Paklenica

Se penso che sto scalando da più di 25 anni e non ero mai stato a Paklenica mi viene da chiedermi come funzioni questa zucca, che mi ha pilotato non so più quante  volte verso Arco o  Finale Ligure, facendomi considerare con supponenza  il canyon della Croazia una  destinazione da nostalgici con troppo pelo sullo stomaco. Che cosa è stato?…. troppi chilometri, pochi monotiri, poche vie dure di 20 metri nelle quali bruciare in pochi minuti, come un bladerunner, la smania di protagonismo senza doversi sbattere con friends,  zaino in spalla e paura che si impigli una doppia?

Oddio, il viaggio non è proprio una passeggiata e le tue cinque orette abbondanti le devi fare. E non  aspettatevi dopo l’arrampicata  le mondanità di Finalborgo o del Caffè Trentino, il mare della Sardegna o di San Vito lo Capo. Ma la droga, la nostra droga preferita distillata da milioni di anni sotto  forma di gocce, canalette, fessure, tacche , lame, prevalentemente di magnifico calcare grigio, è di primissima qualità!

Dovreste girare un bel po’ di  Sardegna e selezionare le migliori vie di Avostanis solo per competere con le decine di monotiri che negli ultimi anni son stati chiodati sul fondo della forra per la gioia dei numerosissimi frequentatori, che vanno dal principiante dei gruppi organizzati ai climbers più assatanati.

Ma Paklenica rimane soprattutto il Paradiso delle vie lunghe, moltissime delle quali attrezzate a spit, con difficoltà e distanza tra le protezioni per tutti gusti, dal III grado all’8a, dai 60 ai 350 metri.  Alcune di queste  aperte  da due “diversamente prolifici” triestini: il generoso Paolo Pezzolato, che vanta un carnet di innumerevoli vie  dalle Alpi Carniche ai mari del Sud, con tanti spit. E Aldo Michelini: un po’ meno vie, ma anche  un po’ meno spit: chi ha avuto le capacità, non solo tecniche,  e la fortuna  di ripeterne almeno una sa cosa voglio dire…Fatte le somme, le vie di più tiri, classiche e moderne, di Paklenica  sono almeno un centinaio!

Sebbene il mio pluridecorato compagno non fosse alla prima visita, non ce la siamo sentita di osare più di tanto. I suoi ricordi si perdono nella notte dei tempi e io, come vi anticipavo, continuo ad invidiare i coraggiosi nostalgici tenendomi ben stretta una più moderna paura di farmi male. Così, per questa prima vacanza da cordata ultracentenaria, ci siamo accontentati di due viette di non più di 200 metri, fino al 6b+ come difficoltà: “Senza pietà” sul Debeli Kuk e “Nidia” sul Veliki Kuk, entrambe di Paolo Pezzolato e Co.  Roccia bellissima, chiodatura rassicurante. Unico brivido un  tentativo, fallito, di colpire Willy il Coyote con il più classico dei macigni….

La prossima sarà la volta della maestosa Anica Kuk, che incombe sulla valle con i suoi 350 metri di parete e le sue 50 vie, alpinistiche o moderne, con difficoltà dal 5b all’8a.

In questi quattro giorni ci siamo consolati con le fantastiche vie “da palestra” raggruppate in  numerosi piccoli settori sul fondo, tutte assolutamente imperdibili per la varietà incredibile della roccia.

La prevalenza è quella dell’inclinazione verticale, ma si sono anche  tre settori strapiombanti già attrezzati (Belvedere, Hram, Sindrom) e uno sguardo “da chiodatore” a 360° lascia intuire   qualche altro sviluppo futuro del genere più atletico.

L’alto numero di monotiri e vie lunghe di bassa difficoltà favorisce una grande  frequentazione, ideale per la didattica e le famiglie. Il clima è di grande cordialità e poco agonismo, ma anche tra i climbers ogni tanto si vede qualche asino…

Siamo stati a Starigrad per quattro giorni, ospiti della Pansion “Kiko” (info@pansion-kiko.com), dove a prezzi molto ragionevoli abbiamo dormito con vista e accesso mare e mangiato del pesce strepitoso, concedendoci anche due fugaci bagnetti.

In una stagione più favorevole, la Croazia presenterebbe  a breve distanza il  suo campionario di offerte balneari. Noi ci siamo accontentati, oltre ai tuffi dalla “piattaforma”,  di una serata nella incantevole Zara.

Abbiamo anche visitato due zone sui monti Velebit: lo Jagin Kuk proprio sopra Starigrad e  Tulove Grede, più a sud,  che  fu prima della guerra un formidabile terreno di arrampicata, ora assolutamente sconsigliabile per la presenza delle mine anti-uomo. Vale comunque la pena di farci un giro, rispettando rigorosamente i confini del tracciato stradale,  sia per la bellezza del posto che per il panorama sul mare e le isole dalmate e, infine, per una sommessa riflessione su quanto dannosa possa essere per il  pianeta l’opera del suo mammifero più evoluto.

A Starigrad ci sono numerose possibilità di pernottamento in camere, camping e in qualche hotel o pensione. Si mangia una discreta  grigliata nella Taverna “Marasovic”, poco prima dell’ingresso nel Parco.  Per accedere al canyon si paga un biglietto giornaliero, ma si può fare un abbonamento conveniente a tre ingressi e in ogni caso questa piccola spesa è ampiamente giustificata dalla presenza degli impeccabili  bagni e dalla manutenzione del Parco.

La guida delle arrampicate del Canyon di Paklenica di Boris Cujic, edita nel 2009 da Astroida, è abbastanza aggiornata  e ben fatta. Si può acquistare via internet o in libreria a Trieste. Un interessante articolo sulle possibilità escursionistiche del comprensorio di Paklenica è presente nel numero attualmente in edicola della rivista Alp.

Troverete ulteriori informazioni su altre possibili  mete arrampicatorie  sul recente post di  Calcarea dedicato alla Croazia. Le vicine falesie di Karlobag e  Karin e del più vasto comprensorio di Spalato sono recensite sulla guida alle arrampicate sportive della Croazia, sempre dell’editore Astroida.

Tulove Grede

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~ di calcarea su ottobre 12, 2012.

2 Risposte to “Paklenica”

  1. veramente una figata di posto sono stato anch io avevo fatto una via diPezzolato Infinito ciao

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