“La Mariàne”

amariana di gallo 2

foto M.Di Gallo 2009

Se a Tolmezzo si dice “Amariana: montagna dei tolmezzini”, forse a motivo dell’imponente e sfavillante Madonna che sulla cima hanno innalzato, ad Amaro  rivendicano le origini del toponimo; ma da tutti i paesi in vista della cima dicono con sapienza contadina: ”Quant che la Mariane la met il cjapiel …”. A me piace ricordare la collocazione di questa montagna, avancorpo più a meridione di tutte le Alpi Carniche, sulla confluenza di due fiumi alpini per eccellenza: il Fella e il Tagliamento. È su questo baluardo, d’un solo balzo alto quasi 1700 m sulla confluenza, che cozzano le correnti sciroccali risalenti dritte e piene di umidità il breve e profondo solco tilaventino: a sud esse scaricano copiose le piogge sopra Amaro (qui piove più che a Moggio e Tolmezzo), mentre furibonde nevicate si scaricano a nord e si accumulano sulla cima, cosa inusuale per altre e più alte vette circostanti. Ne sono buona testimonianza le immagini colte ogni anno dai frequentatori invernali.

Chi scende dal Canal del Ferro, all’altezza di Resiutta, può osservare da est il perfetto cono dell’Amariana generalmente ricoperto di neve solo nel quarto terminale; mentre se, nello stesso periodo, si scende dalla Valle del But si osserverà, seppure di sguincio, tutta la parete nord dotata un innevamento continuo e abbondante.

È proprio scendendo da Ravascletto, attraverso Arta Terme,  che Luciano De Crignis deve aver scandagliato con occhi da sciatore dell’estremo quello scenario negli anni ’80. Fu nella primavera del 1985 che lo scrutare di Luciano si materializzò in prima discesa assoluta dalla cima attraverso la parete nord. E non si accontentò di un itinerario già noto: salì e poi discese per un canale situato a destra (guardando la parete) dell’ampio canalone centrale.  Le cronache ci dicono che oltre alle forti e costanti pendenze della parete egli sciò un tratto di ben 60° di inclinazione!

Di un tanto ebbi a parlarne qualche tempo dopo con il grande Rumez e il suo amico Gardossi, in occasione di una loro serata a Gorizia; uno dei due mi rispose un po’ stizzito che, certo, cose del genere si fanno su tratti tipo “palestra”, per allenamento, non certo su grandi pareti. Evidentemente non conoscevano neppure l’esistenza dell’Amariana: fu con sottile piacere che in quell’occasione sciorinai loro la scheda tecnica completa del monte, dotata di dati non proprio da “palestra”.

Amariana Di gallo 1

foto M.Di Gallo 2009

Essendomi iscritto un paio d’anni prima al ristretto club ski extreme (si fa per dire), l’anno dopo Luciano, il 22 febbraio 1986, realizzai la prima sciata del sentiero attrezzato Cimenti che mi era noto da una gita fatta con mio padre all’età di 8 o 10 anni. Di quell’impresa (la sciata s’intende) ricordo l’inizio della neve già a Illegio, l’immane fatica di sprofondare a ogni passo sotto il carico di un paio di sci da slalom (troppo pesanti) una volta caricati sullo zaino per superare la zona dei cavi;  e i galli forcelli che svolazzavano dalle buche nella neve in cui si erano riparati a causa del freddo intenso. In discesa, giunto all’altezza del Portonat, deviai a destra per intercettare il passaggio difficile della via di De Crignis: in effetti per un tratto di una decina di metri derapai a denti (e altro) ben serrati; di curvare neanche pensarci, strusciando contro la neve la coscia e il pugno stretto sulla piccozza.

In tempi più recenti sono poi tornato un’altra volta con gli sci sull’Amariana. Qualcuno mi aveva instillato l’idea della sciabilità della via del Colonnello Cornaro del 1890: è quel diedrone formato dalla particolare immersione degli strati di calcare grigio, inizialmente roccioso, incombente sulla vecchia polveriera, che in alto si trasforma in ripida prateria e sbuca sulla cresta ovest. Ma in tutti i miei andirivieni Moggio-Tolmezzo non sono mai riuscito a vederlo soddisfacentemente innevato. Così nel 2009, anno di eccezionale innevamento fin da dicembre, mi decisi a percorrerlo almeno in salita. Il limite della neve in quel 29 gennaio consentiva di raggiungere in auto la Forca del Cristo e di scendere rapidamente nell’ampio deposito valanghivo alla base della parete sud-ovest. La salita è stata senza storia, salvo evitare sulla sinistra per placche levigate poco “ramponabili” una strozzatura del canale priva di neve. La cima e il versante nord, come al solito, erano stracolmi di neve: ho rilevato un accumulo di cresta sporgente verso Tolmezzo alto circa 15 m e un’enorme deposito da valanga (alto quanto le chiome dei faggi più alti) in mezzo al bosco, 800 m più in basso! La discesa, programmata per la normale da sud in quanto mai tentata prima (credo), ha invece riservato qualche sorpresa.

Già sulla cresta non mi sentivo molto sicuro delle mie curve saltate e derapavo lungo … Nel tratto più ripido, all’altezza dei cavi che non si vedevano, la derapata è stata ancora più penosa, a scaletta a tratti e con la picozza in mano. Giunto sciando fin quasi alla forcella ho tolto gli sci, ma non c’era verso di accoppiarli con gli skistopper: uno dei due presentava, infatti, un’evidente imbarcatura (piegamento assiale contro natura per uno sci!). Maledetti sci leggeri (troppo leggeri).

Mi piace concludere con il ricordo di Andrea Cargnelutti, che non c’è più, perché ha effettuato questa stessa discesa poco meno di un mese dopo,  perché nell’aprile dello stesso anno ho condiviso con lui una settimana di scialpinismo tra le Rocky Mountains canadesi e per il fatto che abbia saputo della sua impresa sull’Amariana solo anni più tardi da un amico comune.

Mario Di Gallo

amariana aereo

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~ di calcarea su aprile 9, 2013.

3 Risposte to ““La Mariàne””

  1. Poco dopo, mentre in auto andavamo a fare un uscita con gli sci d’alpinismo Andrea ci disse candidamente di aver sciato l’Amariana dalla punta per il versante di Amaro, …….. silenzio in macchina… io guardandolo negli occhi gli chiesi se era impazzito ad aver affrontato tale discesa. Altrettanto candidamente mi rispose che non era per niente difficile visto che lui era riuscito a sciarla e che se volevamo potevamo ripeterla in settimana, io gli risposi che neanche “se mi tirave su di fuarce”. Questo era Andrea Cargnelutti, la modestia e la passione per la montagna fatta a persona, e ci manca moltissimo

  2. Condivido

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