New York

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Il cielo in una stanza è una citazione stucchevole, ma è la prima che mi viene in mente ricordando l’ultimo viaggio, a New York. Una metropoli non è bella come il cielo, ma quando non ci vivi ti puoi permettere di godere, senza soffrire troppo la claustrofobia da cemento, di quella concentrazione quantistica di materia: umana, artistica, architettonica. La storia, purtroppo, l’abbiamo mancata di poco, causa strascichi dell’uragano Sandy: ancora per qualche giorno era chiuso il Museo dell’Immigrazione, a Ellis Island, nel quale si ripercorre l’odissea dei tanti italiani partiti per la Merica, i migranti della terza classe, che venivano qui ispezionati per verificare che non portassero malattie e che non fossero dei criminali.

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Immigration Museum

Per raccontare New York fuori dai cliché, basta rimescolare le foto ricordo e ci si accorge che tutto, o quasi, si può osservare in chiave artistica; giocando con le immagini e con l’inglese, il viaggio diventa una rassegna di situazioni etichettate secondo il personalissimo criterio di chi le ha vissute.
Artistic Art – L’arte è la prima cosa che si può osservare in chiave artistica, ovviamente. Del resto, dove, se non qui? E in strutture meravigliose come il MoMA, indubbiamente tra i più bei musei che abbia mai visitato, o il Metropolitan. Pensa a un quadro: facile che lo trovi. Ma accanto alle opere da cartolina c’è una foresta di espressioni artistiche che ti scrutano curiose…

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… che ti fanno riflettere sulle forme di questa città…

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… che ti fanno pensare che un’architettura come l’uovo del Guggenheim, quando diventa parte di un’installazione, ha senso e bellezza, altrimenti forse è solo un contenitore scomodo e invadente rispetto alle opere che dovrebbe esaltare…

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Lo skyline di Manhattan, inutile dirlo, è forma artistica che si compie con l’arrivo della notte: l’importante è tenersi lontani dall’insensato brulicare di Times Square, e osservare l’interazione dell’isola con gli elementi naturali…

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New York e fulmine

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Manhattan sfuma in Central park

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Street Art – il paesaggio urbano è artistico senza presunzione ma carico di vitalità e voglia di esprimersi nelle sue manifestazioni più varie, dal muralismo all’arte di strada: gente che si esibisce spesso per il semplice piacere di mostrarsi, di incontrarsi, di sfidarsi a chi è più bravo. E sono bravi davvero! La metropoli si umanizza attraverso queste persone, che volentieri si fermano a raccontarti la loro storia, se dimostri interesse.

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– Murale a Little Italy – Ritrattista e ballerina al Metropolitan Museum
– Street Art musica e danza irlandese

Musical Art – E poi c’è quell’espressione artistica che più newyorkese non si può, che è Broadway… Lo so, lo so, il musical è un genere che fa storcere il naso, però se scegli un grande classico, come Il Fantasma dell’Opera, lo vai a vedere in un teatro storico da milletrecento posti, con un palcoscenico che è una piazza d’armi, l’orchestra che suona dal vivo, effetti scenici da mille e una notte, se è una macchina mostruosamente grande e perfetta in ogni suo meccanismo… Magari rimani dell’idea che è un genere surreale, ma esci da quel teatro a passo di jeté, roteando attorno ai pali come Gene Kelly in Singin’ in the Rain (probabilmente con molta meno grazia, ma la parentesi surreale del musical ancora ti avvolge, e tu ti senti proprio come lui).

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Food Art – Questa è una battuta, chiaramente, e lo dice una che tutto sommato è di bocca buona… Ma è un dato di fatto, una “bocca buona” italiana è un gourmet fuori dai confini! Tornando alla cucina statunitense: Experience the difference, direbbero i pubblicitari, facendo di un difetto una virtù. La realtà è che il concetto di cibo è different: non si percepisce una tradizione autoctona, il cibo che si trova più facilmente è il risultato di un lungo processo industriale, durante il quale la materia prima si è smaterializzata per ricomporsi in qualche pappone dal sapore artificioso e con un tale contenuto in nutrienti che il tuo povero fegato, italiano, magari vegetariano come il mio e poco avvezzo a certe schifezze, verso il quarto-quinto giorno inevitabilmente eleva la sua protesta. Mentre nascondi l’ittero con il fard, salvi il salvabile (o rimandi l’inevitabile) grazie ai ristoranti etnici: sapori interessanti e qualche buona scoperta di take away assolutamente evoluti, con prodotti freschi e scelte per tutti i gusti. Ah, è banale sottolineare che le porzioni sono tali da far impallidire un camionista.

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– Indiano e Dumplings
– TexMex e kiwi cinese

Ground Zero Art può suonare inopportuno, ma non è così. Quasi tentata di proporre “non ci andiamo, non aggreghiamoci ai tour della curiosità morbosa, al turismo catastrofista”. Invece è una sorpresa interessante, in via di ultimazione. Una scelta dolce, quella di ricordare l’Undici Settembre attraverso il suono incessante dell’acqua che scorre verso il centro, al posto delle fondamenta delle torri. Il rumore è come un pianto sommesso, le orecchie ascoltano questo suono mentre gli occhi scorrono i nomi delle vittime semplicemente incisi nella balaustra che circonda i quadrati.

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World Trade Center Memorial

ScienceArt – Il cielo in una stanza non è solo metaforico, quando visiti il planetario nel Museo Americano di Storia Naturale: una proiezione a piena cupola, sopra la tua testa, ti fa rivivere la nascita dell’universo, delle stelle, del sistema solare, della terra, e ti spiega perché siamo davvero “polvere di stelle”. Emozionante, soprattutto se, una volta usciti dal planetario, si vanno a toccare con mano le meteoriti qui ospitate, e poi, per contrasto, si va a dar da mangiare ai dinosauri oppure, in sale “di poche pretese”, ci si immerge nelle profondità oceaniche!

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– Meteorite
– Stegosauro
– Modell(ino) di balena

Bé, ma insomma, la Grande Mela non ha pecche? Non scherziamo. Lasciando perdere i difettucci da grande città (però è pulita, i mezzi pubblici funzionano, quindi in quanto rappresentante italiana già devo stare zitta), potessi fare due chiacchiere con il sindaco di New York, sbattendo un pugno sul tavolo sottolineerei la scandalosa assenza dalla città, dai musei, dalla toponomastica, dalla cultura bassa come da quella alta, di qualsiasi riferimento ai primi abitanti di quelle terre: per capirci, il Metropolitan Museum contiene il mondo intero, ma nell’ala americana espone distinti arredi di case dei coloni dell’800, e basta. Non un riferimento ai nativi americani. Forse al Museo di Storia Naturale? Sì, qualche reperto archeologico di qualche antica tribù e una ricostruzione con le statue di cera dell’incontro tra gli olandesi, primi coloni dell’attuale New York (allora New Amsterdam), con i Lenopi, disgraziato popolo abitante quelle coste. Due statue di cera. No comment.

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Sala dell’Oceania al Metropolitan

Per l’altra critica non mi accontenterei del buon Bloomberg, vorrei salire un po’ di più la scala gerarchica e battere il pugno sulla scrivania dello Studio Ovale, per condannare la mostruosa impronta ecologica di una nazione in cui tutto è usa e getta, tutto è esageratamente illuminato e refrigerato (nei musei la temperatura media, d’estate, sono 15 gradi), tutto è inutilmente gigantesco e in cui la popolazione vive nella più totale inconsapevolezza di questo, se la commessa del negozio, di default, ti mette due-articoli-due in DUE buste di grossissima plastica non biodegradabile, posizionate da apposita macchinetta l’una dentro l’altra (ci potresti caricare un mobile, lo reggerebbe perfettamente) e ti guarda come venissi da Marte quando tu le dici “No grazie, ho la mia” mostrando la tua borsa di stoffa. “Questi europei sono proprio degli zotici primitivi”, deve avere pensato quella sera la cortese signorina, infilando la vaschetta della sua cena nel microonde, vaschetta che poi ha sicuramente gettato nell’immondizia e portato fuori. Ah, già, dimenticavo, attenzione ai marciapiedi, la sera, a Manhattan: dopo una certa ora vi viene depositato di tutto, materassi compresi, per la raccolta dell’immondizia. Pressoché indifferenziata, rigorosamente.

p.s. – riguardo quest’ultima critica, occorre dire che l’inconsapevolezza non è di tutti: sto imparando molto dal divertente saggio scritto proprio da un newyorkese, intitolato “Un anno a impatto zero” , consigliatomi da un lettore di Calcarea. Magari una volta ve lo racconto…

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Testo e fotografie di Daniela De Prato

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~ di calcarea su settembre 6, 2013.

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