la buona azione del singolo porterà a ben poco e le stesse storture continueranno immancabilmente a replicarsi, sia nel local sia nel global.
    Scusa la prolissità ma ci tenevo a spiegarmi.

    • A margine di questo interessante e competente dialogo vi segnalo sul “Fatto Quotidiano ” di oggi a pag 16 l’articolo di Chiara Daina “Vivo senza soldi, ma poi faccio i soldi sulla mia vita” : “Il suo water è stato un buco nella terra. Si è lavato i denti con una miscela di ossi di seppia e semi di finocchio…Ha cucinato su una pietra nera. Ha coltivato frutta e ortaggi. Per spostarsi da una parte all’altra di Bristol ha usato i suoi piedi, la bici, oppure ha chiesto un passaggio in auto. Ha tenuto il cellulare acceso solo per ricevere chiamate. Ha scritto su un notebook. E si è riscaldato. L’energia l’ha prodotta lui con un pannello solare. Mark Boyle, il re del fai-da-te, un inglese di 34 anni, per due anni ha vissuto senza soldi. Non è stato un percorso esoterico, neanche mistico, ma catartico. Meno hai, più vivi felice e in salute: questa almeno è la sua conclusione. Freeconomy (justfortheloveofit.org) è la comunità online che ha messo in piedi dal 2007….ecc. “

  4. Caspita Lorenzo, non avrei mai voluto sollevare tali e tante aspettative commentando un libro ambientalista! Grazie delle interessanti riflessioni, che condivido quasi in toto. Aggiungo solo un paio di considerazioni, tanto per chiarire meglio il mio pensiero:
    – Aspettarsi da un libro la soluzione ai problemi dei poteri forti che reggono le sorti del pianeta è chiaramente assurdo, ma ciò non toglie che quella lettura possa essere utile (magari non a te, che evidentemente hai gli strumenti per una buona coscienza critica, ma a quelli che non fanno nemmeno la differenziata, senza sapere bene perché, forse sì).
    – Il mio risparmio di un fazzoletto di carta non cambia il mondo, ma cambia la mia mentalità, mi fa riflettere, acuisce il senso critico. E quel cambiamento di mentalità può essere quello che mi darà gli strumenti per indignarrmi di fronte a ciò che ci viene perpetrato sotto il naso anche dai poteri di cui sopra. E’ un primo passo, sempre troppo lento ma importante.
    – Posizione del tutto personale: non pretendo che il mio cambiamento cambi le sorti dell’umanità, ma io cambio anche per me stessa, non voglio andarmene da questo mondo ignara come sono arrivata.
    – Infine, e ti assicuro che non è una battuta, le mie tendenze estremiste, frustrazioni pericolose quando non vere posizioni filo-ecoterroristiche non le pubblico su un blog, che dici?
    Ciao, piacere di avere trovato qualcuno con cui condividere questo tema (Al di là del buon Beavan: io non voto a NY, quindi e ci anche ci ha gabbati chi se ne frega?! E’ stato giusto l’input)

    • Son convinto che la lettura in oggetto sia utile, senz’altro per un percorso formativo individuale, che ritengo sempre necessario: non si cresce in base all’età, ma nell’esperienza e nel cervello e c’è chi per certi versi è immaturo anche a 60 anni.
      Quel che rilevavo, più nel commento al pezzo che nel pezzo stesso, era un entusiasmo tale da far apparire la proposta insita nella lettura, oltre che utile, anche risolutiva. Così non è, secondo me. La rivoluzione inizia davanti allo specchio del bagno, ma lì non può terminare. D’altra parte, c’è chi non inizierà mai un processo (controin)formativo, sempre fidandosi del proprio sedere e della verità rivelata dall’alto del potere economico, mediatico, statuale; ritengo che costui faccia assai più danno rispetto al vantaggio ottenuto dal minimo nobile sforzo d’una persona cosciente.
      Purtroppo la consapevolezza non è indolore, anzi. Per questo molti preferiscono evitarla: certe illusioni più o meno indotte, certe false verità son più facilmente consolanti e rassicuranti. E quando non sei più ignaro, e magari sei addirittura fin troppo coinvolto, rischi di finire come son finiti in tanti.
      Io sul mio blog mi lascio scappare fin troppe provocazioni…anche peggiori di questa proposta di smettere d’arrampicare. Speriamo bene!
      Piacere mio. Un saluto

  5. Gianni, da te invece non so perché a sento un vagoodoro di presa per i fondelli, con gli ossi di seppia tritati e i semi di finocchio… !

    • Spendi un eurino e venti e compra il giornale allora, se non vuoi addirittura scroccare una sbirciata al Fiammifero (come suggerirebbe il tipo di Bristol…). Ma ricorda: chi ha un sospetto, ha un difetto!

  6. […] “Lavorare per consumare, lavorare sempre di più per poter consumare sempre di più, a discapi… […]

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