VIVA EUSKAL !

•luglio 27, 2015 • 2 commenti

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L’ idea di visitare una zona di cui nemmeno la bravissima Mirta, dell’ agenzia a cui ci rivolgiamo da tempo, sapeva molto, nasce per caso, sfogliando una rivista che ne lodava città, paesi, paesaggi, cibo e molto altro. Risultato: partenza per 10 giorni di Spagna e più precisamente Paesi Baschi.
Volo aereo su Santander, noleggio auto e prima tappa di tre giorni stabilita nella città di Bilbao, sede del leggendario museo Guggenheim, per gli esperti uno dei 10 musei più belli del mondo.

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Il viaggio in autostrada ci fa capire subito che vedremo una Spagna diversa da quella della Catalogna, un mix di rilievi boscosi quasi alpini, che ricordano a tratti l’ Austria a momenti la Carnia, ma con il “piccolo particolare” di continui entusiasmanti scorci sull’ oceano.
Bilbao non delude le aspettative, un insieme di edifici moderni tra cui ci entusiasma il museo citato e una zona vecchia della citta dove le “apericene” a colpi di strepitosi pintxos ( tapas evolute!) vanno per la maggiore.

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Popolazione al primo impatto stile cjargnel, ma in realtà cordiale e gentile. Presenza di italiani praticamente nulla ! La città si visita sufficientemente bene in due giorni, comprendendo il vicino “puente colgante”(a Portugalete) il primo ponte trasportatore del mondo dichiarato patrimonio dell’ umanità dall’ Unesco.

Puente Colgante

Puente Colgante

E il terzo dia allora ? Nel raggio di un’ ora d’auto ci sono casualmente almeno una ventina di posti di arrampicata sportiva e non. Ne scegliamo uno consigliato dall’ ennesima guida acquistata (“Donde Escalar mas de 1000 zonas” ed. Desnivel) dal nome di Villanueva de Valdegovìa.

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Conosciuta per il video del tentativo a vista su un 9a, sbagliato di un soffio, dall’ “animàl” Ondra : il luogo è semplicemente di “livellissimo”. Le falesie (divise in più settori) si trovano in un parco naturale, all’ ombra al pomeriggio ci consentono di scalare splendidamente in un clima ventilato, che costringe spesso a mettere la felpa dimenticando di essere in Spagna ai primi di luglio !

Villanueva de Valdegovia

Villanueva de Valdegovia

Anche se più in là nel racconto noterete come i giorni di scalata, rispetto a qualche anno fa, calano inesorabilmente in favore del “puro relax”, ben ben stanchi ci dirigiamo verso la località di mare che ci ospiterà nei successivi 7 giorni: San Sebastiàn ovvero Donostia in basco.

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Di questi tempi il primo termine alla moda che mi viene in mente pensando a questa bella città è che è proprio un posto “cool”, dove soprattutto i giovanotti/e che non devono andare a letto presto come noi trovano sicuramente consolazioni di vario genere. Tutta la zona è regno dei surfers da onda per le spiagge molto belle, tra le quali spicca quella cittadina de La Concha . Clima ideale per la spiaggia, sequenza di pintxos bar con una qualità impressionante a prezzi ragionevoli considerata la location, senza dimenticare che ci troviamo nella città europea con il più alto numero di ristoranti stellati per tutti i palati e i portafogli.

Pintxos

Pintxos

In sintesi un bel contesto architettonico con un’ imponente cattedrale, bel mare per belle nuotate, tanta gente che fa sport, mai visti tanti runners su un lungomare, ciclisti e campi da tennis dove siamo anche riusciti a mantenere in allenamento la Teresa ! Anche qui assenza di connazionali, dominano americani, inglesi, francesi e naturalmente spagnoli.

Victoria Gasteiz

Victoria Gasteiz

E proprio la costa atlantica francese, che dista una manciata di chilometri, ha rappresentato una delle tappe del viaggio. Ci siamo spinti fino a Biarritz, passando per quella che viene definita la nuova Saint Tropez, ovvero Saint Jean de Luz. Anche queste zone ci stupiscono non poco, per la bellezza dei paesaggi, in particolare nel breve tratto di strada costiera che da sola merita il viaggio.

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Ben presto l’astinenza da arrampicata si fa sentire e come sempre in Spagna c’è solo l’ imbarazzo della scelta. Decidiamo per Araotz Onati, la “escuela reina” della zona e sito storico dell’ arrampicata basca. Dopo la solita oretta di viaggio, sempre molto piacevole per il contesto ambientale, arriviamo in questo paradiso composto da 12 settori facilmente accessibili con vie per tutti i gusti e difficoltà. Spicca l’ incredibile muro di Kurea, regno dell’ alta difficoltà e custode di uno dei più bei 7c di Spagna, almeno cosi ci ha detto un locale, che chiaramente ho tenuto da parte per l’ on sight dei cinquantanni.

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Unici nei : la vecchia guida è introvabile e quella nuova deve uscire, ma anche qui come a Valdegovìa, i locals si sono dimostrati estremamente disponibili a suggerire le vie più belle (soprattutto senza barare per mettere in difficoltà il foresto….) purtroppo in una giornata con clima decisamente umido ma comunque scalabile.

Nota caratteristica: gradi carnici ! Ci prendiamo la solita serie di bastoni che ci consentono di tornare a casa belli sfatti non prima di aver bevuto due birrozze di paese e aver cenato mangiando un piatto di polpo arrosto e patate da urlo.

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Passiamo le due giornate successive facendo vita da veri turisti e cercando di risolvere il “torcicollo” di Matteo impegnato ad inseguire, almeno con lo sguardo, la quantità, come ha detto lui, “impressionante” di belle ragazze ! Lo consoliamo portandolo a vedere la stadio e il museo del Real Sociedad, storico club della Liga spagnola. Anche a lui il suo “trip”.

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La fine della vacanza si avvicina ma siamo anche nel periodo di San Firmino: sì ! proprio la festa dove i tori alle 8 del mattino per una settimana asfaltano un pò di persone, e Pamplona dista la solita ora di coche. Sempre casualmente, sfogliando il bignami delle zone di scalata di tutta la penisola iberica, mi ricordo che a 20 minuti da Pamplona c’è una falesia enorme descritta con termini mirabolanti dal nome di Etxauri.

Extauri

Extauri

Il problema è l’orientamento a sud,  salvo un paio di settori e considerato che siamo in luglio… La mattina prevista per la visita a Pamplona ci svegliamo con l’ unica giornata di pioggia della vacanza, senza troppa convinzione decidiamo comunque di mettere il materiale di arrampicata in macchina per fare, complice il tempo, un tentativo di scalata. Sarà una giornata dal vento fresco, e nuvole in costante movimento che ci permetteranno di scalare a sud, con un ottimo clima, nella falesia che assieme a Ceuse e Siurana mi ha più impressionato nella mia carriera di scalatore.

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Una barra rocciosa dai colori bellissimi con delle vie a dir poco entusiasmanti che ci consentono di passare quattro ore su splendidi tiri (controllati dalle aquile!) prima di tuffarci nella bolgia di Pamplona. Ci arriviamo verso le quattro del pomeriggio e passeggiamo per più di un’ ora in un centro storico gremito di persone vestite di bianco con fazzoletto rosso che, supportate da un generalizzato e significativo livello alcolico, cantano o sfilano assieme alla bande locali dandoci la sensazione di una festa senza pause !

Pamplona

Pamplona

Inesorabilmente arriva anche per noi l’ ultimo giorno di vacanza. Lo passiamo in spiaggia dove capiamo da una bella spagnola ( non si finisce mai di imparare)  cosa significa essere disinibiti e finiamo la giornata cenando “in collina” con vista mozzafiato.
La mattina le due ore di panoramica autostrada che da San Sebastiàn ci portano all’aeroporto passano con un velo di tristezza, ma proprio sottile perché prevale l’ entusiasmo per aver scoperto una zona inaspettatamente bella e aver passato dieci splendidi giorni.

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L’ unico vero rammarico è non averli potuti condividere con il cugne e con i Busu,con gli amici insomma, ma nel Pais Vasco sarebbe bello tornare e l’ intento di questo racconto era proprio di stimolare la curiosità: speriamo di esserci riusciti e quindi…mai dire mai !!!!!

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Anello del Col di Caneva

•luglio 23, 2015 • Lascia un commento

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Viste le temperature nelle prealpi ho scelto un giretto in quota, facendomi guidare dalla cartoguida pubblicata da Tabacco e realizzata dai bikers del Comelico. Aprofittando così per tornare all’incantevole cospetto del Monte Peralba, che ho a lungo corteggiato nella mia vita precedente di alpinista.

Il giro che ho scelto non è granchè dal punto di vista ciclistico, e la parte più interessante me la sono probabilmente persa per superficialità. Ma il paesaggio e il fresco mi hanno comunque ricompensato ampiamente della fatica e del trasferimento in auto. Per semplificarmi la vita, ho accorciato sviluppo e dislivello partendo già dal Rifugio Sorgenti del Piave e non, come consigliato sulla guida, da Cima Sappada (!!!).

Alla fine, pur senza asfalto, la gita si svolge quasi sempre su piste e delle due sezioni su sentiero una è in salita, ma quasi tutta pedalabile, e l’altra non so dirvi come sia, avendo sbagliato traccia. Visto che nell’itinerario di Passo Silvella la cartina mi era sembrata più che sufficiente per non perdermi, non ho pensato di approfondire in altro modo e ho mancato un bivio che solo leggendo la descrizione particolareggiata, sul sito web degli autori, avrei azzeccato.

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Al primo bivio importante si prosegue diritti, mentre al secondo si svolta  destra per  imboccare la pista che con una lunga serie di tornanti e pendenza confortevole ci porterà fino a Malga Chivion (segnavia CAI 170). Qui si gira a destra per imboccare il sentiero CAI 134 (della Traversata Carnica). Sulla cartoguida per bikers, a questo punto, è indicata una “scorciatoia” che raggiungerebbe il sentiero 137 sul letto del torrente Oregone (tenete a mente tutti i numeri dei sentieri CAI di questo giro e siete dei veri ganzi!).  Confidando in una qualche segnalazione, ho continuato a guardarmi in giro e a spingere finche ho raggiunto il bivio dei sentieri segnalati, intuendo di aver mancato la variante.

Leggendo poi la descrizione sul sito web, ho capito che la scorciatoia partiva proprio dallo slargo erboso dove ho riposato, e mi sarei anche risparmiato il tratto a spinta!

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La discesa del sentiero 137 ti dà l’illusione di essere ciclabile per pochi metri, poi più miti riflessioni ti consigliano di accompagnare la bici a mano, e senza fare troppo il mona…probabilmente ci sarà qualche fenomeno che riesce a farla in sella, ma la pendenza e l’esposizione non mi hanno consentito di rischiare neppure un breve ” o la va o la spacca “. Son risalito giusto in tempo per arrivare sul sentiero che costeggia il rio e lo attraversa con due ponticcioli ( verso sinistra) ai piedi dell’imponente e inquietante parete nord del Peralba con i suoi famosi diedri.  Ben presto la traccia diventa pedalabile e chi ha gamba ed equilibrio può fare quasi tutta la risalita del Col di Caneva in sella, fino a sbucare al Rifugio (?) Sorgenti del Piave.

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Dettagli: il giro sulla cartoguida è contrassegnato dal numero 34, con partenza da Cima Sappada (complimernti a chi lo fa nei tempi indicati, 3 ore!!!). Lo sviluppo della versione più corta, che ho descritto, è di 18 km per 830 metri di dislivello. La ciclabilità è subordinata alle difficoltà della variante che non ho trovato. La cartoguida è assolutamente un acquisto da fare, ma è meglio leggersi anche la descrizione o scaricare la traccia gps dal sito degli autori. Tra l’altro è stampata su carta speciale più resistente allo strappo o all’usura (speriamo sia la carta del futuro per tutte le cartine Tabacco!)

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Falesia del Monte Plèros

•luglio 18, 2015 • 2 commenti

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Ieri siamo tornati in Pleros. Chi ce lo fa fare? Non potendo appellarmi ai posteri per l’ardua sentenza, cercherò di darmi e darvi almeno una risposta partigiana .
I posteri, sembra chiaro, non ci saranno: non riesco ad immaginarmi una processione di climbers disposti a camminare più di mezz’ora, rischiando un probabile temporale pomeridiano, per scalare in un posto che ha di sicuramente bello solo la roccia e il paesaggio. Serve a poco ricordare che molte altre falesie hanno dormito il sonno dei giusti e patìto l’oblio degli scalatori, per poi diventare di moda (Madrabau, Villanuova, Parete Rossa, Avostanis…)

Ma il Pleros non sembra avere molte chances.

Non ci sono nè vie facili né 8, il grip è un terno al lotto e il sole un miraggio. Calcare  estetico, di color grigio chiaro a marezzature pastello, caratterizzato da svasi, buchi molto regolari e qualche lista, pur non obbligando a una scalata di piedi particolarmente tecnica, richiede a volte fiducia nello spingere appoggi lisci dove la rugosità è un miraggio.

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Che problema c’è, vi chiederete? Buchi netti e inclinazione quasi sempre da verticale a strapiombante, ombra e fresco da giugno a settembre? Ma allora ci sarà un pellegrinaggio di tutti i climbers che affollano i vari settori di Somplago, Verzegnis, il Nut, Cavazzo e Braulins, i patiti del bicipite e della seconda falange, in cerca di fresco!

Eppure in Pleros, vi assicuro, finora han bazzicato non più degli scalatori delle dita di un boscaiolo distratto: meno di dieci!  Nel 2003 Gildo Zanderigo iniziò a piantare i primi spit dal basso, con l’idea di proseguire per più tiri lungo l’imponente parete nord. Ha lasciato “ai posteri”, oltre a “Lasciami come sono” altri due magnifici tiri. Sfruttando le sue soste e una corda fissa ancora presente e funzionante (?!), con Attilio e Mattia abbiamo aggiunto poco alla volta altre vie, chiodando qualcosa anche dal basso,  mentre Alex Corrò tentava una sua via alpinistica salendo l’evidente diedro che marca la parete.

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Due anni fa con Giulio abbiamo fatto solo  una capatina, in tempo perchè anche lui venisse attaccato dal morbo del Pleros e, posteriormente, da quello del trapano. Così quest’estate, con le ondate di caldo che stanno consacrando il 2015 ad “anno del Pleros” (oltre che del dirimpettaio Cogliàns) siamo tornati su ed ha potuto godere dell’enorme privilegio di chiodaci una via, sfruttando  una sosta regalata e posizionata da Filippo (grazie!).

Domenica  la Grande Guida ha chiodato un’altra via, io ne ho iniziata un’altra. I tiri aumentano, quasi tutti bellissimi e lunghi. La frequentazione, no. Ma chi se ne frega? Non avete idea di che piacere sia passare una mezza giornata a immaginare, provare, segnare, spittare e poi scalare questa roccia. Tra amenità, battute più o meno velenose e le più svariate divagazioni su quel che ci gira intorno, dalla politica ai libri o ai film, dalla gnocca a Johnny Dawes. Al rientro ci siamo fermati in Vas nel baretto al “Forcello”, dove un cordialissimo local ci ha offerto la birra, mentre all’esterno un gruppo di ragazzi si avvicendava su una piccola struttura di arrampicata “sintetica”. Chissà che non diventino loro gli scalatori del futuro del Pleros!

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Accesso: da Rigolato su strada asfaltata fino ai Piani di Vas. Si parcheggia poco prima del “Forcello” (ristoro). Superato il rettilineo asfaltato, si gira a destra al bivio per Casera Chiampiut, oltre la quale il sentiero sale fino a sbucare nell’incantevole radura di Tuglia ai piedi delle vette di Cimon e Pleros. Al bivio prendere a sinistra in direzione del Rif. Chiampizullon (ristoro). Poco oltre la prima decisa curva a sinistra, si obliqua nel bosco sempre più rado in direzione della parete  ben evidente. Tempistica: sono 350 metri di dislivello, calcolare minimo 30 minuti.  Da sottolineare il panorama incantevole dal Monte Cavallino al Pizzo Collina.

Le vie da sinistra a destra:

1) Paracelso, 20 mt. (De Rovere e Cattaino dal basso, 2010-11) 7a Prima braccini, poi un passo strambo quasi in catena, bella!  In corso di chiodatura una via a sinistra, che partirà con il primo spit in comune. (P.S.: chiodata e liberata: “Paragnosta”, 6c+, più omogenea e meno tecnica delle due vicine, ma bellissima!)

2) Cagliostro, 20 mt (De Rovere 2015)  6c  Bel tiro vario, difficoltà nei primi spit.

3) Facile se indovini  30 mt (Zanderigo 2003?) 6b (6c?) Tiro maggiorissimo, il nome dice quasi tutto.

4) Nobiltà, 30 mt (Casanova e Cattaino  2011) 7a+ Dedicata a Guido Nobile, che su questa parete ha aperto una via alpinistica. Una delle più consigliabili.

5) SN (senza nome) , 30 mt (Cattaino 2010) Allungata di 3 spit quest’anno, fino alla vecchia sosta era 6c, ora da liberare (7b?)

6) SN, 20 mt (Moscatelli 2015) 7b+  Prima libera on sight Alex.  Due sezioni fisiche, ma piedi sempre connessi!

7) Diedro  (Corrò, via alpinistica) Tentativo in corso?

8) SN, 30 mt (Casanova 2011) 7c+? Da liberare.

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9) SN, 30 mt (Cattaino 2011) 6c+ Ultimo tratto e passo chiave in comune con la successiva. Partenza più facile.

10) De Rovere e Basta, 30 mt. (De Rovere dal basso, 2011) 7a. Partenza di piedi e finale di braccia.

11) Lasciami come sono, 30 mt (Zanderigo dal basso, 2003) 6c+ Movimento e sangue freddo, grande tiro.

12) SN via in corso di chiodatura

13) SN (Zanderigo 2003) Poche notizie su questa via. Andrea e Alex che ci hanno fatto un giro riferiscono di una bella via, attorno al 7a come difficoltà. Catena di sosta in comune con “Lasciami…”

14) Mi faccio un regalo, 30 mt (Zanderigo 2003) 7b Tiro strepitoso! Due uscite possibili: più facile la variante con placchette Raumer inox.

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La discesa più bella da Tragonia a Forni di Sopra

•luglio 14, 2015 • Lascia un commento

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Appena letto della discesa di Luciano lungo il sentiero 223 non ho visto l’ora di andarci. Qualche anno fa mi ero avventurato lungo la diramazione destra di questo sentiero, che percorre solo metà dislivello sbucando negli stavoli di Pounsas, non conservandone un bel ricordo. Questa invece è una discesa veramente magnifica, lunga, varia e non particolarmente difficile. In una parola: la più bella possibilità di scendere su sentiero a Forni, anche rispetto al conosciutissimo sentiero CAI 209, poco distante.

Salita impegnativa e abbastanza antipatica, specie se ci si vuol fare del male comprando quasi a fine carriera una bici da enduro con monocorona. Giunto in Tragonia non ho pensato neppure per un attimo di spingere il mostro fino al colle di San Giacomo, come consigliato da Luciano. Voglio dire che avevo già spinto la mia parte…

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Dopo un’interessante chiacchierata col gestore della Malga-Rifugio, Daniele Cedolin, che mi ha consigliato di tentare il prossimo giro con l’aggiramento delle feroci rampe iniziali tramite la nuova pista verso Casera Varmost, scendendo poi addirittura da Tartoi (!), mi sono lanciato lungo la discesa, che per fortuna ha ripagato gli sforzi della salita.

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Il sentiero si stacca dalla pista cento metri dopo la Casera (tabella) e ha dopo una manciata di minuti un bivio, dove si tiene la sinistra (a destra si seguirebbe il 223a  fino in Puonsas, sconsigliabile). Il resto della discesa non pone dubbi di sorta ed è divertimento assicurato. Occhio solo a qualche tratto della parte bassa, dove si viaggia spediti ma la foglia nasconde le solite insidie di pietre mobili. Meglio tenere ben stretto il manubrio e non allentare la concentrazione.

Si sbuca sopra Forni  incrociando un sentiero orizzontale, che si segue verso sinistra fino a incrociare il CAI 209 e con pochi ripidi tornanti atterrare tra le case.

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“Via dello spigolo Sha” in Creta Grauzaria, di A. e M. Di Gallo

•luglio 9, 2015 • Lascia un commento

Andrea sullo spigolo Sha

Riceviamo con piacere dagli autori la relazione di questa nuovissima via sulla Creta Grauzaria, vicina alla bella e ripetutissima “Flopland”. Via “per famiglie”, a giudicare dalle difficoltà proposte e vista la composizione della cordata. Per la fortuna e il piacere di tutti noi appassionati di montagna e arrampicata, ci sono ancora molti apritori che oltre alla propria soddisfazione, dimostrano di aver voglia di condividere e di faticare per tutti gli altri. Un enorme grazie alla cordata Di Gallo!

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Gruppo Sernio-Grauzaria.
Cima Nord-Est 1820 m, basamento della parete nord. Via dello spigolo Sha.
Andrea e Mario Di Gallo, 4 luglio 2015.
La parete di roccia solida e compatta si trova tra il camino e la rampa della via De Lorenzi-Soravito-Stabile (n. 173d della Guida dei Monti d’Italia, Alpi Carniche, Vol. I) e il diedro Bulfoni, di fianco ai tornanti del sentiero che conduce al Biv. Feruglio.
L’attacco si raggiunge seguendo il sentiero per il Rifugio Grauzaria che si abbandona dopo il bosco di faggi per salire verso le pareti nord della Creta Grauzaria; salire qualche tornante del sentiero verso sinista fino a poter traversare in un canale detritico sotto la parete e l’evidente spigolo, 40 m a valle della via Flopland (1 ora dal parcheggio).
Salire per placche a buchi e fessure superficiali tenendosi un paio di metri a sinistra dello spigolo con tre lunghezze di corda: 30 m, 4b, 5a, 7 spit; 35 m, 5a, 5b, 7 spit e un cordino; 30 m, 5b, 5c, 7 spit.

Piacevole salita su roccia solida con caratteristiche analoghe alla vicina Flopland; dislivello 90 m; difficoltà da 4b a 5b, un pass. 5c; salita interamente attrezzata a spit-fix, compresi i punti di sosta.

Discesa: in corda doppia lungo la via di salita.

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Rio Gere

•luglio 6, 2015 • Lascia un commento

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Erano un sacco di anni che non si andava in cerca di nuove falesie e di refrigerio dalle parti di Cortina. Oggi, vista la chiusura di molti passi impegnati dalla maratona ciclistica delle Dolomiti, avventurarsi dalle parti di Laste, Beco d’Aial o Andraz sarebbe stato puro suicidio. Avevamo letto e sentito parlare della falesia di Rio Gere, appena dopo Passo Tre Croci e quindi ancor più vicina alla Carnia, e allora ci abbiamo provato.

Quasi tutti le aspettative sono state rispettate. Ovvero: il posto è effettivamente abbastanza vicino, ma le domeniche d’estate obbligano a una diversa programmazione sia dei tempi di trasferimento che dell’affollamento delle falesie. Vista la calura, molti climbers anche locali hanno scelto questa bella prua rocciosa quasi sempre strapiombante, dove la temperatura si è mantenuta a livelli accettabili, anche se il “fresco” credo sia un’altra cosa.

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Roccia bella su quasi tutti i tiri che abbiamo provato, con caratteristiche tipiche della zona e della dolomia in generale. In questo caso molto solida, con bei tratti a buchi, banchetti e liste. Attrezzatura delle vie discreta, a spit zincati non ravvicinati ma non pericolosi, salvo i due bellissimi  6c all’estrema destra, che meriterebbero un restyling. D’altra parte se uno si avventura  su una via che si chiama “Ritorno alle origini” può immaginare cosa si va a cercare!

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Tutte gli itinerari che abbiamo provato sono belli, a parte “Scherzi a parte”, che stando allo schizzo appeso alla base dovrebbe avere un primo tiro di 6b, che però non ha una catena di calata. Chi si avventurasse deve quindi calarsi da un rinvio fisso dopo un passo terribile. Da evitare quindi, almeno che non si voglia affrontare la lunghezza intera, gradata 7c+. Una menzione particolare invece per il fantastico 7a di 39 metri giustamente chiamato “Che meraviglia”. La falesia sembra comunque dare il meglio di sé con le vie lunghe, di continuità o resistenza, scegliete voi la definizione più moderna, dal 7a in su. Sono molto belle anche quelle fino al 6c, pur se in numero limitato e con le avvertenze ortopediche già dette.

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Accesso facile e breve poco oltre i parcheggi dell’ovovia del Cristallo, scendendo da Passo Tre Croci (parcheggio e sentierino sulla sinistra, nel magnifico prato con larici, fino a guadare il rio). Ombra dalle 10 nel settore destro, dalle 12.30 nel sinistro. Acqua e refrigerio nel torrentello a 15 metri dalla parete. Relazione alla base della parete, oppure sulle guide cartacee (Sportler, ecc) o su internet. NB: la via 21-22 nella relazione qui sotto ha un primo tiro di 6a+ e un secondo di 7a+.

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Dorsale del Monte Dimòn (dal Monte Paularo)

•luglio 3, 2015 • Lascia un commento

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Pubblico molto volentieri questo itinerario, che è già molto conosciuto, perché merita di essere incluso in ogni spazio che faccia informazione e, soprattutto, per il gran piacere che ho provato nel condividerlo con un grande compagno di bici, che solo eccezionalmente si concede alle lusinghe della mtb! Nonostante la scarsa esperienza Gjate se l’è cavata anche stavolta  egregiamente.

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La salita da Castel Valdaier al laghetto di Dimon, è abbastanza scorrevole nonostante il fondo non sempre impeccabile. Dal laghetto abbiamo spinto fino alla cima del Monte Pularo, come consigliatomi da Luciano mtb. Poi lunga e bellissima discesa con deviazione a sinistra, poco dopo casera Montelago, sul sentiero CAI 404 che con agevole risalita ci ha portato sulla dorsale del Monte Dimon e poi del Neddis, ricalcando l’ itinerario super classico di scialpinismo che non avevamo mai sperimentato su due ruote.

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La discesa è abbastanza agevole e veloce, salvo un tratto sconnesso e ripido sotto i ripetitori del Neddis. L’ultimo tratto si svolge lungo una trattorabile che costeggia e attraversa le vecchie piste da sci dismesse. Da Valdaier al parcheggio della trattoria al Forcello, volendo, si può scendere in parte sul sedime della vecchia strada e mulattiera.

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Dettagli: dislivello attorno ai 1000 metri, sviluppo attorno ai 14 km. Ciclabilità totale in discesa, pochi minuti complessivi a spinta in salita. Panorama eccezionale a 360°, salita quasi tutta ombreggiata al mattino (sud-ovest). Da non perdere!

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