Il Crinale (Val Rosandra)

Sabato ièrimo in Crinàl, ciò…

Son tornato  in Val Rosandra dopo la visita di tre anni fa, durante la quale mi ero riproposto di non mettere nel dimenticatoio una Valle così speciale e, ancor più  specialmente, questo storico settore interamente e magistralmente richiodato, che mi aveva letteralmente terrorizzato quando da principiante mi ci portò Giorgio Madrau.

Ma alla fine sono  così abitudinario e indolente che, come al solito,  ho lasciato passare tutto l’inverno rimbalzando tra una parete e l’altra nel raggio di 10 Km al massimo da Tolmezzo, senza tornare in Val Rosandra. Se penso a tutte le volte in cui son stato in questi anni  ad Arco o a Finkestein o a Osp, senza mai aver messo piede in Piccola Ferrovia (tanto per citare il nome di uno dei tanti settori della Valle), mi verrebbe da bere la pastella di magnesite per punizione, e non la solita raffica di tagli del “Tripoli” (come stasera, tra l’altro…). 

Non starò qui a cercare di convincervi  parlando della storia dell’alpinismo e di Comici o di Cozzolino. Son cose che oramai interessano a pochi sopravvissuti, tutti in odore di Alzheimer tra l’altro ( quindi prossimi a dimenticare tutto a loro volta….). Vi basti sapere che in Crinale ci sono delle vie di una bellezza sconcertante, ben attrezzate (chiodate o richiodate tra gli altri  da Ciano, da Marino Babudri, da Enzo Michelini..), a volte difficili da interpretare, altre volte più addomesticabili. Certo, l’ideale sarebbe che ci incontraste qualche local per farvi consigliare, perchè qualche tiro è un po’ fragile, ma in generale anche le fasce di roccia che dal basso  vi sembreranno non troppo affidabili, si riveleranno di  un calcare a gocce e concrezioni molto variegato e solido.

Peccato non ci siano i nomi dei tiri scritti alla base, il che non aiuta molto visto che nell’ultima edizione della guida “Arrampicare senza frontiere”non troverete le  vie chiodate di recente; così far coincidere le linee spittate con quel che trovate negli schizzi della guida può non risultare  facile.  

 Io vi consiglio “Calicetto” e “La banda Sparacacao”, “Zajec” e il “Diedro Za za” fino al 6b+. Dal 6c al 7a  il “Diedro Giallo” , “Il vecchio e il Bambino” , “Caffelatte”, “Il Bianco di Dash” e “La fine di Bush” e un tiro che si chiamava Cip ed è stato lodevolmente ribatezzato “Silvio Vaffanculo!” Questi ultimi tre , all’estrema destra della parete,   hanno una roccia incredibile! Oltre il 7a un giudizio a parte (oltre le cinque stelle!)  spetta al 7b di “No bever”, un capolavoro di Marino. Bello anche il 7a+ nuovo a destra del Diedro Giallo e “Svaso da notte”, 7b+ di 40 metri. A proposito, molte vie sono composte da due tiri che è molto più interessante salire concatenandoli, magari con corda da 80 metri o sfruttando le soste intermedie per la calata in due tempi (ocio alle manovre, muli!)

La stagioni migliori per scalare in Crinale sono probabilmente quelle intermedie, ma mi dicono che anche d’estate (ombra fino alle 13) non si stia male. Si parcheggia subito dopo Bagnoli, nello spiazzo del “Rifugio” (cucina tipica e birra artigianale). Poi a  piedi per 10 -15 minuti. Dopo la scalata tutte le possibilità di ricreazione di Trieste a disposizione. Noi sabato abbiamo mangiato (superbamente)  pesce a Basovizza.  (“La Pesa”)

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~ di calcarea su aprile 27, 2011.

2 Risposte to “Il Crinale (Val Rosandra)”

  1. Grazie del post.
    Diversi anni vivevo a Trieste e il Crinale era uno dei primi posti in cui avevo arrampicato, perche’ la mia guida locale voleva che provassi qualcosa di “autentico”. Se la memoria non m’ inganna, alcune vie avevano chiodi(o ciodi..) al posto degli spit… Ora che vivo in California e arrampico in un’ altra Valle, continuo a credere che la zona di Trieste e Slovenia, e le “Alpi dell’ Est” siano tra i posti piu’ belli in cui ho arrampicato…

  2. All’andata ed al rientro dalla Croazia abbiamo fatto sosta a Trieste (splendido il panorama da Opicina) e in val Rosandra, visitandone il lato più cupo e ombroso: il temuto Crinale. La severità del luogo ci è stata prima confermata dai disponibilissimi locali e poi sbattuta in faccia a ogni salita da una pietra talora magica e talora infida, che rasenta ora la perfezione ed ora il dolomitico marciume, stupefacendo ogni volta l’incauto salitore – un esempio di questo mix che rende l’idea: la pur bella, lunga e tecnica Spiagge e balene, 6b+. Senz’altro più compatta la roccia nella parte destra, dove le vie consigliate garantiscono piena soddisfazione (io ho salito Il bianco di Dash, 6c, nella sua versione diretta). Qualche chiodo obbligatorio o lunghetto qua e là (Bela ma basta, 6a+; Calicetto, 6b) può impensierire. Quasi impossibile destreggiarsi senza la (bella) guida coi disegni vista la già citata assenza di nomi scritti alla base e la quantità di linee classiche che s’intrecciano alle moderne, una fra tutte il Diedro Bernardini (che mi pare qui ripreso nell’ultima foto), sul quale mi son fermato alla prima sosta, all’inizio del traverso superiore, per scoprirla solo dopo un banale 5b (!).
    Per rasserenarci l’animo abbiam deciso di spingerci più al sole, avviandoci in Via Crucis nelle pieghe della valle, su e giù per colli e selle, scoprendo altre rocce dove sarà un piacere ritornare e prestando altresì omaggio al cippo dedicato a Comici, del quale tanto imp(r)udentemente scrissi proprio su queste pagine – cfr. “Sull’arte di arrampicare (testo di M. Oviglia)”. La questione che sinteticamente ponevo – l’uomo e l’alpinista, il talento ed il cimento – era in sostanza quella già apparsa sulla rivista Paginauno ( http://www.rivistapaginauno.it/wuming1-intervista.php ): “Erano fascisti gli scalatori dell’ambiente triestino (…), anche i più famosi e controversi come Emilio Comici, ma – questa sembra essere la domanda – era necessariamente fascista anche il loro modo di intendere e proporre l’alpinismo, e cioè il rapporto con la montagna?”.
    Il fatto (assai banale) è che l’arrampicata pure parendo tutto nella sua ricerca d’essenziale in realtà non è tutto niente affatto, già lo scriveva Rossa (“Ha ancora un senso raggiungere vette pulite e scintillanti dove, solo per un attimo, possiamo dimenticare di essere gli abitanti di questo mondo dove si muore di fame, dove ci sono le guerre e le ingiustizie?”); conta di più lo scalatore calato nella propria realtà storica, “il singolo nella sua dignità critica” (Marco Ferrari, da Segni sul calcare), dignità applicabile non certo solo al caotico e imperfetto ambiente verticale, dove si va piuttosto a dimenticare d’essere, o a cercar d’esistere davvero, e soprattutto a negare di dover essere qualcuno o qualcosa.
    Ma queste son seghe del sottoscritto, che talvolta predilige addirittura il pensiero all’atto.
    Comunque, dopo aver giocato all’alpinismo correndo fra gocce di pietra e di resina è stato impossibile non rivolgere un pensiero alle avanguardie che seppero immaginare la purezza del gesto e la dignità del movimento libero dalle rigide chiusure culturali dell’epoca, salendo in scarpe da basket dove ora io tremo, spesso rischiando grosso e pagando cara la volontà d’arrampicare veramente, all’infuori di sotterfugi, intrighi e imposizioni. Leggere oggi ad esempio di Cozzolino (che sino a ieri ignoravo) mi riporta a Motti… Non so se con questo bestemmio ancora, ma spero con la mia scarsità di mezzi d’aver quantomeno adempiuto al compito dell’onestà necessario a chi va per rocce e per monti (ad esempio, occupandoci di ripulir sentieri e aree picnic dalla sporcizia altrui); non abbiamo scalato poi molto, ma non è poco quel che abbiamo assorbito col nostro fugace passaggio e tanto è stato il piacere del fresco del torrente quanta l’ispirazione scalatoria portata dal vento di tempesta che ci ha prima messi in viaggio e infine – due settimane dopo – riportati verso casa, superando assurdi e ridicoli confini. Di sicuro abbiamo avuto nuove prove del fatto che nella scalata come nel viaggio siamo eternamente principianti, particolarmente fortunati ed incredibilmente piccolini.

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