Rapsodia in bianco

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Rapsodia in bianco

‘La neve e il suo magnifico silenzio. Non ce n’è un altro che valga il nome di silenzio, oltre quello della neve sul tetto e sulla terra’. La dico con Erri De Luca così evito di creare un’ovvietà sul banale evento meteorologico, il quale però, da acuta meteopatica quale sono, mi provoca una specie di commozione agitata: devo assolutamente fare qualcosa, anche di sciocco, per darle il giusto tributo. Se penso che per anni, dopo l’infanzia, ‘neve’  era poco più che puro fastidio.. Oggi scruto le nuvole basse cercando di intuire le montagne che si nascondono dietro il grigio. ‘In montagna la terra si spalanca alla pioggia, alla grandine, alla neve’ dice sempre Erri. Non saranno proprio le sue ‘dolomiti bianco confetto’, ma tu lascia che queste nuvole si alzino…

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Rischio la banalità se devo cercare parole per descrivere il silenzio o il rumore dei passi o l’odore della neve mescolata al  fumo di legna, o il colore da foto d’epoca che il paesaggio ha da oggi, per un po’. Però mi viene una voglia, di raccontarla… Sento i pollici che prudono, dalla voglia, scriveva Agatha Christie. Meglio resistere, tacere, fotografare. Al limite rimasticare qualche frase letta qua e là, e, come si faceva con il chewing-gum a scuola, appiccicarla alle immagini. Anche perché non è che la fotografia mi riesca ancora particolarmente bene.

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C’era quell’haiku, uno di quei componimenti giapponesi ristretti e densi come un caffè napoletano, che diceva: ‘Musica di neve / grillo d’inverno / sotto i miei passi’. Lo sento, il grillo che frinisce sotto le suole, e penso che il giapponese che l’ha scritta doveva essere un sinestesico con il dono della sintesi. Di quest’ultima ancora scarseggio, quindi zitta.

Però si può dire bene anche dicendo molto, considero, canticchiando ‘Inverno’ di De André. ‘La terra stanca sotto la neve dorme il silenzio di un sonno greve / l’inverno raccoglie la sua fatica di mille secoli, da un’alba antica’. Un altro modo per dire il silenzio.

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E ancora: ‘Ma tu che vai, ma tu rimani / vedrai la neve se ne andrà domani / rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate’. No aspetta, Fabrizio, prima che venga l’estate lascia che consumi un po’ le mie ciaspole, che scalpitano nel loro sacchetto. E lascia da parte la guerra di Piero, per oggi, che questa nevicata mi diventa d’angoscia.

Bisogna aspettare che finisca di nevicare, per apprezzarne appieno il prodotto. Però, è difficile parlarne senza riempirsi la bocca di questa parola, ‘neve’: non ci sono sinonimi, del resto. In altre lingue, invece… Peter Hoeg diceva che gli inuit, quelli che noi chiamiamo eschimesi, hanno sessantacinque parole per dire neve; in realtà, non sono proprio sessantacinque, ma una quarantina sì (mentre, curiosamente, non ne hanno nessuna per dire guerra: pare che si possa vivere anche con questa carenza semantica).

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 Aspettare che finisca di nevicare, e poi godersela, finché dura, prima che… ‘una cosa incantevole, felpata, dolce, ondeggiante, leggera quanto la neve si possa trasformare così presto nel suo contrario – un ammasso grigio, vischioso, denso, pesante, ruvido – una porcata da cui non riesco a riprendermi’. Poco elegante, ma non lo dico mica io…

Daniela

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~ di calcarea su gennaio 26, 2013.

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