Tracce nella memoria

 

Mi sto  convincendo: è stata la decisione giusta.  A riprova che tanto rimurginare e la solita incertezza si potevano dipanare  con un’impennata di orgoglio e una piccola, solo apparentemente faticosa, forzatura. Ma il  carattere è da coniglio…

Ripensando agli eventi che mi hanno costretto (costretto?) a star lontano così a lungo dalla roccia, faccio ancora fatica a ricostruire un inizio, una causa, figuriamoci una responsabilità! Eppure ora, salendo a passo stentato il sentiero, destinazione la  falesia preferita, ho la strana sensazione che tutto si srotoli davanti agli occhi con una nuova  lucidità, quasi che il debito di ossigeno si traduca in  guadagno di consapevolezza… e in  quel sapore metallico nella saliva che avevo rimosso dalla memoria…

 

Sembra così assurdo e ancora una volta fingo di accorgermene solo ora, ma chissà quante volte ci ho già imprecato attorno. Avevo cominciato con qualche piccola auto concessione, ma sarebbe più onesto chiamarla trasgressione. Furtiva, imbarazzata. Scherzandoci sopra ad alta voce, per esorcizzarla; per non essere accusato che “chi predica bene…”

 Dopo aver sputtanato a man bassa buolderisti e fanatici del “lavorato”, strenuo difensore del tentativo “a vista” come espressione più alta del microcosmo arrampicatorio, mi ero ritrovato a segnare prima impercettibilmente, poi con maggior decisione (all’inizio con l’indice incerto, poi con un energica rotazione del pollice) qualche appoggio. Poi qualche appiglio. Poi quasi tutti gli appoggi. E tutti gli appigli; anche quelli che “si vedono dal parcheggio, che cazzo segni!?”

Infine  mi ero convinto che si poteva migliorare quella che un tempo definivo una malsana abitudine, che avrebbe tolto all’arrampicata l’ inventiva e l’intuito, trasformandola in una specie di maratona ginnica: avevo inaugurato la diversificazione dei segni con quattro colori , giallo per il piede sinistro, verde per quello destro; blu era la mano destra e rossa la sinistra (ovviamente…). Eppure, invece di essere accolta con entusiasmo e simpatia, questa innovazione mi aveva attirato le critiche feroci anche dei più accaniti bollinatori, come i  boulderisti o   quelli che segnavano tutto, ma solo  “per la fidanzata”…

 

In  breve mi ero inimicato i compagni di sempre, vecchi tromboni talebani sempre pronti a scomodare l’etica e a ironizzare su come si cambia con l’avanzare dell’età. Il sarcasmo che esercitavo a man bassa e senza pietà, rivoltatosi contro di me mi feriva e allargava il solco  attorno al fortino, senza ponte levatoio.

 Ossessivamente avvinghiato ai tre  o quattro tiri che non mi venivano e al trave di allenamento (avevo sempre deriso i frequentatori delle sale indoor e dei pannelli in nome della scalata all’aria aperta) mi ero ritrovato infine con solo una persona (lei) a sopportarmi, a tenermi la corda, a darmi ragione, mentre argomentavo, ormai quasi solo al vento: “lo fanno tutti! ma poi cancello! provate a correre la maratona nei campi di patate, senza vedere dove mettete i piedi ! e allora se siete così puri scalate senza spit, senza corda, no?”

Fin qui, ordinaria amministrazione. Il 50 % dei climbers ci si potrebbe riconoscere, con un po’ di auto ironia.

 

 

Poi  mi ero spinto  oltre, cominciando a segnarmi anche altre cose:  sui sentieri con la bomboletta di vernice  ero passato da un segno nei punti meno evidenti a un bollo rosso ogni 2 metri. Per la corsa  o la bici  dai chilometri alle centinaia di metri, fino a  quasi-ogni-metro.  E anche in casa e al lavoro, se prima mi ero concesso qualche post-it per ritrovare occhiali ed orologio, tracimai verso  moltissimi  post it e qualche scritta a pennarello:  non riuscivo a non segnalare  qualsiasi cosa  mi circondasse. Persino ogni cd e libro, già dotati di un dorso sufficientemente rivelatore, dovevano essere contrassegnati con un’ etichetta adesiva sporgente, di diverso colore per i vari generi.

 

Tutto mi appariva introvabile e doveva essere indicato, l’ossessione aveva contagiato l’ufficio, l’auto, il cesso; lei stessa mi aveva urlato col volto deformato dall’esasperazione se volevo che si facesse magari tatuare “qualche freccia di segnalazione anche  per riuscire a scoparmi?” Aveva sbattuto la porta e se ne era andata, facendo svolazzare a terra mestamente il foglietto con scritto “maniglia”(ma non quello con “serratura”).

 

L’ineluttabile epilogo si era consumato nei panni di una pattuglia di PS che, beccatomi con le mani nel sacco  (un  pennello nel barattolo di vernice bianca)  mentre di notte tracciavo con una lunga serpentina il tragitto da casa al lavoro, al bar e alla falesia, mi consegnò non proprio e non solo alla giustizia, ma più caritevolmente alle cure di uno psichiatra. Psicoterapia, farmaci antipsicotici, clinica, terapia di gruppo, riposo.

Vietato assolutamente qualsiasi contatto col mondo dell’arrampicata. Amen.

 Poi pian piano il tarlo della memoria aveva cominciato a ronzare. Perché non riprovare, non dimostrare prima a me stesso e poi, trionfalmente, al mondo intero di essermi liberato dall’ossessione?

 Per questo son qui, su questo sentiero che ho già  percorso mille volte e oggi quasi del tutto. Da qualche mese ho ripreso a lavorare; non esco molto e frequento pochissime persone, mio cognato, i nipoti, due o tre vecchi amici sedentari con cui parliamo per lo più di musica, politica, donne…e da tre settimane ho ripreso ad allenarmi in segreto per “la prova”. La prova è per oggi. Di nascosto. Giorno feriale,  tardo pomeriggio di fine inverno, per non incontrare qualcuno. Ma ho binocolato per sicurezza. E  al parcheggio non ci sono auto. Per non correre il rischio che si sappia, scalerò in auto-assicurazione, dal basso, con gri gri e corda fissata al solito albero, come ai bei tempi in cui ironizzavo su pannelli, integratori, tabelle di Jolly, gare, segnacci di magnesite….

 Sono emozionato, quasi commosso;  il respiro e il battito non rallentano, anche se son qui  da dieci minuti. Ho già indossato tutto, ripassando a occhio  il tracciato della via che ho scelto già da giorni, un 6c non troppo aleatorio dal nome benaugurante, scritto con vernice un po’ sbiadita:  “Mai dire mai”. Dovrò salirlo “a memoria”, senza segnare appigli e appoggi, come facevo prima del delirio. Anche se per la verità alcuni evidentissimi segni di magnesio già presenti  hanno l’aria di sbeffeggiarmi dai punti cruciali della salita. Proverò ad  ignorarli.

 

 Dopo una rapida occhiata ho capito che mi ricordo quasi tutti i movimenti. Il primo spit è  abbastanza alto, nonostante sia evidente che il tiro è stato  richiodato di recente, come il resto della falesia, vedo. Placchette dorate, probabilmente Fixe, ma non inox. Spilorci…

 

Ho calzato le scarpette e controllato il gri gri appeso in vita. Inizio a salire con il cuore in gola, ma  anche con un senso di lontana vertigine euforica. Tacchetta di destro, rovescio di sinistro, due appoggi evidenti ma un po’ gommati. Respira, testone! Un po’ di apprensione nel lancio dalla lista  al buco svaso, i piedi in spalmo. Finalmente mi avvicino al primo rinvio e son già molto alto.

 Cerco lo spit, dovrebbe essere qui attorno. Ma non lo trovo, cazzo! Mi sporgo un po’ in fuori, torno a cercare, poi capisco. E’ proprio  qui,  è di vernice dorata, ma è solo…. dipinto!

 

(timidamente  ispirato agli  insuperabili di livellozero.net….)

 

 

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~ di calcarea su gennaio 21, 2011.

2 Risposte to “Tracce nella memoria”

  1. […] https://calcarea.wordpress.com/2011/01/21/tracce-nella-memoria/ […]

  2. Letto solo oggi: subito fiutato lo stile di Livellozero, e ritrovato un po’ di me nella pila dei cd (nella quale brillano per importanza storica gli unici ed inimitabili Hüsker Dü!)…
    E mi sorge il dubbio che anche il sig. tuamamma, con le sue certezze su arrampicata come sport e realizzazione, possa essere un’invenzione di quelli di Livellozero.

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