Un viaggio in America

Quindici luglio 2010, mancano sei giorni alla partenza, si vive la solita routine con un certo distacco, ormai la mente è focalizzata sul viaggio negli Stati Uniti; è tutto pronto, inizia il conto alla rovescia: 6, 5, 4, 3, 2, 1  si decolla! L’aria condizionata dell’aereo regolata al massimo livello è un buon banco di prova per resistere alle temperature di tutti i locali americani, pubblici o privati che siano. Niente paura! Si parte con l’entusiasmo alle stelle e con la frenesia di raggiungere la prima destinazione: Ten Sleep! Siamo in Wyoming uno stato che conta meno abitanti dell’Alaska. Le distanze tra un paese e l’altro si dilatano. E’ di norma percorrere un centinaio di chilometri per raggiungere paesi con un centinaio di abitanti: un distributore con market annesso, due o tre chiese, un saloon, un motel, un distributore di ghiaccio, tanti cavalli e un aeroporto che presumiamo essere l’unico mezzo di trasporto utilizzabile d’inverno visto che come altitudine è difficile scendere sotto i 1500 metri.

 La guida della falesia, comprata via internet prima di partire, è alquanto originale e ricca di commenti e ci accompagna durante i giorni dedicati alla scalata. C’è solo l’imbarazzo della scelta tra numerevoli settori tutti ben attrezzati e sopra i 1800 metri di altitudine. Secondo i locali (locali per modo di dire visto che provengono da posti a un minimo di cinque ore di macchina) fa caldo e non ci sono buone condizioni per scalare, ma noi forse spinti dall’entusiasmo del posto nuovo e comunque abituati ad un clima ben più umido ci sentiamo a proprio agio. A  parte l’aggressività delle mosche e il timore di fare un tète à tète con il serpente a sonagli scaliamo un calcare compatto e generoso di buchi, cambiando settore ad ogni uscita e non trovando mai affollamento, solo climbers simpatici, gentili e comunque discreti.

Una settimana vola senza rendersi conto, segue una tappa a Cody, il paese di Buffalo Bill. Invogliati da un cartellone pubblicitario su cui è scritto a grandi caratteri  eat beaf mangiamo il più buon filetto di angus  mai assaggiato in vita nostra e viviamo l’entusiasmante esperienza di assistere a un rodeo. Vi si respira un’aria di festa tradizionale. Domatori appassionati e temerari, per lo più zoppi, tentano di resistere in groppa a cavalli o tori imbizzarriti venendo puntualmente disarcionati dopo pochi secondi!

E’ la volta dello Yellowstone,  parco nazionale famoso per i geyser. La conferma di quanto la natura in America sia un qualcosa di inimitabile. Qui la terra è viva nel vero senso della parola ed è importante  restare nei camminamenti tracciati per evitare una soffiata di vapore improvvisa. Impossibile non cercare di catturare con la macchina fotografica ogni pozza d’acqua, il colore e la forma la rendono un quadro astratto a cui l’immaginazione di un artista non può aggiungere niente. Come spesso capita l’attrattiva maggiore e più citata nelle guide e nei depliant, l’Old Faithful, è a nostro parere la più deludente. Resta comunque il piacere di vedere una varietà di turisti da tutto il mondo che si riuniscono circa ogni ora per ammirare il getto di questo geyser. Capita così di vedere una famiglia di mormoni fondamentalisti dall’aspetto ottocentesco vicino a dei giapponesi che ingannano il tempo con un videogiochi. Non vediamo l’orso, che tra l’altro il giorno prima ha attaccato il campeggio uccidendo una donna e ferendo diversi escursionisti. In compenso assistiamo allo scortecciamento di un abete da parte di un bisonte. Vicino a Yellowstone il Grand Teton Park ricorda per paesaggi le nostre dolomiti; meno affollato ci offre una piacevole camminata tra laghi, cascate, scoiattoli, marmotte.


 Il viaggio prosegue verso Lander la seconda tappa arrampicatoria. Il paese è più grande di Ten Sleep, vanta pure un’università per preparare guide esperte di attività in montagna. Abbiamo inoltre la fortuna di calarci nell’atmosfera di una festa paesana, organizzata dal gestore di un supermercato per ringraziare il superamento di un’alluvione avvenuta a marzo. C’è da mangiare e bere per tutti, gratis! E sebbene vi garantiamo che gli stomaci medi americani siano ben più capienti di quelli europei, il clima è sereno e nessuno si accalca spintonando il vicino al buffet!


 Nei pressi di Lander esploriamo le pareti di Wild Iris caratterizzate da vie corte con passaggi esplosivi. Scaliamo più volentieri a Sinks Canyon dove la resistenza soprattutto nel settore Main Wall fa da padrona. Anche qui è difficile essere più di tre cordate per settore, il paesaggio è imponente, la varietà delle vie più ricca rispetto Ten Sleep, il serpente a sonagli comunque in agguato.


 Con un certo rammarico lasciamo il Wyoming diretti in Utah, lo stato dei mormoni. Se la targa del primo riporta il disegno di un cavallo imbizzarrito, quella dello Utah sotto il disegno di un arco di roccia porta scritta la frase Life elevated, quasi a ricordare l’importanza che  gli abitanti riversano sulla religiosità. Di contro non si può non citare la targa dell’Idaho dove vi si legge Famous patatoes quasi a ricordare l’importanza che gli abitanti riversano sui tuberi commestibili!. Dopo aver percorso una strada a dir poco panoramica fermandoci spesso ad ammirare paesaggi mozzafiato su canyon di roccia rossa, reggiamo a fatica l’impatto con la I15: si tratta di una strada a cinque corsie che attraversa Salt Lake City, costellata di centri commerciali, autorivendite e naturalmente fastfood per tutti i gusti. Ubriacati dal frastuono della civiltà ci fermiamo a Provo a una ventina di miglia dalla capitale. Salt Lake City è  soprannominata alveare, perché per i mormoni il lavoro è un aspetto fondamentale della vita, proprio come per le api. Non invidiamo niente alle città americane, anzi chiese e palazzi non suscitano particolari emozioni, forse perché privi di valenza storica. Stupiscono per imponenza i grattacieli e per praticità la rete stradale.


 Proseguiamo quindi verso sud, alla ricerca del conglomerato di Maple Canyon. A conferma di quanto ci hanno raccontato i climbers incontrati a Ten Sleep ci troviamo di fronte ad un ammasso di cobbles, sassi tondi e levigati di tutte le misure incollati sorprendentemente tra loro. E’ una scalata divertente, le vie vantano una quantità mai vista di comodi rinvii fissi, nessuno pulisce gli appigli intasati di magnesio, ma l’accoglienza è favolosa! Con discrezione un canadese che poi soprannomineremo il boss della falesia, dopo averci visto un po’ spaesati e sprovvisti di guida ci si avvicina, chiede il permesso di darci qualche consiglio e ci illustra con precisione e discrezione riscaldi e vie interessanti da provare, lasciandoci poi il gusto di scalare senza tormentarci più: magnifico.


 Divertente una parentesi esplorativa del territorio che ci porta curiosi in una località nominata Little Sahara. Un vero e proprio deserto in miniatura con tanto di dune di sabbia bianca e cocente.

 Il tempo vola, proseguiamo il nostro viaggio verso Moab un paese alle porte di due straordinari parchi Nazionali, Canyonlands e The Arch. Moab è piccola, il suo unico scopo è accogliere turisti da tutto il mondo e lo fa con una strada fiancheggiata da motel, ristoranti e negozi di souvenir. Una sera dopo aver percorso una ventina di miglia ci concediamo la cena più ricercata nel ristorante più esclusivo: panino ripieno di tacchino e birra comprati al supermercato nel parco di Dead Horse Point con vista sul gran canyon del Colorado al tramonto: troppo appagante! Il giorno dopo è la volta del National Arch Park: è proprio il caso di dire che la realtà qui supera la fantasia. Siamo in un deserto, la roccia rossa e friabile si è lasciata scolpire nel tempo dagli agenti atmosferici dando vita a spettacolari sculture: la Balanced Rock è un enorme masso tondo che sfida le leggi dell’equilibrio in bilico su una torre, il Delicate Arch (tra l’altro quello stilizzato nelle targhe delle automobili) si staglia verso il cielo con eleganza in un palco isolato, il Landscape Arch ha un’arcata ampia e sottile che fa da cornice a un paesaggio desertico. Solo per nominarne alcuni,  perché passeggiando nel parco ci riempiamo gli occhi di scorci incredibili: profili umani, animali, forme astratte popolano ogni angolo, difficile non farsi prendere dall’entusiasmo! Stremati dalla fatica e dalla sete lasciamo  il parco felici, portando con noi le emozioni di una giornata unica.

 Ci avviciniamo a Denver facendo tappa a Rifle, paese tranquillo e accogliente del Colorado. Il suo parco è un canyon percorribile in macchina, fiancheggiato da pareti di tutte le esposizioni. La soprannominiamo la falesia itinerante: restando in un settore una giornata capita di veder arrivare una compagnia di amici, vederli svuotare lo zaino, fare un tiro a testa, ricomporre lo zaino e cambiare settore. Il giorno dopo stessi personaggi, stesse incursioni. Qui è d’obbligo la ginocchiera: i Knee bar, incastri di ginocchio, permettono di salire vie dure e strapiombanti con dei recuperi miracolosi.

Si avvicina la data del ritorno a casa; un pomeriggio nella sedicesima strada di Denver ci cala in un ambiente urbano ricco di locali, artisti di strada e purtroppo tanti clochard. Una notte in bianco in un motel dove abbiamo la sfortuna di avere come vicini di stanza una compagnia di festaioli ubriachi con gusti musicali alquanto discutibili e via  si ritorna in Italia dove l’esaltazione per un viaggio così ricco di emozioni invoglia subito la scelta di nuove mete da esplorare!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Gino & Mariangela

Annunci

~ di morenonot su settembre 19, 2010.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: