Alice in Wonderland

Alice nel paese delle meraviglie. Una storia (quasi del tutto) vera

Era un brutto periodo. Errori e piccole sventure mi stavano fiaccando l’equilibrio e assottigliando la pellaccia, notoriamente coriacea. Siccome mi spaccio per combattente, avevo reagito, prendendo i miei problemi per il collo e tentando di annegarli; ma quelli, come dice la canzone, avevano imparato a nuotare. Non restava che la fuga

Ero partita in fretta e furia, salendo sul primo treno in partenza; con me quattro stracci, la mia fedele macchina fotografica e la scatola delle pastiglie con cui tamponavo gli effetti fisici dei guai che mi tarlavano l’anima. La notte dipanava il suo cuore più buio, che il treno attraversava a ronzante velocità.

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Inutile vegliare, domani è un altro giorno, pensavo, illudendomi di cascare nel mio stesso tranello. Il fatto era che da troppo tempo, quando finalmente ci riuscivo, cadevo in un sonno inquieto e popolato di sogni. Quella sera, poi, ero più nervosa del solito. Innanzitutto non ero tra le mie lenzuola, bensì incastonata nella cuccetta di un vagone letto. Impossibilità di muoversi senza scoprirsi dalla copertina che mi ero previdentemente portata. Andirivieni di passi vocianti lungo il corridoio. Libro noioso, mal di testa e lettore mp3 giù di batteria. Troppe ore davanti, e troppi pensieri armati fino ai denti che inseguivano i vagoni. Basta, dovevo dormire!

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Dopo ore, alla fine, forse ce la stavo facendo… Quando un ululare sinistro mi aveva riscosso da quel sonno precario, catapultandomi in uno strano girone dantesco.

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O era il paese delle meraviglie? Il treno si era dissolto, lasciando forse solo una scia dei suoi binari, per quanto curiosa.

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Avevo seguito quei binari fino a dove venivano ingoiati nel fitto fogliame del sottobosco; lì,  avanti a me, una piana svelava, in un nebbioso vedo-non-ti-vedo, una cattedrale che innalzava le sue navate ad un soffitto inesistente. Il frinire del sottobosco si elevava come il canto di un monaco che recita il suo mattutino. Veniva voglia di pregare anche a me, persino in quel momento.

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Ma dove sono finita? Che ci faccio qui? Come uscirne? Non sapevo dov’ero, né che giorno era. Una festività, forse… Natale, o Pasqua? Il grigio e la pioggia, che ormai vestono tutte le stagioni, non mi fornivano indizi. Le conifere e il sentiero, a tratti impervio, mi permettevano di collocarmi, questo sì, in montagna; dalla fauna e dalla vegetazione, a mezza quota, avrei  potuto ipotizzare.

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Dovevo cercare qualcuno, mi dicevo confusamente. Qualcuno che mi dicesse cos’era questo luogo, indubbiamente affascinante, e, magari, anche chi ero io… nessuna risposta era scontata, a questo punto. Se ero nel paese delle meraviglie, dov’era il mio Bianconiglio? Laggiù, forse, dietro a quella strana catasta di legna, che pareva ondeggiare nella bruma mattutina…

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“Chi siete? Dove mi trovo?” Mi trovavo a chiedere, sentendomi un po’ stupida, ai due animali che mi occhieggiavano a distanza di sicurezza. Forse dei cinghiali? Ma non potevano fare paura…

Non dicevano nulla, ma sembravano indicare una direzione… dovevo provare. Avviarmi lungo un accenno di sentiero, reprimendo la collera che cominciava a ribollirmi dentro. Non ci capivo nulla, dove ero capitata? Chi mi aveva cacciato in quel guaio? Se lo prendo, so io cosa gli faccio…

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Ma guarda che bel posto! In questa bella tana a schiera ci sarà un elfo che mi può aiutare, no?

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Macché.

Stava cominciando a venirmi voglia di urlare. Che cosa sta succedendo? E’ un sogno, un’allucinazione, un delirio?! E quello là cos’è, ora?

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Forse ero passata attraverso una qualche specie di Stargate, una porta spazio-temporale, pensavo, accoccolandomi, esausta, nel primo luogo accogliente che avevo trovato. Quando non si hanno risposte sensate, anche quelle insensate diventano credibili. Basta! Sentenziavo. Ci rinuncio. Mi fermo qui e aspetto che succeda qualcosa. Che mi venga un’idea, che qualcuno venga a prendermi, che mi risvegli da tutto questo!

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Stavo lì quatta quatta e pensavo. Volevo ricostruire le ultime ore prima di quella notte assurda. Dunque, c’era il treno. C’era la cuccetta, c’era la copertina, c’era la bottiglietta dell’acqua accanto a me. L’acqua, sì. Avevo bevuto… certo, dovevo mandare giù le mie pilloline.

Ma… vuoi vedere che…

Mi pareva di ricominciare a sentire il tavolaccio vibrante sotto di me, mentre ripensavo a quelle pillole. Non erano le solite, in effetti: più grandi, in capsule e non in compresse, polverina rosa dentro…

Non è che quel distratto del mio dottore per caso mi ha dato le pillole sbagliate?!

Ecco! Una palpebra gonfia si apre, l’altra fatica a seguirla ma ce la fa. Sono di nuovo nella mia cuccetta, non ricordo bene dove sono diretta, ma pian piano mi tornerà in mente, spero. Era tutto un sogno! Un sogno chimico, certo, perché mica è normale sognare certe assurdità. Mi sentirà, mi sentirà. Roba da bruciarmi qualche neurone… La confezione parla chiaro, il dosaggio è da cavallo!

Certo, quella visione aveva il suo fascino. Non c’è che dire, la fantasia, debitamente aiutata, può fare grandi cose. Ma quando passa, resta solo e soltanto fantasia. Quasi quasi un po’ mi dispiace

Tiro su la tendina, per capire dove siamo arrivati. Il sole si è appena alzato, saranno le sette. Dai, vediamo. Una bella botta di realtà, ci vuole, ora, per soffiare via i ricordi della visione notturna. Che so, un bel capannone, una stazioncina piena di immondizie, una riga di villette a schiera…

E con questo spirito appiccicavo la fronte al finestrino, pronta a indovinare in quale sordida periferia urbana fossi finita.

Ma… ?!

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(ogni fatto o riferimento di questo racconto è puramente casuale. Per vedere di persona quanto fotografato non occorre assumere alcuna sostanza: si trovano, liberamente sparsi per il bosco, a Sella di Borgo Valsugana! Visita caldamente consigliata in ogni stagione, meglio d’estate quando hanno luogo anche concerti ed eventi. http://www.artesella.it)

Daniela

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~ di calcarea su aprile 20, 2013.

2 Risposte to “Alice in Wonderland”

  1. Bellissimo.

  2. Molto bellissimo

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