Intervista a Stefano Gri

post dic 2012 004

Circa un anno fa qualcuno mi disse che un certo Gri aveva ripreso ad arrampicare.
Ricordavo di aver incrociato spesso il suo cognome insieme a quelli di Bizzarro, Libralato,
Perotti, Bernardis e Bianchi, quando leggevo i vecchi IN ALTO (cronaca della Società Alpinia
Friulana) e nelle guide grige CAI-TCI.
Mentre però i primi li avevo conosciuti di persona o quantomeno “di penna”, Gri rimaneva un
mistero. Così lo chiamai per un’intervista. Preparai un’introduzione. Poi lo conobbi. Quindi
cancellai l’introduzione che non c’entrava niente col soggetto. La riscrissi. Lo conobbi un po’
meglio. Cancellai nuovamente l’introduzione.
Posso affermare che il Gri è una di quelle rare persone che hanno una visione “diversa” delle
cose. E’ come se le guardasse  da una diversa prospettiva rispetto agli altri. Più ampia.
E parlando con lui ho avuto la conferma di un mio vecchio sospetto: la loro arrampicata era
davvero libera, creativa, rivoluzionaria, anarchica, etilica e completamente senza regole. E il far
saltare gli assiomi di un alpinismo conservatore e tradizionalista era uno dei loro passatempi
preferiti.
Gri di nome fa Stefano, classe 1963;  appena sedicenne frequenta un corso di alpinismo al CAI
di Udine. Proprio insieme a Perotti, Libralato e Bernardis.
Ha 18 anni quando ripete la Solleder con variante Bettega al Sass Maor. Altre sue ripetizioni
sono la Cassin al Badile, la Schranzhofer sulla Croda dei Toni, la Ratti alla Noire, la prima libera
della Baschera-Solero sul Pic Chiadenis, tantissima Marmolada, Lavaredo eccetera eccetera…
Tutto questo fino al 1991, quando smette. Poi più niente, nulla. Per 19 lunghi anni.

Cominciamo da qua. E’ stato difficile smettere di punto in bianco? In genere chi va in montagna
è un drogato e difficilmente può farne a meno. Cosa successe?

Intanto ciao Alberto, …o Signor Conte, giusto?
Beh… smettere è stato difficilissimo e facilissimo allo stesso tempo.
Da un lato è stata dura perché nel 90 e nel 91 avevo fatto due stagioni alla grande, per i miei
parametri ovviamente, alternando grandi pareti dolomitiche al megalaboratorio di Verzegnis
sotto le cure del Chen e dell’ambiente tolmezzino.
Bellissimo, conservo ricordi straordinari. Poi però alcuni episodi, accaduti quasi in contemporanea, mi hanno fatto cambiare vita.
A parte la mia inquietudine che ti fa sentire sempre poco soddisfatto di quello che fai… in primo
luogo la morte di Daniele in Marmolada, grande amico e grande compagno di scalate, e poi
l’impossibilità di fare, in questo paese, l’architetto, come piace a me, e la necessità di emigrare all’estero; pensa che quando cominciai a lavorare a Barcellona, in Italia arrestavano Mario Chiesa ed iniziava ufficialmente Tangentopoli (mai avrei pensato che vent’anni dopo questo Paese fosse più in ginocchio di allora…).  A 29 anni ricominciai praticamente da zero l’Università, la Spagna mi diede la possibilità di imparare prima e di esprimermi poi. Il Sindaco aveva 36 anni, il mio capo 32, la mia assistente di cantiere 21! Non era un paese per vecchi. Provai ad arrampicare ancora, ma 10 ore tra lavoro e studio, e 6 tra tapas e movida tutti i santi giorni (che bello shock per un furlano!) smisi di scalare.

"Piccoli Dei" Verzegnis 1991

“Piccoli Dei” Verzegnis 1991

Hai smesso nel 1991 e ti ti sei trovato catapultato nel 2010… Che salto! Il mondo della verticale è
cambiato?

Accidenti sì. E comunque ricominciare è stato veramente difficile: che panico all’inizio, mi
sentivo un vero coglione; poi far funzionare di nuovo la macchina, pian pianino, è stato molto
divertente. E poi dieci anni fa pesavo 25 chili di più…
E comunque: non sono un nostalgico, uno da “aimieitempi”, quindi per me il mondo verticale
l’ho trovato, anzi, ri-trovato molto più bello. Gli elenchi sono di moda, ne faccio uno?
Innanzitutto oggi la gente arrampica mooolto meglio! A parte i superforti, ovvio, anche i miei
vecchi amici reduci (e qualcuno è davvero vecchio!) sono tutti più bravi di allora; non parlo
solo di grado (anche se…!), mi riferisco alla capacità di arrampicare bene; poi ci sono
ragazzini e soprattutto ragazzine strepitose. Sono rimasto molto impressionato: una vera
grande evoluzione.
E poi c’è anche la plastica che per me, alla faccia dei soliti brontoloni, è stata una vera
meraviglia. Anzi, se non ci fosse stata, forse non sarei riuscito a rientrare in falesia,
non solo per i miei orari, ma soprattutto perché è veramente allenante e divertente.

gri 1 travesio

Terzo, per me importantissimo: il web, che permette di vedere così tanti video e leggere tanti
contributi diversi, che si impara moltissimo, dico davvero. Quando ho ripreso ad arrampicare ho
capito solo oggi un sacco di questioni, sia tecniche che atletiche, che una volta erano solo
leggende. Se penso alle tendiniti e alle regressioni nella scalata per dare retta ai guru di allora:
trazioni sovraccaricate tanto allucinanti quanto inutili (il travo di Corona…), fotocopie malmesse
di tabelle derivate da sport completamente incompatibili… dita spaccate, ghisa subito e
dovunque. C’era gente che faceva cinque trazioni su un braccio e non faceva un 7a neanche col
monocolo.
Oggi esiste un metodo, allenamenti collaudati: le gare, piaccia o no, servono a tutto l’ambiente.
Ultimo, ma solo nell’ordine, ho trovato un ambiente diverso, più accogliente. Il popolo dei
climbers è maturato, più appassionato e simpatico, c’è gente fighissima.
Non ci sono più i dogmi degli ex-alpinisti, quelli contro i quali sostenemmo dure battaglie. Fine,
stop, altro mondo, reset. Una delle prime volte che tornai a Somplago, da solo, provavo
disperatamente un seià, vennero a farmi sicura Paola e Maxone, due belve da ottoà! Rimasi
colpito, mi sentii accolto, i tempi erano davvero moderni.
Però, se vuoi ho anche un elenchino delle cose che secondo me sono peggio….

Tipo un ambiente a volte un po’ troppo allineato? Dove la componente di ripetizione è alta e
quella di ricerca è bassa? Il mondo dell’arrampicata è conformista o no? Vai pure con l’elenco…

Tu, Alberto, arrampichi forte e conosci gli ambienti dei top climbers, dunque quello che tu dici,
io posso solo intuirlo. Io lavoro in un ambiente molto conformista dove i coltelli viaggiano ad
altezza d’uomo. L’ambiente dell’arrampicata, a confronto, mi sembra un paradiso. Comunque,
per noi mortali, i difetti che vedo (ma sempre confrontandomi con il mio medioevo) sono di altro
genere. Faccio il mio contro-elenco (e con esso mi tirerò dietro un sacco di criticonerie…).
La prima cosa che ho notato, dovunque, è che le falesie di oggi sono più cragnose di allora.
Incredibile. E non parlo solo di cacca-piscia, cicche-filtri, cartine-buste. Mi riferisco al fatto che
ci sono alla base e sulle vie rovi-sterp erbacce ramazzi… ma anche vecchi cordini, soste
deppaura, insomma è come se (e me l’hanno confermato) le falesie fossero un bene statale,
fornito e posato in opera a gratis, dunque io non faccio nulla: ci pensi il localchiodatore (in
qualche caso forse troppo geloso della propria creatura?). Questo generale stato di abbandono
mi ha veramente colpito. Quando non ci saranno più quei vecchi, soliti, santi padri chiodatori,
che spesso fanno un sacco di mautenzioni ordinarie e straordinarie, cosa succederà?
Due, mi è capitato un giorno di fare un seibì a Travesio e di scoprire che per individuare la
sequenza giusta bastava seguire delle tracce bianche su ogni appiglio. Ho chiesto al vecchio
Ferdi: hanno fatto un corso per principianti? O per degli ipovedenti? Confesso, nonostante
cerchi sempre di aggiornarmi, di non fare il vecchio rinco sempre allergico alle evoluzioni,
stavolta mi sembra davvero uno sbaglio (a meno forse che si parli di ottoà?, boh…). Anche
perché mi pare evidente che per chi non sa arrampicare aumenta l’agonia, e per chi è forte toglie
il divertimento. E’ un po’ come vecchia cara storia di insegnare agli asini: è inutile, si perde
tempo e si innervosisce la bestia…
Evidentemente ogni epoca ha i suoi limiti, del resto “aimieitempi” si scavava, cosa orribile, priva
di rispetto per le future generazioni.
Terzo (che noia, eh, Alberto), mi pare che il miglioramento degli attrezzi per la sicurezza possa
essere in qualche caso controproducente: un sacco di gente non sa assicurare! Incredibile: il
GriGri (subito diventato il soprannome dei miei due bimbi!) è autobloccante, mica sbrissa come
l’otto o il secchiello… e quindi ci sono un casino di incidenti, e mediamente l’assicurazione è
vissuta come una grande rottura! Ho visto il Giac piombare per 15 metri (partendo col rinvio in
pancia) e fermarsi miracolosamente a 10 cm da terra!! Tutto a posto, a parte una settimana di
cagotto. Il suo assicuratore semplicemente guardava altrove e dava corda.
Ultimo punto, chiedo scusa, ma mi pare che mentre Ondra fa il 9b+ e qualche ragazzina il 9a, tra
le falesie la gente si impippa per mezzo grado in più o in meno, per un rinvio troppo distante o
troppo vicino, per contare in quanti giri l’ha fatto il cugino dell’amico della exmorosa che faceva
umido… pocogrip… hai provato gli aminoacidi… Questo segaiolismo (da cui l’importanza della
trazione monobraccio?) lo giuro non esisteva: i gradi erano due: via fattibile – via impossibile.
Se è questo che intendi, Alberto, parlando di conformismo, forse sì, ma è uno specchio dei
tempi, e forse anche in particolare del nostro Paese. Che ne dici?

Ne dico innanzitutto che se io arrampico forte, tu sei obeso (in quanto a peso, Stefano sembra
un ragazzo del Ruanda ). Intendo che se ti vedono in giro con una manciata di friend su una
parete di fondovalle allora fai trad, se fai vie lunghe sei uno che fa multipitch, se vai fuoripista
fai freeride.
A volte sembra quasi che “il modo” sia dettato da operazioni di mercato più che da altro.
Forse è una fase che non si ripresenterà più, ma mi sembra che voi abbiate avuto una spinta più
libera e più anarchica. Niente video, niente loghi, niente etichette, niente sponsor (a parte casi
eccezionali).
Cioè: un Attilio De Rovere oggi tu lo vedi? Io no. Così ne approfitto per chiederti chi è Attilio,
cos’ha fatto e che ruolo ha avuto in quegli anni..

Beh, Attilio mica è morto! Perché non intervisti lui anziché me, vista la bella differenza di tutto:
livello, curriculum, storia, cultura alpinistica ecc ecc? Impossibile? Effettivamente non credo sia facile intervistarlo, se posso trovargli un difetto è che è un po’ scorbutico, ma non è cattivo, lo hanno disegnato così!
Mi sono già espresso su ADR: secondo me lui ha veramente cambiato la testa di chi arrampicava qui da noi, a cavallo fra gli anni settanta e gli anni ottanta. Scopritore e chiodatore di falesie, il tutto avveniva (qui sta il difficile!) mentre non si sapeva cos’era esattamente una falesia, e soprattutto non si sapeva chiodare.
Quindi è stato, secondo me, un vero inventore, creativo e curioso: prima in Natisone, poi
Gemona, Pal Piccolo, Avostanis, monotiri o vie lunghe, quel nasone che si ritrova gli è davvero
servito. Senza parlare dell’attività alpinistica, ovviamente, e senza parlare dell’effetto dirompente
per gli ambienti istituzionali di allora, il CAI, ma soprattutto l’ambiente delle Guide Furlane che
ha totalmente rinnovato. Arrampicarnia, poi, è stata una sua totale creatura, ed io ho avuto l’onore di essere un suo fidato scudiero.
Vado avanti? Fotografo (sia in famiglia che per discendenza), cartografo, curatore di Guide
(Touring-Cai)… eccetera. Un grande, e soprattutto sempre libero da tutto e da tutti e tu, caro
Alberto, che sei un curioso assetato di sapere arrampicatorio, dovresti conoscerlo (e intervistarlo).

Arrampicarnia

Arrampicarnia

Le cose, si guardano meglio dal di fuori. Quindi, a te che hai vissuto all’ estero per un po’ faccio
la seguente domanda: ma perché il friulano è sempre friulano, sempre, comunque e dovunque,
anche nell’arrampicata? Guardiamo indietro: Piussi, Lomasti, Mazzilis. Fenomeni, ma fenomeni individuali.
In Friuli, non credo sia mai esistito un gruppo (a parte qualche realtà locale). In Italia ci sono i
Ragni di Lecco, ma senza andare lontano basta anche andare a Trieste e già ci si accorge di
qualcosa di diverso. Il gioco di squadra da noi, insomma, sembra non funzionare.
Noi friulani, siamo così, ci disegnano così, DOBBIAMO fare così o… o sono io che ci vedo male?

Ahi ahi… argomento scottante…. già ho sollevato bei casini parlando pubblicamente di
architettura in Friuli. Premesso che rispetto molto me stesso e i Furlani, tuttavia credo che in
questa terra valga oggi più che mai il detto “Furlan Sotàn”, che significa sottomesso, poca
autostima, essere spaventati; insomma evoca uno “stare indietro”.
Per questo, fortunatamente, siamo stati Emigranti: prima per necessità e miseria, poi per
acquisire coraggio e autostima.
Piussi, dei tre che hai citato, “emigrante verticale”, tuttavia è una grande eccezione, si è
confrontato con i più grandi: prima con gli Scoiattoli cortinesi in Scotoni, poi sul Bianco coi
Francesi e gli Inglesi, poi in giro per il mondo, ed è diventato il grande Piussi. Se fosse rimasto
qui magari ad aprire 1000 vie nuove sulle GiulioCarniche…. beh, che tristezza, quanto talento
gettato via…
Essere “sotàn” inoltre ha a che fare con la solitudine: i gruppi cui generalmente apparteniamo
sono chiusi ed in competizione fra loro. Per fortuna a Tolmezzo (e i Carnici se pà Furlani come
mi ricorda sempre il Doc) adesso esiste un bel gruppo di gente che scala, una sala, una bella
associazione, magari ci saranno le solite beghette, ma io per scalare continuo a fare 0433! Coi
Furlani per me è dura!
Gruppo chiuso vuol dire inoltre che ogni singolo viene schiacciato ed etichettato. Quando
scalavo da giovane io ero quello che in montagna era forte e in falesia no. Dopo un anno e
mezzo in Trentino, cambiato giro, ero quello che in falesia sì che andava!! E ho preso coraggio.
Ho imparato a volare e a tirare a morte. Cambi gruppo e diventi un altro, questo è il trucco. Se tu
passassi due anni a Oliana, altro che Ducaconte…. Se il Chen fosse Catalano, povero Sharma!!
Bastoni Carnici!

Finale Ligure 1983

Finale Ligure 1983

Infine Furlani vuol dire essere orgogliosi, grave difetto: sento alcuni giovani sostenere con
orgoglio che le nostre montagne o peggio le nostre falesie sono le più belle del mondo! Aaaghh!
Dopo il sisma del ’76 sui muri si leggeva il mitico “o fasin dibessòi”: da quel giorno è iniziato il
vero declino (ovviamente anche demografico ih ih ih…), basta emigrazione (vista come il diavolo
e non come la vera identità). Oggi siamo alla frutta: una legge ignorante insegna il friulano a
scuola (ma quale friulano? I miei bambini alle elementari imparano la parlata di Gelindo Tittilitti,
di Dario Zampa e di Sdrindule. E i poveri bambini stranieri?…).
Insomma, credo che questa terra ti tolga un grado secco!
Fai il 7b? Sei Friulano? Ok, allora vali 7c.

Proseguirei a lungo a chiacchierare con te, ma mi sa che dobbiamo chiudere.
Parliamo dell’Italia: all’inizio di quest’intervista hai citato Tangentopoli. Con la fine della prima
repubblica sembrava che le cose stessero davvero cambiando; guardando le cose a posteriori,
invece, mi viene in mente Tancredi del Gattopardo: “se vogliamo che tutto rimanga come è,
bisogna che tutto cambi”. Nell’ordine: l’Italia, la mentalità italiana e la politica italiana hanno qualche speranza?

La Domandona!! Per quanto non ci sia mai limite al peggio, credo che questa fase non possa
che migliorare. Lo dico davvero: la mentalità delle persone si cambia, a me è successo cento
volte. La politica invece, è morta, deve totalmente reinventarsi. La vedo mooolto più dura.
Arrampicare, invece, soprattutto se hai 50 anni, non ti ricordavi neanche come ci si lega, non hai
paura di volare, e lo fai sulle punte di dita e piedi, è una vera figata.

gri gri 001

Stefano Gri, oltre che scalatore, padre e marito, umanista ed illuminista, è anche un architetto tra i più stimati d’Italia. Con il suo collega Zucchi ha vinto lo scorso anno il premio della Triennale di Architettura di Milano per il miglior progetto.

Grazie all’intervistatore  Alberto ( il Conte)

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~ di calcarea su luglio 19, 2013.

11 Risposte to “Intervista a Stefano Gri”

  1. Calcarea si scusa per l’infelice impaginazione dell’intervista, causata dall’imperizia informatica dell’impaginatore…

  2. Bell’intervista!
    anche per me ‘Gri’ era un qualcosa di misterioso di mitologico e forse lo è diventato ancora di più quando a ha ripreso. Sentivo in giro solo voci del tipo ‘Gri ha ripreso’, ‘Sai che Gri ha ricominciato?’, ‘Gri ritorna ad arrampicare!’, etc. etc.
    Poi un paio di volte ho avuto modo di incontrarlo in falesia (io sono una pippa e le falesie che frequenta lui raramente le frequento io) e così almeno la mia curiosità sì era placata, solo poi ho capito che era anche il ‘Gri’ architetto di GeZa (son una pippa anche come appassionato d’architettura contemporanea).
    Dicevo bell’intervista restituisce veramente la sensazione di quanto naturale e dirompente fosse ciò che è stato fatto! Di quanto noi che usiamo il magnesio e le scarpette in Friuli si debba a certe persone!
    Però poi c’è una cosa che non mi torna, ho letto e riletto, non torna. Ho capito cosa, almeno a me, non torna.
    Il discorso del Friuli e dell’Italia.
    Siamo noi il Friuli e siamo noi l’Italia. Siamo noi che lasciamo le cicche sotto la via e siamo noi che non sostituiamo il moschettone di calata o che non sistemiamo il sentiero. Siamo sempre noi che passiamo col rosso, che evadiamo le tasse o che approfittiamo dei rimborsi elettorali.
    Se vogliamo che il Friuli sia diverso è sufficiente che cominciamo ad esserlo noi, Diversi.
    Come han fatto loro con l’arrampicata, volevan un’arrampicata diversa, loro hanno cominciata ad arrampicare diversamente!
    Poi mi permetto di dissentire sul friulano (inteso come idioma), va beh che forse si potrebbe (forse si dovrebbe) non insegnare a scuola, ma sono convito che solo se sappiamo chi siamo stati (senza vergognarcene) possiamo andare da qualche parte magari assieme a chi viene da altri luoghi.
    Sfogata la mia anima polemica (spero di non essere risultato eccessivamente o inutilmente polemico) rimane la grande stima per il climber e per il professionista.

  3. mitico gri!!

  4. Solo i friulani capiscono cosa significa essere friulano. Prova a chiedere ad un friulano cosa significa essere friulano, ognuno ti risponderà sorridendo in maniera diversa! Il bello è che tra friulani ci s’intende…
    Accidentalmente il Gri lo capisco pure io, che friulana non sono 😉
    yo

  5. e io che pensavo fosse SOLO il mio Professore (stimatissimo) di Progettazione Architettonica..

  6. complimentiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii bella intervista

  7. Intervista ad una persona piacevole, divertente e di spessore. Grazie.

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