Colpa del Chèn

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Somplago settore Chiesetta, la via è Zanardi.
Secondo me è bellissima, un regalo di Gino che in pochi “giri” ha donato alla vecchia falesia una serie tutta nuova di tiri bellissimi, lunghi, continui e duri. Zanardi fra questi è il più facile, e allora provo a farci un giro. Così, tanto per giocare, come sempre. Poi ci metto uno spit per collegare meglio il vecchio scavatone del pilastrino alle canne del muro di sopra, e la linea diventa perfetta.

Non ho molto tempo per scalare, e Zanardi è l’ideale per tenersi allenati: 35 metri di buchi, canne, tacche e svasi con un paio di passi bulderosi, tutto il necessario per rimanere in forma. Passato l’inverno, faccio un altro giro, poi ci gioco anche col caldo estivo. Qualcuno mi prende anche in giro: effettivamente non è roba per me.  E mentre i miei bimbi giocano come matti con gli altri nanetti del circo, io tiro delle sudate orrende per arrivare in catena.

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Capisco subito che la via ti frega: i singoli si fanno, anche subito, ma collegarli è più complicato di quanto si possa immaginare… a meno che uno non abbia i cavalli motore di Gino, Chen e il Degano che cercano di spiegarmi come si fa.
Ma per me così non si può. Gino è troppo tecnico e le sue dita sono fortissime, Chen tiene tutto e non capisce neanche dov’è il duro (!…), Paolino è troppo alto, lo fa strano. Insomma, questi tre la salgono per riscaldo, non mi sono di aiuto.

penthotal

Poi arriva settembre, il primo fresco ed improvvisamente anche per me le tacche diventano umane, si tengono, riesco a muovermi sul passo chiave, trovo un metodo.
Ma,  soprattutto,  alla base si crea finalmente un gruppetto di pretendenti umani e non alieni, e ci si aiuta; beh, normali a parte Mariangela che pian pianino, come un caterpillar comincia a macinare passaggi, a sistemare per bene i piedi.  Insomma, finalmente trovo un ottimo stimolo.

Mariangela è fortissima. Prova e riprova un passo, quando lo risolve,  da quel momento non lo sbaglia più; mica come me che da vecchio nostalgico dei metodi Yoyò (primi anni ’80: quando cadi ti fai sempre calare, non vale provare i passaggi successivi… ma cosa vuol dire vale…non vale…boh, sono proprio giurassico). Fatto sta che l’uscita proprio non la so fare bene, cambio ogni volta gli appoggi sui piedi, volo spesso.

Poi un bel sabato molto gripposo Mariangela arriva altissima, vola che ormai sembrava fatta. Ma allora si può fare, penso. Gino se la ride sotto, io salgo veloce, mi riesce finalmente il bulder in continuità, arrivo alle ultime liste, da sotto mi incitano. Ops, aiuto, non si può fare, sono in piena riserva: i miei avambracci ormai sono gonfi e venosi, mi fanno male (qualcuno ricorda il collo di Adriano Pappalardo?). Insomma, inghisato a morte non riesco a tenere l’ultima tacca, e giù. Bravo Stefano, dice Mariangela. Perchè sei caduto papà? Dice Gianmaria, che faceva il tifo anche lui, deluso da un padre incapace. E infatti “bravo un bel cazzo”, mi bacchetta Gino: devi stritolare quella tacca, stringi, stringi.
Già, se fosse in partenza sarebbe un passo di seicì, ma dopo trenta metri mi sento imballato come un principiante.

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Passa qualche giorno, mi ritrovo ancora sotto Zanardi. Mariangela ce l’ha fatta, fortissima, con margine e sicurezza. Che bestia! Io ero caduto di nuovo all’ultima tacca mezz’ora prima, diventando ufficialmente l’asino di Somplago. Paola e Simonetta si propongono per farmi l’ultima sicura della giornata, ma all’improvviso dal parcheggio spunta il Chèn. “Lo tengo io, andate ragazze, ci penso io!” Perentorio, secco, mi guarda: “dai, Stefano, DioXXX, è ora di chiuderla!”.
In questa bestemmiona benedetta ci sono tanti messaggi, ed improvvisamente mi prende l’emozione: dopo tantissimi anni il Chèn mi tiene ancora su una via per me al limite, che naturalmente per lui è un riscaldo. Che figo. Lui per me è veramente un mito.

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Parto concentrato, e riesco ad eliminare l’emozione. Arrivo al tratto chiave, me lo mangio, moschettono e cerco di riposare. Qui in genere arrivo gonfio e con il fiatone da asmatico;  adesso magicamente sto bene. Dal basso un po’ di tifo, respiro bene, sono tranquillo. Guardo sotto, vedo due enormi bicipiti tatuati: “Vai, vai, duro”. Ecco il momento giusto.
Credevo. Ma…ma succede l’imprevedibile.
C’è un vento strano, e per quello strano gioco dei suoni e delle termiche per i quali chi sta sopra sente anche i bisbigli di chi sta sotto, mentre sto per partire per l’ultimo passo, sento il Chèn che sussurra a qualcuno vicino a lui: “sal còle cumò i spaki la muse”. Se cade adesso gli spacco la faccia.

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Se lo dice chiunque, beh, è un modo di dire, magari ti carichi anche di più; ma se lo dice il Chèn….anche se a voce bassa bassa…beh…. Mi prende un attacco isterico di ridarola incontenibile. Quello mi spacca la faccia sul serio, penso. Da ragazzo avevo sempre paura di farlo incazzare. Guai! morte sicura, pensavo, prima di conoscerlo bene.

Le braccia si gonfiano istantaneamente come i tubolari di Gimondi, le gambe molli, un piede trema come una macchina da cucire, mi ingobbisco, cerco disperatamente di tornare di qua. Dai, cattivo, penso, no sta ridi, pensa a salire, concentrati macaco. Niente da fare, mi viene da ridere, anche da pisciare. Da sotto il Chèn capisce che le cose si mettono male: “fuarce, DioXXX, vai, vai”.

Il tifo non c’è più, silenzio. Evidentemente tutti hanno capito che sono una pera cotta. Due movimenti maldestri, un piede messo male, cerco di arcuare la tacca, patetico, faccio anche un verso come i veri (tristezza), e giù. Il volo è lunghissimo, gran lasco, e prima di terminarlo sento già il Santo Rosario, le Litanie e i Vespri del Chen. “Jooooi, XXXX, che collione, XXX, asinaccio, BIP, pòte! ecc.ecc”. Stavolta non bisbiglia, urla.

Anche le campane della parrocchiale di sotto si mettono a far casino, cominciano a battere, sono le sei.

Mi cala piano piano nel silenzio più assoluto, mi guarda facendo di no con la testa, se potesse effettivamente due scuffiotti me li darebbe volentieri, dietro le orecchie, come ai cani; eppure mi viene ancora da ridere.
Capisco ancora una volta la teoria della relatività: è più divertente chiudere una via  o rischiare la faccia perchè un tuo amico ti fa pisciare dal ridere sul più bello?
Il Chèn è veramente dispiaciuto, se ne va deluso senza dire niente. Non sospetta che stavolta sono volato per motivi onorevoli e non per sfigaggine. Mariangela pagherà da bere a tutti, io devo aspettare ancora pochi giorni.

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Pensavo stupidamente che la via si chiamasse Zanardi perchè, in onore ad un famoso pilota incidentato, non servono le gambe, ma bastano braccia e dita. Gino invece l’ha dedicata ad un grandissimo fumetto di Andrea Pazienza che ho letto tante volte ma che avevo rimosso. Come l’arrampicata. Che collione.

Stefano Gri

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~ di calcarea su ottobre 15, 2013.

7 Risposte to “Colpa del Chèn”

  1. mitico gri.. ho riso troppo(del racconto non di te)

  2. Solo tu potevi ridere in quella situazione e quindi x me acquisti altri punti ,ma non posso farti complimenti ….con gli ultimi ti ho già compromesso ….

  3. Chi la dura la vince. Alla fine hai capito che dovevi stringere anche le ultime prese. Grande vecchio

  4. gri, stai attento, hai ormai una certa età, non sei più quello di un tempo. A parte gli scherzi, i miei complimenti! mandi

  5. …e tanti vanno a teatro o al cinema…!
    Mi spiace aver perso questa prima,ma leggendo il copione ho immaginato le scene…però aspetto la birra…complimenti a tutti!

    marilena

  6. bel racconto, molto divertente, complimenti !

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