Daniele Perotti

 

Daniele Perotti                  (testo e foto di Stefano Gri)

 

16 febbraio 2012. Oggi Daniele compie 50 anni. Lo so bene, oggi è anche il mio compleanno, ne abbiamo festeggiato più di qualcuno assieme; quello che ricordo meglio fu a Folgaria, io ne facevo 25 e lui 26. Io ero obiettore di coscienza in Trentino, Daniele fece una improvvisata per festeggiare assieme. Passammo la giornata tirando come matti sulle canne di Massone, freddo cane, poi mezzo chilo di pasta e fiumi di birra a casa, io lui e il suo inseparabile micio, l’unico felino al mondo che girava con guinzaglio, maglioncino norfèis adattato, ed una intossicazione da nicotina che lo rendeva schizzatissimo.

"Tempi moderni" in Marmolada

 Il Doc l’altro giorno (guarda caso!) mi ha chiesto se volessi scrivere due righe su Daniele Perotti. L’istinto mi ha fatto dire: molto volentieri!, poi però è difficilissimo ricordare un amico in modo giusto. E allora provo a farlo almeno con l’affetto che io e moltissimi altri ancora sentono. Ne è stata prova il piccolo meeting di un anno fa in cimitero a Udine, dopo 20 anni dalla morte in Marmolada: eravamo tanti, era la prima volta da allora, è stato davvero strano: in modo informale, e senza retorica, abbiamo passato qualche ora assieme, e questo, forse, è il senso di queste cose.

La nostra amicizia si saldò due anni dopo il corsoroccia. Ci trovammo alla visita di leva, lui rivedibile, in condizioni fisiche che lo stavano portando diritto verso l’anoressia: cinquanta chili, solo scarpe e naso. Venne scartato on sight, senza bisogno di visita medica, e lui festeggiò per giorni: sua madre lo rimise in forma a colpi di bistecche e fagioli. In primavera, sei chili in più, era in perfetta forma. Quegli anni furono segnati dal passaggio dalla Lotta con l’Alpe alla Goduria dell’arrampicata, e fu un percorso lungo, contraddittorio, esaltante. Segnò la fine di un mondo (e di molti contapalle), e l’inizio di un altro, migliore.

sul Pic Chiadenis

La fortuna per noi fu il conoscere a fondo due ambienti esterni, quello triestino e lo zoo di Erto, molto diversi e molto stimolanti (riuscimmo così a spaccare in due il nostro ambiente, senza compromessi). Daniele, svelto e intelligente, li frequentò entrambi, gli piaceva la “pompa” di Erto ma soprattutto la classe e la tecnica dei triestini; Attilio De Rovere, vero visionario (non solo per Arrampicarnia), più creativo e più forte di tutti quelli che riempivano le riviste di allora, segnò la strada giusta per tutti, e Daniele diventò fortissimo.

 Portare l’arrampicata libera in montagna, questo era quello che a Daniele esaltava, ed è per questo che sviluppò una incredibile capacità di ridurre al minimo il suo margine fra falesia e montagna. Era quindi mentalmente fortissimo: un giorno a Buoux, tanto per parlare di forza mentale, mi chiese di fare un giro con la corda dall’alto, era un 6c, ma si legò per sbaglio alla corda di due spagnoli, passata su un 7b. Non gli dissi niente, pensai che fosse uno scherzo magnifico, invece lui arrivò in catena con qualche (minimo) sbuffo, e il commento fu: “beh…severo”. Quella vacanza lo chiamammo Severo Perotti.

 Pal Piccolo con Attilio, Monte Bianco con Bizzarro e Asterix (la loro cordata e la loro amicizia, coetanei, furono solidissime), Carniche con Bunny e Valerio, Marmolada e Dolomiti con Franco, Simonetti, Mauro Florit, ma non voglio snocciolare curricula: per quanto secondo me sia impressionante, a lui non gliene fregava niente, gli interessava solo il nome della prossima via. Per quel che mi riguarda, assieme a lui feci le mie migliori scalate in montagna, anche perchè condividemmo l’approccio creativo, quando invece per molti arrampicare era “chiacchere e distintivo”. Quando gli proposi di provare la Baschera-Solero al Pich Chiadenis in libera, capii che avevo fatto centro: questo era il suo mondo. Montagna, vie dure, sportive, tanta testa, tanta tecnica. Tempi Moderni fu esaltante, aveva poche ripetizioni, avevamo un friend in due, amavamo entrambi Mariacher (e Giordani no), e la Marmolada divenne il suo Paradiso. Lo divenne davvero…

Quando Mariacher venne ad Arrampicarnia, Daniele, emozionatissimo, cercò di intervistarlo, ma la Jovane si intrometteva sempre: rimane mitica la sua battuta acidissima: scusa, Luisa, c’è da condire l’insalatina… Tempi Moderni, inoltre, fu per Daniele la via che gli diede la consapevolezza di quanto fosse forte, e di quanto la Marmolada rappresentasse lo scenario perfetto dell’evoluzione di quegli anni. Il suo obiettivo diventò il Pesce, e cominciò a raccogliere tutte le informazioni possibili. Il fatto che Manolo fosse sceso a notte fonda calandosi su un cliff, se a me faceva effetto cacarella, Daniele non vedeva l’ora di andarci, su quel diedro svaso. Scalavamo alternati, e lui era molto più forte, con un aspetto però incredibile: non sapeva arrampicare da secondo: sconcentrato, la testa andava “in gita”, arrivava al terrazzino allucinato con tutto il materiale imbredeato: “Gri, DP, ma come C hai fatto?”, salvo poi partire per un tiro due gradi più duro e passeggiare senza fastidi.

 Forza mentale, appunto, o macchina da guerra che sente l’odore della via, l’ingaggio del capocordata. Con margini ancora enormi, e un sacco di progetti e viaggi: Africa (andò in Algeria, diventando peraltro come dice AdR il primo uomo al mondo ad esportare fumo dall’Italia a Tamnarasset…), Sudamerica… un giorno in auto mi parlò anche di Groenlandia (nel novanta! Oggi ne parlano tutti).

Fisicamente era incredibile: nessuno capiva da dove diavolo uscisse tutta quella resistenza. Vie lunghe, avvicinamenti allucinanti con zaini titanici, 30 sigarette al giorno compresa correzione, mangiare poco bere niente…boh. Di notte leoni, il mattino ancora leoni. Un giorno in Verdon litigammo perchè voleva fare una via allucinante (duecento metri, pochissime ripetizioni, cliff…) che a me faceva schifo (cioè paura). Prese la macchina, andò a Siurana (da solo), e quando quattro giorni dopo, tornato a La Palud mi raccontò quello che aveva combinato, non gli credetti. Ci volle una serata di diapositive qualche mese dopo per rendermi conto che aveva ragione.

 Poi arrivò il 1990. Io e Daniele, con Pino e con un giovanissimo Degano, ci avvicinammo timidamente a quel magnifico laboratorio creativo ed estremo che il Chen si era inventato a Verzegnis. Con Tony , Andrea, il Doc  ed altri fortissimi tolmezzini capimmo che anche da noi, grazie all’ambiente giusto (e quello era giusto davvero), si poteva progredire, di grado e di testa. Alternammo la bellezza di quei monotiri con i muri della pareti più lunghe delle Dolomiti. Finchè un giorno, da mona, caddi su Olimpo, e con l’aiuto di Daniele (cioè con la sua incredibile forza, la stessa che aveva salvato la pelle ad Asterix sui Drus qualche anno prima) arrivai a notte fonda in prontosoccorso.

 Era il 6 di agosto. Esattamente un anno dopo, il 6 agosto del 1991, Daniele morirà scendendo a notte fonda dalla Sud della Marmolada. Due giorni dopo, a Udine, si erano perse le tracce anche del suo gattino. Per chi non lo sapesse, sbagliò una manovra di calata, tragico errore, in falesia come in montagna, comune a tantissimi mortali, appunto, che arrampicano. Il gioco di queste date, assieme al vuoto, ha sicuramente contribuito a farmi smettere pochi mesi dopo, pensando che non fosse più, per me, un gioco divertente.

 Un’ultima cosa. Dopo il tragico volo, a molti sembrò un epilogo quasi naturale: sentii dire che Daniele era troppo solitario, che era “fuori”, che insomma era destino. E in un certo senso anch’io mi sentii meglio dandomi queste giustificazioni. Tuttavia, più passa il tempo, e più sono convinto che oggi, a cinquant’anni, e come sta accadendo per molti climber della mia generazione, Daniele sarebbe ancora più forte, più curioso e più innovativo di allora. Sicuramente innamoratissimo della scalata, ovunque, purchè fatta con divertimento, non per dimostrare qualcosa a qualcuno: montagna, falesia, plastica, ghiaccio, alta quota. E magari, armandomi con un paio di Jumar, potrebbe servirmi per regalo, il prossimo anno, un bel Pesce!

Stefano Gri

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~ di calcarea su febbraio 15, 2012.

6 Risposte to “Daniele Perotti”

  1. grazie Stefano .

  2. Bell’articolo, non ho conosciuto Daniele ma immagino fosse una bella persona.

  3. Complimenti,capita raramente di imbattersi in racconti dei quali si percepisce all’istante che,ogni parola,ogni ricordo,scaturiscono
    dal cuore,da un’amicizia vera e da una grande passione.
    testo e foto,meriterebbero la pubblicazione di un libro!
    grazie!

  4. se penso a Daniele Perotti l’ immagine che mi si presenta è di un tipo magro,muscoloso, con un enorme naso e dall’ apparenza ,almeno per me, istintivamente simpatica, che tra voli e imprecazioni sta provando Batman a Verzegnis. Non ricordo se la fece, ma so che mi colpì molto la sua determinazione, direi ostinazione e del resto per andare su Tempi Moderni in quegli anni…
    ricordo poi Stefano Gri su Piccoli Dei, su Genial, su gradi che ai giovani top di oggi fanno sorridere, ma che a inizio anni novanta, come si dice, avevano il loro perchè…di quello studente di architettura ricordo la classe e la sensibilità nel tirare gli appigli di quei primi strapiombi che ci aveva regalato il Chen.. ritrovo quella stessa classe e sensibilità nel ricordo scritto per Daniele e per quegli anni…
    sarà per questo che quando lo rivedo adesso in falesia, dopo tanto tempo, mi fa sempre un particolare piacere..
    Grazie per quello che hai scritto e basta!

  5. Bellissimo articolo e bellissimo ricordo tra l’altro scritto in maniera eccellente, ma ormai ho capito che su calcarea c’e’ gente che scrive davvero bene.
    Ma a parte questo ,devo ringraziare Stefano che ha scritto e calcarea che ha pubblicato questo articolo perchè in un blog come questo era davvero necessario ricordare cosi bene Daniele Perotti.
    Ho un ricordo vivissimo di lui ,l’ho conosciuto da ragazzino nel mio paese perchè era amico di mio fratello e di tanto intanto veniva a trovare suoi amici.
    Allora ero un ragazzino appassionato di montagna e quando incontravo Daniele mi facevo raccontare le sue salite che per me erano imprese al pari di quelle di Messner o di Casarotto. Le raccontava con disincanto ,con semplicità e mai ostentando spavalderia o arroganza.
    L’ultimo ricordo che ho di lui è dell’estate in cui ci ha lasciati e in quell’occasione mi raccontò di quando aveva scalato la Messner al gran muro.
    Mi disse ..settimo grado e anche piu..molto difficile….Io avevo visto le foto sue e di Asterix su un “In alto” con la copertina verde che tenevo gelosamente nella mia libreria.
    Gli dissi : cazzo Daniele come facevate a piantare chiodi su quella parete liscia, lui mi rispose: eh sai a volte non si riesce..bisogna salire senza pensare troppo …ci vuole un po di testa….
    Molti anni dopo facendo le vie in montagna ho capito per bene il senso di
    quelle parole.
    Poi pochi mesi dopo ho letto della sua morte sul giornale e ricordo di avere pianto…
    Personalmente Daniele lo ricordo ogni anno e anche piu volte all’anno e sempre con gran commozione.
    Mi piacerebbe poter ricordarlo ogni anno….magari organizzando un incontro tra tutti i climber e festeggiare la sua persona arrampicando in qualche falesia della zona. Un modo per ricordare chi, insieme ad altri della sua generazione, ha aiutato un po a cambiare le regole dell’arrampicata a renderle piu moderne ,piu credibili e forse piu alla portata di tutti, non dimenticando che è vero che ci sono gradi e difficoltà , ma che la cosa piu importante è l’amore per la montagna e senza di questo nulla avrebbe lo stesso senso.
    Sono sicuro che questo fosse uno dei pensieri di Daniele.
    E cosi questa sera ,dopo avere letto questo bellissimo ricordo, con un po di emozione voglio dire:buon compleanno Daniele……

  6. Sulla parete di casa mia è appesa una strana piccola foto, sembra un fotomontaggio ma in realtà è solamente un mix di due scatti fatti quando la mia vecchia Olympus, maldestramente caricata, ha esposto nello stesso fotogramma due scatti.
    Non ricordo dove stessimo arrampicando ma il naso del mio compagno è inconfondibile anche se visto da molto lontano, poi si vede un ombra, forse la mia e all’interno un altro che arrampica con la felpa arancio.
    Tanto tempo è passato da quando Daniele mi spiegò “ La legge della Fattucchiera” fare una doppia ed andare in scogliera. Spesso l’ho applicata, ricordando un amico.

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