Intervista a Sandro De Toni

Sapevo di questo amico di Alberto, con cui era stato a fare la “Via dei carnici “in Cjanevate. Quando capitai sul suo sito internet, pensando di trovarci foto e relazioni di arrampicata, mi colpì  più di queste, che ci sono, e tante, lo scoprire che si trattava di un angolo  di condivisione e divulgazione di una passione, ma  anche di uno strumento professionale. E a chi come me fa un lavoro nel quale il rapporto con gli altri, collaboratori o “clienti”, è parte integrante del meccanismo di  conseguire  risultati, non sfugge di solito il fascino e l’importanza di chi si occupa di “formazione” o di ” apprendimento”, di “organizzazione delle  risorse (anche delle proprie…)”, ecc. Laureato in Filosofia, specializzato in Antropologia Culturale, malato di alpinismo, appassionato di letture e musica, mi era sembrato immediatamente un tipo da conoscere. Ci siamo poi visti di sfuggita sotto alla  “Chernobyl” dello Strabùt, dove oltre che a verificarne simpatia e modestia (già di per sè doti formatrici…) , ho scoperto trattarsi di un Carnico di nascita e  di memoria. Che ha fatto bene ad andarsene, ma non a  torto ci  torna  periodicamente. Insomma: il candidato ideale per un’intervista di Calcarea, che Alberto Contessotto ha realizzato in maniera impeccabile. Eccola:

Era un agosto di qualche anno fa. Mi trovavo nelle Carniche con Sandro, conosciuto da poco, qualche giorno prima. Dopo un rodaggio in falesia, la prima via.

Io ero un novellino con poca esperienza, e – come tutti i novellini che si rispettino – volevo fare buona impressione al mio compagno di cordata, che sapevo essere ottimo rocciatore con alcune centinaia di ripetizioni alle spalle. Insomma non volevo essere un peso, volevo dimostrarmi all’altezza. Quindi nei tiri da secondo di cordata, schizzavo in alto il più veloce possibile,  a tratti quasi correndo. Nei tiri da primo non potevo certamente correre, ma diedi il massimo.

A metà via, finalmente un tiro facile, di circa 40 metri, III° grado. Per dimostrare che avevo buona volontà, che ero all’altezza, che non avevo paura, non buttai giù protezioni.

Arrivato in sosta, Sandro mi disse: “Senti, cerca di mettere qualcosa anche sul facile: sarebbe stupido farsi male su queste difficoltà”.

 Rimasi un po’ stupito.

 Sapevo che macinava vie di VI°+ e VII° una dopo l’altra. E che bisogno c’era per lui di mettere protezioni (o suggerirmi di farlo) su quelle difficoltà?

 Fu un incontro che cambiò il mio modo di vedere l’alpinismo. E non solo quello.

 Interessato più che al come (e al perché) che al che cosa, l’ho contattato per un’ intervista.

 Classe 1967, arrampica da oltre due decadi. Capace di una concentrazione fuori dal comune nei momenti di pericolo, è proprietario di un corpo resistente alla fatica. Lavora nel sociale e nel settore no-profit. Possiede una visione particolare del mondo.

E per quanto io possa sforzarmi a parlarvene, non sarà mai come conoscerlo di persona.

 Se ai piedi di una montagna o di una falesia scorgete una Panda di color verde a GPL, può darsi che siate incappati in Sandro De Toni.

 Invitatelo a una chiacchierata di fronte a una birra. Non ve ne pentirete.

 

 Cominciamo dalla fine: so che il tuo è un alpinismo di ricerca e che hai ormai oltre vent’anni di arrampicata alle spalle. Eppure non smetti. Non hai ancora trovato le risposte che cercavi?

 Ti dirò…Ho vagato per anni nelle terre alte senza sapere che cosa stavo cercando.  E solo da poco ho forse iniziato a capire.   Comunque adesso la spinta a salire si è ridotta di molto.  Che abbia trovato quello che cercavo? O che la mia ricerca debba prendere altre direzioni?

Non credo sia una questione di tenuta atletica. Nonostante la non più giovane età, il fisico risponde, e anche bene.  Credo sia proprio l’esaurimento di un filone. Di sicuro non smetterò di arrampicare: continuerò a fare falesia e – spero – boulder. Ma credo che investirò sempre meno tempo ed energie nell’alpinismo esplorativo che ha caratterizzato gli ultimi dodici anni della mia attività.

 

Che cosa cercavi?

 Non lo so.    Magari cercavo di dare risposta con l’azione a problemi esistenziali profondi.  Ho sempre trovato suggestiva una battuta – pesante, se  vuoi – di M.F. Twight: “Le mie migliori performance […] sono avvenute quando ho utilizzato l’arrampicata quale strumento per evitare il suicidio invece che come metodo per conseguirlo.” [M.F. Twight, Confessioni di un serial climber, Milano, Versante Sud, 2004, p. 56]

 Quando ho fatto la mia prima salita al Sernio con alcuni ragazzi di Paularo, a 19 anni, stavo leggendo lo Zarathustra di Nietzsche [Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Milano, Mondadori, 1994 – una lettura che sconsiglio a quell’età].  L’aver percepito il rischio reale di morire sui friabili, facili canalini terminali della Creta di Mezzodì mi ha reso chiaro quanto sia vuoto e inautentico un desiderio di morte immaginario di fronte alla concreta possibilità che tutto finisca.      Finché ci  si gingilla con l’idea di dissolversi perché, da adolescenti, non si regge la vita così com’è, magari non si muore davvero, ma ci si condiziona a vivere in modo autodistruttivo. Invece, se ci si espone al rischio reale, ci si rende conto di quanto si sia attaccati alla vita e ci si dà una regolata.

Forse molti degli incidenti automobilistici del sabato sera nascono da spinte simili: troppo testosterone nel sangue, il bisogno di capire dove stia il limite, l’esigenza inconscia di morire all’io infantile per rinascere a un’identità adulta  [in molte società questo passaggio è curato in modo esplicito tramite riti iniziatici, da noi scomparsi], o analoghe, profonde pulsioni autodistruttive che ci si può portare dentro per aver sviluppato stili di attaccamento disfunzionali nelle prime fasi di vita, direbbero gli psicologi.

 Non voglio dire che per tutti gli alpinisti sia così.  Io so solo che trovavo il mondo basso squallido e vuoto e il mondo alto ammaliante, di una bellezza abbacinante.Lassù potevo vivere sensazioni intense che nel quotidiano non provavo.  Lassù io ero io, e non una funzione sociale che doveva adattarsi a questa o a quella aspettativa altrui.  Avevo la mia vita tra le mie mani.

 Alla fine penso proprio che la mia attività alpinistica sia stato un lungo rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, da me poco percepito come rito e quindi sempre sul limite di convertirsi da simbolo in realtà: una morte simbolica sempre sul punto di diventare morte reale.

Ma alla fine è andata.

In fondo anche i giovani che – nelle società cosiddette “arcaiche” – venivano mandati per mesi a sopravvivere nella foresta scopo “iniziazione” non correvano pericoli solo per modo di dire.

 Capiscimi.  Non voglio suggerire di seguire la mia strada: è una strada pericolosa.   Però alla fine il “morire senza morire” dell’andare in montagna – oltre ad avermi consentito di vivere gli anni della giovinezza in modo intenso – mi è stato davvero d’aiuto.   Sarebbe stato meglio se avessi frequentato di più le “terre basse”?

 Non so dirti: secondo me non avrei retto agli urti emotivi che le relazioni con le persone mi costavano; prima dovevo, in un modo o nell’altro, imparare a reggere stati d’animo soverchianti, mantenendo un minimo di lucidità e di efficienza. E a tale scopo girovagare per i vertiginosi zoccoli delle Pale di San Lucano devo dire che ha dimostrato una sua utilità. 

 Poi l’incidente del 2009 su “Sodoma e Gomorrah” [volo sul facile con frattura composta della prima vertebra lombare] mi ha fatto capire che ormai la via dell’alto mi era preclusa. Salire ancora non mi permetterebbe di imparare niente di nuovo: aggiungerei solo altre vie al curriculum, io, che non ho mai amato il collezionismo. Mi sa proprio che è ora di scendere e di prendere confidenza col basso, con quel mondo “deludente” e “vuoto” dal quale sono sempre fuggito.  Un lavoraccio…

 Quindi, in definitiva, continuerò di sicuro ad arrampicare, ma prendendomi meno rischi che in passato.

 

Chiudiamo il cerchio a ritroso: la tua prima ascensione è stata proprio quella del Sernio, di cui parlavi sopra.

 Ho scritto un racconto sulla salita che è stato pubblicato dall’ex-Intraisass ed è ora consultabile a questo link.

  So che sei affezionato alle Pale di San Lucano (dove hai ripetuto vie di Casarotto, Di Biasio, Massarotto, ecc), montagne che consideri diverse dalle altre.  Che cosa ti spinge e che cosa ha di particolare una via di 1500 metri, poco chiodabile e con passaggi di VII° nelle Pale?

 In parte ho già risposto.  Comunque…

Da bambino vedevo le Pale dal balcone di casa mia, ad Agordo, tutte le mattine, quando mi alzavo.
Erano una presenza costante, da cui sono sempre stato incuriosito [sai, da casa mia sembravano piccole; e anche belline, con tutto quel verde a fare da contorno].
Poi, diventato grande, insieme a Dario Sandrini, attratto da un nome folgorante come una rivelazione [“La via degli Antichi”], mi ci sono avventurato una prima volta, passando attraverso l’abisso della Seconda Pala – Parete Est. Ne sono uscito integro nel corpo, per quanto un po’ disidratato, ma segnato dentro.
E poi vi sono tornato altre quattro volte.

Non so che cosa sia di preciso: forse la compresenza di tensione verso l’alto [prima di attaccare, guardi i 1.500 di zoccolo erboso e roccia che ti aspettano e senti un’attrazione a salire, come un brivido lungo la schiena, nonostante tu sappia in anticipo che la fatica sarà comunque troppa] e di richiamo dell’abisso [le pareti che, mentre sali, si inforrano nei borai, oscuri, e sembra sprofondino chissà dove]; o forse il mondo basso, degli uomini, che in piena parete appare così vicino e, al tempo stesso, distantissimo, irraggiungibile, mentre sei immerso in un mondo che di umano ha davvero poco.

I contrasti, lì, sono cosi forti che, o impari a tenerli assieme, o , dentro, ti apri.

Non è un caso, credo, che la cresta che unisce la cima della Terza Pala allo Spiz di Lagunaz sia stata battezzata [da Massarotto, credo] “Cresta di Milarepa”.

Secondo le leggende tibetane Milarepa era uno sciamano molto potente e pericoloso, diventato infido e crudele in seguito a persecuzioni che lui e la sua famiglia avevano dovuto subire da parenti avidi. Solo dopo una lunga lotta interiore e prove proibitive inflittegli dal maestro Lotsawa Marpa, Milarepa riuscì a liberarsi della distruttività di cui cui era portatore e raggiunse l’illuminazione.

Non so se salire la Terza Pala, proseguire lungo la cresta di Milarepa e raggiungere il monte San Lucano in un unico tentativo abbia davvero effetti liberatori.
Posso solo dirti che – qualunque salita si faccia nel gruppo – prima o poi capiterà di dover andare avanti per andare avanti, e basta.  Senza speranze o senza consolazioni che sostengano e incoraggino.
Dare il meglio di sé solo per andare avanti.
E allora qualcosa accade.

A me quelle montagne hanno dato molto.
Può essere che la sensazione – che lassù ho provato più volte – che si squarci il velo delle cose e si veda “oltre” sia effetto di qualche strano polline o delle spore allucinogene di funghi sconosciuti.
Ma non credo sia così.
Ci sono posti al mondo che aprono quelle che A. Huxley chiamava “Le porte della percezione”.
Le Pale sono uno di quei posti.

Come scrive Ettore De Biasio nell’intro al suo “Pale di San Lucano”:

Le Pale di San Lucano sono montagne diverse. Si entra e si esce, in un mondo totalmente a parte.[…]Su queste Pale, “imperiosamente superiori alle Marmolade, alle Civette, ai Burèl”, sono state salite cime imprendibili e senza nome, oltre le tracce dei boscaioli, lungo le cenge più estreme, le pareti e i diedri più grandiosi delle Alpi calcaree, i pilastri impossibili, all’inferno e ritorno.

E certe volte, come faceva dire Carlos Castaneda al suo don Juan, tornando vivi dall’inferno, si portano con sé doni su doni.  Certo non sono soldi a palate, fama e belle gnocche a gogò.

Vabbe’…
Vuoi farci un giro?

 

Sì beh, se mi ci porti magari… Ma ormai tu hai cambiato prospettive e idee, e io anche.Torniamo a noi. Domanda volutamente provocatoria: quindi l’alpinismo è tutto qui? Andare al limite per avere percezioni diverse? Come alcune sante nel medioevo che in molti casi provavano esperienze mistiche perché sfibrate dalla fatica e dal digiuno arrivavano “al limite”?

 Cerchiamo solo questo?

 Generalizzare è sempre pericoloso.  Quindi non generalizzerei.   Però…

Che cos’è l’alpinismo?

 È risposta inconsapevole a induzioni ipnotiche all’autodistruzione subite nella primissima infanzia?

Potrei mostrarti almeno tre modelli di personalità che – a seconda dello stile di cura cui si è stati sottoposti nelle prime fasi di vita da parte di figure affettive per noi importanti, loro stesse inconsapevoli di quello che facevano – prevedono esiti di questo genere.           Sì, forse…

 È un rito di passaggio, e quindi un trucco astuto, per sfuggire a quegli influssi subdoli?

Un modo per “morire senza morire”?

Per dare un taglio – come scrivevo sopra – all’identità malata ricevuta in eredità dal proprio passato e per acquisirne una nuova, che poco abbia a che fare con quella che si è plasmata nei giochi relazionali dei primi mesi di vita?

 Sì, forse…Sempre che sia possibile.

 È il fare proprio uno stile di vita che, forzando a vivere esperienze emotive al limite del sopportabile, insegni a reggere la solitudine, la paura, l’abbandono e ad andare avanti, senza certezza di ricompense [la caramellina che ogni bambino riceve, se fa il bravo] e senza temere punizioni [la sculacciata che arriva se ci si comporta male]? E, quindi, che insegni, ancora una volta a vivere non da bambini, in balia di questa o di quella emozione forte, ma da adulti?

 Sì, forse…Sempre che sia possibile.

 Oppure, come suggerisci, magari è proprio agire come le sante del medioevo: patire per andare al di là della sofferenza e “vedere la luce”?  Oppure per purificarsi dal peccato?

 Credi che scherzi, eh?

In questi giorni mi è capitato di correggere un pezzo su Edith Stein [info su di lei qui: wikipedia] Lei, poco tempo prima di essere uccisa in una camera a gas ad Auschwitz, scrisse:

 «Chi espia il male inferto al popolo ebraico in nome della nazione tedesca?». Di fronte a governanti come Hitler e Himmler, cristiani battezzati, Edith si domanda ancora: «Chi muterà questa colpa orribile in una benedizione per entrambe le stirpi? Solo chi non permetterà a queste piaghe aperte dall’odio di generare altro odio; chi, pur rimanendo vittima di tanto astio, prenderà su di sé il dolore tanto di chi odia che di chi è odiato.» [cito da qui: scuolaedidattica.lascuolaconvoi.it].

 Chissà, magari alcuni di noi fanno alpinismo proprio per espiare colpe proprie o altrui, per ripulire il proprio o l’altrui karma [le conseguenze dell’azione, secondo l’induismo e il buddhismo].       Su fuorivia non c’è forse un intero topic dal titolo GAM: espiare allenandosi” [995 pagine, tuttora attivo]?

Quali peccati abbiamo commesso?  Da che cosa dobbiamo purificarci, torturandoci con gli allenamenti, le levatacce, la ripetuta visione di “schiere angeliche” per i rischi corsi?

Se leggi con attenzione la storia di Milarepa [wikipedia], scoprirai quanto segue:     “Il giovane Mila apprese rapidamente dal lama Yungtun-Trogyal come guidare le potenze della distruzione e le utilizzò esaudendo i desideri dalla madre: evocò demoni e suscitò svariate catastrofi che portarono velocemente alla rovina il villaggio ove vivevano i suoi parenti, causando così la morte di molte persone.

“Il suo maestro di magia nera, trovatosi per la prima volta a confrontarsi con una tale distruzione, rimase scioccato e, comprendendo la natura negativa dei suoi insegnamenti, lo mandò via affinché potesse trovare qualcuno in grado di insegnargli come neutralizzare il karma negativo accumulato attraverso la pratica della magia nera.   […]    “Giunse la fine degli anni di lavoro, durante i quali il karma negativo di Mila venne esaurito grazie al duro comportamento del suo insegnante Marpa, che poté finalmente iniziare ad istruirlo. Lo preparò velocemente a una vita di meditazione solitaria e lo mandò a meditare in totale isolamento per un anno nelle caverne d’alta montagna.”

Marpa dove manda Milarepa a meditare?   In totale isolamento per un anno nelle caverne di alta montagna.        E, ti ricordo, la cresta che unisce la vetta della Terza Pala di San Lucano allo Spiz di Lagunaz si chiama “Cresta di Milarepa”.

Quindi, magari davvero arrampicare e andare in montagna non significa “soffrire per provare sensazioni forti”, ma soffrire per ripulire il karma, per trasformare modelli d’azione e di relazione distruttivi [per sé o per altri] ereditati dalle generazioni precedenti e giocati inconsapevolmente nella vita di tutti i giorni ad alimentare ad libitum il karma, la sofferenza relazionale.
Insomma potrebbe anche significare “soffrire per fare in modo che la sofferenza – per quanto possibile – abbia termine”.      Le sensazioni forti sarebbero una conseguenza accessoria dei primi stadi del processo di “ripulitura”, diciamo così.

 Se ti interessa, a questo proposito puoi leggerti, di D. Goleman, La forza della meditazione, Milano, BUR, 2003.  I paralleli tra certe esperienze vissute in montagna e il percorso di accesso al nibbana secondo il testo buddhista del Vishuddimagga non sono secondo me occasionali: essere lacerati da sensazioni forti, vedere dei e demoni [“le schiere degli angeli” di cui sopra], sperimentare stati di beatitudine al di là dell’ordinario…

 Quindi l’alpinismo come postmoderna via occidentale alla liberazione?  Forse…   Sempre che liberarsi sia possibile.

 Oppure fare alpinismo è un modo come un altro per gonfiare il proprio ego.    Vai in montagna, superi una via difficile. E tutti ti dicono: “bravo!”   E tu che cosa fai? Torni in montagna a fare una via ancora più difficile. Così tutti ti dicono di nuovo “Bravo!”    E magari la sali barando, perché la via che stai tentando è troppo difficile per te.  O stai diventando vecchio… E la pompa non tiene più.

 Oppure…  Vai in montagna, su una via al limite.   Provi sensazioni fortissime.   Allora torni per provare sensazioni altrettanto forti.  Ma, per la legge di Weber-Fechner [di cui ho già parecchio scritto qui], le sensazioni che provi non sono altrettanto forti.  E allora torni su.  Finché non ti schianti.        Fine.

 Difficile dire che cosa sia l’alpinismo.

 

Appunto, parliamo di rischio.   In montagna ti sei mai trovato nella brutta situazione in cui hai percepito che le cose ti stavano scivolando di mano?   Come hai reagito?

 Gli alpinisti con una certa esperienza dicono che se non ci si ammazza nei primi tre anni di alpinismo, non ci si ammazza più.  Non è vero. Ho conosciuto più di qualche alpinista la cui vita ha avuto un esito tragico ben oltre il terzo anno di attività.

Però l’unica occasione nella quale mi sono trovato nella situazione che descrivi mi è capitata davvero durante i primi anni di arrampicata, sulla Sfera di Cristallo, in Alta Val di Mello.
Ero con Riccardo Colosio, mio socio all’epoca.
E, per un mio errore nella scelta della linea di salita, ci siamo trovati fuori via, io da primo su una vena di quarzo che attraversava una placca molto ripida e Riccardo a farmi sicura 6-7 m. più a dx su una sosta costituita da un chiodo infilato dal basso all’alto in una fessura con analogo andamento.
Se fossi volato, saremmo finiti tutti e due a rotoli – nella migliore delle ipotesi molto malconci – fino in fondo alla parete.
In tutta onestà non so come ne sono venuto fuori.
Certe storielline zen raccontano di prestazioni prodigiose di principianti messi di colpo a confronto con esiti disastrosi.
Ecco…
Chi vuole saperne di più, può leggere il racconto – con toni da tregenda – che scrissi sull’episodio temporibus illis e che è ancora consultabile sul mio sito.

Un’altra volta, con Ralf Steinhilber e Giovanni Mostarda sulla Cassin alla Piccolissima di Lavaredo [Ralf – un sostenitore, col suo conterraneo Nietzsche, del motto secondo cui “Quello che non uccide, rafforza” – aveva insistito per fare la via nonostante minacciose nubi temporalesche si affollassero caotiche attorno alle Torri], in discesa fummo sorpresi da un temporale molto violento.
Recuperammo le corde dall’ultima doppia [nel canale tra Piccolissima e Punta Frida] 30 secondi prima che un’ondata di piena si riversasse nel budello.

Poi ricordo parecchie situazioni critiche, ma senza la sensazione reale di essere al limite.
Credo sia effetto dell’esperienza.
A forza di arrampicare sul difficile poco protetto, oltre a migliorare tutto quel complesso di tattiche e di tecniche di salita che consente di cavarsi dai pasticci nella maniera più efficace possibile, si acquisisce un controllo mentale che consente di valutare lucidamente la situazione e di agire al meglio.
Quindi, quando si è nello stato d’animo giusto [quella concentrazione ferrea e fredda cui facevo cenno], è poco probabile sbagliare e farsi male [è anche vero che si acquisisce l’abitudine a fare di tutto pur di non volare anche in situazioni sicure, come – ad esempio – in falesia].

Ma, se si è nello stato d’animo sbagliato [o se ci sono segnali che ti fanno capire che è ora di smettere], meglio rinunciare.
Il mio incidente di due anni fa a Cima alle Coste è avvenuto perché non ero nello stato d’animo giusto.
Insomma, vuoto ci vuole.
Se no, mandimandi.

 

 Nell’estate 2006 hai ripetuto Tempi Moderni in Marmolada, la via Degli Antichi in San Lucano e molte altre vie. I ritmi che avevi esigevano un ottimo allenamento.  Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua settimana-tipo?

 Il mio programma settimanale estivo all’epoca era, più o meno: lunedì riposo o 300 m. di dislivello in bici.
Martedì falesia [perlopiù quantità su vie stranote: ad es. da 6 a 10 itinerari alla falesia di Mazzano; vie di 12-15 m. dal 6a+ al 7a/7b].
Mercoledì dislivello: corsa o bici, 600/700 m.
Giovedì falesia [difficoltà – mi lavoravo qualche via al mio limite: 7b/7c – serviva a tenere alto lo stimolo – 4/6 itinerari, dal 6b al 7b/7c].
Venerdì dislivello: corsa o bici, 600/700 m.
Sabato e/o domenica: via in montagna.

Queste le vie percorse nella stagione estiva 2006.
A maggio:
Bruce Springsteen, Anima Latina, Brentinomicon [Brentino], Via degli Amici [Brento]. Mani di Fata + Viaggio nel Passato [Secondo Pilastro del Casale].
A giugno:
La Banda degli Onesti [Punta di Larsei].
A luglio:
Panorama su Forzo [Ancesieu], Perego-Mellano-Cavalieri [Becco di Valsoera], Boia Chi Molla [Avancorpo del Monte Cormoney], tentativo alla Via attraverso il Pesce [Marmolada], Via dell’Orsa Maggiore e Watermeloncrack [Tredenus], Il Castello delle Streghe [Lert], Il giardino dei Tassi [Boazzo], Dottor Goretex and Mr Pile [Cornetto di Salarno].
Ad agosto:
Dieci Piani di Morbidezza e Oppio [Sasso Cavallo].
A settembre:
Costantini-Ghedina [Tofana di Rozes], Via degli Antichi [Seconda Pala di San Lucano], Tempi Moderni [Marmolada], Diretta del Grande Muro [Sass de la Crus], Delenda Carthago [Seconda Torre di Sella].

Eh, altri tempi. E altro allenamento…

 Curiosando sul tuo sito si capisce che ti piace variare e vedere posti sempre nuovi. Hai girovagato un po’ ovunque: Ratikon , Presles, Grimsel, Sardegna, val di Mello, Pirenei, passando per Dolomiti, Appennini e altre catene montuose.   Come si pongono le Alpi Carniche rispetto a tutte queste altre montagne?

Rispetto a tutte?
Oddio. Non finisco più!  Ho sempre amato le Carniche. Per me sono montagne speciali.
Sono nato a Tolmezzo e ho passato molte estati della mia giovinezza in val d’Incarojo, a Chiaulis di Paularo.
In qualunque attività fossi impegnato in paese – fare fieno, andare a pesca, cercare funghi, rubare frutta – l’orizzonte a sud era chiuso dall’opprimente muraglia della Creta di Mezzodì, una bastionata a pilastri friabili esposti a nord, di 500 m. di altezza.
E oltre, in alto a sinistra, in una sella tra due pilastri, vedevo la cima del Sernio che, per effetto prospettico, sembrava di dimensioni himalayane.
La mia frequentazione delle quote alte è iniziata da qui, vagando per faggete silenziose alla ricerca di tracce delle leggende sui pagans che raccontava mia nonna, poi oltre il limite del bosco ceduo, accompagnato dagli ultimi eredi – in decadenza – di cacciatori di camosci e poi per conto mio, per visitare di persona posti che anni prima pensavo irraggiungibili.

Quindi mi è anche difficile fare confronti.
Le Alpi Carniche sono per me le montagne del mito.
Certo, dal punto di vista alpinistico la dolomia [a nord friabile] del gruppo Sernio-Grauzaria non è entusiasmante.
Così come le belle, ma discontinue placconate ruvide di antico calcare della Cjanevate o dell’Avanza non possono non sfigurare, se confrontate alle ben più imponenti e solari muraglie della Marmolada.   Però…
Cheddire…
Mi sono tolto alcune belle soddisfazioni alpinistiche anche sulle montagne di casa.
Ho un bel ricordo della salita alla Via dei Carnici in Cjanevate [un’avventura di quelle di una volta con ritorno a casa al crepuscolo] e uno altrettanto bello dell’Integrale allo Spigolo della Sfinge, in Grauzaria.
Quella volta, al crepuscolo, eravamo ancora in vetta.
Ricordi?

 …e come potrei dimenticare?  Parliamo di un progetto che ti stava a cuore: che cosa ha rappresentato per te il Pesce? Quando hai iniziato ad arrampicare, era già un tuo sogno? O – come tutti i sogni – ti sembrava irrealizzabile?

 Mah…   All’inizio della mia attività era proprio un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti.  Roba per gente come Mariacher e Manolo, mica per uno come me.  Poi, col tempo…

Feci un primo tentativo nel 2006 con Ralf, fallito per un errore di individuazione della linea di salita.  E poi il tentativo giusto, nel 2009, con Andrea Guerzoni.    Se devo dirti la verità, ero partito per la Parete d’Argento con uno stato d’animo del tipo: “Stiamo a vedere come butta”. Non avevo tutto questo ossessionante desiderio di arrivare in cima.Né credevo avessimo molte possibilità…

 E invece è andata.  Ripeto: mah…

 Se però ti interessa proprio sapere come ho vissuto la salita, puoi leggere il fluviale report che ne scrissi all’epoca e ora consultabile qui.

 Va bene Sandro, a questo punto non posso non chiedertelo… Progetti per il futuro?

 “Progetti”?  What’s “Progetti”?  Quelli che sto scrivendo in questi mesi per guadagnarmi da vivere?

 Di alpinistici, non è che ne abbia. Beh, magari un giretto sulla Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz, me lo farei volentieri.  O, magari, il Philipp-Flamm alla Nord-Ovest.  Ma, come scrivevo sopra, con l’età la voglia di far fatica viene meno, così come quella di “vedere la luce”.

 Mi piacerebbe salire un 8a in falesia, questo sì. E infatti mi sto facendo insegnare qualche trucco dai climber – bresciani e friulani – di esperienza.  Tipo: non sapevo che tra un tentativo e l’altro su una via dura bisogna aspettare anche un’ora. Noi rocciatori di vecchia scuola, in falesia, abbiamo la pessima abitudine di ripetere i tiri a nastro, senza darci adeguati riposi. E poi, mai volare… E invece “sui spis” bisogna volare!

 Comunque questi sono sognetti, sognucoli, sognastri.

I giorni epici, quelli delle battaglie di gioventù, occhieggiano laggiù, nel mio passato, cinque, dieci anni fa.     Adesso, per emozionarmi, mi basta anche salire la Gardesana Occidentale in un gelido e magnifico giorno di febbraio, con il lago di Garda splendente di mille riflessi e le montagne, in alto, bianche di neve sotto un cielo azzurro, spietato come sempre. Mi è capitato qualche giorno fa, durante un viaggio al Bleggio per una festa di famiglia.

E devo dirti che, mentre il mio pandino saliva verso Arco facendo le curve da solo – ormai conosce anche lui la strada a memoria – io mi guardavo in giro a bocca spalancata.

A volte basta poco, eh?

 

 

 

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~ di calcarea su marzo 25, 2011.

8 Risposte to “Intervista a Sandro De Toni”

  1. bella intervista, sembra di leggere una rivista della montagna anno ottanta 🙂

  2. Grande Sandro !

  3. Gran bella intervista, in cui, devo dire, ho trovato molti spunti interessanti sul nostro vivere e agire. Alpinismo come (una possibile) metafora della vita? Anche.
    Grazie

  4. Che dire del nostro “alpinista filosofo” Fra 35 anni ti voglio sfidare a briscola! ciao Daniele.

  5. AlèHandro…..come al solito complimenti per il bel racconto di te….spero però di non invecchiare se divento così……Guerza

  6. Ciao Daniele.
    Bella la via “Il Luogo degli Esseri Brutti”, eh?
    Per la briscola, c’è tempo.
    Comunque, io la preferisco chiamata.
    Ciao

  7. Ciao Guerz….
    Epperché devi diventare come me?
    Tu sei tu.
    Mandimandi

  8. Intervista bellissima, che vengo a rileggere di tanto in tanto, quando certi interrogativi si riaffacciano…. Una gemma preziosa, un approfondimento invitante e pieno di senso. Grazie Calcarea, A. Contessotto e ovviamente S. De Toni.

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