Intervista a Romano Benet

Romano Benet è probabilmente l’alpinista in attività più versatile e completo della nostra Regione. Ma di sicuro, anche a giudicare da questa intervista, uno dei più saggi. Del resto gli anni e le vicende della vita a volte, pur pesando, ci rendono migliori. O ci incarogniscono del tutto!  Romano è anche, dal punto di vista sportivo e mediatico, uno degli alpinisti meno conosciuti, per intuibili “motivi di famiglia”, in questo caso più che legittimi. In questi tempi di “quote rosa”, abbiamo pensato di incaricare il nostro “agente” in servizio permanente a Tarvisio, Andrea, di intervistarlo per tutelare in controtendenza questo (raro) esempio di discriminazione maschile…

Andrea.: Pur non essendo un vero professionista dell’ alpinismo sei comunque un personaggio del mondo della montagna conosciuto; mi piacerebbe quindi che descrivessi in modo sintetico  un tuo breve curriculum…

Romano.: Beh, non è molto facile, in realtà nella mia vita non ho mai fatto un curriculum nè breve nè lungo, arrampico e vado in montagna fin da ragazzo in modo che potremmo definire classico, ho proseguito poi negli anni passando attraverso l’ inizio dell’ arrampicata sportiva, fino all’ alpinismo himalayano.

A.: Mi rendo conto di aver iniziato con una domanda per rispondere alla quale tu assieme a Nives fai le serate, ma provo a semplificare: se dovessi indicare le imprese che dentro di te senti come davvero speciali, quali citeresti?

R.:Devo dire che la storia inizia con l’ invernale al pilastro del Mangart: questa salita si può dire abbia tracciato la strada e mi ha indicato che tipo di alpinismo volevo fare. L’occasione si è presentata con la spedizione allo spigolo nord del K2, dove abbiamo tracciato una via nuova fino a 8450 metri. Anche se non avevamo raggiunto la cima abbiamo visto che si può utilizzare uno stile di salita leggero e veloce anche su grandi montagne; in seguito con il miglioramento dei materiali abbiamo salito Mister Risk, una cascata in Riofreddo di 7° non svalutata anche dopo diverse ripetizioni. Il mix di tutte queste esperienze si è poi concretizzato nella prima ripetizione in giornata di Sanski Ozebenik sulla nord del tricorno 1200m di M8 6+

A.:Ti sarai già accorto che non hai a che fare proprio con un professionista delle interviste…. in realtà la  prima domanda che volevo farti da quando ci si vede qui a Tarvisio (o meglio che mi sono fatto) è questa: ma tu sei un burbero, un buono taciturno o come mi ha detto tua moglie poco tempo fa un vero “animale da palcoscenico” ?

R.:Mah,  penso che non sia vera nè una nè l’ altra definizione, e comunque burbero no ! La realtà, e me ne rendo sempre più conto, è che vivo in un mondo tutto mio,  non mi piace mettermi in mostra perché non lo ritengo interessante, non sono un professionista della montagna e quindi non devo necessariamente vendere un prodotto, anche se per quanto riguarda il palcoscenico, non so, in effetti in qualche serata con il “pubblico giusto” mi piace lanciarmi in qualche argomento diciamo simpatico.

A.:Quando ti ho richiesto l’ intervista e tu gentilmente me l’ hai concessa ti ho anche detto che forse qualche domanda sarebbe stata ostica sia per me che per te, ma non hai fatto una piega, per cui affronto subito due argomenti che purtroppo di recente hanno segnato la tua vita e quella della tua famiglia. Te la senti di dirci se e come ti hanno cambiato ? Parlo della malattia e della scomparsa di Luca Vuerich, di un bravo alpinista e prima di tutto di un amico.

R.: Ah, con la malattia me la sbrigo velocemente: si tratta di una cosa che è avvenuta con cui ho combattuto, che ho vissuto, ma di fatto qualcosa a cui non penso o meglio che non sento mi abbia cambiato o abbia cambiato il mio modo di vedere le cose nella vita. Con Luca la cosa si fa più complicata: avevamo fatto tanti anni di attività assieme, in coppia o in trio con Nives e pianificato tante cose da fare non solo dal punto di vista dell’ alpinismo. Molti lo scambiavano per nostro figlio,  ma in realtà il rapporto era più da fratello maggiore e c’era tra noi una simbiosi perfetta. Qui resta un vuoto che non si colma. Mi è capitato di riflettere sul fatto che nel percorso che abbiamo fatto negli anni, anche quando non scalavamo fisicamente assieme, io lo seguivo parecchio e anche   lo “bastonavo”, quando era troppo intensa la sua attività. Nel mio anno di malattia, quando alpinisticamente ci siamo persi di vista, mi sono sentito un po’ la responsabilità di non essere stato attento alle sue azioni e che forse la cosa gli fosse sfuggita di mano. Ma questa resta una mia considerazione.

A.: Quando penso alla mia storia di appassionato di scalata mi passano davanti agli occhi dei nomi, dei personaggi, penso a Manolo, a Messner, a Edlinger, per citarne alcuni. Quali sono, se ci sono, i nomi che per te hanno significato qualcosa, escluso quello della Meroi, così ti evito qualche problema questa sera a cena, o te lo creo..

R.: Devo dirti che io ho ammirato e ammiro moli alpinisti, ma veramente non ho mai avuto come si suol dire oggi un mito in particolare. Nel senso che i miti forse conviene non conoscerli mai, è meglio che restino miti perché spesso conoscendoli si rischia di rimanere delusi nello scoprire le debolezze che sono di tutti, chi più chi meno. Penso veramente che l’ alpinismo in generale ed in particolare quello himalayano, che io conosco di più, sia un mondo forse non tanto di bugie ma di omissioni, che spesso è la stessa cosa, su come le cose vengono fatte, e questo  soprattutto per la gloria o la vanità che rivestono un ruolo ancora importante nell’ ambiente umano. Bisogna però dire che anch’io ho avuto dei riferimenti nella vita per il tipo di approccio alla montagna e all’ alpinismo: penso in particolare a Messner, che seppure a volte in modo controverso, ritengo abbia dato la vera svolta a livello mondiale dall’ arrampicata in dolomiti all’ himalaya. Facendo poi riferimento all’ arrampicata puramente himalayana devo dire che Loretan è quello che mi ha segnato di più;  lui praticava un  alpinismo essenziale, veloce e leggero e non si è mai lasciato tentare nel dimostrare di essere più forte degli altri, ma non si è mai tirato indietro nel criticare la direzione che stava prendendo l’alpinismo dove “ ogni impresa deve essere comunque un successo …..”

A.: E dalle nostre parti ? Di nomi ce ne sono diversi:da “Bubu Bole” a Sterni  a Florit, ad Attilio De Rovere o a Luciano Chen, ognuno con le proprie caratteristiche.  Anche se a me , visto le esperienze che hai fatto con lui, viene in mente in particolare Roberto Mazzilis,  un fuoriclasse  che se avesse saputo accettare il cambiamento  dedicandosi maggiormente all’ arrampicata sportiva e all’ allenamento, con la sua “testa da montagna” avrebbe potuto “farne delle belle”, magari accettando qualche compromesso (vedi spit). Resta chiaramente una mia opinione ma dico questo pensando a Larcher, Oviglia, Florit  e altri che sono riusciti a coniugare un pò tutto…sicuramente divertendosi e facendo divertire i ripetitori delle loro vie…

R.: Devo dire che condivido la tua considerazione. Con Mazzilis ho fatto le prime vere scalate, abbiamo fatto delle cose belle e devo dire che mi ha insegnato molto nel modo di affrontare le pareti, solo che secondo me nella vita, e quindi anche nel modo di andare in montagna, le cose cambiano, c’è modo di provare cose nuove e Roberto è restato ancorato ad una sua visione eroica e rischiosa dell’ alpinismo che io assolutamente non condivido. L’ arrampicata, dalla falesia alle sale indoor, e l’ alpinismo in tutte le sue forme hanno già in sè per definizione un grado di rischio non certo trascurabile; penso che non serva farne la propria missione. Parto per qualsiasi attività con l’ idea di divertirmi, di star bene, di raggiungere un successo. Il rischio c’è ma devo gestirlo e ridurlo il più possibile: senza la sperimentazione e diversi modi di interpretare l’alpinismo non ci sarebbe stata un’evoluzione;  bisognerebbe accettare ogni novità, sempre che non leda i diritti altrui e l’ambiente. Devo però  aggiungere , anche se non ne sono sicuro al 100% vista la mia assenza nell’ ultimo periodo, che dopo la scomparsa di Luca in questo momento dalle nostre parti tra i giovani non ci sia  più un personaggio come quelli che hai citato e nemmeno l’ attività collegata a questi personaggi. Forse le nuove generazioni, parlo soprattutto nell’ alpinismo, non hanno tanta voglia di far fatica o di impegnare la propria vita; magari va un pò meglio nell’ arrampicata sportiva. 

A.:Pensi nella tua attività di aver vissuto nel cono d’ombra della Meroi, nel senso di essere rimasto ai margini delle attenzioni, che per me restano comunque ancora basse, che i media le hanno riservato come donna o ritieni che in realtà le cose siano in equilibrio?

R.:Posso dire che dopo anni adesso abbiamo la stessa considerazione, ma è anche vero che per alcuni  era lei che mi portava in Himalaya  e per altri invece si faceva tirare su da me. Chi non frequenta l’Himalaya forse non sa che ciascuno basta appena a se stesso; purtroppo il mondo alpinistico è sempre stato pieno di invidie e di professori. Questo però non mi ha procurato alcun   problema, nel senso che io avevo fatto una scelta di vita che non era l’ alpinismo come professione: facevo il forestale e per me andare con mia moglie era già di per sé un traguardo. Penso che andare da solo con la concorrenza che c’era e c’è tra gli uomini sarebbe stato più difficile. Ecco: forse, se non ci fosse stata lei, mi sarei orientato più che sull’ alta quota su cime di 6-7000 metri con maggiori complessità tecniche, ma è vero anche che gli 8000 sono una cosa talmente bella…

A.: So che state per ripartire…

R.:Il progetto è definito: in sostanza ripartiamo dall’ ottomila dove mi sono arenato e anche ammalato, o forse il contrario, e sarà interessante riaffrontare la stessa sfida con l’ 80 % di forza in più..non vediamo l’ ora di partire!

 A.: Parliamo delle  Giulie, cosa pensi possano ancora offrire dal punto di vista dell’ arrampicata, magari di quella moderna a spit o anche, come si dice oggi, trad ?

R.: Sinceramente le Giulie nostre non penso abbiano un grande potenziale da poterci creare delle nuove vie anche di divertimento, questo sia per la qualità della roccia, dove  si alternano tratti ottimi a meno buoni,  sia  per la loro discontinuità. Gli sloveni però, soprattutto sulla nord del Tricorno, stanno tracciando itinerari importanti trad o   con l’aggiunta di qualche ancoraggio fisso come : Metropolis 350m VIII+/XI-  (VIII obbligatorio), Ulina 1000m  VIII/IX  (VIII  obbligatorio) , che magari ancora non hanno ricevuto il giusto risalto.

 A.:E di fronte alla falesia, alla plastica, ai ripetuti tentativi sulla stesso tiro, in sostanza di fronte a quello che la maggior parte di noi palestrucoli (come si diceva un tempo)  o fighetti da uno spit ogni metro riusciamo a fare, cosa ti viene in mente ?

 R.: Premetto che considero ancora tutte le attività sportive legate all’ arrampicata  delle attività libere da veri vincoli e regole e quindi ben venga qualsiasi modo in cui uno vuole affrontarle. A me piace molto l’arrampicata sportiva, ma solo come mezzo per poter portare quelle difficoltà in montagna, altrimenti tentare più volte un passaggio mi annoia terribilmente. Prendi ad esempio il recente episodio del Torre: bisognerebbe sempre entrare nel contesto dell’epoca e delle motivazioni che c’erano in quegli  anni, oggi si tende a giudicare sempre troppo. Ma come dicevo prima, non ci sarebbe stato progresso se qualcuno non avesse tracciato una strada, anche se quella strada è contro le nostre convinzioni. Nello specifico per me l’ arrampicata sportiva deve essere un divertimento puro e forse quando ero più giovane anch’ io mi impegnavo di più sui tiri. Oggi se una via del mio livello non mi viene in due o tre tentativi passo subito ad un’ altra, non riesco ad essere costante.

A.:Cambiamo argomento, da due anni lavoro a Tarvisio e ritengo che per diversi motivi abbia un grande potenziale  e possa, con lungimiranza nelle scelte economico-amministrative, evolversi in una località turistica di alto livello anche se ci vorranno ancora alcuni anni. Quali pensi sarebbero le scelte vincenti ?

 R.:Nei 17 anni di Guardia Forestale nella foresta di Tarvisio, passata palmo a palmo, ho  continuato a chiedermi, e lo faccio anche adesso, perché insistiamo nell’ investire dei soldi in un turismo che definisco complicato. Fatto più di seconde case, piste ed impianti da sci e pochi servizi, avendo a disposizione delle risorse ed un ambiete naturale incredibile, in alcuni contesti simile a quello che si può riscontrare in un paese come il Canada. Penso a come sia stato trascurato lo sci nordico, che un tempo vedeva tantissimi fondisti da Fusine a Valbruna, lasciando anche questa risorsa alla Slovenia che vede nei week end afflussi molto importanti di appassionati. L’ outdoor sul modello dell’ alto lago di Garda, pur essendo quella sicuramente una realtà per tanti aspetti privilegiata, ritengo sia il vero modello da seguire, affiancandogli adeguati servizi e vendendo al pubblico proprio queste risorse; tra l’ altro, da sempre molto apprezzate dai popoli nordici.

A.:Ci avviamo alla conclusione,  credo tu sia l’ unico forestale dell’ ultimo ventennio ad aver lasciato il posto come si dice sicuro… per fare l’ imprenditore-commerciante. Rimpianti ? E per il futuro ?

R.: Nessun rimpianto, quello che ho voluto fare l’ ho fatto, magari non realizzando proprio tutti i sogni ma gran parte si, andando a volte oltre le aspettative. Ho lasciato un lavoro sicuramente molto bello per la necessità di essere libero nelle mie scelte, cosa che giustamente quando indossi una divisa non è sempre possibile. Per quanto riguarda la montagna mi piacerebbe tornare a fare qualcosa in Monte Bianco, dove quando si era giovani, per motivi economici, era difficile andare, mentre adesso magari arrivando ad un compromesso con l’ età ..

A.:Chiudo con una provocazione che ho già lanciato alla Meroi: quando la finite di andare a prender freddo e non vi fate una bella vacanza “selvaggia” a fine settembre in Sardegna con gli ultimi bagni, qualche bella via, e cannonau a fiumi ?

R.:  Ma guarda che noi in realtà siamo più marittimi di quanto pensi! In effetti già negli anni ottanta probabilmente eravamo tra i primi italiani alla scoperta di Paklenica nell’ allora Yugoslavia. E’ un ambiente che ci piace. La realtà è che l’ Himalaya ci  porta via tanto tempo, spesso mesi e trovare nel corso dell’ anno il tempo per fare altre uscite non proprio vicine risulta difficile,ma è veramente l’ unico motivo.

A.:Avrei ancora altre domande, ma  l’ ultima è una che probabilmente non capirai, e che devo assolutamente farti perchè riguarda il muro indoor di Tarvisio: dimmi, tenterai anche tu la GIALLA?

R.: In effetti non so con precisione di cosa parli o meglio non so quale sia la Gialla, ma devo dire che ultimamente in negozio ne ho sentito parlare parecchio. Sai cosa ? Mi sono così incuriosito che devo assolutamente provarla… prima che la smontino !

Nives Meroi e Romano Benet saranno a Tolmezzo venerdì 23 marzo, nell’Auditorium Comunale alle ore 20.30, dove incontreranno tutti gli appassionati di sport e di montagna, in una serata organizzata dal CAI che ha un  titolo  inusuale e stimolante: ” Io sono le Montagne che non ho scalato”…. grazie Romano!

 

 

 

 

 

 

 

 

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~ di calcarea su marzo 16, 2012.

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