Olimpiadi ? No grazie.

Arrampicata sportiva bocciata, non sarà disciplina olimpica

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Arrampicata sportiva indoor (Photo courtesy of commons.wikimedia.org)

Arrampicata sportiva indoor (Photo courtesy of commons.wikimedia.org)

BERGAMO — É arrivata ieri da San Pietroburgo la decisione ufficiale del Consiglio Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale (Cio): l’arrampicata sportiva non sarà una nuova disciplina olimpica. A contendersi l’unica posizione aperta per la gare olimpiche del 2020 saranno infatti, baseball/softball, wrestling e squash…..

Apprendiamo da questo post di Montagna.it che la scalata non farà parte    degli sport olimpici.

Che dire?  Che ci dispiace?

Che speravamo di poter ammirare  in TV i più forti atleti del mondo tirare degli appigli colorati avvitati su pannelli a grande inclinazione, con il numero sulla schiena  e la telecamera avvitata sul cranio? Con i pit stop, l’antidoping, il girone di andata e di ritorno, la curva sud, le scommesse, le schedine, le interviste alle fidanzate, i mister e i master, i Mourinho e gli Armstrong, la Nike e la Vodafone  e magari fra qualche anno, il “Campionato Carnico di Rimpinata”  in tre gironi  ?

No, decisamente no. Meglio che abbiano scelto il wrestling e scartato l’arrampicata.

Potremo  continuare ancora per un po’ a  frequentare falesie e montagne  senza l’imbarazzo di incontrare un olimpionico e non avere il coraggio o la voglia di chiedergli l’autografo…

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~ di calcarea su maggio 31, 2013.

12 Risposte to “Olimpiadi ? No grazie.”

  1. A) Se vedessi su Studio Aperto un’intervista a Adam Ondra o su Verissimo un servizio sulla storia d’amore tra Magnus Mitboe e Sasha Di Giulian mi verrebbe da vomitare, e lo sport olimpionico porta a queste cose (vedi i nuotatori italiani ad esempio).

    B) Romanticamente mi piace ancora pensare all’arrampicata come movimento di protesta e allontanamento da ciò che sono differenza sociale, standardizzazione, REGOLE e imposizioni dall’alto…

    C) Penso che l’arrampicata per continuare a crescere in livello e in diffusione come sta facendo debba soprattutto valorizzare ciò che l’ha sempre resa speciale e diversa: aria aperta, tradizione, storia, compagnia, migliaia di vie a disposizione di tutti, liberta di azione, miti da seguire che hanno sempre messo la passione prima dei soldi…
    Non vedo perchè darsi in pasto agli sciacalli e sicuramente inquinando l’ambiente solo per avere un po’ di visibilità in più, tanto ormai sanno tutti dove stiamo e cosa facciamo.

    Purtroppo per i garisti di livello invece, credo che ai migliori di adesso non dispiacerebbe vincere o solo partecipare ad un’ olimpiade…si consolino con il fatto che in finale si troverebbero sempre gli stessi come al mondiale, il pubblico sempre lo stesso, anche quello a casa!
    Inoltre alle società sportive forse qualche soldino in più sarebbe arrivato, ma poca roba credo!

  2. copio e incollo un bel commento che in qualche modo mi rappresenta e che comunque fa un po’ di chiarezza su cosa vuol dire sport alle Olimpiadi

    END OF THE GAMES

    01 Giugno 2013

    di Elena Corriero

    Nel luglio 2011 mi trovavo ad Arco per i Campionati del Mondo. All’epoca lavoravo per l’IFSC e mi occupavo, fra le altre cose, dello streaming internet delle gare, che avevamo inaugurato solo l’anno prima, e che nel 2011 era stato esteso a tutti gli appuntamenti del calendario ufficiale. Il progetto era nato dal desiderio di dare visibilità allo sport e agli atleti, in vista del la scommessa olimpica, ma non solo. Stavo chiacchierando con un nostro collaboratore, che faceva lo speaker per la diretta in rete, e che aveva un passato da atleta professionista di tae-kwon-do. Gli chiesi che cosa ne pensasse delle Olimpiadi, e se secondo lui fosse importante diventare uno sport olimpico. “Vorrei che il tae-kwon-do non fosse uno sport olimpico”, mi rispose dopo un breve silenzio. “Se guardi come si sono ridotti i nostri ragazzi… Hanno modificato lo sport per renderlo più spettacolare, e a 20 anni gli atleti hanno le ginocchia distrutte…”

    Anche se non potevo dirlo, condividevo il suo timore che l’arrampicata – se fosse diventata uno sport olimpico – sarebbe stata snaturata, piegata alle esigenze di un’organizzazione talmente grande e potente da essere per forza di cosa guidata da obiettivi economici. Non più uno sport a misura di atleta, ma uno sport a misura di pubblico – e soprattutto a misura di televisione, quella televisione che con i diritti genera i maggiori profitti per il CIO e per gli sport membri.
    Perché era così importante far entrare l’arrampicata nei Giochi del 2020? Perché è così importante per qualunque sport essere uno sport olimpico? Le Olimpiadi generano visibilità, possono contribuire alla diffusione di uno sport ma, soprattutto, rappresentano una massiccia iniezione di risorse per una Federazione. Già una Federazione riconosciuta dal CIO – come l’IFSC – ha diritto a un contributo economico annuale; ma nel momento in cui una Federazione sale nell’Olimpo dei cinque cerchi, il ritorno economico aumenta esponenzialmente.

    I soldi non sono una brutta cosa, anzi. Con maggiori risorse si possono organizzare meglio le competizioni, le si possono trasmettere non solo su internet, ma anche in televisione; si possono finanziare i programmi di sostegno agli atleti – non tutti possono permettersi di girare il mondo per partecipare alle gare, e molti devono pagare di tasca propria, perché le rispettive federazioni nazionali non hanno fondi. Si possono elargire maggiori contributi alle Federazioni Nazionali per lo sviluppo sul territorio.
    A patto però che l’organizzazione che deve gestire quei soldi non perda di vista l’obiettivo, e non si trasformi in un’altra burocrazia di professionisti lontani dallo sport come i politici lo sono – spesso – dalla vita reale. Quasi tutte le Federazioni Nazionali di arrampicata sono, ancora oggi, guidate da persone che hanno un passato da alpinisti o arrampicatori e che sono in primo luogo unite da una passione comune; persone che si sono improvvisate amministratori o organizzatori per amore della loro disciplina, e che magari sarebbero state fatte fuori da “professionisti” smaniosi di amministrare le pingui finanze di una IFSC olimpica.

    Ma il cambiamento comporta sempre dei rischi, e per una cosa almeno valeva la pena rischiare: se l’inclusione nel programma olimpico fosse stata di beneficio agli atleti, permettendo loro di diventare finalmente professionisti a tutti gli effetti – pagati per ciò che fanno – allora probabilmente il gioco valeva la candela, almeno dal mio punto di vista.
    Anche se una parte di me non approvava l’omologazione che per forza di cosa si produce con le gare e con i regolamenti, anche se per natura sono diffidente verso le istituzioni, ogni volta che assistevo a una competizione mi esaltavo, e ogni volta che incontravo gli atleti mi emozionavo. Forse l’arrampicata sarebbe cambiata, ma quegli sforzi andavano ricompensati. Dopotutto gli atleti sono rappresentati a livello decisionale, e sarebbe stato anche compito loro preservare lo “spirito” dell’arrampicata. Mi sembrava interessante anche l’idea di combinare le tre discipline in una sola medaglia, perché negli ultimi anni molti fra i migliori atleti hanno iniziato a competere in più di una disciplina, e la tendenza sembra decisamente in crescita, soprattutto fra i più giovani.

    Apprendere dell’esclusione mi deluso più di quanto immaginassi, soprattutto perché mi è sembrato che il CIO non abbia voluto rischiare, che i principi sbandierati ai quattro venti fossero solo specchietti per le allodole: universalità, eguaglianza fra i sessi, sport giovane… Quasi fosse solo retorica, per mascherare gli interessi economici della grossa e grassa macchina olimpica.
    Qualcuno ha scritto che l’IFSC non era abbastanza professionale per poter competere con sport come lo squash o il baseball, che sono passati al “primo turno” e che rimangono in lizza per il 2020, e forse è vero. Dal punto di vista organizzativo e strutturale manca un po’ di competenze e di solidità, una conseguenza quasi inevitabile del fatto che l’IFSC è governata da un comitato esecutivo di volontari, che possono investire solo energie limitate, e che non sempre hanno le competenze necessarie per affrontare complessi problemi di gestione. Ma è anche vero che la Federazione, negli ultimi tre anni, ha fatto grossi sforzi per migliorare la visibilità dello sport – dallo streaming delle gare alle dirette televisive dei Campionati del Mondo – e per migliorare la gestione di alcune aree deboli; e secondo me, date le risorse disponibili, non ha giocato male la partita olimpica. Con qualche azzardo, qualche improvvisazione, qualche spesa pesante per un bilancio “leggero”, ma tutto sommato con coerenza. Bisognava tentare la zampata.

    L’importante, adesso, è che tutto quello che è stato costruito negli ultimi quattro anni per incorrere il sogno olimpico non crolli, che la delusione non faccia fare un passo indietro alle Federazioni (che con i propri contributi finanziano le attività a livello di Federazione Internazionale). L’importante è che il calendario continui a essere ricco, che il pubblico possa seguire le gare su internet, che la gestione del sito e dei social network non venga trascurata e che continui la professionalizzazione a livello gestionale. Che gli atleti possano investire, sapendo di poter essere dei professionisti, a tutti gli effetti. Allora l’esclusione dalla partita olimpica non sarà più così importante, e avremo dimostrato (una volta di più) il valore intrinseco del nostro sport.

    • Grazie a te e a Fabio per i contributi. La mia opinione prescinde dalle Olimpiadi. Non ho mai sopportato l’idea che LE GARE facessero parte dell’arrampicata. Di sicuro la competizione tra gli uomini esiste anche solo per prendere il biglietto al banco dei salumi al supermarket; inutile negarlo e far finta di esserne immuni. Ma una gara su pannelli artificiali, con appigli artificiali, mi disturba ora come vent’anni fa. Per la formula e per il sintetico. Mi sarebbe piaciuto, immagino, vedere le prime gare ad Arco e Bardonecchia su roccia, come mi piacerebbe ammirare dieci tra i più forti scalatori impegnati a vista su una manciata di tiri in Promosio, a Ceuse o in cento altri posti. Ma senza classifiche, circuiti, monte premi, televisioni, sponsor e compagnia. Me ne frego del fatto che uno possa o non possa sentirsi un professionista perchè fa le gare, eventualmente olimpiche; un professionista della scalata è una Guida Alpina. Se mio nipote mi dicesse che gli piacerebbe vivere di arrampicata ( o di calcio o di tennis) mi sentirei male!

  3. …il fatto che siate contro le gare e che vogliate far rimanere “fuori” l’arrampicata da certi schemi può essere condivisibile.

    La realtà è che essere contro le gare non necessariamente preserva l’arrampicata dal rientrare in certi schemi.

    Le prese in falesia sono bollinate e scavate lo stesso. I posti sono alla moda o non alla moda lo stesso. Allo stesso modo chiedere gli autografi dopo il rock master è una pratica che fanno sempre più persone (anche carnici…). Fottersene di tutto tranne del tiro da fare (e magari buttare a terra il nastro per le dita dopo averlo fatto) è una pratica che accade.
    La competizione è propria della gara. Ma a ben vedere c’è anche in falesia…
    Solo che in gara sei li per competere e i ruoli sono chiari, in falesia tutti si dichiarano innocenti e fuori dal branco.

    E le categorie sono fatte di persone.

    Le gare? Di per sè non credo facciano male all’arrampicata. Chi vuole gareggia: si mette in gioco, si mette un numero sulla schiena, scala, stessa aderenza e grado di umidità per tutti, sotto gli occhi di tutti e sotto gli occhi di un giudice. Chi vuole sta in falesia e a fare boulder e chi vuole sta in pannello e chi vuole al pan gullich. E chi vuole al bar a bere birra. Non fa questa gran differenza.

    Finchè le cose stanno in questi termini credo che i rischi per l’arrampicata stiano altrove.

    (certo ammetto che a vedere alcune scene dello “spettacolo” olimpiadi in tv i dubbi sono venuti anche a me… )

  4. Visto che la discussione si è portata gradevolmente avanti puntualizzo un attimo la mia opinione:
    l’attuale mondo arrampicatorio mi piace così com’è adesso, sia quello amatoriale sia quello professionistico.
    non sono contro le gare, anzi, le guardo puntualmente su internet, partecipo a quelle amatoriali, ma desidero che rimangano come sono, ossia un movimento di gente appassionata che appartiene all’arrampicata stessa, senza influenze esterne!
    Sono convinto che le olimpiadi inevitabilmente toglierebbero al movimento molta dell’indipendenza di cui gode con il decadimento delle cose che amiamo di questa attività.
    Ben venga anche la competizione in falesia, aiuta molto a tirare le tacche!
    Comunque su 8a.nu potete rispondere ad un sondaggio su cosa ne pensate dell’esclusione dalle olimpiadi…sta stravincendo il “Good news!”

    Per chiudere vi racconto un fatto che mi è successo recentemente e descrive bene di che cosa ho paura se penso all’arrampicata ridotta a sport convenzionale: struttura indoor, via per me dura, scalo bene, incredibilmente arrivo a vista molto alto, però sono gonfio come un tacchino, pieno di ghisa e mancano le ultime 4 tacche svase, le peggiori della via.
    non so voi ma se vado al limite un urletto quando stringo le tacche lo lascio andare e quindi ne faccio 4 di fila, ma mica urla diaboliche, solo il tipico “TSAAA”…e incredibilmente arrivo in catena!
    ovviamente non mi aspettavo mica ovazioni ma ciò che mi attendeva a terra mi ha lasciato senza parole: la commessa/responsabile (che non ha mai scalato in vita sua) che mi ammonisce di scalare senza emettere versi gutturali perchè possono dare fastidio.
    tralasciando la mia risposta poco signorile 🙂 penso che l’arrampicata debba rimanere roba degli arrampicatori!

  5. chissà cosa penserebbero un ernesto lomasti o hermann buhl o un cassin, di come scaliamo oggi (di me sicuramente che scalo di merda)… credo che le cose siano sempre in evoluzione, basta pensare che c’è gente che schioda vie perchè i primi son passati senza spit, ogni persona dovrebbe fare quello che gli fa più piacere, perchè magari questi atleti sono felici di scalare su pannelli di plastica e fare le gare.
    Certo è che se iniziano a girare soldi la gente si rovina e magari ci ritroviamo un Adam Balotelli e una Belen Vidmar… sperando di non vedere mai l’arrampicata a questi livelli resto dell’idea che ognuno scala quello che ha voglia…

  6. http://www.facebook.com/photo.php?v=562918637093475

    G.

  7. io sono piuttosto d accordo con alberto..
    ho invece l’ impressione che voi siate come quel mio amico che scarta un panino per mangiarselo, gli cade in terra e poi dopo un attimo di silenzio dice”bhe.. tanto non avevo neanche fame..”
    penso poi che le gare siano parte dell arrampicata, perche sono un confronto.. e secondo me esporsi(anche se potrebbe non essere la motivazione che spinge qualcuno a gareggiare) al giudizio degli altri è parte del percorso anche personale in una qualsiasi disciplina.
    penso che a chiedere l’ autografo a qualcuno perchè lo si stima non ci sia nulla di male.A me come forma non dice nulla ma sicuramente se avessi l’ occasione di incontrare un mio mito(i miei sono sharma, graham,ondra andrada per esempio) sicuramente gli darei una una sincera stretta di mano.. e un pò gli toccherei anche il braccio
    ..poi basta.. ho finito con i pensierini per oggi

    • Tante teste tante opinioni, bene così! Però io voglio avere l’ultima parola e, come l’oracolo, ti dico : mi piace di più chi si “espone” andando a provare “Punks in the gym” o “Silbergaier”. Come ad esempio Nina Caprez. Che ha abbandonato le gare…

  8. quello non è esporsi ma un confronto(mitiche vie di un mitico passato)..che vorrei poter fare anch io tra l’ altro:)

  9. “Ma insomma, perché dovrei tifare per l’arrampicata?”
    L’arrampicata non è uno sport
    http://www.livellozero.net/?news=larrampicata-non-e-uno-sport

    “Del sogno olimpico e d’altre imposizioni culturali.”
    Un vero sport
    http://laceroconfuso.wordpress.com/2012/08/09/un-vero-sport/

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