Intervista a MAURO FLORIT

 

Credo di aver sentito parlare di Mauro Florit  nei primissimi anni ’90, quando la pregevolissima rivista udinese “In Alto” pubblicò le relazioni delle sue grandi realizzazioni alpinistiche nelle Carniche, un poker di 4 capolavori sull’Avanza, la Creta Cacciatori e la Cjanevate. Oltre alla difficoltà tecnica, alla scelta delle linee in “parete aperta” e alla qualità della roccia, rimasi impressionato dal fatto che fossero, per esplicita dichiarazione del protagonista, attrezzate in modo da favorirne la ripetizione. Contrariamente ad altri alpinisti, disposti più a togliere che a mettere (anche i chiodi degli altri, a volte…)   già allora Mauro dimostrava di dedicarsi alle sue “opere” anche da divulgatore. Emblematica e famosa la lunga fettuccia lasciata sul passo chiave di “Carnia Adventures” per agevolare il rinvio prima di avventurarsi sulle piccole liste .  

  

La fettuccia nell'articolo di "In Alto" 1990

Per questo e altri motivi, che coglierete di seguito, noi di “Calcarea” abbiamo pensato che  un’intervista a Mauro “dalla Carnia”  fosse quantomeno doverosa, visto che una discreta quota delle 100 vie nuove aperte dal 49enne bisiacco si trova proprio tra le nostre pareti più rappresentative. Mauro è Accademico del CAI dal 1995 e Istruttore di Arrampicata Libera del CAI da ancor prima. Ha scalato ed aperto nuovi tracciati in tutto il mondo, con difficoltà fino all’VIII  in vie alpinistiche e fino al 7b in quelle sportive. In falesia è salito “a vista” fino al 7b+. 

  

Come in tutte le interviste che si rispettino, si dovrebbe cominciare con qualche numero, no? Allora: da quanti anni scali e quante vie hai aperto?

Da quanti anni scalo? Da sempre!    Da quando avevo quindici anni  e assieme a mio zio andavo a ripetere tutte le vie ferrate che riuscivamo a trovare. Più crocette erano segnate sulla cartina e più il divertimento aumentava. Nessuno dei due aveva la più pallida idea di cosa significasse assicurarsi; pensa che qualcuno mi aveva fatto vedere un fantastico nodo per legarsi un cordino in vita, ma dato che non sapevamo rifarlo non lo scioglievamo mai e lo indossavamo infilandoci dentro.

Ma forse quei primi anni non sono da conteggiare alpinisticamente parlando, quindi diciamo dal 1978.     Di vie nuove ne ho aperte circa un centinaio, anche se non di tutte ho pubblicato la relazione.

Chi sono stati  compagni di arrampicata che hai frequentato di più?

Sono nato e vivo a Staranzano, un paese vicino a Monfalcone nella così detta Bisiacheria quindi a metà strada tra Trieste e Udine. Questo mi ha permesso di avere compagni di cordata che venivano sia dalla realtà triestina che friulana.  Approfitto per ricordare due amici che non ci sono più e a cui ero particolarmente legato : Mario Variola e Daniele Perotti.

Sei famoso in Carnia soprattutto dall’epoca di “Carnia Adventures” e “Nouvelle Sensation”, o per le vie sull’Avanza; linee avveniristiche  e ben protette su roccia perfetta…. Cosa ricordi con più piacere di quel periodo o di quelle salite?

L’idea era quella di salire le placche. Mi sono subito accorto che la roccia delle carniche permetteva di salirle ed anche di proteggersi molto bene, scoprendo così un meraviglioso parco giochi. Di ricordi nella memoria ne sono rimasti tanti, tutti ugualmente belli e divertenti per esempio quando assieme a Marco Sterni stavamo aprendo “ It ‘s hard to be good” sulla Sud delle Chianevate; Marco, reduce da una brutta caduta in Marmolada dove si era rotto alcune vertebre, era appeso in sosta mentre il sottoscritto gli montava sulle spalle nel tentativo di piazzare un chiodino…..Delle vie, più che il ricordo dei passaggi o delle difficoltà, mi è rimasto il ricordo di splendide giornata assieme a grandi amici.

Non sono un artista, non sono capace di dipingere, suonare, scrivere o altro, ma nel mio piccolo ho cercato di lasciare una traccia.

con Marco Sterni sui Lastoi di Formin

Un po’ atipicamente sono  vie alpinistiche molto ben attrezzate, per rendere più agevole la ripetizione. Qual’è la tua “filosofia”  al riguardo?

Aprire una via nuova è come creare un opera d’arte, lo si fa per se stessi, ma  poi c’è il desiderio di condividere con gli altri quello che si è fatto. E  proprio per questo, dopo aver salito una nuova via, mi sono sempre chiesto: manderei qualche amico a ripeterla ??? se la risposta è affermativa, faccio la relazione e poi la pubblico , se la risposta è negativa faccio ugualmente la relazione, ma conservo sul mio quaderno dove da trent’anni scrivo le mie malefatte.           È per questo, credo, che quasi tutte le mie vie vengono ripetute.

 Complimenti, perché a volte si ha la sensazione che le relazioni di certi alpinisti siano più delle auto-celebrazioni di coraggio e di incoscienza che una traccia utile ai ripetitori! Alcune tue vie hanno anche un’altra particolarità, quella del nome allusivo, quasi a volte tu cogliessi l’occasione per toglierti un sassolino dalla scarpa…vero o falso?

Verissimo !!! dare il nome a una via è come dare il nome a un figlio.

A mio parere deve avere un significato, che esso sia ovvio o più intimo è relativo, l’importante che per l’apritore significhi qualcosa. In quasi tutte le mie vie quindi il nome ha un ben preciso motivo d’essere e non sempre è quello più ovvio…….E poi, per esempio, dedicare una via a chi ti ha fregato una prima salita ti fa volare più alto …

In Cjanevate

Poi è venuto il periodo delle vie spittate (Pramosio, Bilapec,Dolomiti): che motivazioni ti spingono verso questo stile rispetto a quello alpinistico, che continui a praticare anche all’estero?

Ho sempre diffidato dei critici che non accettano nessuna novità per partito preso, penso che prima di criticare una via, o uno stile di apertura bisogna mettersi in gioco e provare. Dopo aver salito tante vie con l’uso di protezioni classiche è stato un passo naturale provare anche con l’uso degli spit, ed anche con queste vie cercare di lasciare un itinerario degno di essere ripetuto.

Una cordata su "Albachiara" in Pramosio

Hai scalato in molti posti al di fuori dell’Italia, ne citeresti qualcuno che ti ha colpito particolarmente o che consiglieresti di visitare?

Ho partecipato a spedizioni alpinistiche in:  

Hoggar (Algeria)

Monte Kenia (Kenia)

Todra (Marocco)

Pamir Alaj (Kiighigistan – ex Unione Sovietica)

Aconcagua (Argentina)

Alpamajo – Nevado Pisco (Peru’)

Pamir Fan Mountain (Tagikistan – ex Unione Sovietica)

Torri del Paine (Patagonia)

California , Utah (Stati Uniti)

Prah Nang (Thailandia)

Wadi Rum (Giordania)

Amahuagaychu (Perù)

Kalimnos (Grecia)

Ala Daglar – Emli valley (Turchia)

Ala Daglar – Kizilin Baci (Turchia)

Taghia (Marocco)

Munzur Mountain (Kurdistan)

L‘Ala Daglar, una terra stupenda con delle potenzialità alpinistiche mostruose. È stato come viaggiare nella macchina del tempo e trovarsi, per esempio a Cortina nei primi del novecento quando tutto era da fare e le Tofana non aveva neanche un nome.

Qual’è il tuo atteggiamento nei riguardi dell’allenamento a secco? Ti alleni? Come?

Un po’  di anni fa ero in una palestra non d’arrampicata, una classica palestra per culturisti. Mentre ero attaccato a una macchina che credo si chiami “lat bar” a tirare come un forsennato, mi si è avvicinato il preparatore atletico che, incuriosito dal mio accanimento, gentilmente mi chiese che tipo di allenamento sto facendo : piramidale? con che recuperi?   Gli risposi che il mio obiettivo è solo stancare la macchina e lui sconsolato si è allontanato scuotendo la testa. Questo per dirti che non sono mai riuscito a seguire allenamento ma solo uno di divertimento.

Allenamento a secco, con salsedine...

 Con Marco Sterni continua un lungo sodalizio alpinistico, documentato in una bella proiezione che qualche anno fa veniste a “regalarci” (gratis!!!) in Carnia. Che ne è stato di quell’esperienza, la proponete ancora?

Purtroppo di tante proiezioni e serate fatte non mi è rimasto nulla di pronto e facilmente riproponibile, ma sempre mi ripropongo di mettere a posto quell’armadio di diapositive che  mia moglie ha già allontanato da casa.     Con Marco continuiamo sempre a progettare qualcosa, abbiamo anche brevettato un nuovo tipo di spedizione: quella “ a basso impatto famigliare”.

Se dovessi spiegare a un marziano con due-tre aggettivi quali sono i pregi e quali i difetti della scalata e del suo ambiente, cosa diresti?

Sono ancora innamorato di questa splendida attività e come tutti gli innamorati vedo solo le cose belle e non quelle brutte. E se un giorno mi imbatterò in un marziano cercherò di farmi spiegare se a casa sua ci sono delle belle pareti da scalare.

Quali sono le falesie che ti piacciono di più attualmente?

Ultimamente non arrampico molto quindi difficilmente trovo una falesia dove non meriti spellarsi un po’ le dita.

Mi pare che con Calcarea tu condivida anche l’affetto per la Sardegna. Cosa ci trovi di speciale?

I sardi. I sardi sono il valore aggiunto a questa stupenda isola dove ad una natura straripante si combina un popolo gentile e ospitale. Spero solo che entrambi si conservino per le prossime generazioni.

Mauro con Pinotti in Bruncu Nieddu, Oliena

Lavoro, famiglia, altre passioni oltre all’arrampicata?

La famiglia è la cosa più importante: le mie tre donne che sono riuscite a sopportarmi ed anche a farmi cambiare, in meglio. E poi cosa resta della vita di un alpinista / genitore? i figli e le vie nuove.

Ti aggiungo qui sotto un articolo che scrissi nel 1998 che riassume un po’ il mio modo di andare e di intendere la montagna.

         Alla fiera dell’est.  Immagini, idee, divertimenti alpinistici e non… di Mauro Florit”  16/06/1998

La mia attività da alpinistica inizia nel 1978, arricchendomi di una moltitudine di esperienze vissute nella più ampia autonomia e stimolate da una sete di nuove avventure che non si è mai placata.

La passione per le arrampicate vere e proprie, però, è sorta in modo graduale, lento; iniziata nel mio approccio giovanile all’ambiente alpino. L’evoluzione dall’andar per rifugi all’inizio, alle prime facili cime, alle ferrate più impegnative e quindi all’arrampicata, è stata una cosa praticamente naturale. Ma all’epoca era un percorso comune a tutti gli alpinisti. Nella mia generazione non esistevano, come oggi invece è comune, arrampicatori di alto livello che non avessero mai avuto alcun contatto con il severo ambiente alpino e alpinistico.

Fondamentale nella mia personale evoluzione alpinistica è stata l’assenza degli spits. Anche nelle palestre, a quel tempo, non era permesso cadere per il tipo di attrezzatura delle vie che non differiva affatto da ciò che si trovava e usava sulle vie di montagna. Quindi, più ci si avvicinava al proprio limite e maggiore era il rischio che si correva e tutto logicamente, oltre ad un appropriata preparazione tecnica, richiedeva una certa predisposizione mentale. I più forti erano quelli che si avvicinavano maggiormente al loro limite. Rischiavano di più, ma miglioravano più velocemente. Per tutti comunque l’evoluzione era più lenta, inevitabilmente graduale. Nel mio caso ci è voluto qualche anno per superare il primo sesto grado.  

Val Dogna

 

Oggi, con le vie perfettamente attrezzate nel rispetto dei massimi standard di sicurezza, non esiste più questo rapporto direttamente proporzionale tra raggiungimento del proprio limite e aumento del rischio. Il rischio è sempre uguale a zero e la caduta è diventata un fattore ininfluente, un gioco. Un buon arrampicatore deve imparare a cadere. Evoluzione tecnica e cambiamenti di etica  che hanno trasformato la mentalità, non solo degli arrampicatori sportivi, ma anche degli alpinisti che nelle palestre attrezzate si allenano.

Il fascino del rischio è un fattore determinante e intrinseco dell’alpinismo, difficile da comprendere specialmente per chi, nella sua vita quotidiana, evita accuratamente qualsiasi situazione che si possa definire rischiosa, sia  nella disciplina sportiva  che in altri aspetti della vita.

Incomprensibile e affascinante: cos’è il rischio?

Vi propongo una metafora: provate ad immaginare se mettessi mia nonna alla guida di una Ferrari; per lei andare a 50 km/h su una strada di montagna con quell’auto sarebbe un rischio estremo. Voi potreste sentirvi sicuri fino a 100 km/h, ma Schumacher correrebbe in sicurezza fino a 150 km/h, rischiando probabilmente, molto meno di mia nonna.

Stessa macchina, stessa strada, cosa cambia?

Certamente la percezione personale della soglia di rischio. Ma anche nello stesso individuo questa soglia, con l’allenamento, si innalza. Allenata da Schumacher forse mia nonna potrebbe sfrecciare a bordo di un testa rossa a 100 all’ora sulla Cortina-Misurina.

Quindi la percezione della soglia di rischio è personale, ma varia anche a seconda della propria preparazione. In ogni caso percepire il rischio è importante, e affrontarlo con consapevolezza significa avere idea del proprio limite, conoscersi. Tentare di salire al filo della propria capacità con consapevolezza, e inevitabilmente con il giusto timore, è un rischio calcolato e per quanto alto è una scelta personale e quindi accettabile. Farlo in modo inconsapevole e magari senza timore è solo incoscienza.

Comunque, se nell’innamoramento all’arrampicata in montagna è compresa anche una certa attrazione al rischio, a mio parere la cosa più importante resta il rispetto della propria vita.. La cima più bella da conquistare, quando ci si trova in mezzo a qualche rogna imprevista, è sempre il tornare a casa sani e salvi.

Renè Daumal nel suo libro “Il monte analogo” definiva l’alpinismo come: “l’arte di percorrere le montagne affrontando i massimi pericoli con la massima prudenza”; nel complesso, per me lo scopo principale di questa attività è sempre e solo il divertimento.

Le gare di arrampicata non mi divertono. Nel 1986 ero ad Arco per partecipare alle prime gare e lì ho capito che non le avrei mai digerite; stava entrando a tutta forza nel mio mondo tutto quello che non approvavo degli altri sport: tifo, arbitri, cronometri, regole, ecc…

Bisogna avere fiducia nelle parole; l’alpinismo delle grandi pareti non ha testimoni né giudici presenti. Ci si affida al racconto e la sincerità è determinante. Del resto, quale sarebbe il senso di tirare tutti i chiodi di una via e poi raccontare di aver compiuto una prima on sight? Barare con se  stessi in uno sport nel quale il fattore principale è il confronto con se stessi?

Ma le gare ora mi lasciano indifferente, in quanto sono diventate un mondo a sé stante, dove persino l’arrampicare, svolgendosi sui pannelli, è cosa diversa dal salire in roccia, e richiede tecniche e tipi di forza diversi. Generalmente molta più forza e molta meno tecnica. E se la forza è indispensabile la tecnica è legata all’intelligenza e a quel senso di leggerezza che si prova in certi tipi di arrampicata estremamente delicata. Ma forse, e non per disprezzare, certe sensazioni sono precluse al mondo chiuso delle palestre e del vetroresina, che io stesso uso durante i miei allenamenti invernali. Eppure se gare di arrampicata e alpinismo sono due mondi che poco si rapportano l’uno con l’altro, è indubbio che un arrampicatore di alto livello passa con facilità all’alpinismo, mentre la trasformazione inversa è molto più impegnativa.

Ritornando al mio percorso alpinistico, la voglia di individuare e aprire nuovi itinerari su nuove pareti è sorta spontanea, dopo tante ripetizioni con la relazione scritta sempre alla mano.

E’ bellissimo trovarsi alla base delle pareti senza vincoli, interprete della roccia e di nuove linee d’arrampicata, liberi come un pianista senza spartito che con le dita insegue la musica che ha dentro, per offrirla agli altri. Crei, disegni, costruisci, senti nascere qualcosa di nuovo.

Ma perché, per chi? Interrogazioni vecchie come l’alpinismo, o proprio forse come l’uomo,  tipico animale dei:  Perché?

Certo, ognuno ha le sue motivazioni quando apre nuovi itinerari. Nel mio caso, sentendo l’arrampicata come un gioco, un divertimento, ricerco sempre itinerari esteticamente e tecnicamente apprezzabili da poter proporre agli altri: che possano vivere il mio stesso gioco. Per cui divulgo le relazioni solo degli itinerari più  belli, tralasciando quelle salite che ho trovato particolarmente brutte e di scarso interesse alpinistico.

Nella sincerità dell’alpinista rientra naturalmente anche il problema della valutazione delle difficoltà.  La sottovalutazione mette in pericolo i ripetitori, che si aspettano difficoltà inferiori a quelle reali. Certo che nelle vie di montagna esiste sempre un rapporto tra la difficoltà valutata e il nome del primo salitore. Ci si è sempre chiesti: VI+ si, ma di chi? Come i VI+ di Manolo, saliti con pochissime protezioni che a distanza di oltre un decennio vengono affrontati solo da pochissimi  scalatori estremamente preparati sia fisicamente che mentalmente. Ed era un gioco anche chiedersi: VI+ si, ma di chi?

Comunque nelle mie valutazioni preferisco eccedere. Quando un mio 7° viene rivalutato 6+, non mi infastidisce, mentre che un mio 7° diventi 7+, mettendo in difficoltà e magari in pericolo i ripetitori, mi fa sentire a disagio. E’ anche per questo motivo che nelle mie vie non tolgo mai i chiodi usati. 

 

Bila Pec

 

Aggiungo che l’abilità di un alpinista non sta nel tenere l’appiglio minimo, ma nella capacità di proteggersi adeguatamente perché, mi ripeto, essenziale è sempre tornare a casa, agli amici e agli affetti. Per questo l’attenzione è sempre elevatissima e non cala nelle discese, che per la fatica accumulata diventano estremamente infide anche nell’apparente facilità della roccia. La tradizionale stretta di mano non è  sulla cima, ma al bar di paese, di fronte alla schiumosa e meritata birra, quando tutti i pericoli alpinistici sono terminati e non resta altro che affrontare le incognite della strada.

In quanto alle tecniche di apertura, non mi sento di avere il diritto di giudicare  sull’opportunità o meno dell’uso degli spit in montagna. Certo è che tutti quelli che parlano e straparlano, prima dovrebbero fare, provare.

Certi giudici in campo alpinistico operano da molto lontano; è molto facile criticare da una poltrona, parlare di morte dell’alpinismo, smentire salite, sputtanare alpinisti, alimentare polemiche che si prolungano sterili e assurde per anni e anni, con il solo risultato di riempire pagine e pagine, su riviste e libri, di parole che non hanno nulla a che fare con l’alpinismo.

Per esempio in passato, mi avevano quasi convinto con tutto il loro ciarlare, che le salite in artificiale sulle tre  Cime di Lavaredo fossero solo un lavoro meccanico e ripetitivo, delle specie di scale per polli dove bastava tirarsi da un chiodo ad un altro. Quando ci andai, al di là di qualsiasi giudizio, compresi quanto doveva esser stato duro aprire quegli itinerari. Salire lassù non era stato affatto facile, nonostante le attrezzature già in loco,  quindi, immaginarsi i primi.

Così oggi ci sono le vie spittate dal basso, col trapano, e anche tutto questo potrebbe sembrare facile, ma dopo aver conosciuto i terreni di questo gioco in Svizzera, sul Bianco e su qualche parete dolomitica,  ho voluto provare.

Per anni  ho cercato solo itinerari su pareti che nonostante la difficoltà mi offrissero una certa garanzia di sicurezza. Strutture la cui roccia mi permetteva una buona chiodatura anche sulle placche di settimo dove non mi era necessario usare gli spit. Per evitare l’uso degli spits lasciavo da parte quelle pareti che ritenevo improteggibili.

Quest’anno ho provato ad affrontare le placche improteggibili con l’ausilio degli spit e del trapano, rigorosamente salendo dal basso e senza aver perlustrato la parete. Non è facile partire in libera da uno spit senza sapere dove sarà la prossima asperità per il cliff o il punto di riposo dal quale recuperare il trapano con una mano sola e l’aiuto dei denti, e con una mano sola piantarlo perchè l’altra è aggrappata all’appiglio. Tra l’altro, vista la laboriosità dell’operazione, si cerca di spittare il meno possibile e non è raro che ci si trovi ad operare, appesi alla mano o a un precarissimo cliff, a distanze notevoli dall’ultima protezione.

"Albachiara"

Anche qui il gioco dipende da noi ma il vero problema è: usare o no gli spits in montagna?

Il mio presupposto è che arrampicare è un bel gioco, nel quale ognuno si sceglie le regole. Divento polemico solo con chi non è coerente e cambia le sue regole a seconda dei casi, e  chi riguardano, con giustificazioni poco serie.

Non si può, come ha fatto un noto alpinista, dichiarare in un’intervista sulle prime pagine di una nota rivista specializzata, che l’uso degli spits è colpevole della morte dell’alpinismo e poi, alla fine della stessa rivista, dare notizia di una sua salita nella quale aveva usato: “solamente alcuni spits, indispensabili per la riuscita dell’impresa”.  Spits sicuramente indispensabili per lui, probabilmente pochi per me, ma forse superflui per qualcuno più bravo, che prima o poi avrebbe provato. Quindi?Credo che la Natura non ha costruito le montagne per caso; in Lei ogni cosa ha  il suo posto, la sua giustificazione e non è detto che l’alpinismo e la scalata trovino una nicchia di reale utilità nella sua scala di valori naturali e supremi.  Quindi restiamo nell’ambito del gioco, cercando di non essere meschini, illeali, insinceri.

E d’inverno? D’inverno la montagna si veste a festa, e se il fascino e l’impegno richiesti cambiano, non diminuiscono certo la loro intensità. In questo diverso scenario il gioco che prediligo sono le scalate su ghiaccio, dove è si importante la ricerca delle difficoltà, ma la bellezza maggiore è la scoperta dell’ambiente effimero delle cascate, dove tutto cambia, si evolve, scompare e ricompare ogni anno diverso. E’ un’avventura splendida ma impegnativa. Se la roccia la si sente con le mani e i piedi, si ha la chiara percezione dell’appiglio e dell’appoggio, tra te e il ghiaccio si interpone il prolungamento dell’attrezzo.

Bisogna comprendere la tenuta del ghiaccio, ed essere abili nel come e dove piantare le punte e come spostare il peso del corpo sui ramponi per riposare le braccia, e sforzare con delicatezza sulle piccozze piantate per pochi millimetri. Bisogna dosare il colpo con la delicatezza e la decisione di un giocatore di biliardo: troppo forte spacca e troppo debole non tiene. Sembra incredibile ma anche nell’uso di attrezzi come  le piccozze, che  assomigliano ad antiche e rozze armi, è necessaria una sensibilità fuori dal comune.

Nelle mie esperienze di salite invernali ho prediletto sicuramente la velocità. Niente materiali da bivacco ed estenuanti permanenze in parete. Si parte leggeri, anche senza zaino e procedendo anche di notte alla luce della frontale. Evito i bivacchi su pareti che richiederebbero due o più giorni di scalata, in salite di sedici – diciotto ore continuate. Anche in questo caso quindi, più spazio al divertimento e meno  alla sofferenza, intesa come lotta alla montagna. La montagna ripeto è un divertimento, da affrontare con tutte le cautele, ma mai un nemico. 

 

Su "Albachiara", in apertura...

Per concludere, un pensiero sulle spedizioni extra – europee. Partire verso quelle regioni lontane nelle quali ho realizzato diverse entusiasmanti salite, non è servito solamente a placare la mia inestinguibile sete di avventure alpinistiche. E’ sempre un modo per conoscere realtà diverse dalla nostra, dove l’uomo vive ancora un rapporto vero e vitale con la natura e l’ambiente. E’ entrare in contatto con usanze e modi di vita di altri popoli, e  provare a comprenderli e rispettarli, cercando così, di rafforzare in noi una qualità che sarà sempre più indispensabile per la vita sul nostro piccolo pianeta: la tolleranza.

Mauro Florit

Club Alpino Accademico Italiano gruppo Orientale

GRAZIE MAURO!!!

le foto sono  di Mauro Florit, Maurizio Oviglia, Eugenio Pinotti, Calcarea

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~ di calcarea su dicembre 7, 2010.

Una Risposta to “Intervista a MAURO FLORIT”

  1. Grande Mauro..vie come Carnia Advent., Mistero Buffo, La Legge della Fattucchiera hanno veramente lasciato un segno nelle nostre belle Carniche.

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