Fantasmagorica

Riceviamo e pubblichiamo con grande soddisfazione la relazione dell’ ennesima prima salita nelle Alpi Carniche, ad opera di una delle cordate ormai storiche del nostro alpinismo, che ha impreziosito un’ ascensione di grande impegno con una pregevole descrizione letteraria.

Prefazione.
I raggi del sole mai lambiscono la pala di Nuviernulis che nulla però nasconde alla bramosia degli scrutatori di pareti. Gli elementi gotici di cui è composta sono rimasti incompiuti nei loro semplici schemi: dai detriti di falda sorge con un’alzata anomala una gigantesca gradonata adorna di un soffice tappeto verde d’erba e di muschio che sorregge, a destra, un invitto non-spigolo, da cui partono due sinuose scanalature parallele tendenti a minare la sobrietà centrale della pala e a corroderne la compattezza. A sinistra una cornice color giallo antico s’incurva progressivamente a sfumare nell’incontro con la cuspide; in basso, ancora sulla destra, c’è l’incassatura di un portale ben squadrato, anch’esso fatto a metà. Il centro della pala però sembra vuoto, privo dell’affresco sbilenco che ci si aspetterebbe di ammirare; un buon binocolo aiuta a discernere solo vaghi posatoi di rondini montane e qualche incrostazione variopinta degli immancabili licheni, ma niente crepe capaci di accogliere almeno un RURP.

fantasm nuv

Passanti interessati solo raramente possono cogliere presenze umane impegnate lungo la linea marcata tra l’attaccatura della cornice giallastra e il vuoto grigio della pala. Quella fuga fu inseguita nell’anno 1965 da Barbanera sul Falcone; personaggio dispensatore di gioviale sarcasmo inflitto a suon di battute nelle coscienze di alpinisti montanari, alla stregua dei prestanti cunei di legno, che ancor’oggi trasudano creosoto, infitti con ampie mazzolate in capaci fessure. Era il tempo in cui si scalava, letteralmente, la roccia con tecnica di carpenteria, lentamente ma con l’inesorabile sicurezza del piede sul piolo.

Ancora più raramente capita di poter osservare qualcuno penzolare dal settore occidentale della pala e progredire con un percorso parallelo al precedente, in diagonale da sinistra a destra, ripassando l’opera del Danzatore de’ Verticale. Sul finire degli anni ’70, più di altri, egli rappresentò una sorta di David dell’alpinismo eroico friulano, al tempo dotato di fascia ferma capelli e scarpette flessibili a suole lisce che, sciogliendosi in movimenti fluenti in stile Liberty e fischiettando il bolero di Ravel, interpretò per primo il Troj straplombant. Egli dimostrò, in quel 1978, come la consapevolezza del baricentro ombelicale, sospinto da gesti atletici e precisi, potesse sopperire all’ermetismo di certi muri impermeabili a chiodi e cunei di qualsiasi fattezza.

L’arrampicatore incline all’estetica, attento selettore di muri non meno che monolitici (basta! con camini, fessure e diedri), raramente si fa condurre dalle topoguide sotto la pala di Nuviernulis, nonostante il contatto tattile con i calcari dolomitici del Norico da queste parti risulti entusiasmante (le due vie citate ne sono la prova, a dire dei fugaci frequentatori). I più tenaci inseguitori di sogni inesplorati, una volta giunti sotto quella parete grigia priva di affreschi sbilenchi, scrollando il capo, concludono sempre allo stesso modo: qui per fare qualche cosa di nuovo ci vorrebbe solo il trapano!

fantasm 3

Capitolo primo.
Avere un soffitto cupo, seppure parziale, sopra la testa innervosisce, toglie la prospettiva al futuro e costringe a piegamenti all’indietro del busto che rubano il sangue alle braccia. Ma l’uscita dal mezzo portale si trova sul non-spigolo di destra, dove ancora per un altro buon tratto la testa è costretta all’indietro per scovare il posto delle mani. A sinistra, finalmente, lo sguardo si rilassa correndo lungo la cornice sporgente sull’orlo del portale e sul grigio chiaro del muro lavato dalla pioggia che le punte dei piedi, attacca e stacca di lato, seguono veloci reggendo tutto il peso di quanto sta sopra, senza sforzo.

Capitolo secondo.
In alto il non-spigolo priva di qualsiasi speranza, forse è meglio l’andare in obliquo a sinistra. Qui tocca alle punte delle dita restare in stallo, portando tutta la responsabilità di ciò che è appeso al di sotto: ma il biancore di immobili polpastrelli indica un imminente involontario distacco dalle conseguenze non immaginabili. Allora meglio andare ancora più a sinistra dove le falcate laterali di gambe e braccia si possano alternare senza sforzo, laddove l’occhio trova il punto debole, non nella roccia no, bensì nella mente vile che preferisce nasconderci tra le pieghe più grosse della parete. C’è pure un chiodo. Ciao Attilio. Ma bastano pochi buchi, inconsultamente scavati dal tempo, a intrappolare di nuovo l’occhio nell’emisfero destro della massa cerebrale, quella che poi spinge le mani a frugarvi in cerca del sicuro naufragio in mezzo all’immobilità della plaga grigia.

Capitolo terzo.
Occorre salire ancora, oltre la lama improbabile, e anch’essa grigia, che tuttavia si lascia cingere da un bel cordone rosso vivo, verso un arco il cui sporto si attenua lontano, ancora più sulla sinistra. E poi via, con la mente in apnea per non contare in metri lo spazio abbandonato sopra l’ultimo rinvio. A volte una clessidra da pochi Newton fa miracoli sul morale e poi due chiodi (ben fatto, amico) che si estraggono con dita esili di ballerina, aiutano a buttarsi a sinistra, tra spaccate e incroci, in cerca dello strapiombo cessante. I minuti passano lentissimi, ma paiono risucchiati da ore fulminee, sotto il peso di immani tensioni capaci di spremere la mente da qualsiasi peso superfluo: meglio sentirsi leggeri sul micro dado di ottone, poi su solo due delle quattro camme che il giallo Camalot mette a disposizione e il gancio d’acciaio su cui abbandonare la staffa e il batticuore, prima di incollare i polpastrelli alla roccia per, finalmente, poter sbuffare contro la grande cornice gialla e arcuata della pala tutta l’adrenalina accumulata nel tunnel del divertimento. Due chiodi di sosta attendono ospitali. Mandi Marcello. Là sotto, un paio di colpi di martello sfuggono alla testa dei chiodi prima di intraprendere un viaggio pazzesco, quello che porta all’incontro con il sorriso trasecolato di un sognatore a occhi aperti. Fanculo Jot!

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Postfazione.
Oggi la pala gotica di Nuviernulis porta un’altra flebile pennellata. Segno di quell’inutile leggerezza dell’essere che non lascia tangibili tracce, se non quelle di qualche sbagliato colpo di martello sulle vaghe incrostazioni variopinte della parete che, incredibile, producono schizzi verdi di clorofilla. Che sia sangue di drago!? Trattasi forse di “Impossibile” che il Cittadino del Monte ha provveduto a dipingere già negli anni ‘60 sulle pareti delle Alpi e poi anche su quelle himalayane? “Impossibile”: uno dei tanti discendenti del sumero Kuwawa, guardiano antropomorfo dalla testa di leone custode del sacro bosco di cedri, protomostro occidentale perito sotto i colpi di Gilgamesh, uno tra i primi di una lunga serie di ambiziosi in cerca dell’immortalità attraverso la distruzione delle proprie ombre.

Ma ogni drago che si rispetti è inseguito dal suo sangiorgio, pronto a fargli la pelle. Il nostro, possiamo osservarlo di sguincio, contorcersi in sembianza di nuvola nel cielo assumendo la forma di un cavaliere che brandisce una breve lancia rotante, come la punta elicoidale del trapano. Pare anche di sentirne la voce sibilante e maliziosa: buca, buca e chioda, ti sentirai meglio e lascerai una indelebile scia luccicante, ambita dai posteri. Parole sprecate, conosco bene la tecnica per domare l’Impossibile: prima si praticano i fori da cui si estrae il midollo bianco e polverulento del drago, poi si turano velocemente con spezzoni d’acciaio sui quali si stringono altrettanti anelli che servono proprio a imbrigliarlo e a non lasciarsi disarcionare definitivamente. Così facendo però si ritorna al lavoro (sporco e faticoso) della carpenteria alpina, regalando ad altri il plaisir della pura prestazione sportiva. E sport non fa rima con alpinismo, dice il Vegliardo greco-svizzero-triestino nella sua maledetta metafisica della montagna. Ha ragione da vendere lui, tanta da lanciare una sacrosanta sfida ai mercanti nel tempio del sodalizio alpinistico italiano e tenere vivo l’interesse sulla strage dei draghi alpini.
Nei frangenti della pala di Nuviernulis però il carpentiere è rimasto basito di fronte all’opera di un pittore al contrario: alla pala di roccia non è stato aggiunto nulla. Anzi. Da essa sono state raccolte incommensurabili sensazioni, visioni, fantasmagorie. Appunto.
Mario Di Gallo

fantasm controlux

ALPI CARNICHE
Gruppo Sernio-Grauzaria. Torre Nuviernulis o Medon 1881 m, parete nord.

“Via fantasmagorica” –  Mario Di Gallo e Daniele Moroldo (capo cordata), 15 agosto 2009.
La monolitica parete nord, segnata da linee essenziali e incurvate in forma di archi crescenti da sinistra a destra, sono state percorse da due vie con lo stesso andamento. Questo nuovo tracciato presenta invece un percorso inverso, da destra a sinistra, andando ad esplorare le compatte placche centrali.
Si attacca nei pressi dello spigolo nord-ovest, sotto un tetto a forma di portale, si sale per una fessura, si supera il tetto a destra e, appena possibile, si traversa a sinistra per cornici sull’orlo del tetto fino a una scomoda sosta (50 m; V, VI+, VI, V). Traversare a sinistra per placche, a uno spuntone salire per 10 metri la via troj straplombant poi obliquare a sinistra per una parete con buchi fino a un minuscolo terrazzino (50 m; V, V+, VI). Salire direttamente la placca per raggiungere una fascia strapiombante, obliquare a sinistra fino a poter salire direttamente per raccordarsi alla via del diedro Bulfoni (50 m; VII-, VI+, A2 per 6 m su piccoli dadi e friend, VII-). Seguendo quest’ultima si raggiunge la vetta (IV, V).

Dislivello 200 m; difficoltà continue, come da relazione, su roccia molto compatta difficilmente chiodabile. Nessun materiale lasciato in posto.  Tempo impiegato 7 ore. 
Nota: Sono state attrezzate le calate in corda doppia (corde da 50 m) sul margine destro della parete nord.

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~ di calcarea su novembre 5, 2013.

Una Risposta to “Fantasmagorica”

  1. ” i fori da cui si estrae il midollo bianco e polverulento del drago”
    bellissimo e concordo pienamente!!

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