Perchè non smetto?

“Perchè arrampichi ancora ? Perchè non smetti?” (cfr. Bibez su “Due cose vere e una falsa su di te” – Livellozero.net)

Manolo su "Spitemo su tuto, D.c." 1987

Per la verità c’è stato un momento, dieci anni dopo aver cominciato, in cui avevo  deciso di non arrampicare più. Era il 1994.

Prima di tutto però  vi voglio  raccontare perchè ho cominciato, venticinque anni fa: per via delle vertigini e di una tendinite!  Perchè il mio compagno di camminate, che stava per diventare il mio primo maestro di scalata, si era rotto le palle di vedermi strisciare a quattro zampe sulle cenge, anche le meno esposte, delle Alpi Carniche e Giulie e mi propose come terapia d’urto  la Palestra di Roccia di Illegio (si chiamavano così le “falesie” di oggi: Palestre). Immaginatevi come reagì questo povero Cristo, che già dal  terrazzo di un terzo piano si sentiva risucchiare giù in basso, alla prima ascensione sulla scaletta a pioli della via ferrata: “di qui non mi muovo, nè in sù nè in giù”. Il consiglio di rimando,  “Alore reste alì”,  fu il primo passo verso la guarigione; la tendinite al ginocchio rimediata in discesa dallo Jof Fuart fece il resto: stop alle camminate e visto che faceva male anche in bici l’ unico diversivo diventò la futura “Falesia” di Illegio.

Non credo di poter ricostruire come dalla terapia delle vertigine scivolai verso le prime traversate e poi i tentativi solitari sulla “Ferrata N.5”, frustrati quasi invariabilmente dopo il primo lungo diagonale. Di sicuro si mise in mezzo l’emulazione, ingrediente indispensabile dell’ossessione. Osservare gli altri che fanno  “cose che voi umani non potreste immaginare” porta di solito al tentativo di imitarli: per entrare a far parte della schiera degli eletti. Per dimostrare a se stessi (e a chi osservava divertito) che non si è proprio così codardi o incapaci o mollicci.

1986 sulla "Due" con Gjate

Come da questo inizio impacciato e  involontario sia scivolato inesorabilmente verso la dipendenza, l’ossessione, non riesco a ricostruirlo. Ricordo alcuni passaggi significativi, che cambiando qualche dettaglio credo  si ritrovino in  molte  altre  fissazioni “umane”, come quelle per una donna o una religione, per un altro sport, per una squadra di calcio o il gioco d’azzardo, ad esempio. La trave di allenamento in legno, panca,   manubri e relativi pesi, la bilancia e la dieta, il jogging per tenere basso il peso; e naturalmente tutte le riviste e i primi video VHS e il programma TV” Johnatan” di Fogar su canale 5 . Ogni pomeriggio si finiva  in Palestra a Illegio se non proprio a scalare, almeno a guardare, a discutere, a scherzare. Ma sempre tra di gli eletti…

con Lucianino in Pal Piccolo

Fatto stà che dopo quattro anni combattevo con le mie prime “alte” difficoltà  e nel 1991 venivo a capo di due vie difficilissime, almeno per me; “piegate” dopo decine di tentativi e qualche mezz’ora al  giorno, di ogni giorno, passata a ricostruire le sequenze di movimenti, sognando a occhi sbarrati,  con le mani sudate anche in ufficio. E in più decine di vie in montagna, affrontate con l’ansia e l’insonnia della notte prima, vissute una dopo l’altra come prove cruciali di forza fisica, coraggio e vanità. In attesa della consacrazione mediatica non appena avessi aperto la mia prima grande via alpinistica: roccia perfetta, alte difficoltà, poche protezioni….diventerà una classica !

In quel periodo ero riuscito ad abbassare il mio peso anche sotto i 60 Kg, andavo a correre o in bici 2 o 3 volte la settimana e scalavo o mi allenavo tre o quattro volte. Il pannello aveva sostituito le travi da allenamento. Niente ferie se non i week end dedicati alla scalata e qualche giorno qua e là infrasettimanale “per aumentare i carichi”.

E finalmente l’incontro, o scontro, con “la via che non ti riesce”. Che aveva, ed ha ancora, un nome adatto a questo genere di tormento , nel quale sembrava mi dovessi giocare tutto; di fronte a cui il lavoro, gli amici, la musica, i libri che tante volte mi avevano aiutato nei periodi grigi, sembravano perdere di importanza: “Niente e così sia”, a Verzegnis. Ispirata al libro di una giornalista che mi ha deluso  almeno quanto i 20 metri di conglomerato strapiombante che sistematicamente mi respingevano,  impietosi.

“Adesso mollo tutto  e riprendo a farmi una vita normale, mangiando quel che mi pare, frequentando anche qualcuno che non scala, cercandomi finalmente non tanto una ragazza che scali o che sopporti questa mia droga, ma una ragazza e basta. Spiaggia, Parigi, matrimonio, figli?”

Che cosa mi salvò, o se preferite mi condannò a continuare? Due cose, che proverò a ricostruire.

Tutto coincise con il primo viaggio in Sardegna di Andrea e di mia sorella, al tempo ancora “morosi”, e con il loro racconto di quello che avevano visto: bella roccia, belle falesie, mare fantastico, gente schietta e ospitale. Convinsi Mirko e mi presi due settimane di ferie settembrine, dalle quali rientrai esausto ma felice. Avevo scalato ogni giorno, inclusi i due di sbarco e imbarco da Livorno (in falesia a Monsummano) senza pause. Dai sei ai sette tiri al giorno, senza mai provarne uno due volte. Nessun tentativo oltre il 7b. Però una manciata di 7a+ e 7a a vista (fino ad allora arrivavo al 6c+”on sight”….)

Dal 1995 in poi  tutti i viaggi e i fine settimana  di arrampicata che ho fatto lontano da casa, in Francia, Sardegna, Sicilia, a Cornalba o in Dolomiti, in Austria o a Finale, in quasi tutte le falesie di Arco e del resto del Veneto, nel Camaiorese e ad Andonno, in val Pennavaire o in Croazia, si sono svolti con le stesse regole: si prova a vista e basta. Con il poco tempo a disposizione e così tanti posti da vedere, perchè intestardirsi su un 7c da fare al terzo o quarto giro? Le vie “lavorate” le avevo attorno a casa, qui in Carnia, o nel comprensorio triestino o a Warmbad e Finkestein; però la sfida più eccitante era  quella “in trasferta”, quella del primo tentativo. Cercando di non guardare se il compagno la provava prima di me (un’ aprossimativa  “sicura a orecchio”). Spesso con il cuore in gola ,  come in Francia,  coi piedi un metro sopra l’ultimo spit e il rinvio tra i denti…

con Nico a Seynes

Di pari passo mi si rivelò  il piacere enorme di chiodare le vie. Scovare le pareti non era più così facile: quasi tutto era già stato esplorato qui attorno. Così dedicandomi ad aggiungere vie in falesie già in parte chiodate, ho scoperto un passatempo che è poi diventato quasi una disciplina zen per il mio animo ossessionato dal vortice arrampicatorio e anche per le preoccupazioni e le delusioni del vivere.  Calarsi, individuare le linee, studiare le sequenze di appigli e appoggi, decidere la posizione degli spit, non troppo vicini, non troppo lontani, far saltare la roccia instabile, spazzolare e togliere erba, terra,  sacrificando qualche scorpione, strappando dal letargo qualche pippistrello. Tuttora, quando ho finito di preparare un tiro sono felice come un bambino che ha ricevuto  l’ennesimo regalo e non vedo l’ora di dirlo in giro.

 Per queste cose continuo a  scalare con piacere e anche contro voglia. Per questo credo di essere  abbastanza incompatibile con il boulder o la plastica , dove quasi tutto è già deciso,  con la scalata  “telecomandata” o  i segni di magnesio, che annientano quella che a me pare la sfida più bella: decifrare, interpretare, risolvere.  Come quando un piede spostato di due centimetri ,  addirittura abbassato un po’,  ti fa fare il passaggio.

Adesso scalo meno ma sono più felice. Passo quasi tutte le domeniche invernali sugli sci e d’estate mi piace cercare qualche bel itinerario in mtb, magari una bella discesa non troppo impegnativa. Se i miei  compagni abituali  di scalate non sono liberi non mi dispero troppo e non mi affanno al telefono per trovare uno a caso e scalare ad ogni costo: prendo su il trapano e son sicuro che mi divertirò ugualmente. Nonostante le mille altre cose che mi appassionano, però, non credo di essere guarito dalla dipendenza. Solo che , come si dice per il terremoto o una malattia , “ho imparato a conviverci”. Non soffro più di vertigini e quest’anno tornerò a provare “Niente e così sia” …

Gianni

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~ di calcarea su aprile 13, 2011.

5 Risposte to “Perchè non smetto?”

  1. grazie, per aver continuato……. e continuare ancora!

  2. Bello il testo e le foto bravo Gianni

  3. bravo gianni,sono d’accordo con te un meglio 7a a vista che che un 7…stra lavorato!
    Bella la foto di manolo c’ero anche io la sotto che emozioni..! bei tempi
    mandi e no sta smeti cumò che tu mi spitos enchie alç di potabil par me.

  4. Adesso però mi spieghi in cosa ti ha deluso la Fallaci.

    Curiosità eh?

  5. bello 🙂

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