“Sentieri” di Matteo Cara, 42 trekking nel Supramonte di Sardegna

•aprile 25, 2017 • Lascia un commento

Credo di essere qualcosa di più di un semplice appassionato della Sardegna. Della sua roccia, del mare, ovviamente, ma anche della parte di territorio meno sfacciatamente meravigliosa. Della sua gente, del cibo, dei vini, della  musica e letteratura, della sua travagliata storia. Al punto che quando sbarcavo dal traghetto ho avuto a volte la sensazione di tornare a casa dopo un viaggio. Non me ne vogliano i sardi che dovessero leggere queste cose…

Questo per arrivare a raccontarvi  che quando Maurizio mi disse, tempo fa, che quella che avevo ricevuto in dono sarebbe stata l’ ultima edizione di “Pietra di Luna”, ne fui lusingato e allo stesso tempo deluso. Come l’ultima? Finito?

Mi piace comprare le guide di scalata, ne ho molte di posti dove non sono ancora stato e forse non riuscirò  mai a visitare; ogni tanto le sfoglio con piacere. Ma poche, forse nessuna, mi hanno emozionato come le guide della Sardegna. Forse solo i libri di montagna su Buhl, Gervasutti e Bonatti, o “Sesto grado” di Messner, mi hanno fatto sudare le mani e accellerare il battito.

Ho provato questa  sensazione  ieri,  quando ho cominciato a sfogliare “Sentieri” di Matteo Cara, una guida a 42 percorsi di trekking nel Supramonte. Solo a guardare le foto e leggere i titoli delle gite proposte mi è son venuti i brividi, quasi sentivo l’odore della macchia mediterranea e delle pecore in casa, in questa Carnia che attende l’ennesimo monsone. Non ho ancora letto niente, ho solo sfogliato una a una le 450 pagine, ma ho capito che l’emozione sarà ben riposta.

L’autore è un giovane geografo nuorese, arrampicatore di buon livello e valente pianista jazz. L’editrice  è la cagliaritana Fabula. Lo potete comprare su Amazon o in altri negozi internet. Chi ama la Sardegna e pensa di tornarci  mi ringrazierà di questa dritta. Chi non ci è mai stato non può immaginare cosa si sta perdendo.

Matteo Cara in una foto da “Pietra di Luna” del 2002 di Maurizio Oviglia

Dal Monte Tenchia a Chiandelin

•aprile 23, 2017 • Lascia un commento

Eccovi un nuovo anello da provare  sulle pendici meridionali del Monte Tenchia, scoperto pochi giorni fa dal gruppo Free Ul Bikers, che  ha pubblicato su facebook anche un bel video. Discesa lunga e varia, con numerose sezioni ripide  mai esposte e difficoltà tecniche contenute, che comunque va affrontata da bikers con una certa pratica di sentieri.

Si sale come al solito da Cercivento, zona chiesa, lungo la interminabile strada che porta al Plan das Strìes. La discesa inizia al tornante dove l’asfalto lascia posto allo sterrato. All’esterno della sede stradale si nota un esile traccia che scende verso il rio. Questo tratto e la successiva risalita sono poco ciclabili ma brevi. Si “scollina” e qui bisogna fare attenzione a individuare nella lescje la traccia di discesa: tenete come riferimento il bel larice sdoppiato della foto e, appena superato, girate a sinistra in discesa (il sentiero più marcato proseguirebbe in traverso). La traccia diventa ben presto più evidente e da qui in poi è difficile smarrirla.

Si scende su prato con brevi sezioni ripide, fino ad inoltrarsi nel bosco schivando un grosso abete schiantato. Salvo brevi deviazioni, la traccia segue il sedime di una vecchia mulattiera che a tratti percorre qualche colatoio. Si superano brevi pietraie e una cinquantina di metri di pedrat che è meglio percorrere a piedi se umido.

A un certo punto, giunti in una zona disboscata, bisogna lasciare la traccia principale e infilarsi a destra su quella più ripida e con maggiori segni di passaggio. Più a valle, allo stesso modo, si lascia la traccia rettilinea per seguire sulla destra quella più ripida, poco oltre la icona che vedete nella foto. Quello che vi aspetta è il tratto più “da guidare”. Si lasciano sulla destra le case di Chiandelin e si sbuca sulla strada cementata.

Si gira a destra in discesa, e dopo una trentina di metri ci si infila su una sterrata che porta a una casa. Sul suo bordo sinistro si stacca un bel sentiero erboso che costeggia il filo di recinzione. Con veloce picchiata si sbuca sull’asfalto che riporta all’auto traversando le belle case di Cercivento di sopra.

Dislivello 1000 mt, cartografia Tabacco. Trovate la traccia gps o su facebook o su mtb forum. La gita proposta dagli udinesi parte più in alto, all’incirca all’imbocco  del sentiero 154 e raggiunge questa descrizione nei pressi del grosso larice.

 

Anello di Casera Berdo di Sopra

•aprile 15, 2017 • Lascia un commento

Incuriosito da un video apparso su Facebook son stato a vedermi quello che immagino sia un classico della Val Resia, per me una grande sorpresa!  discesa su sentiero che ha pochi eguali per scorrevolezza e piacere, pur nella grande varietà che già offre la Val Resia.

La salita, lungo l’ impervia strada asfaltata che da Coritis porta verso Malga Coot, non è proprio una passeggiata, ma alla fine il grandioso ambiente ai piedi del Canin e della Baba e l’emozionale single trak di rientro ripagano ampiamente della fatica.

Si sale un po’ oltre Malga Coot per ancora qualche metro di pista cementata, poi si traversa a sinistra su prato in direzione di un laghetto, per imboccare il sentiero CAI 642 che con alcuni saliscendi porta in breve a Casera Berdo di Sopra, dove è obbligatoria una sosta per godere il panorama.

La discesa lungo il sentiero n. 731 fino alle case di Beza è un autentico gioiellino. Dislivello sui 700 mt. L’ultima foto è il canale della Baba fotografato un mese fa, durante un’ uscita scialpinistica.

Prima che il gatto canti …

•aprile 14, 2017 • 1 commento

Mettete che un Giovedì Santo vi scortino in auto fino a un parcheggio e da lì inizi una faticosa  salita che per contingenti motivi ortopedici vi faccia pensare al Golgota. E, giunti ai piedi di una parete,  vi vengano presentate delle vie che potrebbero  rivelarsi croce o delizia. E vi sia fatto intendere senza mezzi termini che dall’esito di questo pomeriggio di scalata e dal gradimento che dimostrerete dipenderà dove sarete domani, se alla destra del padre   o come al solito al “Tripoli”.

Mettiamo  poi che tutto fili abbastanza liscio e si torni in serata a valle, non verso l’ultima cena ma in direzione di un bistrò tarcentino dove ci sono  pochi  apostoli ma almeno una super cameriera. E vi vengano fatti scivolare sul banco trenta denari e nemmeno una delle quarantatré temute frustate…

A quel punto, cosa direste della falesia di Musi? Tutto il bene possibile, ovviamente! Prima che il gallo  canti tre volte…

Complimentoni a Giulio e Damiano per la chiodatura della nuova falesia di Musi, che conta già una decina di vie. Posto incantevole e silenzioso ; roccia maggiorissima. Ideale dalla primavera all’autunno, ombra e venticello nel primo pomeriggio. Per maggiori informazioni consultare il gruppo facebook Arrampicare in Alta Val Torre o contattare i chiodatori.

Falesia di Casso

•aprile 12, 2017 • Lascia un commento

Dopo dieci anni siamo tornati a Casso, nella enorme falesia che sta vivendo un immeritato oblio, nonostante gli sforzi di alcuni volenterosi scalatori e chiodatori. Il destino delle falesie di arrampicata sportiva sembra seguire linee oscure e poco logiche. Solo in questo modo è spiegabile lo scarso successo mietuto nei 20 anni di esistenza da questa imponente barra rocciosa, balcone sulla valle del Piave solo in parte ombreggiato da una bella faggeta.

L’esposizione, lo stile, la chiodatura, cosa altro? Da parte nostra ce ne siamo andati a fine giornata contenti, nonostante il meraviglioso panorama che si gode dalla mulattiera che scende in paese sia  immalinconito dalla vista della immensa frana del monte Toc, con quel che riporta alla mente.

Rispetto a quanto  pubblicava la guida uscita nel 2003, che credo entri di diritto nella storia di queste pubblicazioni almeno per la copertina e per la grafica infelice, ci sono una ventina di nuove vie. Ciononostante, rimane un posto dove l’alta difficoltà si accaparra più della metà degli itinerari presenti. Ci si diverte abbastanza anche se si scala fino al 6b, e fino al 7b ci si può giocare anche qualche chance “a vista”. Ma lo stile è spesso difficile, sia tecnico che fisico, e le chiodature delle vie più antiche possono risultare un po’ indigeste.

In molti settori sono state chiodate delle vie anche di recente; alcune bacheche riportano anche queste novità. Si accede alla falesia attraversando l’incantevole paese di Casso e imboccando il sentiero CAI che sale in direzione nord ovest. In prossimità di un ripetitore, si imbocca la variante che porta alla falesia (ometto).

L’orientamento ovest della parete permette di scalare al meglio nelle mezze stagioni e d’estate, salvo forse il periodo più caldo. Vi consigliamo di valutare il comportamento dei moschettoni dei vostri rinvii sulla placchete, perché la conformazione a strati della roccia lo fa lavorare a volte con “braccio di leva”; utile quindi far ruotare il moschettone con l’apertura verso l’alto.

Nell’ultima visita abbiamo scalato nei settori finali, baciati da un bel sole, dove tra l’anfiteatro e il settore “Friulani” ci sono una decina di tiri tra il 6a e il 7a su tacchette formate da pittoresche felci.  Anche il primo settore delle “Placche” è consigliabile ai comuni mortali, come del resto quello chiamato “Cica”   che agli albori della chiodatura costituiva il “riscaldamento” (“W le Vertule!”).

Mattia flasha “Il messicano”

Vi consigliamo senz’altro di scalare in questo posto; il lungo trasferimento in auto dalla Carnia viene ampiamente ripagato dalle vie  e da molti altri componenti, non ultima la capatina per il cappuccino a Erto, dove non risparmierete uno sguardo ammirato alle opere di uno dei più grandi scultori in legno del pianeta, impietosamente consegnatosi ai talk shows  televisivi e alla penna.

Grazie a Federico di Travesio per la compagnia, le informazioni e il lavoro che insieme ai suoi compagni sta facendo per tenere in vita questo bel posto.

 

Planecis e altre novità

•aprile 10, 2017 • Lascia un commento

Eccovi qualche novità utile sulle falesie della zona. In Parete Blu a Somplago ci sono tre tiri nuovi di difficoltà medio-bassa sulla destra, corti e neppure tanto belli. Quello che passa il convento, insomma. Da destra a sinistra “Renzusconi” 6a+, “Stronzi manent” 6b e “Virgus fugit” 6b+.

Visto che si sta passando dall’inverno all’estate senza la ridente stagione intermedia, credo di far cosa gradita pubblicando lo schizzo con relazione di uno dei posti adatti alla stagione calda, la bella parete di Planecis, che Luciano e Filippo stanno continuando ad espandere. Nel settore principale  ci sono due nuove vie  ad inizio parete,  attualmente “in lavorazione” (sentiremo dal chiodatore quando si possano provare); lo schizzo che pubblichiamo, pur  minimalista, supplisce a  dubbi ed errori presenti sulle guide cartacee in circolazione.

Lo sviluppo recente della scalata in Planecis riguarda però il settore “alto”, quello visibile dal parcheggio, dove sia Luciano che Filippo hanno chiodato alcuni bei tiri, sempre su calcare impeccabile. Qui ci sono ancora delle vie da liberare e da gradare. Per chi non lo sapesse, si accede alle falesie raggiungendo la magnifica conca prativa di Planecis salendo da Avasinis lungo la strada provinciale per Monte Prat. Si parcheggia alla fine della strada, per imboccare poi il sentiero che punta alle pareti, traversando il prato (segni CAI sbiaditi). Al bivio del sentiero, salendo sulla destra si va al settore alto, scendendo diritti a quello storico principale.

Nella falesia del Puinton   è stato liberato un altro tiro, chiodato lo scorso anno dai soliti saurani. Si tratta di un bel 6c di piedi, “Zovellano volante” (ogni riferimento a fatti e persone è come sempre voluto)

Si annunciano meraviglie dall’ultimo parto del prolifico Giulio “falcetto” Moscatelli, che in compagnia di Damiano sta attrezzando una nuova falesia nella zona dei Musi. Una decina di vie già chiodate, difficoltà per ora  tra il 6a e il 7c, avvicinamento breve, esposizione favorevole per quasi tutte le stagioni. Attendiamo i dettagli.

Per finire un’ aggiornamento sui gradi della falesia di Pioverno. Ricordiamo che il posto va in ombra dopo le 14 ed è ben ventilato, quindi potrebbe essere frequentato anche nei prossimi mesi. Udorovich   6b, Chi l’ha vista ? 6b, Trauma cannico 6c+7a, Con la quale 7b, Le farmaciste 7b+, Arboreto salvatico 7b/b+, Duca Conte 7a+, SN 7a+, SN 7a+/b, La gatta al lardo 6c ( prima catena, 6c+ seconda ), Kannasutra 7a+, Farfalline 7b, SN NL, SN 6c/c+ (diretta più dura), Mano Fredda 7a+/b, Placcanna 7c, Occhio di gomito 7b+/c, SN 6c, La lingua batte dove il clito ride 7a+.

Diario di un viaggio in Chile e Perù – seconda parte (Perù)

•marzo 30, 2017 • 1 commento

Saliamo su di un collettivos stracarico di gente, e (cosa da non fare assolutamente) mettiamo i nostri bagagli sulla cappelliera. Quando arriviamo al confine di Stato lo zaino del mio compagno di viaggio non c’è più; facciamo la conta dei danni e, dopo aver fatto regolare denuncia alla polizia locale alla quale dei nostri problemi non  è interessato minimamente dicendoci che il fatto  e’ assolutamente normale, risaliamo amareggiati sul bus che finalmente ci porta a Tacna, città di confine con il Perù. Da qui prendiamo un biglietto per Arequipa e viaggiamo in un pullman di una pessima compagnia, pieno di gente, caldo, male odorante e con le finestre tappate, senza aria condizionata e con la televisione che trasmetteva film horror a massimo volume tutta la notte: un tormento allucinante. E qui ritorno ai consigli scritti in grassetto sulla Lonely Planet per i viaggiatori avventurosi: meglio per i trasferimenti viaggiare con autobus di livello medio alto evitando i ”collettivos”, preferire i taxi ufficiali e nelle periferie delle grandi città e specialmente a tarda ora far chiamare il taxi dall’ albergo. Se si hanno bagagli importanti lasciarli in custodia nelle stazioni, quando si caricano i bagagli nella stiva farsi rilasciare la ricevuta del ticket del bagaglio su cui ci deve essere una targhetta con i dati anagrafici e numero di cellulare e non mettere i bagagli a mano sulla cappelliera bensì sotto le gambe/sedile.

Domenica 15 gennaio – Finalmente dopo queste disavventure arriviamo in centro ad Arequipa, facciamo una colazione passabile sul loggiato della piazza, visita veloce della città dove si respira aria pulita ed è tutto molto controllato. Dopo la colazione abbiamo l’occasione di partecipare alla cerimonia dell’alzabandiera, molto coreografica, alla presenza dei corpi militari peruviani, del sindaco e della banda. Poi giù in stazione e biglietto per Chivay, che è il villaggio di riferimento per chi visita il Canyon del Colca. Il viaggio si fa su autobus di linea piuttosto anziano. Il punto più alto della strada è il paso Porocampa che si trova a circa 4900 mt, probabilmente il passo stradale più alto delle Americhe, poi scendiamo giù a valle a Chivay. Breve giro per il paese. I paesi qui sono tutti uguali nel senso che tutti hanno una grande piazza chiamata Plaza das Armas, quattro vie principali per i lati cardinali ed una serie di Quadras. Cena in uno dei soliti ristorantini a base di specialità locali, il cibo generalmente è buono, fresco e curato, spesso però con l’aggiunta di spezie, coriandolo cumino etc , per cui se a uno gli “gusta bueno”, altrimenti dieta. A me è andata bene perché così facendo ho perso qualche chilo….
Tutti sanno che l’inverno italiano corrisponde all’estate peruviana, per cui ci sono sì meno turisti, però si deve tener conto che nelle regioni più interne si risente di una certa variabilità. Si viaggia a temperature mediamente più calde, ma bisogna mettere in previsione anche di prendere un po’ di pioggia, e neve oltre 5000 mt. In pratica è la stagione delle piogge per cui ci si inoltra spesso nella nebbia. Detto ciò al mattino prendiamo un bus locale che ci porta alla scoperta del Canyon del Colca, uno dei Canyon più profondi al mondo, quasi 3000 mt di profondità. Qui volendo si possono percorrere dei trekking molto interessanti di breve o lunga durata ( informarsi molto bene)  e  nel caso farsi accompagnare da una guida locale. Da precisare che  non ci sono cartine dettagliate e sentieri con i segna via bianchi e rossi del CAI, ed i bivi dei sentieri sono solo occasionalmente segnalati, peraltro in lingua locale. Arrivati a Cabinacone usciamo dal villaggio in cerca del Mirador del Condor e di un sentiero panoramico, ma purtroppo la “velina”, una nebbia persistente che avvolge l’intera valle, non ce lo permette e dobbiamo accontentarci della foto del depliant e niente Condor. Facciamo un giro nelle piccole aziende agricole dove il bue tira ancora all’aratro e il cavallo è occupato per i trasporti; gli operai sistemano i terreni coltivati e le imprese locali che migliorano la viabilità e le opere irrigue, ed infine i privati che sistemano e migliorano i propri edifici per essere pronti ad accogliere i turisti di passaggio: per fortuna stanno abbandonando il sistema di costruire all’antica con mattoni di fango asciugati negli stampi al sole e arbusti secchi molto resistenti al posto del ferro (non sono balle ,è verità)… con un modo di costruire non molto evoluto ma che comprende comunque dei classici mattoni, ferro e calcestruzzo (poco, ma ne ho visto).
Il viaggio di oggi era su un autobus di linea anche per avere un contatto più stretto e vicino con gli abitanti del luogo. Da quello che abbiamo capito gli uomini lavorano nei campi o nelle varie imprese locali e le donne si occupano dei bambini della famiglia e della vendita dei prodotti. L’impressione che ho avuto è che la gente anche se non è ricca vive bene ed ha sempre il sorriso sulle labbra, hanno dei vestiti colorati e generalmente portano sulle spalle a mo’ di zaino una tela colorata che avvolge e trasporta un po’ di tutto: prodotti agricoli, bambini e quant’altro. La frenesia della vita moderna qui non esiste ed i ritmi vengono ancora scanditi dalle ore solari e dalle stagioni. Dimenticavo di dire che nei paesi di montagna, a differenza delle grandi città, si vive tranquillamente e senza la paura di esser derubati e aggrediti. Al ritorno dal giro, visto che grossi nuvoloni carichi di pioggia incombono su Chivay, altro non resta che riprendere il viaggio destinazione Arequipa. Poi di nuovo sul bus e partenza per Puno, situato sulla sponda nord del lago Titicaca.

Martedì 17 gennaio – Dopo aver viaggiato tutta la notte in un bus Cama, vetture molto comode dove si riesce a dormire dato che i sedili si possono ripiegare a quasi 180°, arriviamo a Puno, una cittadina che si affaccia sul lago Titicaca, a quasi 4000 m di quota. Con il senno di poi se tornassi qui mi fermerei almeno un giorno in più. Il giro inizia su di un lento e antiquato battello che non ha nessun strumento di navigazione, niente, solo la messa in moto e l’acceleratore. Prima tappa alla Isla Uros, un’isola costruita interamente sulle canne dagli indigeni, inizialmente per salvarsi dalle continue invasioni spagnole, ed ora invece usata come principale attrazione turistica. Queste canne sono costituite da una prima parte di 20 cm circa commestibile dal sapore ne dolce ne amaro e poi un gambo lungo e stretto che si può usare sia per costruire il tetto, sia per la struttura delle capanne , sia per fare il fondo dell’isola galleggiante. La guida ci spiega come vivono gli indigeni e  come è organizzato questa specie di turismo eco sostenibile, in cui gli ospiti  versano una specie di biglietto di ingresso per cui gli indigeni possono continuare nelle loro attività tradizionali e nei continui e necessari lavori di manutenzione e di pulizia. Successivamente si sale sul barcone che ci porta dopo due ore abbondanti di navigazione sull’isola Yamantani. Qui gli indigeni ci accolgono all’entrata del parco e ci accompagnano a gruppetti nelle loro famiglie; per un sistema di par condicio si usa il sistema a rotazione, per cui ogni famiglia ospitante ha il suo reddito, che sia vicina lontana, comoda o scomoda. Ci danno la stanza, senza luce, acqua e gabinetto come una volta in Carnia, uno stanzino con le tavole di legno ed un buco nel pavimento. La nostra stanza è comunque ordinata e pulita. Successivamente la guida ci accompagna, insieme agli altri in cima ad una collina alta 4200 mt. Arrivati in cima alla collina troviamo i resti di un monumento dedicato alla Pacha Mama, la madre terra, poi percorriamo un bel sentiero lastricato prima in discesa e poi in salita e si raggiunge un altra collina, lì c’è il monumento dedicato al Pacha Papà che rappresenta l’aria la pioggia e il sole. Un’antica tradizione recita che viandanti che salgono alla montagna raccolgono 3 sassi e li portano nei pressi del monumento per rinforzare il muro di cinta, poi fanno tre volte il giro del perimetro rivolgendo nel frattempo un pensiero alle persone a cui si vuol bene, augurando loro per prima cosa la salute e poi fortuna nella coltivazione delle terre da ricavarne un buon raccolto e nella buona stagione.
Tutta l’isola è ben coltivata con tanti terrazzamenti regolari. Alla sera siamo ospiti della famiglia, mangiamo con loro la cena, poi giù al villaggio che c’è una festa popolare, e poi a letto.

Mercoledì 18. – Oggi sveglia presto alle le 6:30, colazione con tè di coca, omlette fatte in casa, marmellata e “mantequilla” (burro). Le foglie di coca non sono allucinogene, hanno un effetto simile a quello del caffè, dando uno strano senso di sazietà ed in qualche modo che non sò aiutano il fisico ad abituarsi all’alta quota: i locali ne fanno un uso regolare e così mi hanno consigliato di usarla. Si conservano in un apposito sacchetto colorato di tela e si mettono in un lato delle bocca 4 foglie che poi si ammorbidiscono con la saliva, senza masticare, ed il tutto si ripete piu volte al giorno: per un occidentale che non ci  è abituato, meglio non abbondare. Poi la signora che ci ha ospitato ci accompagna al porto dove ci aspetta il barcone che ci porta all’ isola di Taquile. Il barcone affronta meglio che può onde alte più di 1 mt che lo fanno ondeggiare paurosamente al punto che alcuni passeggeri stanno male. Fortunatamente arriviamo al porticciolo dell’isola Taquile, la guida ci accompagna sul sentiero che si inerpica sul versante nord dell’isola e si alza per qualche centinaio di metri tra l’affaticamento generale dei nostri compagni di gita. Per noi va meglio perché siamo già acclimatati per cui il problema non esiste. Facciamo il giro dell’isola da nord a sud attraversando terrazzi coltivati ed arriviamo al centro del villaggio dopo un’oretta. In quest’isola, che è stata dichiarata patrimonio dell’umanità,  ci sono  acqua e luce,  per cui la gente  vive già un po’ meglio. Le popolazioni che abitano queste isole sono originalmente di lingua Quechua e risentono degli influssi della vicina Bolivia. Dai bambini e dalle donne che stanno al fianco del sentierino acquistiamo i  prodotti artigianali, anche per dar loro un piccolo contributo. Arrivati alla solita Plaza de las Armas ci organizziamo e la guida ci porta in un piccolo ristorante dove siamo pronti per l ‘”almuerzo”( il pranzo), a base di “supa di quinoia” e verdure e per  il piatto forte, la trota con il tortino di “arroz” e  l ‘immancabile riso che in un piatto peruviano non manca mai. Poi andiamo giù al porto e ci imbarchiamo per ritornare a Puno, circa tre ore di navigazione, stavolta con lago tranquillo. Riordino al terminal del bus. Stasera ci prendiamo il bus Kama. E’ un abitudine consolidata dei paesi dell’ america latina fare i viaggi di lunga percorrenza con bus notturni che viaggiano appunto di notte. Dimenticavo che stamattina prima di partire, il mio compagno di viaggio ha fatto il santul ad una bambina di Yamamtani che è rimasta senza papà; hanno fatto una piccola cerimonia in cui gli hanno lasciato tre foglie di coca, ed in una hanno messo dentro una ciocca di capelli, questa è una vecchia abitudine indigena. Ci siamo riproposti di mandargli  qualcosa tipo vestiti e qualche soldino e di andare a trovarla.

Giovedì 19 gennaio – Arrivati a Cusco, 3350 mt, io vado sul “Machu Picchu” ed il mio amico va’ invece sulla “montagna dai 7 colori”, visto che  sul Machu Picchu era già stato 35 anni fa quando il turismo di massa non era ancora arrivato in questi luoghi così fascinosi e carichi di storia. Sono due luoghi molto diversi tra loro: il primo è uno dei luoghi turistici più frequentati e famosi al mondo, probabile ultima e sconosciuta sede dell’impero degli Inca. L’altro è una bellissima uscita in un luogo magico dove la natura si offre ai suoi visitatori in un paesaggio appunto multicromatico, dai sette colori, che penso non abbia uguali al mondo e che si trova ad una altezza che supera abbondantemente i 5000 mt di quota. Maurizio è stato entusiasta. Tornando al “mio” Machu Picchu posso dire che seguendo i consigli delle guide turistiche avrei dovuto prenotare prima di arrivare al Sito archeologico anche la salita al Wayna Picchu, (la montagna giovane): cosa questa che non ho potuto fare in quanto i posti per salire al Wayna sono contigentati a max 200+200 persone al giorno. Di conseguenza ho dovuto optare per la salita al Cerro Macchu Picchu. Per dovuta informazione vi dico che anche per la salita al sito  i posti sono contigentati ad una cifra max di 2500 persone al giorno: per cui consiglio di prenotare in tempo i biglietti anche consultando il sito.


Due prezzi per orrizzontarsi: la gita completa di viaggio, treno, pulmino, bolleto di entrata al sito alla montagna e ritorno all inclusive in giornata $ 265.
Tre giorni all inclusive per inca trail $750 circa.
Tre giorni all inclusive per la idro heletrica con un tratto in bici e la guida piu il bolleto $160.
C’è veramente l’imbarazzo della scelta in una giungla letterale di proposte. Se dovessi dare un consiglio ad un amico che vuole andare a Machu Picchu gli consiglierei di arrivare a Cusco, acclimatarsi, prendersi qualche giorno per fare un giro nei dintorni e poi altri 3/4 giorni per arrivare al sito attraverso sentieri alternativi. Ci sono opzioni molto remunerative, basta solo girare ed informarsi; fare il giro delle agenzie fin quando si trova l’opzione che si vuole.
Una delle novità della giornata è stata la scoperta delle buone opportunità gastronomiche che offre il cosiddetto cibo di strada, cibi semplici preparati al volo. Le specialità di oggi erano : centrifugato misto di frutta esotica o di verdura, un piatto di” pescado”, semplice merluzzo impanato, e poi il brodo di gallina con spaghetti carne e una specie di patata. Un altro piatto semplice sono le pannocchie non mature bollite nell’acqua, il tutto accompagnato con il “queso”, tipico formaggio di mucca fresco peruviano. Per questi piatti si spende in media un euro e mezzo, due al massimo. La sera tornando a casa vediamo un negozio specializzato nel marchio North Face e scopriamo che una bella giacca invernale che in Italia la si compra a 180 €, qui costa 30 €, lo so che non è politicamente corretto ma io l’ho presa egualmente: speriamo che ci sia anche la qualità in quanto il marchio è evidentemente taroccato.

Venerdì 20 gennaio – Stamattina sveglia alle tre e partenza con un collettivo, arriviamo a Ollatayambo dove si prende il treno, “un’ora e media” di treno “Inca Rail” e si arriva ad Aguas Calientes. Parto per il Cerro Macchu Picchu che si trova proprio di fronte al sito. Il sentiero inizia lento e poi si impenna letteralmente, a tratti è scavato nella roccia ed è formato da migliaia di scalini irregolari alti da 20 a 40 cm, è una passeggiata spettacolare che regala una visita mozzafiato sul Sito. Qualche chiacchera con i compagni di viaggio, le immancabili foto di rito e poi la discesa con un giovane fiorentino giramondo, il quale mi racconta le sue avventure e mi dice che nel suo girovagare di tre mesi per il centro America è  stato derubato due volte e mi ha insegnato come comportarsi in questi casi. Mai vestiti vistosi, comportamento super corretto, evitare i luoghi pericolosi, viaggiare in centro no problem, fuori sempre con il taxi, mai a tarda sera, evitare i collettivos, prendere il bus di linea di qualità medio alta, lasciare il grosso dei soldi in cassaforte e portare con sé al massimo 100 $ e, se aggrediti stare calmi alzare le mani e consegnare subito i soldi, non portare mai il telefono, orologi vistosi, catene etc, mantenere sempre un basso profilo e mostrarsi sicuri in tutte le azioni che si fa, non scegliere mai i taxi e le le abitazioni più a buon prezzo e le agenzie troppo economiche perché c’è certamente l’ imbroglio dietro l’angolo. Un ultimo consiglio: non viaggiate con macchine fotografiche e telefoni costosi e nascondete i soldi ed i documenti di viaggio in uno di quei tipici taccuini leggeri a tracolla che si infilano sotto i vestiti che vanno di moda in Perù. Saluto l’amico che continua per il suo viaggio e mi inoltro nel sito seguendo i consigli che sono scritti sulla mia guida “Lonely Planet” , fermandomi con calma nei punti indicati. Aspetto che venga sera  fino all’orario di chiusura e poi ridiscendo ad Aguas Calientes, poi sul Inca trail con una simpatica compagnia di giovani brasiliani, quindi ad Ollantaytambo salgo su di un pulmino che mi porta a Cusco alle 11 di sera. Il viaggio lo faccio in compagnia di un sacerdote, tale Ramon di Selva, una brava persona che mi racconta come riesce a convivere pacificamente sia con le antiche tribù della foresta che con le comunità andine. Quando gli chiedo cosa ne pensa di Papa Francesco, che è originario del centro America, taglia corto e mi dice che non nutre molta simpatia per lui e che con lui nei posti difficili del mondo non cambierà nulla. D’altronde il Papa è un gesuita, come i frati che hanno accompagnato il generale Conquistador nelle sue conquiste. In quel tempo gli spagnoli hanno saccheggiato mettendo a ferro e fuoco la città, rubando tutto l’oro, i beni preziosi e cancellando le tracce di civiltà Inca. Una volta insediatesi al potere costrinsero con la forza gli indigeni Inca Quechua e le altre etnie alle loro dipendenze: un sistema feudale dove i “colones” avevano sia la proprietà della terra che dei nativos, ”i peones” che loro sfruttavano come schiavi. Poi agli inizi del 1800 ci fu la campagna per l’indipendenza con Simon Bolivar e compagni ed il resto è storia recente.

Sabato 21 gennaio. – Come da programma partiamo per la valle sacra, prima tappa a Pisac, centro cerimoniale, templi, ampi terrazzamenti circolari e altro cimentero con le tombe profanate ed ampiamente saccheggiate, anche questo dagli spagnoli nella speranza di trovare oro e gioielli: in questo caso hanno perso inutilmente tempo perché qui non venivano sepolti quelli della classe alta, bensì la gente comune.
Ci trasferiamo a Urubamba, pranzo a buffet e trasferimento per Ollantaytambo. Noi ci siamo fermati a visitare le rovine del tempio fortezza costruito dagli Incas, che non sono riusciti a finirlo per aver dovuto affrontare più battaglie con gli spagnoli, che alla fine la ebbero vinta e bruciarono e distrussero e continuarono ad uccidere. A detta dei nativi, a metà del 15º secolo si svolse uno dei più grandi genocidi che la storia possa ricordare. Nell’America Latina ebbero la meglio spagnoli portoghesi etc, ed in quella del Nord il tutto fu ”ben gestito” dagli inglesi, olandesi etc. Ci spostiamo a Kinquero, un altopiano a 4000 di quota; qui le donne del paese ci fanno vedere come si lavora la lana: dal lavaggio senza detersivi, alla filatura e alla tintura con prodotti naturali, il rosso ad esempio proviene da un insetto parassita che vive sulle foglie del cactus e, dopo averlo schiacciato, da’ il tipico colore rosso carminio; anche qui acquistiamo qualche berretta tipica peruviana.

Domenica 22 gennaio – Alle 9 di sera partenza con bus Kama della Transviza per la penisola di Parracas.
Lunedì 23 gennaio. – Una volta arrivati a Parracas, al pomeriggio, quando il sole è un po’ più basso e la temperatura diventa accettabile sui 30°, ci concediamo un bel bagno nel Pacifico. Nella zona di Pisco ci sono vigneti a perdita d’occhio e si produce la maggior quantità di vino del paese.
Martedi 24 gennaio – La giornata di oggi è dedicata alle escursioni delle isole Ballestas, che sono una ventina di scogli più o meno grandi, popolati da una quantità impressionante di varie specie di uccelli, cormorani, pellicani, gabbiani, foche, leoni marini, etc che qui hanno deciso di abitare dato le condizioni di vita ottimali e  una grande quantità di pesce da mangiare. Tanti uccelli che vivono su queste isole producono una grande quantità di escrementi, il famoso guano,(non mi è ancora ben chiaro l’analogia con il nostro guano, in Carnia il guano significa un sacco di legnate) un potente fertilizzante commercializzato in tutto il mondo che permette una buona fonte di reddito per le aziende che lo lavorano e per il governo peruviano. Una visita che vale il viaggio: è veramente bello vedere, sentire e vivere un po’ di questo angolo di natura; l’unico neo è il forte odore del guano. Ritornati alla terraferma ci organizziamo per la prossima escursione, visita della penisola di Paracas, una zona prevalentemente desertica e rocciosa con delle pareti a picco sul mare, qualche piccola insenatura e qualche baia sabbiosa. Alla sera andiamo verso l’oasi di Huacachina, facciamo un tour per le dune del deserto con dei prototipi tipo “dune buggy” con la trazione integrale ed un rumore assordante che scorazzano i turisti a piena velocità sulle dune di questo strano deserto con tanto di oasi. Ci sono decine di questi strani mezzi guidati da autisti spericolati e infine, compreso nel prezzo, ci fanno scendere dalle dune con una specie di tavola da surf, tipica americanata….
Mercoledì 25 gennaio – Il viaggio è agli sgoccioli, ritorniamo verso Lima per prendere l’aereo e rientrare a casa.
Adesso che son tornato posso dire che il Peru’ mi è piaciuto molto ed il Chile un po’ meno, con altrettanta tranquillità tornerei volentieri in tutti i paesi di montagna che ho visitato, fermandomi il meno possibile nelle grandi città. Prima di partire farei un mini corso di spagnolo, più che altro per farsi capire meglio, anche se per noi è una lingua di facile comprensione.
Infine direi che un viaggio, grande o piccolo, vicino o lontano che sia, è comunque prima di tutto un viaggio dentro noi stessi.
Auguro infine a chi ha avuto la pazienza di leggere queste mio diario di viaggio e … “che la buena suerte ti accompagni”.

Mandi,  Alvise