Chiodature francesi …all’italiana!

Chiodature francesi…all’italiana!             (ovvero “la maliziosa arte del Foro, i suoi Principi e princìpi”)

Le ferie estive appena trascorse in Sicilia ci hanno dato la possibilità, che aspettavamo come l’ossigeno oltre gli 8000 metri, di scalare “ a vista” , percorrendo nuovi itinerari con la speranza di venirne a capo e la scusa pronta per eventuali fallimenti: l’aderenza, il riscaldamento, quello spit messo male…. Da chiodatore appassionato riservo uno sguardo particolare allo stile di attrezzatura delle vie. Chi mi conosce  sa che “particolare” significa anche critico e a volte maligno.

In Sicilia mi sono  chiesto che effetto mi farebbe trovare su una guida di arrampicata un giudizio  sulle mie vie impietoso, ma obiettivo,  come quello che trovate nella pagina di “Sicily Climb”  qui sotto.

(…”il passo chiave è tra due spit”…”ultimo spit troppo alto”…”movimento difficile molto scomodo da rinviare al 2′ spit”….”stranissimo primo rinvio molto alto”…”primo rinvio molto alto”…”inutile e fastidioso ranout alla fine”….)

Così ho pensato di mettere per iscritto  le mie impressioni e le frecciatine, perché questo brontolìo di pancia  sia almeno utile a qualcuno….

 Potremmo cominciare con qualche battuta, un po’ di enfasi e di ironia sulle differenze che corrono tra l’appendere un tabellone da basket, misurare una pista per una gara di mezzofondo e chiodare una via di arrampicata. Fatte due risate, saremmo ancora al punto di partenza. Sta di fatto che la scalata è una delle poche attività ludico-motorie che si apparecchia regole e terreno da sè, con le proprie risorse, forze, inventiva ed etica, che possono addirittura essere diverse per ciascun praticante.

Un’introduzione più intellettuale  potrebbe farci ragionare sul fatto che dietro al chiodatore si cela sempre una filosofia di scalata, una tipologia umana e un pizzico (o una bella fetta) di vanità.

Per cui è possibile che al di là di comprensibili  orgoglio e soddisfazione emerga a volte una vera e propria psicopatologia, fatta di protagonismo, invidia,  sadismo e vigliaccheria o, nella migliore delle ipotesi, di disponibilità alla divulgazione e generosità umana.

Tante parole difficili  solo per stupire e riempire le righe?

Sono un chiodatore di vie di arrampicata sportiva e conosco i miei polli e i miei difetti. Divagare su quelli non  strettamente legati alla spittatura ci porterebbe troppo lontano. Pur rimanendo nel ristretto campo della scalata, dovrei aprire un capitolo a sè stante, cominciando dalla constatazione che a volte la chiodatura può  funzionare da surrogato dell’abilità  arrampicatoria, rimpiazzando la carenza di performances.  Così le  perversioni del chiodatore potrebbero  trovare il loro momento di gloria freudiana….

Psicanalisi a parte, più di altri scalatori  mi reputo in grado di riconoscere una buona chiodatura e forse anche un piccolo errore di un buon chiodatore. Figurarsi se dopo 20 anni non mi accorgessi di chiodature veramente cattive. E di  quale sia il loro difetto: trovo difetti ogni giorno anche alle mie oltre duecento vie.

Però ci sono difetti e difetti. Da alcuni si guarisce con l’esperienza e l’osservazione, da altri non si guarisce mai. Bisognerebbe rinascere, ma con un altro carattere.

Una delle frasi che mi piace di più citare l’ ho presa, ahimè, non da Kurt Vonnegut, Einstein o Dob Dylan, ma dall’un tempo famoso faccendiere Ricucci. Si tratta dell’arcinota  “sta a fà l’ricchione cor culo deialtri”, che in una battuta non so quanto omofoba ma sicuramente illuminante, qualifica uno dei difetti più evidenti e disastrosi di noi italiani. Quel lanciare il sasso e nascondere la mano che fa tornare alla mente le terribili bravate dai viadotti delle autostrade ma anche l’ometto che,  per curare i suoi  interessi  e la propria pericolante fedina penale, ha trascinato nella palude  e nel ridicolo una intera nazione, del resto consenziente.

 Ebbene, questa frase di Ricucci, che credo dovrebbe  di diritto entrare in Wikipedia e non sfigurerebbe in una improbabile riedizione della Treccani, mi serve per distinguere e separare i due difetti più evidenti del chiodatore in arrampicata sportiva: l’errore inconsapevole da quello premeditato.

Il primo è di solito frutto di inesperienza e  di una valutazione che solo a posteriori si scopre errata.

Il secondo, che ha spesso una “”filosofia” di scalata alle spalle, può risultare  provocatorio e spesso denota una perversione del carattere. Di sicuro difficilmente viene vissuto come tale ed ammesso dai responsabili: viene quindi  il più delle volte attribuito. Meno di quanto potrebbe, per fortuna,  è corredato da un referto di Pronto Soccorso. In generale riguarda la ricerca, a volte perversa, dell’ esposizione e dell’obbligatorietà a tutti i costi, che non lascia alternative possibili tra il superamento di un passaggio difficile e il volo.

Ma  siamo sempre coscienti delle conseguenze che possono derivare dalla pratica  di piantare spit nella roccia ?

Con l’intenzione di essere utile a chi volesse avvicinarsi all’”arte del buco”, proverò a fare una breve e di sicuro incompleta disamina dei tipi di errore che ho sperimentato: tra gli inconsapevoli includerò quelli dovuti alla scelta dei materiali, alla localizzazione degli ancoraggi  e al posizionamento, o “messa in opera”.

Sui materiali utilizzabili  non ho né competenza né un’esperienza vasta. Mi limiterò a citare alcune situazioni, tralasciando considerazioni  chimico-fisiche sulla qualità del metallo utilizzato in relazione a determinate situazioni ambientali (vicinanza al mare): su questo argomento chi è interessato può consultare su Planetmountain il carteggio tuttora aperto tra autorevoli chiodatori e commissari. Eviterò anche, per la mia scarsa esperienza in merito, di affrontare il capitolo a sé rappresentato dalle resine.

Gli errori nell’utilizzo dei materiali che ho osservato riguardano, ahinoi, più di frequente le soste rispetto agli ancoraggi di rinvio. A parte l’abitudine ancora molto diffusa di sistemare i due punti alla stessa altezza, concettualmente errata ma verosimilmente poco pericolosa  (con gli spit) , si continuano a vedere catene fissate ai tasselli  senza placchetta, semplicemente serrando tra bullone e parete l’ultimo anello della catena stessa. Le catene, poi, sono a volte di spessore ridicolo. Ove sia stato usato un cordone di collegamento, spesso non viene sostituito anche per decenni.

I moschettoni di calata sono di frequente degli elementi in lega leggera “da rinvio”, che lo scorrimento della corda lima pericolosamente. A volte vengono passati su un solo anello di catena anziché su due anelli o sulla placchetta di un ancoraggio.

Eppure basterebbe aver letto un articolo ancor oggi attuale e pertinente di Giorgio Bianchi pubblicato su “In Alto” nel lontano 1989 (!) per dotarsi come minimo  dei fondamentali princìpi sull’argomento.

una sosta corretta in "In Alto" G.Bianchi 1989

…una sosta corretta…. G.Bianchi su “In Alto” 1989

Anche la scelta dei materiali per i punti di assicurazione intermedi risente della più o meno accentuata propensione  al risparmio del chiodatore. C’è ancora chi utilizza fix da 8mm di diametro o chi si serve di ferramenta “mista”, zincata e inossidabile. Questo escamotage può essere tollerato sempre che l’elemento inox sia il tassello ad espansione, l’unico non sostituibile o verificabile “a occhio”. Il mix inverso va evitato: può anche provocare  una specie di campo elettrico sfavorevole accelerando la corrosione.

Andrebbero utilizzati solo tasselli di diametro minimo 10 mm e lunghezza 9 cm. Quest’ultima caratteristica di lunghezza è ancor più raccomandata per il conglomerato, piuttosto diffuso nella nostra zona. Si spera siano relegate a cimelio o a un utilizzo non critico (per  corde fisse o al massimo per uno dei due  elementi di una sosta) le placchette auto-costruite molto in voga in anni in cui il costo degli ancoraggi specifici era molto più alto di oggi.

Gli errori involontari nella localizzazione dei punti di assicurazione hanno di solito numerose motivazioni che immagino sarebbe difficile elencare.

Un esempio: pochi giorni fa ho fatto un brutto volo a testa in giù causato dalla corda finita dietro il polpaccio nel superamento di un tetto. Ragionando insieme agli altri climbers presenti, abbiamo capito che, seppur con un posizionamento degli spit  che appare ragionevole, l’elemento della “corda tesa” che si determina tra la placca sotto il tetto e lo spit sul bordo del tetto stesso,  non poteva venir previsto dal chiodatore.

Primi spit troppo alti per quel tipo di attacco (difficile, friabile, unto, ecc.), eccessiva distanza tra primo e secondo e tra secondo e terzo spit, sono tra gli errori che rischiano di rivelarsi più nocivi nell’eventualità di una caduta al suolo. La stessa problematica si propone quando ci si trovi, anche più in alto, in presenza di cenge o sporgenze della roccia sulle quali il risultato sarebbe lo stesso della caduta a terra.

La scelta di dove bucare in questi casi è veramente un atto di responsabilità che il chiodatore dovrebbe aver sempre presente, pensando per davvero al “culo degli altri”. Quando, appesi alla corda con jumar e autobloccante, si immaginano le sequenze di movimenti e il gesto del rinvio dei primi 4 spit da parte dello scalatore, sarebbe sempre consigliabile avere anche un secondo parere oppure almeno adottare  un margine di sicurezza ( per esempio abbassando un po’ il punto prescelto).

In ogni caso, visto che anche l’ abbassare un rinvio di qualche centimetro potrebbe paradossalmente esporre a rischi, sarebbe molto importante essere sempre disposti a cambiare una o più posizioni in un secondo tempo, utilizzando in alternativa un rinvio fisso da lasciare in sede.

Questo fatto sembra essere uno dei più grandi tabù esistenti nell’ambiente della scalata che conosco : cambiare la  posizione di uno spit anche su vie chiodate da altri  è considerato a volte un reato di lesa maestà! O di confessa tirchieria

Gli errori di posizionamento degli ancoraggi “non critici” risentono spesso dell’inesperienza o del fatto che a volte non è possibile provare prima con cura le sequenze su vie strapiombanti o in obliquo, specie se ci si dedica all’attrezzatura da soli. Sono però errori in genere veniali che si traducono in attrito della corda, un po’ di paura in più e qualche movimento scomodo o storto per passare un rinvio.

Alcuni chiodatori sono “fissati” con il  filo a piombo;  le loro vie sono un rosario di spit perfettamente allineati, quasi che anche appigli e appoggi si trovassero così in natura, collegabili con una linea retta. In questi casi può essere che i fori del trapano non siano proprio nei posti più logici. Potrebbe capitarvi su questi tiri la  spiacevole sensazione di  salire storti e di dover saltar giù in obliquo o in traverso. E di sicuro non aspettatevi dalla chiodatura qualche indicazione sulla direzione da prendere.

E’ naturale e anche utile per l’incolumità delle caviglie che lo spit, ove possibile,  sia messo nel punto più alto raggiungibile da una buona posizione. I problemi nascono a volte proprio per la differente concezione del “raggiungibile”. Infatti spesso noi chiodatori  dimentichiamo che il popolo degli scalatori, oltre che da slanciati  gladiatori, è composto anche da graziose signorine alte 1 metro e 50! Che gradiranno  forse di più  una via tracciata da Eugenio Pinotti che da Rolando Larcher!

La disponibilità ad ascoltare le critiche e a cambiare le posizioni sulla base delle ripetizioni della via dovrebbero poter migliorare di molto queste imperfezioni.

Gli errori involontari  nel posizionamento o messa in opera sono quasi sempre migliorabili con l’esperienza, a patto che vi imbattiate in  buoni consiglieri. Tra gli inconvenienti  più evidenti citerei la eccessiva vicinanza a buchi, spigoli, bordi, fessure. Così, in caso di grande sollecitazione, il tassello rischia di far leva e fratturare la roccia ed esserne estratto. Chi chioda dovrebbe sapere che questa eventualità, specie su roccia non compattissima e dura, è di gran lunga più temibile rispetto alla possibilità che il metallo si tranci.

E’ buona norma prima di eseguire il foro “testare” la consistenza della roccia col martello, per evitare  zone vuote o scagliose, che comunque il rumore più sordo del trapano e la eccessiva facilità con cui la punta penetra  vi rivelerebbero. Visto che ci siete, usate il martello anche per “preparare” la sede appianando eventuali sporgenze. In ogni caso andrebbe evitato il posizionamento in zone rientranti della parete, per non provocare poi un indesiderato “effetto leva” del moschettone contro la roccia o un danno della corda contro sporgenze . Dopo aver inserito il tassello e la placchetta appendeteci un rinvio e giudicate come “lavora”: in caso di dubbio meglio sacrificare un fix e cambiare sede.

Veniamo infine al capitolo più critico che riguarda gli errori di chiodatura  premeditati, gran parte dei quali vengono realizzati per rendere “obbligatorio” il superamento delle maggiori difficoltà di una via. In altre parole: i passaggi più difficili non vengono protetti piazzando lo spit  nel punto migliore  raggiungibile con un buon compromesso tra quello più alto e quello più comodo da rinviare, ma decisamente più in basso:  per evitare che l’arrampicatore possa usare l’ancoraggio “in artificiale” per superare il passaggio e poi eventualmente studiarselo.  Limitando così a due sole possibilità  il comportamento in quel punto: o lo  superi o voli.

Personalmente non ho ancora capito quale sia l’utilità di questa filosofia di chiodatura, che comunque l’attrezzatore pratica e predica appeso alla sua bella corda con jumar e autobloccante ventrale (usando  e facendo stringere, quindi,  il culo degli altri). Infatti a  mio parere espone a  rischi lo scalatore e la corda e impedisce la “crescita” tecnica, imponendo una variabile  di coraggio di tipo paracadutistico (“chi vola vale”) in una disciplina che si preferirebbe fosse più tecnica che eroica. Ci sono fior di vie multipitch di S3 o più per mettere alla prova la tenuta psicologica del climber e hanno tra l’altro la coerenza di esser state aperte dal basso. E in ogni caso chi va a ripeterle di solito non si porta dietro cliffs e trapano e quindi  si espone quel che basta .

Nella nostra recente vacanza siciliana abbiamo in più occasioni notato come questa moda, che pretende verosimilmente di emulare la famosa “chiodatura francese”, in Italia venga scimmiottata  e (come altre mode in altri campi)  diventi una grottesca  parodia peggiorativa. Se vi capita di scalare nella meravigliosa Scogliera di Salinella, settore “Grotta del Cavallo”, date uno sguardo a un tiro chiamato “Via la discordia” e fateci due conti anche solo a occhio, senza provare a scalarlo come imprudentemente abbiamo fatto noi, incuranti del commento della Guida tedesca già citata che ammoniva… “ crazy runouts…”. Aggiungete che la canna che rappresenta più o meno l’unico appiglio della prima parte si sbriciolava tra le mani e  nelle nostre orecchie risuonavano  gli echi delle polemiche legate alla rottura di ancoraggi in ambiente marino! (altro che “The bells, the bells…”, almeno gli inglesi sanno prima di staccarsi da terra a cosa si espongono)

Perché introdurre per forza gli elementi  paura, rischio, coraggio, incoscienza in questo nostro bellissimo gioco? A chi giova? Non mi interessa cercare di capire se chi chioda queste provocazioni le salga poi e con che stile (di sicuro non  “on sight”, visto che le ha chiodate!), perché la stupidità dell’uno  non dovrebbe costringere all’azzardo gli altri. Il brutto è che non è facile riconoscere questi capolavori senza averci sbattuto su il naso. Quest’anno in una falesia ci siamo imbattuti in un bellissimo 7b+ nel quale su un passo difficile e morfologico lo spit è stato addirittura abbassato in un secondo tempo, per rendere impossibile raggiungere la presa “buona” in artificiale. C’è quindi chi a questa concezione della scalata sacrifica  anche dei fix, che in quel caso sarebbero stati più utili per raddrizzare le chiodature storte di buona parte delle vie! Come dire: non sappiamo l’abc ma sull’xyz non ci batte nessuno!

L’alternativa, voglio precisare, non è tra chiodature vicine e   distanziate; ma tra quelle ragionevoli e quelle maliziose.

Quando ho iniziato a scalare, a metà degli anni ’80, la Carnia , il Cadore e Trieste venivano considerate territori simili alle riserve indiane, con inflessibili valutazioni delle difficoltà e chiodature angoscianti, delle quali si andava fieri. Quando ho cominciato a viaggiare, ho capito che tutto il mondo è paese, ma la Francia lo è ancora di più! A Buoux, Chateauvert e Ceuse  abbiamo dovuto riconoscere che c’era al mondo chi chiodava più lungo di noi. Salvo rare eccezzioni, però, la posizione lontana  degli spit sembrava seguire uno sviluppo logico,  mantenendo un accettabile livello di sicurezza.  Mi dicono che in certe falesie della Spagna la chiodatura sia ancor più distante.

Si può quindi chiodare in falesia anche a  distanze considerevoli, mantenendo integre le caratteristiche emotive che contraddistinguono l’arrampicata, con le sue incognite e la componente di azzardo che io distinguerei dal rischio: tutto sta a farlo con coscienza e consapevolezza delle possibili conseguenze.

Qui da noi  col passare degli anni la vocazione eroica ha lasciato il passo a un più ragionevole calcolo dei rischi e dei benefici di una chiodatura estrema:  possibili incidenti, fama di sboroneria, scarsa frequentazione. A fronte di una spesa un po’ superiore e della cacciata dall’Olimpo dei Cuordileone. Resistono, più per vezzo che nella concretezza, i gradi Carnici che, come i traumi (carnici), continuano ad andare a braccetto con quelli alcoolimetrici.

Ciononostante, prendiamo ancora benevolmente in giro il buon Bunny perché ci mette un’ora  per decidere la posizione di ogni singolo foro di trapano, con la certezza  però che tutto quel tempo non gli serva di sicuro per sfavorirci o farci saltare giù dieci volte da un passo!

Se adottassimo  la chiodatura francese alla Bunny?

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~ di calcarea su agosto 6, 2012.

4 Risposte to “Chiodature francesi …all’italiana!”

  1. … è passata una giornata e nessuno si è sbilanciato a fare commenti …forse non interessa molto o forse si vorrebbe dire tanto.Sicuramente anche al Doc 20 anni fa la falesia di Ceuse metteva un pò di adrenalina,ma alla stesso maniera 20 anni di spittature (PER TUTTI NOI) gli hanno insegnato a fare delle bellissime cose ,con la tranquilla consapevolezza anche di poter ( forse )discutere su certi passaggi.
    Jean-Baptiste,altri 20 anni di FORI !!!!!!!

  2. Condivido al 100 %.

  3. Buongiorno Gianni,
    oggi leggo quest’articolo e rubando una citazione ad un grande “saccente” del mondo del calcio, dico:
    “sono completamente d’accordo a metà col mister (con te)!”.
    Le inferenze comunicative che potrebbero nascere da questa frase sono molteplici ed i più ottimisti ci hanno letto anche delle profonde verità.
    Come ironicamente suggerisce il titolo “… all’italiana” e si sa noi italiani a parole siamo bravissimi, quindi diventa difficile prendere una posizione netta in questo contesto.
    Se si misurasse l’esperienza col numero di vie chiodate allora io potrei definirmi un espertissimo, avendone chiodate molte più di 200! Onestamente mi rendo conto che non è così.
    Ogni volta che salgo su una mia via, mi accorgo di qualcosa che non avevo notato quando la chiodai e che mi avrebbe convinto a modificare la posizione di quel particolare punto.
    Mi sono trovato tante volte davanti a questa situazione e l’unica risposta che a oggi ritengo valida è che col passare del tempo, la mia percezione della salita, del movimento, del contesto cambia e questo mi porta inevitabilmente a considerazioni differenti rispetto al giorno della chiodatura.
    Ritengo corretto essere critici con se stessi, ma senza esagerare e cadere nel qualunquismo dell’assoluta perfezione. Per criticare correttamente una via bisognerebbe analizzare la chiodatura da due prospettive:
    a) in funzione della sicurezza;
    b) in funzione della scalata.
    A prima vista sembra una banalità ma a ben vedere, non sempre la posizione del fix soddisfa le due condizioni. Quante volte si è dovuto scegliere la posizione in funzione della sicurezza piuttosto che in funzione della scalata.
    Questa osservazione pone dei vincoli di cui bisognerebbe tener conto in un’eventuale considerazione critica. Dire semplicemente che è scomodo rinviare il terzo, non basta per giudicare una via “chiodata male”. Se il chiodatore avesse optato per quel punto perché oltre si metteva in discussione la sicurezza dell’arrampicatore? Personalmente di fronte alla decisione se spostare il punto più in alto di un metro per una rinviata più comoda, ma in questo modo si mettesse in discussione l’incolumità dello scalatore, avrei senza dubbio scelto per la sicurezza.
    Una delle regole che si segue durante la chiodatura è la comodità e logicità della rinviata, che deve corrispondere ad un punto in cui è presente un appiglio da cui eseguirla in sicurezza. E qui si aprirebbe un dibattito infinito:
    a) Il rinvio è già posizionato o no;
    b) l’appiglio che io ritengo utile alla rinviata è buono? Ma il concetto di buone è in relazione alla mia capacità di utilizzarlo, quindi su una via di 5c mettere una protezione in un punto dove l’appiglio da utilizzare è più consono ad uno scalatore di livello 6b…
    c) Il rinvio lo passo prima con la canna e poi lo doppio;
    d) la via si scala solo dopo averla ripetuta da secondo e quindi viste tutte le problematiche si sale da capocorda…
    … e qui con un po’ di pazienza si potrebbero riportare tutte quelle cose che stando in falesia si vedono dalla coppia di scalatori che ci sta affianco. E quando siamo convinti di aver visto e sentito tutto, arrivano due sbarbatelli nuovi di zecca che ti svelano la perla della vita, come: allora tu sali, mi passi i rinvii, poi in discesa mi segni le prese così poi io la scoppio avvista!
    Girando per falesie di tutta Italia ho visto cose che gli umani non capirebbero mai, ma che invece gli arrampicatori capiscono benissimo.
    Alcune tra le cose che più mi stupiscono sono queste:
    vie volutamente sotto gradate (solo per citare un esempio, un 6c spacciato per 5c);
    vie che dal terzo rinvio si arriva a terra:
    chiodature obbligatorie con voli al limite del brevetto da aviatore;
    e così via…
    Ma questo non mi stupirebbe se si trattassero di vie nuove, ma quando si scopre che per qualche arcano motivo vengono lasciate così da anni, per volontà di qualcuno, con assurde motivazioni a supporto… allora non capisco!
    Non so se sia meglio chiodare lungo o corto, ho almeno dieci buoni motivi per sostenere entrambe le filosofie… di certo non condivido la chiodatura maliziosa con conseguenze imprevedibili.
    Personalmente sono stato criticato tante volte per la chiodatura, perché lunga o perché troppo ravvicinata, quindi sono conscio che sarà difficile trovare una linea che accontenti tutti…
    Come chiodatore, accetto qualsiasi critica o suggerimento… ma in tutta sincerità vedo crescere le polemiche che sempre più spesso, analizzate più attentamente, si rivelano sterili e scaturite da considerazioni di un qualsiasi pinco pallo che senza “cognizione di causa” dice qualcosa, che altri sostengono per partito preso… Però sempre meglio controllare!
    L’arrampicata dovrebbe passare dalla pubertà all’adolescenza e lasciare l’infanzia che ormai è inadeguata ad una popolazione di scalatori che aumenta di anno in anno.
    Sarebbe ora che ciascuno si prendesse le proprie responsabilità.
    Il chiodatore metta mano al trapano e con pazienza metta una pezza e tutte quelle incongruenze manifeste e l’arrampicatore metta mano al portafoglio ed oltre a comprarsi la felpa “figa” contribuisca sostanzialmente al mantenimento delle vie su cui tutte le domeniche va a divertirsi.
    Ad ognuno le proprie responsabilità… appunto!

    • Non riesco a trovare una frase “calcistica” azzeccata per risponderti che condivido in pieno le tue considerazioni. Mi piacerebbe usare: “rigore è quando arbitro fischia”, ma non c’entra un tubo con l’argomento, anche se ci porterebbe di nuovo alla questione del rispetto delle regole.Sono d’accordo specialmente sul “trattamento” delle imperfezioni di cui ci si accorge a posteriori. Mi fai venire in mente un’idea che potrebbe sembrare una provocazione, ma in realtà non vuole esserlo: che si possa intervenire anche sulle imperfezioni altrui? In sostanza: una via è chiodata male, in uno o più punti, per sicurezza e/o per logica di scalata. Ma da 10 anni rimane così. Ci può mettere le mani qualcuno che non sia il chiodatore,e a quali condizioni?

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