Rio Gere

•luglio 6, 2015 • Lascia un commento

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Erano un sacco di anni che non si andava in cerca di nuove falesie e di refrigerio dalle parti di Cortina. Oggi, vista la chiusura di molti passi impegnati dalla maratona ciclistica delle Dolomiti, avventurarsi dalle parti di Laste, Beco d’Aial o Andraz sarebbe stato puro suicidio. Avevamo letto e sentito parlare della falesia di Rio Gere, appena dopo Passo Tre Croci e quindi ancor più vicina alla Carnia, e allora ci abbiamo provato.

Quasi tutti le aspettative sono state rispettate. Ovvero: il posto è effettivamente abbastanza vicino, ma le domeniche d’estate obbligano a una diversa programmazione sia dei tempi di trasferimento che dell’affollamento delle falesie. Vista la calura, molti climbers anche locali hanno scelto questa bella prua rocciosa quasi sempre strapiombante, dove la temperatura si è mantenuta a livelli accettabili, anche se il “fresco” credo sia un’altra cosa.

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Roccia bella su quasi tutti i tiri che abbiamo provato, con caratteristiche tipiche della zona e della dolomia in generale. In questo caso molto solida, con bei tratti a buchi, banchetti e liste. Attrezzatura delle vie discreta, a spit zincati non ravvicinati ma non pericolosi, salvo i due bellissimi  6c all’estrema destra, che meriterebbero un restyling. D’altra parte se uno si avventura  su una via che si chiama “Ritorno alle origini” può immaginare cosa si va a cercare!

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Tutte gli itinerari che abbiamo provato sono belli, a parte “Scherzi a parte”, che stando allo schizzo appeso alla base dovrebbe avere un primo tiro di 6b, che però non ha una catena di calata. Chi si avventurasse deve quindi calarsi da un rinvio fisso dopo un passo terribile. Da evitare quindi, almeno che non si voglia affrontare la lunghezza intera, gradata 7c+. Una menzione particolare invece per il fantastico 7a di 39 metri giustamente chiamato “Che meraviglia”. La falesia sembra comunque dare il meglio di sé con le vie lunghe, di continuità o resistenza, scegliete voi la definizione più moderna, dal 7a in su. Sono molto belle anche quelle fino al 6c, pur se in numero limitato e con le avvertenze ortopediche già dette.

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Accesso facile e breve poco oltre i parcheggi dell’ovovia del Cristallo, scendendo da Passo Tre Croci (parcheggio e sentierino sulla sinistra, nel magnifico prato con larici, fino a guadare il rio). Ombra dalle 10 nel settore destro, dalle 12.30 nel sinistro. Acqua e refrigerio nel torrentello a 15 metri dalla parete. Relazione alla base della parete, oppure sulle guide cartacee (Sportler, ecc) o su internet. NB: la via 21-22 nella relazione qui sotto ha un primo tiro di 6a+ e un secondo di 7a+.

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Dorsale del Monte Dimòn (dal Monte Paularo)

•luglio 3, 2015 • Lascia un commento

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Pubblico molto volentieri questo itinerario, che è già molto conosciuto, perché merita di essere incluso in ogni spazio che faccia informazione e, soprattutto, per il gran piacere che ho provato nel condividerlo con un grande compagno di bici, che solo eccezionalmente si concede alle lusinghe della mtb! Nonostante la scarsa esperienza Gjate se l’è cavata anche stavolta  egregiamente.

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La salita da Castel Valdaier al laghetto di Dimon, è abbastanza scorrevole nonostante il fondo non sempre impeccabile. Dal laghetto abbiamo spinto fino alla cima del Monte Pularo, come consigliatomi da Luciano mtb. Poi lunga e bellissima discesa con deviazione a sinistra, poco dopo casera Montelago, sul sentiero CAI 404 che con agevole risalita ci ha portato sulla dorsale del Monte Dimon e poi del Neddis, ricalcando l’ itinerario super classico di scialpinismo che non avevamo mai sperimentato su due ruote.

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La discesa è abbastanza agevole e veloce, salvo un tratto sconnesso e ripido sotto i ripetitori del Neddis. L’ultimo tratto si svolge lungo una trattorabile che costeggia e attraversa le vecchie piste da sci dismesse. Da Valdaier al parcheggio della trattoria al Forcello, volendo, si può scendere in parte sul sedime della vecchia strada e mulattiera.

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Dettagli: dislivello attorno ai 1000 metri, sviluppo attorno ai 14 km. Ciclabilità totale in discesa, pochi minuti complessivi a spinta in salita. Panorama eccezionale a 360°, salita quasi tutta ombreggiata al mattino (sud-ovest). Da non perdere!

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Val di Collina

•luglio 1, 2015 • 3 commenti
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Mal di Collina

La radura erbosa dove spiccano quelli che fra qualche anno saranno purtroppo i ruderi della casera di Val di Collina è una delle più piacevoli, affascinanti e complete aree di arrampicata della Carnia, giustamente famosa più per le rilassanti e soleggiate vie “lunghe” che per il mostro di 8c che sonnecchia, in attesa di un sempre più improbabile risveglio, tra i muri diroccati delle Casermette della Prima Guerra Mondiale.

Non fatevi ingannare dal fatto che non compaia più sulle guide cartacee e su internet; qui ci sono roccia buonissima, difficoltà abbordabili ed ottima esposizione al sole o all’ombra (fifty fifty) come in pochi altri posti, accesso quantificabile in pochi minuti se non addirittura in secondi, panorama gratificante. Eppure chi ci passa sotto d’inverno diretto al trafficatissimo Vallone della Cjanevate, o d’estate con mèta  Rifugio Marinelli ,  Pizzo Collina e Cjanevate, percepisce appena queste opportunità.

Piuttosto che continuare con la sviolinata,  eccovi un po’ di cronologia. Le prime vie sulle placche sono già presenti sulla guida De Rovere Mazzilis degli anni ’80, quelle spittate spuntano poco dopo più a destra, sia come monotiri che come “multipitch”. Si distinguono per la qualità della roccia, calcare grigio a lame e buchi di ottima rugosità, ma anche per le dediche illustri e/o ironiche a Gustavo di Prun e Titta Tot. Artefici sono Sergio De Infanti e i soliti udinesi. Giorgio “Bunny” Bianchi, in particolare, si dedica alla attrezzatura millimetrica di alcune bellissime vie per quasi tutti, nel settore destro o dei “monotiri”.

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Una decina di anni fa vive una breve fiammata di notorietà il bellissimo masso nascosto tra i ruderi delle Casermette, dove molti allievi alpinisti di tutte le età hanno provato l’ebbrezza della prima calata in corda doppia nel vuoto. Vengono spittate una manciata di vie difficili, tra le quali una possibile 8c (“Mal di Collina”) che aspetta ancora non proprio un pellegrinaggio, ma almeno la prima salita rotpunkt.

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Settore Vedrans

Due anni fa di nuovo il  duo Calcarea attrezza in una travagliata estate un altro settore temporaneamente autobiografico, proprio di fronte alle placche: i “Vedrans”, riconoscibile per il lungo diedro visibile dalla strada. L’ossessione trapanatoria non risparmia neppure la vecchia cava di marmo all’ingresso del Vallone della Cjanevate, dove sono in corso i lavori e sono già percorribili una manciata di vie di difficoltà media e bassa.

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In complesso, quindi, ben 5 settori in brevissimo spazio, al punto che in meno di 5 minuti si può passare da uno all’altro. Sottolineo  che la strada di accesso che si stacca dal terzo tornante in direzione del Passo di Monte Croce Carnico,  sterrata e cementata, è transitabile anche con vetture normalissime e non ha divieti.

Questo breve articolo non avrebbe molto senso se non si concludesse con un vero e proprio scoop, lo sdoganamento del leggendario schizzo delle vie realizzato più di 10 anni fa da Bunny e finora inibito alla pubblicazione. Ve lo proponiamo con le aggiunte apocrife di qualche via nuova comparsa nel frattempo. Il settore dei monotiri va in ombra, d’estate, dalle ore 13. Accesso: un minuto dallo spiazzo erboso prima della Casera (riconoscibile anche per le arnie).

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Per gli altri settori eccovi qualche ulteriore informazione: nelle “Placche” tutte le vie sono spittate e fa fede ancora lo schizzo presente sull’antica mini-guida del Pal Piccolo, con la sola integrazione della via “Di.Ro.De.Ro.”, la cui relazione è presente su questo blog (usate la finestra di ricerca sulla home page). Anche per il settore “Vedrans” le informazioni sono reperibili su Calcarea.

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Per quanto riguarda la falesia “Dironcave” della vecchia cava di marmo , le vie finora scalabili sono, da sinistra, “Alvise simpri tart” 5b, “Johnny goes” 6b+, “Soul Monkey” 6c, “Senza mani” 7a+. Nei prossimi giorni ci saranno altre chiodature, scriveremo nomi e difficoltà alla base dei tiri. Accesso: poco prima della Casera, prendere a destra l’ampia traccia erbosa che porta verso il Vallone della Cjanevate (segnavia CAI). Dall’auto 5 minuti.

Il masso delle Casermette ha vie su tre lati. Da sinistra, parete nord: 6a+, 7a. Parete sud: Amò Leopardi (di sei) 7b+, Cervello bollinato 7b+, Fessura 6b+, Matteo e Claudia N.L., Uniti nella lotta, 7c/+. Parete est: Maldicollina N.L., Spigolo 6b+. Accesso: si parcheggia all’inizio del lungo rettilineo cementato e si cerca il masso sulla destra, nei pressi dei ruderi delle caserme. (2 minuti)

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Buon divertimento!

Anello di Costa Batòn (Monte Rancolin)

•giugno 26, 2015 • 7 commenti

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Questa esplorazione, che avevo più volte programmato senza farne poi niente, è una di quelle gite che raccomando solo ai più volenterosi e curiosi bikers della zona, perchè ha una magnifica discesa che va però davvero conquistata, col rischio comunque che nel bilancio finale prevalgano gli improperi rispetto alla soddisfazione.

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Parcheggiata l’auto in località San Antonio, poco oltre Forni di Sotto, ho imboccato la stradina asfaltata e poi sterrata che si dirige con pendenze sostenute verso  Passo del Zauf . Dopo aver superato una zona prativa con bellissimo stavolo e vista sulle pendici rocciose del Monte Rancolin, si giunge a un bivio con tabelle CAI 212a, dove lasciata la strada ci si inerpica sulla sinistra, bici in mano e per qualche breve tratto in sella, in direzione della conca dove si trova il punto di massima ascensione, la casera ristrutturata di Costa Batòn. Il sentiero è ben sfalciato, ha delle interessanti tabelle naturalistiche e un andamento a saliscendi dove si fa un bell’allenamento di gamba.

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Raggiunto non senza faticare l’obiettivo, ho creduto che il più fosse fatto e mi attendesse una bella discesa, che qualcuno mi aveva descritto in termini quanto meno possibilisti. Prima sorpresa: la traccia finora perfettamente decespugliata si interrompe e si procede con più circospezione in falsopiano intuendo comunque abbastanza bene la direzione (segnavia CAI evidenti).

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Dopo una discesa si entra però in una zona ghiaiosa dove è quasi impossibile rimanere in sella. Per fortuna gli schianti sono stati rimossi e si passa agevolmente con bici a fianco, ma lo scoramento e la delusione crescono: in che cazzo di avventura mi sono cacciato? Però in lontananza si vede distintamente l’inizio del bosco e una tenue speranza rimane in piedi, forse più salda dei piedi di chi la sta coltivando…

In effetti le cose cambiano radicalmente e la discesa da qui in poi è veramente entusiasmante, anche se abbastanza difficile. Si alternano picchiate a stretti tornanti in serie, dove però si riesce quasi sempre almeno a  tagliare diritti. La vegetazione disturba un poco ma in complesso, viste le premesse, mi diverto un sacco. In complesso il tratto ciclabile è lungo e interessante. Giunto alla fine del sentiero, dove inizia una stretta e ripida cementata, incontro un gentilissimo signore che mi dà qualche informazione utile. Per esempio: è possibile tagliare la parte alta del giro traversando dalla pista forestale poco prima di un gabbiotto di legno (teleferica?). Inoltre, la pista che sulla nuovissima cartina Tabacco 02 sembra finire a quota 1500 circa, porterebbe addirittura fino al Passo del Zauf, rendendo accessibili le discese verso Sauris.

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Comunque: chi ha voglia di farsi questa bella discesa deve sudarsela per bene. Fatemi sapere…. Dislivello 860 mt, sviluppo 10 km, difficoltà S2? Si porta la bici in salita per 300 metri di dislivello, 45 minuti buoni. Poi in discesa altri 10 minuti di ravano.  E’ possibile allungare la percorrenza spingendo fino in Forcella Rancolìn, per ancora 150 mt di dislivello da Costa Baton. Nel tratto di discesa non ciclabile ci si consola con la gran varietà di fiori, tra i quali prevalgono ovviamente i rauncoli, in friulano batòns…

Si fa presto a dire Las Vegas

•giugno 16, 2015 • Lascia un commento

Abbiamo chiesto a un amico di  scrivere un breve resoconto sulla sua  avventura di scalata nel deserto del Nevada.

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La mia destinazione è Las Vegas; con un volo da Venezia raggiungo Philadelphia e quindi la “Sin City”; è solamente il lavoro che mi porta qui, non essendo un appassionato di gioco d’azzardo o roba del genere.
Vegas, questa metropoli in mezzo al deserto del Nevada, non è esattamente come te la aspetteresti, ma “di più”. La “strip”, così si chiama la strada principale che attraversa la città, è un susseguirsi di alberghi di lusso, centri commerciali, casinò, loschi figuri più spesso ispanici che ti offrono donne. Tutto questo in mezzo ad americani ciccioni con bevande gassate alla mano sotto un sole da 103° Fahrenheit (40° centigradi).

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Sapevo dell’esistenza di Red Rocks, quest’area di scalata a mezz’ora di distanza da Vegas, rifugio invernale di molti climber americani. Ho allora ben pensato di mettere in valigia scarpette, imbragatura, un po’ di ferro e ho deciso di andare a vedere.
Sapevo anche che dal 1945 e fino al termine della guerra fredda gli americani testavano a poca distanza le bombe atomiche: la dolcezza e la bellezza del deserto di fronte all’imbecillità umana.
Finisco le mie incombenze lavorative e parto. La mattina alle 6.00 ho appuntamento con Doug; mentre mi bevo il solito mezzo litro di caffè con muffin al mirtillo da Starbucks, attraverso il casinò del Bally’s dove ho dormito: alle slot machine gente disfatta che fuma beve e si gioca i guadagni. Non si accorgono nemmeno di un tipo che passa con uno zaino sulla schiena; diciamo che sono in una sorta di torpore fisico ed intellettuale da sembrare in trance (completamente rimbambiti).

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Doug è un ragazzone americano di 45 anni che passa a recuperarmi con il suo pick up di indefinibile cilindrata. Arriva in ritardo di 15 minuti perché si è fermato a comprare del nastro per le dita (alle 6 di mattina ha trovato un negozio aperto!!).
Usciamo dalla metropoli e raggiungiamo finalmente Red Rocks: la roccia è un arenaria rosso fuoco (sandstone) sovrastata alle quote più alte da fasce di calcare scuro (limestone): scaliamo in un’area detta “the corridor”; è importante cercare zone all’ombra per evitare di finire arrosto. Il corridor è un canyon non numerosi monotiri. Niente fessure, solo muri. Tacche, scaglie, strapiombi.

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Non avevo mai scalato su un arenaria così e devo dire che è fantastico; ottima l’ aderenza delle scarpette. Ogni volta che non scalo su calcare è un esperienza nuova; ricordo le prime volte che ho scalato su granito e quanto mi ci è voluto per prendere sicurezza su quelle pareti; la val di Mello, il Ticino…
Doug mi propone dei monotiri e insomma con mio stupore mi accorgo che riesco a chiudere “Foe”, un 5.11a (6c+) di strapiombo. Per me scalatore della domenica pomeriggio che a Lumignano, la mia palestra,  è festa se chiudo un 6b+,  parte la riflessione: o qualcuno qui tira giù o a Nordest qualcuno tira sù i gradi. Boh. Poco mi importa; basta divertirsi.

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Ci spostiamo più tardi in un area detta “Calico Basin”. Il nostro obiettivo è “the fox”, 5.10d (6c). Sono 45 metri di fessura continua. Ma continua!! Guardate qui: https://www.youtube.com/watch?v=5tJUPSYOYYE
Voglio provarmi con questa “big crack” perché da noi è difficile incontrare queste strutture: è bellissima, la roccia è rosso fuoco e la fessura è segnata solo dal bianco del magnesio. Doug mi insegna a fasciarmi le mani e si parte.

the fox

Ah, dimenticavo di dire che qui non esistono fix o chiodi; solo nut e friend. Tutto deve rimanere pulito perché questa è un area di protezione. Se ti scappa la popo’non la fai dietro il primo sasso che trovi ma in speciali sacchetti che il parco mette a disposizione gratuitamente e poi te la porti con te fino al primo bidone della spazzatura. Da pensare anche da noi.
Mi cimento con “la volpe”; attacco in Dülfer, ma più di 5-6 metri è difficile resistere. E poi con questa tecnica, è impossibile piazzare le protezioni; Doug mi dice di lavorare di “hand jam”, grandi incastri di mano, un piede in fessura ed uno in aderenza. Alla fine la chiudo e capisco che non si finisce mai di imparare.

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Alle 12.00 non c’è più ombra e scappo al Bonnie Springs Motel; tipico motel stile “old america” sotto delle imponenti pareti rosso fuoco; la sera il vento del deserto arriva e mi godo la piscina ed una ottima birra americana (per me le più buone dopo le belga) completamente solo,  a parte qualche cottontail rabbit incuriosito dalla mia presenza.
L’indomani l’appuntamento è alle 5.00, destinazione “Frogland”.

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Doug questa volta arriva con un vecchio “caravel” customizzato Westfalia, insomma un classico intramontabile. La via si compone di sei tiri pieni pieni fino al 5.8. L’avvicinamento nella luce rossa del mattino è qualcosa di indescrivibile. La via è un susseguirsi di fessure, diedri, placche, muri, insomma davvero bella e completa. Quindi, sarà anche solo 5.8 ma se te la devi proteggere tutta, la musica cambia. Tre fix in tutta la via dove proprio non era possibile mettere dentro niente. A volte ci sono anche 15 metri tra un friend e l’altro. Anche le soste sono su cams; a volte prego che il ragazzone non mi voli sulla sosta ma boh, alla fine terranno… Certo che in Dolomiti col piffero che faccio sosta su friend.

sosta su cams

La salita è ricca di emozioni. La vista di Vegas laggiù lontano, poi un colibrì che si avvicina a controllare quello che sto facendo; poi un passaggio in un masso incastrato…. Insomma una bella emozione. All’uscita, di fronte a noi si vede bene la linea di Epinephrine, su quel muro detto “the Black Velvet”. Impossibile scalarlo in questa stagione, bisogna tornare in inverno pena “cottura”: sono 15 tiri di 5.8. La prossima volta, dai.

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Ritorno a Bonnie Springs; al saloon la cameriera mica male mi chiede cosa ci faccia laggiù; dico che sono a scalare. E’ una guida che lavora al bar per arrotondare il guadagno; mi invita a scalare l’indomani.
Too late my Darling. I’ve my flight back to Italy Tomorrow morning. See you next time in Red Rocks. All the best.

Giuseppe Astori

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Arrampicare al fresco

•giugno 14, 2015 • 6 commenti
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Pleros

Rileggendo un post di due anni fa dedicato alla scalata nelle  giornate più torride dell’anno, mi son reso conto che ci sarebbe spazio per qualche integrazione e aggiunta. https://calcarea.wordpress.com/2011/08/28/arrampicare-con-il-caldo-forca-della-lavina-pleros-valdicollina/

Pur essendo paradossalmente  più facile trovare clima e aderenza migliori in inverno, ci sono una serie di falesie in Alto Friuli che almeno per metà della giornata offrono ottima roccia e qualche refrigerio, che va accolto con il fatalismo indispensabile nella nostra piovosissima zona climatica, dove tra rinfrescata e inzuppata il confine è spesso labile.

Nut

Nut

Partendo da est, nell’area della Val Canale e del Canal del Ferro, vanno ricordate senz’altro la parete attrezzata da Luca Vuerich nei pressi  di Forca della Lavina, le falesie della Val Romana e  quella del Nut di Sella Nevea, grande e sempre popolare lavoro di chiodatura e logistica  di Daniele Pesamosca. Più esclusiva e in ombra dalle ore 13 è invece la Falesia della Crete dal Cronz in  Val Aupa, opera dei fratelli Polo. Di questi siti trovate informazioni su internet e sulle guide di Versante Sud o di Ingo Neumann, dove  chi sia in cerca  di vie di qualsiasi difficoltà troverà anche  la descrizione del polo arrampicatorio di Kanzianisberg (Finkenstein), poco oltre il confine, che ha alcuni settori ombreggiati e freschi per quasi tutto il giorno.

Somplago

Somplago

Nella conca tolmezzina si scala per mezza giornata a Somplago (Chiesetta  e Parete Blu al pomeriggio, Parete Bianca al mattino) e a Illegio, sia alta che bassa, e nelle falesie di Cavazzo (Cjanevate e Giardino). La falesia dei Cretòns di Verzegnis è molto adatta alla scalata estiva, ma è riservata agli scalatori di alto livello per la difficoltà delle vie.

Nel comprensorio di Villa Santina, tiene banco alla grande il Masso dell’Inceneritore (ex Bonsai), dove la ventilazione e la varietà di esposizione sui quattro lati rende possibile la scalata anche nelle giornate più calde. Nel pomeriggio è possibile scalare anche nel settore attrezzato dai fratelli Dorigo lungo la strada delle gallerie della Vinadia  e, ovviamente, nel vicino Pilastro Mazzilis, che non ci stancheremo mai di consigliare per la roccia di straordinaria qualità.

Inceneritore

Inceneritore

A volte per cambiare aria, panorama e movimenti,  qualcuno sente la necessità di spostarsi più a nord, per visitare le pareti praticabili solo nella stagione calda o fuggire dalla calura e dalla ossessione delle vie provate allo sfinimento.

Il comprensorio di Passo Monte Croce si presta solo in parte a soddisfare queste esigenze, perchè nelle giornate soleggiate il caldo può essere intollerabile. Per la verità alcuni settori hanno un’esposizione non completamente meridionale e possono essere frequentati al pomeriggio. E’ il caso dei settori  sopra l’albergo e della falesia del Tornante, che ha un settore in ombra al mattino e l’altro al pomeriggio e una buona ventilazione.  Per la Scogliera, la X, il Salto, Anno Schnee e le pareti chiodate da Omar ai piedi della Cresta Verde, esposte a sud, la valutazione del bilanco rischi/benefici va fatta volta per volta.

Lavina

Lavina

La falesia di Avostanis gode di una quota elevata ma è esposta a sud e in alcune giornate di sereno implacabile può deludere i climbers, specie quelli che ci arrivano al mattino presto e alle 12 si trovano già con schiena ustionata e piedi a mollo nel laghetto. L’ideale in queste giornate sarebbe iniziare a scalare verso le 15 ed avere la fortuna di schivare il sempre possibile acquazzone del tardo pomeriggio.

In zona Casera Val di Collina ci sono attualmente quattro settori, senza contare quello delle vie multipitch. La splendida parete dei monotiri, chiodata dagli udinesi e in particolare da Giorgio Bianchi, va in ombra al pomeriggio. Il masso delle Casermette ha esposizioni varie, mentre il settore Vedràns, di recente realizzazione e relazionato su questo blog, gode di ombra alla base ma ha un’esposizione meno favorevole. Nella cava di marmo dismessa stiamo chiodando dei tiri che ci sembrano interessanti (finora 4). Anche qui l’ombra arriva al pomeriggio. Sulle tutte queste falesie di Val di Collina pubblicherò a breve qualcosa di riassuntivo.

Val di Collina

Val di Collina

Per concludere la carrellata del gruppo del Cogliàns, vi voglio adssolutamente ricordare la bellissima falesia del Monte Capolago, nei pressi del Rifugio Lambertenghi Romanin al Passo Volaia, quest’anno ospite della nuova gestione degli amici Giulia, Stefano e Alex, che daranno sicuramente impulso e stimolo per nuove chiodature e frequentazioni, con ottima accoglienza.

Pleros

Pleros

Un discorso a parte, che faremo con un post  entro qualche giorno, merita la Falesia del Plèros, affascinate muro di calcare strepitoso a buchi inaugurato da Gildo Zanderigo, dove le condizioni climatiche, l’avvicinamento piuttosto lungo e l’assenza di difficoltà al di sotto del 6b+ hanno contribuito ad una frequentazione vicina allo zero. Senza comunque scoraggiare i chiodatori, che stanno lavorando e ci faranno avere a breve una relazione con gli aggiornamenti.

Nella falesia del Ponte del Lumiei, dove ci sono attualmente una decina di vie molto belle dal 6b al 7c e alcuni progetti in cantiere, si scala solo se c’è qualche nube oppure dopo le 16. Non ho notizie  sulla falesia di Forni di Sotto, esposta a sud-ovest, mentre ricordo ai più spregiudicati globe trotters che quella dei monotiri della Val Frison, ideale per l’estate, è a non più di un’ora di auto da Tolmezzo.

Lumiei

Lumiei

Ancora una discesa da Cima Muli a Camporosso

•giugno 12, 2015 • 8 commenti

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Questa possibilità di scendere a Camporosso chiudendo uno dei più classici ed appaganti anelli di mountainbike delle nostre montagne, quello di Malga Acomizza, è stata divulgata qualche tempo fa in più sedi, così non ho visto l’ora di farci un giro e ve la raccomando senz’altro, pur non essendo la discesa “perfetta”, ammesso ne esista una (e  lo sia poi per tutti…).

Soprannominato da Luciano il “sentiero di Arlecchino” per analogia con la definizione data al suo parallelo “di Pulcinella” più a monte, che da Cima Muli riporta in val Bartolo, si differenzia di molto per difficoltà e varietà, un po’ minori, ma è senz’altro una validissima alternativa alla discesa sulla larga e ghiaiosa pista segnata CAI 508 che sbocca a Camporosso.

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Si giunge in ogni caso nel ricovero forestale di Cima Muli scendendo sul sempre emozionante sentiero che inizia in Acomizza (soliti due schianti secolari e un acquitrino da scavalcare) e qui giunti si prosegue lungo il 508, che diventa larga traccia ghiaiosa, per qualche tornante ripido e il successivo saliscendi in falsopiano. Si scorgono sulla sinistra due stavoli, poi si supera tirando diritti un bivio con pista che gira decisamente a sinistra. Dopo unas breve risalita, nel mezzo di un’ampia curva a destra, lasciate la traccia principale e imboccatene  sulla sinistra un’ altra ampia e trattorabile, che si segue lungamente con qualche strappo in salita fino al suo termine (probabilmente la mulattiera che compare sulla cartina Tabacco 019 e sfiora quota 1395).

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La discesa che inizia con un sasso verniciato è lunga e abbastanza varia, senza tornanti stretti e con qualche breve cambio di pendenza; verso la fine presenta anche qualche passaggio più tecnico. Non è segnalato in maniera visibilissima, nonostante ogni tanto un segno bianco rosso simil CAI o qualche bollo rosso sbiadito confermino la giustezza della direzione. E’ comunque importante guardarsi bene in giro per individuare la traccia, specie dove c’è tanta foglia.

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Ad un certo punto, già in basso, un colatoio foglioso con due abeti schiantati mi ha messo in difficoltà. Poi per fortuna ho ritrovato appena a valle del secondo la traccia e il groppo alla gola si è sciolto. Come premio di consolazione ho anche trovato una camera d’aria caduta a qualcuno dallo zaino e son subito sbucato, più ricco,  a Camporosso.

Dettagli: sviluppo come gli altri giri di Acomizza, dislivello idem (900 circa), ciclabilità totale. Molto consigliabile, facile fino a 3/4 di discesa, poi qualche breve passaggio più difficile (S2?). Torta e radler da Dawit alla rotonda sulla statale.

Aprofitto per chiedervi se qualcuno è sceso da Cima Muli in Val Bartolo (“Pulcinella”) di recente (Alberto?) Ho sentito di moltissimi schianti, vi risulta?

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