“Eva” – Calo di zuccheri.

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Quando sto  già pregustando il piacere dei piedi affondati, uno alla volta  a denti stretti,  nella gelida acqua della fontana di Malga Pramosio, il presentimento si sta già trasformando in  realtà.  Ancora una frenetica sbirciata con la mano nello scomparto superiore dello zaino. Poi di nuovo le tasche dei calzoni,  niente. Svuoto con irritazione crescente lo zaino intero: scarpe, rinvii, trapano, martello, scottex , buste vuote di Pavesini, ma delle chiavi dell’auto neanche l’ombra, figurarsi il tintinnìo!

Porco qui e porco là, chi mi conosce ha già capito, poi magari me ne pento anche, se ci sono bambini o sconosciuti a portata d’orecchio. Ma qui stasera non c’è nessuno, neppure i malgari, che han portato a valle le bestie la  settimana scorsa.  E’ un inizio di autunno, ma i piedi  in discesa lo stesso imploravano pietà . E adesso cosa faccio?

Avvio un frenetico  rewind del nastro sperando di individuare il fotogramma che mi venga in soccorso: dove le avrò lasciate? Di sicuro le ho prese sù: maledetto il momento in cui ho deciso che lasciarle sull’ammortizzatore anteriore destro va bene finchè te ne penti, e quel giorno magari hai un taccuino  in meno. Mica posso telefonare che vengano a portarmi  quelle di ricambio: non so neppure dove le ho cacciate. Maledetto coglione!

Quando ho riempito lo zaino, sotto al parete, mi pare ci fossero. Son quasi sicuro di aver visto il portachiavi, tra la mercanzia . Poi son sceso verso l’abbeveratoio,poco sotto la parete,  dove ho riempito la bottiglietta e lavato via la polvere del trapano da braccia e fronte. Ricordo bene di aver aperto la patella per tirar fuori la macchina fotografica e  fermare  da lontano  più che un riquadro di roccia la soddisfazione di averci trovato un’altra bella linea. La più bella, finora, ho pensato.

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Come avesse fatto a sfuggirmi, in tanti  anni in cui abbiamo scalato e chiodato quasi ogni metro della più bella roccia del mondo, è un mistero. Anche solo guardando la foto sul piccolo display riuscirei  a ricordare la sorprendente   serie di tacchette, poi il riposo su due buchi che sembrano fatti col compasso, lo strapiombo liscio con giusto giusto una goccia per due dita dove meno te la aspetti e poi i metri appoggiati fino alla catena di sosta,  lasciati  deliberatamente senza spit: per quel  po’ di angoscia come ciliegina sulla torta.

Deve essermi caduta lì, la chiave, vicino alla fontana. Anche perché non mi son più fermato,  scendendo sul sentiero.  Non vedevo l’ora di arrivare a casa e raccontare a qualcuno di questa via. Che si chiama “Eva”, come la prima donna. Sarà attorno al 7a, credo. Non c’è altra scelta che tornare su velocemente a cercarle, devono per forza essere lì. Ho ancora almeno due ore di luce e in mezz’ora se salgo allegro ce la dovrei fare. Son così felice per quel tiro che quasi  la prospettiva non mi disturba. Beh, si fa per dire.

Nascondo lo zaino sotto l’auto, chissà perché. Non c’è anima viva in giro, figurarsi se arriva qualcuno alle quattro del pomeriggio! Mi prendo solo il telefono, non si sa mai, e  parto: in salita i piedi non pulsano  e  senza zaino l’ imprevisto sta diventando quasi una ricompensa. Riesco anche a correre fin oltre la sbarra, fin dove la sterrata comincia a impennarsi. Che palle, però.

Come sempre, quando cammino o pedalo da solo, mi scorre in testa il film di cose da fare, persone, programmi per i prossimi giorni, casini combinati al lavoro, i miei nipoti che pareggiano tutti i conti. Con l’accompagnamento  di un pezzo che non riesco a cambiare, perché  oggi  ha preso possesso della colonna sonora. Per questa risalita  è Psycho Killer. Fafafafafa, fafafafafa. Mentre salivo al mattino cos’era?

Talking Heads

Intanto son già a Casera Malpasso, due o tre rampe cementate e arriverò alle “Manze” . Da lì  cinque tornanti ed è fatta! La musica non vuol saperne di cambiare, così come la sequenza degli appigli di “Eva” che continuo a ripercorrere a mente, ben sapendo che già domani li avrò dimenticati.  Mi piacerebbe, per una volta, riuscire a salirla prima di ogni altro.

Non sono mai stato troppo  geloso delle vie che ho chiodato.  Che le “liberi” uno o l’altro e non io, me ne frego. Magari preferirei fosse un amico, chennesò, Mattia o Andrea. Ma in questo caso non mi dispiacerebbe, in fondo l’ho chiamata “Eva” per non darle il nome di donna che avrei voluto. Meglio non tradirsi, o non disturbare, a seconda della prospettiva. Non finirò mica anch’io col metter nome di donne a ogni tiro, eh? Non c’è pericolo. Non perché  manchino le donne, in giro. In giro, appunto, ma non  dove le vorrei.

Con questi pensieri che mi punzecchiano  son volati altri cinque minuti, ancora due tornanti e son quasi al dunque. Cercherò qualcuno che mi accompagni  qui nel fine settimana a scalare, così potrei provarla. L’ho già spazzolata ben bene e in due tre giri dovrei combinare. A vista no, chiaro! Più vista di così, me la ricordo ancora quasi tutta  a memoria !

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Ecco la parete! Attraverso il ruscello e non posso che ripetermi, come centinaia di altre volte: “che posto pazzesco!” Il lago ha un colore diverso stasera, ma forse son solo gli zuccheri nel mio sangue che stan giocando a nascondino. Eccole, bastarde! Vedo le chiavi che luccicano beffarde qualche passo prima di raggiungere l’abbeveratoio. C’è anche il coltellino svizzero, caduto dallo zaino lì vicino. Che sollievo.

Prima di girare i tacchi e rimettermi in cammino, rimuginando sulla sbadataggine e sul mal di piedi in agguato, voglio dare un ultimo sguardo alla mia parete prediletta, quasi in fondo, molto oltre le due caratteristiche grotte.  All’ultima  creazione del mio trapano, “Eva”.

Ma….quasi mi prende un colpo!  Chi c’è laggiù, proprio ai piedi della nuova nata?  Se ci fosse un modo meno scontato di dire che mi stropiccio gli occhi, lo userei. Con gli occhiali addosso, comunque, non è neppure conveniente. Per qualche secondo considero la debolezza, non aver mangiato da parecchie ore, lo sforzo imprevisto per tornare al lago. Ma quelle che mi par di vedere sono proprio due sagome. Venute da dove? Non ci sono molte alternative alla pista forestale che ho appena sceso e salito nel giro di un’ora!

Mi avvicino lentamente. Mi sento un po’ ridicolo, perchè mi muovo come  non volessi tradire l’intrusione. Sembrano proprio interessati alla parete, ma sono ancora troppo lontano per capire se per stanno per scalare o cos’altro. Sesso verticale? Man mano che la distanza diminuisce e la mia miopia mal corretta fa delle concessioni, capisco che uno dei due  sta per iniziare ad arrampicare. Non uno, ma una, inequivocabilmente. Capelli castani, lunghi e raccolti a coda, top bianco , abbronzata, niente tatuaggi (evviva!), calzoni larghi da boulderista, sembra austriaca.

La ragazza ha  smagnesato anche la punta delle scarpe ed è  partita. Sul mio nuovo tiro! Troppo sbalordito dal fatto e dalla tipa, trovo dopo un po’ l’attimo per dare uno sguardo a chi le sta tenendo la corda. Sembra un maschio, ma il cappuccio della felpa tirato su alla rapper mi lascia qualche dubbio. Mi dà le spalle, non riesco a decidere.  La corda è viola, sembra nuova.

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Son fermo a una cinquantina di metri, non mi hanno notato. Mi chiedo se avvicinarmi o meno. Altre volte, quando ho trovato gente a scalare in falesie dove ho chiodato qualcosa, mi avvicinavo facendo finta di niente, cercando con  naturalezza studiata  e falsa modestia di  far capire chi fosse l’autore del “capolavoro”, capitalizzando quel po’ di vanità che mi tiene sempre al guinzaglio.

Ma oggi non me la sento, sono più turbato dalla presenza di questi due che dal fatto che stiano usurpando il mio diritto di primogenitura su “Eva”, neanche fossero Adamo! Lei, almeno, non lo è di sicuro. Ma non mi dispiace più di tanto.

Certo che scala proprio bene, sta salendo come  senza sforzo e finora ha indovinato tutti i movimenti. Cascherà di sicuro sullo strapiombo, il  bidito non si vede ed è messo dove meno te lo aspetti. Mentre riposa alternando le mani nei due buchi quasi perfetti mi ricordo di avere in tasca il telefono, quindi posso fotografarli. Lo tiro fuori e con gesto automatico azzero la suoneria, che potrebbe tradirmi squillando all’improvviso. Ridicolo, penso, non c’è campo qui al lago. Scatterò quando vola sullo strapiombo. Sta cercando dalla parte sbagliata, non c’è storia….

Invece  trova  con la destra qualcosa che evidentemente  non devo aver visto e arriva di sinistro alla goccia, spalma il piede ed è già sopra. Cazzo….son rimasto così interdetto che non ho scattato. Lo faccio allora mentre scala rilassata i metri lisci che la separano dalla sosta, senza tradire tensione, senza  una parola o un sospiro. Ora che ci penso, non si sono mai parlati. Che due!

Si sta facendo calare, l’ha fatta “a vista”, come camminasse sul sentiero. Prima che arrivi a terra mi giro e comincio  a camminare veloce, puntando ai grottoni per non essere visto e mantenere intatto questa specie di incantesimo. Se non avessi la foto da mostrare, chi mi crederebbe?

Mi incammino ma non riesco a non voltarmi altre due o tre volte prima che la parete scompaia dietro il primo costone del Pizzo, poi quando è scomparsa del tutto accellero e mi ritrovo a correre senza quasi accorgermene. Son le punte dei piedi, di nuovo, a imporre un ritmo più lento. Con gambe e  testa quasi vuote, ridacchio pensando che mi metterei a quattro zampe a brucare l’erba se non avessi tanta fretta di rientrare.

Sto qui a raccontare in prima persona, come lo stessi vivendo adesso, mentre è passato qualche mese ormai. Tanto vale che proceda un po’ più spedito sfruttando  il passato della grammatica, anche se così andrà perduto un po’ di quella giornata. Ma questo  vuol essere un resoconto di sensazioni e  di un’emozione che non è facile ricostruire a distanza, a meno di approssimarle, naturalmente per eccesso. Perciò, tanto vale.

Arrivato al parcheggio ricordo distintamente che la prima percezione, quasi fisica, fu di delusione. Fino all’ultima curva mi ero augurato o illuso di trovare un’altra auto accanto alla mia, immaginando che  con chissà quali risorse fisiche mi avessero superato su una  scorciatoia, raggiungendo la parete mentre io seguivo di malavoglia la strada sterrata.Mistero.  Salito in auto e avviato il cd per soffocare il fafafafafa dei  Talkin’ Head che ha rimbalzato nella mia testa anche per tutta la discesa, avevo guidato verso valle con andatura prudente, per me più che inusuale.

A cosa serve  che cerchi di ricordare come andò il resto del pomeriggio e la serata prima e dopo cena? Arrivai a casa troppo tardi per il solito aperitivo, mi lavai e andai da mia madre a cena. Ma già da quando ero salito in macchina, a Pramosio, se non già scendendo a denti stretti da Avostanis, andavo pregustando il momento in cui ne avrei parlato con qualcuno. Qualcuno che capisse, che potesse capire.

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Come quasi ogni dopocena vado a trovare i miei nipoti, ma dopo un abbraccio a Matteo, che sempre più alto mi si para davanti, e un bacetto civettuolo a Teresa, è mio cognato Andrea che cerco. Mi dice che mia sorella è al lavoro, turno di notte.  Mi chiede cos’ho combinato oggi.  Sa che avevo la giornata intera da spendere.

“Son stato in Avostanis a chiodare”

“Che figo, con questa giornata…. ma non trovavi qualcuno per scalare?”

“ Si… no… ma ho combinato lo stesso. Guarda qui che roba…”

Ho il telefono in mano, mi sembra di averlo tenuto pronto da ore. Cerco l’icona delle foto, clicco la finestra “rullino” e apro l’ultima immagine, mentre un calore  di orgoglio liquido mi si  allarga  tra lo stomaco e la gola.

“ Sembra un bel tiro….” dice…” che difficoltà avrà?”

Ma come… “un bel tiro” e basta !?  Guardo il display e rimango di sasso: c’è solo la parete nell’immagine, una striscia grigia con qualche macchia bianca di polvere lasciata dal trapano. Niente altro.

Incrocio il suo sguardo stupito e lo sento che chiede, come parlasse attraverso una finestra chiusa:

“Stai poco bene? Hai una faccia…”

“No, no, perché? …sarà al massimo 7a”

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~ di calcarea su marzo 22, 2013.

6 Risposte to ““Eva” – Calo di zuccheri.”

  1. Una via vergine, nominata Eva per poterla segretamente dedicare alle donne che catturano il tuo pensiero. Era ovviamente lei, Eva! L’archetipo femminile, l’essenza di tutte quelle altre, quelle che forse un giorno arrampicheranno proprio là e quelle che non lo faranno mai. L’amazzone che alberga in ognuna di noi, anche nelle più insospettabili. La vera custode, forse, della tua passione, che si riserva lo Ius primae noctis con ogni tua nuova via. Il cortocircuito spazio-temporale tra il reale e il possibile: l’uomo incappucciato non si è voltato perché forse avresti visto il tuo volto riflesso. E non è detto che quello reale saresti stato tu.
    Puoi vederla così. Oppure puoi pensare che fossero una coppia di austriaci saliti dall’altro versante lasciando l’auto alla Untere Bischof Alm, e che il tuo cellulare comincia a perdere colpi. Ma così che gusto c’è?

    • “Quelli che…ti spiegano le tue idee senza fartele capire”, Jannacci 1979! Battute a parte, sapevi che in Avostanis c’è una via chiamata “Juice primae noctis”?

      • Per continuare a dirla con Jannacci, non sapevo di saperlo, ma se Eva sono anch’io perché stupirsi? L’avrò anche espugnata, chissà. Andrò a vederla, magari proverò una sensazione di deja-vu, e infilando le mani in tasca mi sporcherò di magnesite…

  2. che bel racconto..

  3. …wow…

  4. biel e vondo

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