Valanghe (tre vittime nella Lesachtal)

Ci ho pensato su un po’ prima di decidermi  a dare risalto a questo articolo, comparso domenica su http://diblas-udine.blogautore.repubblica.it/2013/01/20/tre-vittime-di-una-valanga-nella-lesachtal/  Non volendo trovarmi, dopo averla tante volte criticata, a recitare  la parte del beccamorto che usa  per un risibile scopo un tragico fatto di cronaca.

Poi ho considerato che se non riflettiamo su determinate questioni a botta calda, abbiamo meno  probabilità di essere convincenti e di modificare le convinzioni e i comportamenti propri e di chi legge. Da scialpinista dell’ultima ora non mi sento però di fare commenti, che risulterebbero verosimilmente impropri e avventati. Spero che qualche autorevole lettore  intervenga per focalizzare i possibili insegnamenti che i praticanti di scialpinismo potrebbero trarre da questa terribile vicenda.

Dalla lettura del resoconto, molto particolareggiato, posso solo elencare una breve  serie di elementi in ordine sparso, così come mi sono venuti in mente: non per la prima volta risultano coinvolte persone esperte e di sicuro informate sulla problematica del distacco di valanghe. Segno evidente, al di là delle personali responsabilità, che la valutazione del pericolo, diversamente che in altre attività praticabili in ambiente montano (alpinismo,arrampicata), è oggettivamente molto difficile. Mi viene quindi spontanea una domanda: se sbagliano i più esperti, cosa aspettarsi da quelli che ne sanno molto di meno?

Una così alta imprevedibilità dovrebbe consigliare enorme prudenza soprattutto quando le previsioni siano già di per sè catastrofiche: valutazione di rischio 4 dal Bollettino Valanghe, pendio aperto con inclinazione già ragguardevole, quantità di neve accumulata in un versante esposto ai forti venti dei giorni precedenti. E così via….

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“Tre vittime di una valanga nella Lesachtal

“Aveva un fronte di 300 metri e una lunghezza di 200 la valanga che venerdì ha travolto tre scialpinisti austriaci, mentre stavano salendo al Mittagskofel (2250 metri), un monte minore della dorsale carnica, sul versante carinziano, a soli due chilometri in linea d’aria dalla cresta di confine con l’Italia, tra il Peralba e il Volaia. Le vittime sono Manfred Steiner, 56 anni, di St. Lorenzen im Lesachtal, capo della stazione del soccorso alpino della valle, e i coniugi Konrad ed Helene Hofmann, rispettivamente di 51 e di 41 anni, di Frohn, anch’essi membri della locale squadra di soccorso alpino (lei era stata una delle prime donne ad entrarne a far parte). Il primo lascia tre figli ormai cresciuti; i coniugi Hofmann, due figli piccoli, Clemens di 9 anni e Juliana di 7.

Erano partiti all’alba, nonostante le avverse condizioni meteo e il pericolo valanghe di livello 4 (forte), che avrebbe dovuto sconsigliarli dal muoversi. Il percorso sale da Mühlenwirt e attraversa dapprima abetaie, che nel tratto superiore lasciano il campo ad ampi pendii erbosi, in questi giorni ricoperti dalla neve recentemente caduta in abbondanza. La tragedia è avvenuta in questo tratto, a quota 1850, quando alla vetta li separava un buon dislivello di 400 metri circa. Ieri gli uomini della Polizia alpina hanno cercato di ricostruirne la dinamica.

I tre escursionisti stavano risalendo un pendio con un’inclinazione di 35° circa, quando all’improvviso, 270 metri più in alto, si è distaccato un primo lastrone di neve, che ha causato un effetto a catena, con il successivo distacco di altri quattro  blocchi. Gli escursionisti sono stati così travolti da un’enorme massa di neve, che li ha dispersi in un raggio di cento metri. Il fenomeno dev’essere stato improvviso, tanto che uno dei tre, che aveva nello zaino un sistema air-bag antivalanga, non ha fatto in tempo ad azionarlo e a provocarne il rigonfiamento.

Data la quota, si suppone che la disgrazia sia avvenuta al mattino, mentre i tre stavano ancora salendo. Non ci sono stati testimoni. L’allarme è stato dato soltanto nel primo pomeriggio dai genitori della donna, che attendevano la figlia e il genero per il pranzo e, non vedendoli arrivare, hanno chiamato il soccorso alpino.

Le ricerche sono state complicate dal fatto che i tre non avevano lasciato detto a nessuno la meta della loro ascensione. È stato necessario così ispezionare tutte le valli laterali della Lesachtal, finché a Mühlenwirt non è stata trovata la loro auto. Ciò ha consentito di concentrare le ricerche verso il Mittagskofel. Vi hanno partecipato 40 uomini delle squadre di soccorso della Lesachtal, di Hermagor e della valle della Drava, con il supporto di un elicottero “Libelle” della polizia e di due cani.

La valanga è stata individuata abbastanza facilmente, ma, date le dimensioni, le ricerche con le sonde sono state piuttosto laboriose. Non è stato riferito se i tre scialpinisti fossero dotati di rilevatori Arva e se questi strumenti abbiamo agevolato il ritrovamento dei corpi. In ogni caso, dato il tempo trascorso, sarebbe stato un miracolo trovarli ancora in vita, sepolti a un metro di profondità. Due salme sono state rinvenute in breve tempo, la terza ha richiesto una ricerca più lunga. Poi tutte sono state trasportate a valle con l’elicottero e ricomposte della chiesa di Obergail.

La disgrazia ha provocato uno choc nella popolazione della Lesachtal, di cui le tre vittime erano membri attivi. Inevitabile la domanda sull’opportunità di mettersi in marcia in presenza di un pericolo valanghe di livello 4. E che dire poi del fatto di non aver comunicato ad alcuno la meta? Gli uomini del soccorso alpino non hanno voluto rispondere. Le vittime erano loro colleghi e uno, anzi, il loro capo. I funerali saranno ccelebrati martedì prossimo, alle 11.”

Nella foto, l’elicottero “Libelle” della polizia con gli uomini del soccorso alpino alle pendici del Mittagskofel

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~ di calcarea su gennaio 22, 2013.

5 Risposte to “Valanghe (tre vittime nella Lesachtal)”

  1. Hai perfettamente ragione tutti i commenti con il senno di poi sono impropri ed avventati, certo è molto strano che delle persone così preparate siano uscite a fare una gita con pericolo 4. L’unica cosa che mi sento di dire è che la troppa sicurezza ha giocato loro un brutto scherzo

  2. Sono rimasto senza parole quando ho saputo della tragedia. I commenti a posteriori sono cosa che non mi sento di fare. Ciò pensato parecchio in questi giorni, dato che avevo avuto modo di conoscere i due coniugi due anni fa, andando a Maria Luggau in inverno; erano delle persone gentilissime, tant’è che ci accoglievano, ormai quasi come una tradizione, all’arrivo del “pellegrinaggio” con un buon bicchiere di vino ed alla partenza il giorno dopo con una sontuosa colazione e del buon thè caldo per riempire i nostri thermos..
    Hanno esagerato? sono stati imprudenti? Probabilmente sì, ma a che serve giudicare ora se non a farsi un esame di coscenza e pensare alle volte in cui, anche noi, sottovalutiamo il pericolo, magari senza conseguenze.. Cari amici, appassionati di montagna, è inutile dire le solite frasi: “ma come si fa ad uscire con quelle condizioni!”, eccc. Non ci resta che trarre dai propri ed altrui errori, purtroppo in questo caso fatali, gli insegnamenti che ognuno nel profondo riesce a trovare. Almeno, tristemente in questo caso, a qualcosa portano.

  3. Notizie così mi lasciano sempre molto turbato. Ma rifletto. Un esperto non può non leggere un bollettino valanghe, se l’esperto è del posto non può non sapere che una nevicata così copiosa è un sovraccarico insopportabile per tutti i pendii sopra i 30° nei giorni immediatamente successivi. E ancora: egli conosce le trappole euristiche della familiarità (là sono passato mille volte, so tutto di quel posto) e dell’euforia che ti fa dormire con gli sci nel letto in attesa di una nuova nevicata dopo un lungo periodo invernale di secco.
    E allora cosa può essere successo?
    Un tizio una volta mi ha raccontato di certi esseri che stanno nella neve, sono infidi come le sirene del mare: sono sbuffi di neve che richiamano gli sciatori nella trappola delle valanghe, la loro forza è tanto maggiore quanto più esperta si sente la potenziale vittima. Le sirene della neve, mi disse il tizio che la sapeva lunga, sono capaci di scompigliare qualsiasi metodo di previsione delle valanghe provocate: lo stop or go diventa un semaforo psichedelico, il metodo Bolognesi dà i numeri, il Munter riduce il rischio residuo all’infinito …. tanto per fare degli esempi.
    Personalmente non le ho mai viste le sirene, forse qualche volta ne ho sentito solo un flebile richiamo, ma non ne sono sicuro.
    Quando leggo notizie di incidenti come questo non posso non credere nelle sirene della neve. A chi non rinuncia comunque alla neve non resta che cercare di stare alla larga dalle sirene e sperare di avere la fortuna di non doverle mai affrontare direttamente.
    Mario Di Gallo

  4. C’è poco da dire purtroppo.. Personalmente mi sono imposto, soprattutto da quando ho un bimbo a casa, di non uscire con il grado 4 su nessun percorso, anche se conosciuto e strasicuro.. E anche con il grado 3 le mie considerazioni sono variate negli ultimi anni, vuoi per gli insegnamenti che mi son giunti militando nel soccorso alpino, vuoi per esperienze personali vissute in prima persona e di cui magari posterò una foto per “insegnamento” a tutti quanti (sul percorso della forcella S del M. Tjarfin, dato MS, percorso da tutti l’abbiamo rischiata).. E anche se posso ritenermi “esperto” almeno un pò, con tutte ste brutte notizie mi scopro di non esserlo per niente e che la neve e le valanghe non sono una scienza perfetta, percui anche se credi di sapere tutto, alla fine non sai un fico secco! Mi ha lasciato positivamente colpito il messaggio circolato sul web del capostazione del Cadore dopo la valanga di casera Razzo di domenica, vi metto il link per farvi riflettere.. La “cultura” della rinuncia è da persone intelligenti, ed è quella che va portata avanti e sensibilizzata soprattutto verso la massa di gente che ultimamente si è affacciata a questa interessante disciplina…

    • Grazie per tutti questi commenti molto pertinenti, sia nel tono che nella sostanza. Oggi pubblicherò un’altro articolo che ho trovato sulla rete, scritto a metà dicembre, dove l’autrice sostiene un’opinione che sembra aver trovato conferma proprio nell’incidente della Lesachtal, e in altri degli scorsi anni (Val Visdende). In effetti, pur da osservatore superficiale, anche a me è sembrato di notare che i più sensibili alle lusinghe delle “sirene della neve” siano proprio alcuni tra i più esperti, tra i più bravi. Diversamente, mi pare , da quanto avviene nell’alpinismo, dove più spesso chi si caccia nei guai è il meno preparato. Evidentemente, non tutti i forti scialpinisti sono altrettanto bravi a distinguere un pericolo soggettivo (pendio estremo) da uno oggettivo (grado 4 di rischio). Proprio sabato scorso c’è chi ha sciato su pendenze considerevoli a pochi chilometri in linea d’aria dal luogo dell’incidente, per fortuna senza conseguenze. Chissà se anche in questo caso scatterà la trappola euristica che trasforma il “ci è andata bene” in “quindi non era pericolo 4!”….

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