Sardegna

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Non so cosa sia, come si possa spiegare questa cosa, ma ormai il partire per la Sardegna è diventato molto più di un abitudine, di una banale consuetudine.

Anche quest’anno non ho saputo resistere al richiamo di questa terra così estrema, così eterna, immobile, così infinita, questa terra che mi ha segnato profondamente e che sento un po’ mia e dove forse ho lasciato, o forse solamente affidato, un po’ di me stesso.

Troppi ricordi e troppe esperienze mi legano a questa strana isola,

ricordo le vacanze con la mia famiglia da ragazzino, le passeggiate notturne sulla spiaggia, il profondo canto del mare, l’estasi che mi provocavano quegli immensi cieli stellati;

ricordo i primi passi sulla roccia, il mio primo viaggio da scalatore legato con mio padre, quando un semplice muro dell’Ogliastra bastava per farmi sentire il più forte arrampicatore sulla terra;

ricordo l’ultimo viaggio con la Bea, il suo grande sorriso, la sua energia contagiosa, la sua luce fantastica,  ricordo che poi anche i fiori colorati e le nuvole allegre sembrava piangessero.

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La Sardegna non è una terra semplice, credo ci voglia del tempo per capirla, per interiorizzarla, per sentirsi parte di essa bisogna entrare nella sua totalità, in punta di piedi, per imparare ad amarla, o forse anche solo per aprezzarla.

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Quello a cui non so più resistere, quella voce interna che mi dice di partire, il mio richiamo, sono le sue lande eterne, le sue valli dimenticate, sono le montagne che arrivano a cullare il mare, sono i suoi colori, il suo cielo impressionante, con le sue albe e i suoi tramonti che ti infuocano l’animo.

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Quest’anno destinazione del nostro viaggio è stato il Sud della Sardegna, così diverso da quell’Ogliastra che frequentavo nelle mitiche arrampicate con mio padre.

Questo viaggio è nato un po’ all’ultimo, la sua organizzazione è stata veloce, essenziale, forse un poco trascurata, ad ogni modo tutto è stato così, senza troppe domande, senza troppe menate.

Siamo partiti (io e il giac) in aereo dal Friuli, atterrati all’aeroporto di Cagliari, e scappati frettolosamente da questa città un poco triste (ma quale città non lo è in fondo!?!), in una notte improvvisata che ci ha visto dormire in una bella e tranquilla baia della costa occidentale.

L’alba seguente abbiamo trovato alloggio in quello che sarà il nostro campo base per la settimana successiva,  un tranquillo maneggio di cavalli sulle colline che sovrastano il mare nei dintorni di Gonnesa, subito ci siamo diretti verso il canyon di Gutturu Cardaxius qualche chilometro prima del paesino di Buggerru.

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La strada che porta a Buggerru è qualcosa di incredibile: si avvia lenta con degli stupendi squarci sul mare  e poi si arrampica addentrandosi nel territorio più tipico della Sardegna,  i resti di vecchie cittadine minerarie abbandonate hanno sapore di tempi andati, di epoche dure non molto lontane, ma che ai nostri occhi sembrano eternità.

Gutturu Cardaxius possiede un’atmosfera magica e fatata, con  i colori delle sue pareti, il sospiro lieve del vento, la sua forma tortuosa e sfuggente, ti accoglie tra le sue braccia donandoti una sensazione di pace e serenità.

Questo luogo si presenta con le sue falesie come la “Cenerentola” dell’arrampicata sarda ed è consigliato a chiunque (ai pochi oramai) ami scalare lontano dai grandi affollamenti, a contatto con una natura selvaggia, pura e incontaminata, a chi ama i muri di roccia ottima,  più in generale a chi non riesce a concepire la scalata senza la bellezza dell’ambiente e del gesto.

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La domenica ci ha visto combattere con la pioggia, abbiamo così visitato i famosi ed ambiti settori adiacenti alla grotta di San Giovanni di Domusnovas (Canneland e Bronx).

Sinceramente non penso che questi luoghi possano reggere il confronto con la bellezza delle altre pareti della zona in cui abbiamo scalato, emblematico è però il fatto che questi siano i due settori più frequentati (o almeno così a noi è sembrato), segno che queste grotte umide ed ombrose facciano tendenza, fra il guano degli uccelli, gli sguardi dei numerosi turisti ed i rifiuti abbandonati, ma in fondo a pensarci bene, anche da noi nel freddo Friuli la direzione non è poi molto diversa.

Il terzo giorno del nostro viaggio ha visto placarsi il cattivo tempo, abbiamo incontrato la parete di “Technicolor”, che ci ha accolti e rapiti con il suo muro incantevole e da sogno.

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Qua tra i suoi colori, le sue sfumature, le sue fine ed eleganti linee, ho trovato alcuni dei tiri verticali più belli e divertenti che abbia mai avuto la fortuna di scalare.

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Il giorno di riposo ci ha visti in una bufera di acqua e vento, in condizioni tra il tragico e il burlesco,  percorrere la vecchia e mitica orientale sarda per risalire verso l’Ogliastra, la zona sarda a cui sono più affezionato, che più prediligo  e a cui voglio più bene, per raggiungere i paesi di Jerzu e Ulassai per un saluto agli amici Gianni  e Tonino due persone bellissime che stanno spingendo per lo sviluppo arrampicatorio (e non solo…) della zona, e ottime basi d’appoggio (il “Rifugio d’Ogliastra” di Jerzu e l’”Hotel Su Marmuri” di Ulassai) per le scalate nelle tecniche e magnifiche falesie del posto.

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E così corrono le parole, e così potrei continuare a raccontarvi anche delle altre giornate, dei quotidiani tramonti da incorniciare (e ci sarebbe da parlare per  pagine e pagine solamente di questi tramonti sardi, della loro straordinaria bellezza), dell’ottimo vino, dei cieli stellati così nitidi, vicini, ed immensi da far venir le lacrime, della nostra continua lotta con gli umori strani del tempo, delle nostre bagnate derive nelle puntate a Punta Pilocca, dei nostri discorsi a queste nuvole così pazze e buffe, di tanti altri particolari più o meno importanti.

Finirei per annoiare, e probabilmente l’ ho già fatto.

Vi lascio qualche foto.

Buon viaggio!

moreno

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~ di morenonot su ottobre 26, 2010.

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