Villaverdon

•marzo 24, 2015 • 4 commenti

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A volte succede  di affezionarsi a chi che non lo merita o  ha dimostrato di non ricambiare la nostra predilezione. Una donna o un uomo  che ci han trattato veramente di merda, il figlio che ha deluso le aspettative, il cliente che abbiamo perso, l’opera d’arte che pensavamo di aver finalmente partorito. Illusioni, delusioni.

Non prendete  paura, non state per immergervi in un bagno di sangue. O di bile.  Niente pistolotti o purganti per la coscienza: è una parete di roccia.

Durante gli ultimi mesi la scarsità di neve ha spostato l’interesse di molti frequentatori della montagna sui luoghi di scalata e  in bassa Carnia si son visti grandi affollamenti un po’ dappertutto, anche nei giorni feriali. Dopo i primi due o tre giri per ciascuna falesia ho cominciato ad avvertire un po’ di fastidio. L’abitudine e quindi la noia di ripetere le stesse vie, la frenesia e la frustrazione legate a quelli più difficili, specie se  non riesci a farle. Il  divertimento di stare sulla roccia in buona compagnia si trasforma col crescere dei tentativi in ginnastica e ossessione.

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Insomma, la saturazione non tarda  a diventare  realtà. Per fortuna c’è stata l’occasione di qualche puntatina a sud, Trieste o Istria, dove l’opportunità di provare delle vie mai viste oppure del tutto dimenticate ha dissolto per un po’ la nebbia. Ma sono state le tre visite nella falesia di Vigànt, riscoperta e proposta di recente da Giulio, a farmi ricordare  un posto che stavo lentamente rimuovendo dalla memoria, forse proprio perchè fonte di gioie e dolori.  Occhio non vede, cuore non sente…

Verso la fine degli anni ’90 stavo attraversando un periodo arrampicatorio di   euforia francofila. Dopo qualche anno di deriva piatta ero uscito dal tunnel della scalata seriale, sempre preoccupata dal massimo grado e non dalla miglior maniera, imbarcandomi in qualche viaggio oltrecortina. La scalata sempre a vista (non provavamo mai una via due volte), la chiodatura “alla francese”, engagé, la magnifica Provenza, le baguette, la tart tatin, il vin de pais,  les filles….

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Con una cotta del genere addosso, non potevo non pensare alla possibilità di realizzare qualcosa del genere anche da chiodatore. In quegli anni l’idea di perlustrare pareti molto lontane, come mi è poi successo con Sardegna e Sicilia, reclutato dal collaudato tandem “Piniglia”, era inimmaginabile. Ci sarebbero ben state altre scelte possibili, molto più logiche e meno scomode. Fatto sta che mi lanciai nell’impresa di chiodare la parete che separa in linea d’aria verticale  Lauco da Villa Santina, la parete della cascata della Ràdime.

Per la verità qualcuno ci aveva già pensato: i soliti udinesi… L’idea mi venne proprio  scalando sulla  loro incredibile “Dies irae”, una via di tre tiri su roccia magnifica, dove era necessario calarsi per raggiungere l’attacco, per  poi meritarsi il ritorno a casa in salita. Proprio come in Verdon!

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A giudicare dallo schizzo che ho conservato, devo aver iniziato nel 1998 per terminare nel 2001, per un totale di una quarantina di vie, tutte disposte nel quadrilatero di 70 metri di altezza e circa 50 di larghezza. L’idea iniziale era di chiodarne una serie, parallele, ciascuna di tre tiri. Alla fine, invece, pur essendo possibile partire dalla cengia di base e arrivare sui panoramici prati sommitali in tre lunghezze, si può  divagare utilizzando dei settori  come falesie di monotiri. Volendo si può addirittura fare una calata di 30 metri e scalare 4-5 tiri uno di fianco all’altro, per poi risalire.

In ogni caso, mi ricordo di un bel po’ di fatica, soprattutto quando dopo due o tre ore di bricolage dovevo risalire anche per 50 o 60 metri con l’Hitachi 24 volt ogni metro più pesante.  Appeso lassù, con tutto quel  vuoto sotto e il cimitero di Villa Santina a farmi da sfondo, l’inquietudine e la soddisfazione si contendevano ogni volta la vittoria di tappa. Roccia perfetta (in alcuni tiri la più bella della Carnia), esposizione e quindi emozione, panorama, isolamento. Grandioso, no?

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Come avrete intuito dalla premessa, però, qualcosa non è andata per il verso sperato. Villaverdon ha una  frequentazione vicina allo zero! Credo si possano contare sulle dita delle mani e dei piedi (che quassù servono ancora molto) le cordate che in 15 anni hanno messo il culo fuori dai prati per la prima inquietante corda doppia. Eppure la relazione ebbe anche l’onore della pubblicazione su un numero dell’annuario di Up!

Va bene, avete ragione: stare appesi   è scomodo, la paura dell’imprevisto in agguato c’è sempre, e non è facile scegliere il periodo giusto. Lo stile di scalata verticale non è più di moda, meglio gli strapiombi, anche scavati vanno bene… Poi se uno volesse provarsi 26 volte un tiro dovrebbe prendersi ferie o divorziare!  E  per la recensione di Up ero raccomandato….

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Eppure  continuo a considerare questa falesia un piccolo gioiello e almeno la ripetizione della via degli udinesi  un must per  ogni scalatore curioso e appassionato; come ad  esempio molti dei climbers che sono stati a Vigant a scalare e si son resi conto che un po’ di scomodità si tollera con piacere, in cambio di bella roccia, buona compagnia e un po’di adrenalina a buon mercato.

Nelle ultime settimane sono tornato a Villaverdon alcune volte per sostituire le corde fisse. Mi sono calato su qualche via e son risalito un po’ scalando e un po’ con lo jumar, perchè non mi sentivo molto tranquillo nonostante tutti i marchingegni di auto assicurazione.  Tornare in questo posto, come in molte altre falesie, da solo, tanto per guardarmi in giro, mi piace un sacco.  Credo si provi la stessa emozione di quando un genitore osserva di nascosto giocare  i propri figli.

Se proprio non avete voglia di scalare a Villaverdon, fate almeno un giro fino al bordo dello strapiombo, non vi pentirete. E non mancate una visitina alla “Frasca Verde” prima di tornare a fondo valle.

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Info: giunti a Lauco si  scende in direzione della chiesa, per lasciarla alla propria destra e proseguire diritti fin dove la strada diventa sterrata (vedi foto sopra). Si parcheggia nello spiazzo dove la pista diventa sentiero, all’esterno di uno stavolo con ampio terreno prativo circondato da un muro di sassi. Si cammina circondando  il prato e si segue il sentiero  puntando  a sud, girando a destra nell’unico bivio. Seguire la traccia più evidente con segni di vernice sparsi. In 10 minuti si arriva sul prato sopra la parete. La prima corda fissa che trovate è un breve  spezzone che porta a una sosta. Con due doppie da 35 metri arrivate alla base della parete. La calata avviene lungo la via “Dies Irae”. Il secondo spezzone, con ancoraggi in comune col precedente, serve a uscire dalla parete se scegliete le altre vie.

Proseguendo sul prato in direzione est (verso Tolmezzo) un’altra corda fissa dà accesso alla parte destra della parete. Da qui potete solo calarvi per 30 metri per scalare i tiri terminali di destra. La corda fissa serve anche per uscire dalla parete. Al posto delle corde doppie, ovviamente, potete calarvi su una corda singola.

Nonostante la chiodatura sia “da falesia”, ci sono dei passaggi obbligatori. A differenza di altri terreni, non superarli non significa farsi semplicemente calare e tornare a casa, magari solo scornati. Visto che in qualche maniera si deve uscire dalla parete e che la discesa fino a fondovalle è sconsigliatissima, sappiate comunque che la via più facile (“del Diedro”) ha una difficoltà massima di 6a (un passo azzerabile). Il terrazzo su cui si arriva con le due doppie è comunque comodo e un bivacco con le lampadine del cimitero di Villa a fare da abat-jour potrebbe anche non essere così male…

Troi das Termes (CAI n. 157)

•marzo 22, 2015 • Lascia un commento

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Era da un po’ che mi ripromettevo di postare sul blog questa discesa, di cui avevo sentito pareri un po’ discordanti e che mi puzzava di “grande ravanata”. Fidarsi delle descrizioni di Gaete è sempre come gettare la moneta:” bella? bellissima!!! ciclabile? l’ho fatta tutta in sella! faticosa? mai messo la corona piccola!!!”  Poi ci vai e rischi di prenderti una sonora scornata. Come in tutte le cose, ognuno ha le sue capacità, sia fisiche che tecniche. E, soprattutto, il suo fegato. E non sto parlando di quello allenato dalle lusinghe  del Bar Tripoli, sebbene anche in quel campo ci siano i professionisti e i quaqquaraquà…

Comunque. Ringalluzzito da un’uscita sul bellissimo sentiero che da Monte Spin porta a Formeaso, fatta più che dignitosamente e in ogni caso meglio di sempre, mi son lanciato in questa ricognizione che pubblico per completezza, ma anche perchè merita di entrare a pieno diritto tra le discese single trak interessanti della zona. Il sentiero è conosciuto da molti bikers e non ha difficoltà tecniche rilevanti nè pendenze agghiaccianti. Non fosse per la presenza di lunghi tratti scalinati, che personalmente non mi entusiasmano, meriterebbe di far parte delle “classiche”, soprattutto se abbinata a quella che da Forcje Navantes porta a Fielis.

La descrizione è presto fatta: si va fino a Fielis (pista ciclabile o strada provinciale, fate voi) e qui giunti, traversando verso nord in direzione del borgo Vit, poco oltre la latteria sociale  si trovano le tabelle e i segnavia CAI  che introducono al sentiero n.157. La prima parte è scorrevole ed entusiasmante, poi iniziano gli scalini. E chi è in sella a una bici front suspended potrebbe anche maledirci! Un solo enorme schianto si evita sulla sinistra con pochi metri a piedi e, più a valle, un passaggio scalinato ed esposto su radici invita alla prudenza.

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Quando si è in vista dello stabilimento termale, conviene tenere la sinistra a un bivio per allungare di qualche curva il sentiero. Poi ci si dirige verso il parco con minigolf e, attraversatolo, si imbocca la pista ciclabile. Tornato a Zuglio, ho deciso di risalire a Sezza per vedermi una buona volta anche la “pedrata” che riporta a Zuglio, tante volte imboccata e mai completata. La trovate quando state per arrivare in paese, girando a destra nei pressi della caratteristica cappelletta. Dopo un breve rientro su asfalto, si gira a sinistra al primo invito e poi non si può più sbagliare (non rientrate sulla strada asfaltata all’unico altro bivio!)

Questa volta sono arrivato in fondo. La discesa è simpatica, ma di sicuro non imperdibile. Si svolge in prevalenza su fondo selciato, abbastanza scorrevole e senza scalini. Una volta nella vita, merita farla.  Insomma: altre due discese da aggiungere alle già numerosissime della zona. Buone pedalate!

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Cantieri e grandi opere

•marzo 19, 2015 • 7 commenti

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Alla fine di un giretto per le falesie della zona, in cerca di qualche tiro dimenticato da riprovare “a vista”  e di un po’ di  divertimento appartato, ho compilato una serie di appunti che propongo all’attenzione e, non si sa mai !, alla generosità dei climbers di passaggio.

Masso dell’Inceneritore. Ricomincia la miglior stagione del Bonsai, dove però è sparita la catena di “Bella scusa, Dentone!”. La magnanimità del soliti noti ha comunque risparmiato alla sosta due moschettoni di calata, per cui si fa presente a chiunque ne abbia voglia di portarsi uno spezzone di corda o di catena da rimpiazzare (non di waterclosed, possibilmente). E’ comunque comparso un utile rinvio fisso per moschettonare più agevolmente la partenza di “Seicitrullo”, mentre piuttosto meriterebbero una controllata quelli presenti sullo spigolo di destra e su “Pane pei i tuoi 20″. La catasta di legna meticolosamente impilata nei pressi del “Visionario” attende ancora che qualcuno la porti a valle facendone “logicamente” uso, in previsione di inverni più rigidi o di eventuali immolazioni.

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Pilastro Furbis. Pochi segni di frequentazione in  una delle rocce migliori della Carnia.   Ci vorrebbe una catena per la sosta di “Nothing lasts forever”, un bel tiro un po’ defilato a sinistra del settore principale.

Cjarandes. Raccomanderei ai frequentatori di non fidarsi troppo della tenuta delle fettucce dei rinvii fissi presenti su alcune vie. I maillon si sono bloccati e andrebbero svitati con le pinze e sostituiti.

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Raveo alta. Nel settore “Bonan” attendono pazientemente una sostituzione  con catene i cordini di sosta delle due vie dell’estrema destra, “Valdie” e “Memoriale dal convento” e di  “Angelica”. Lo schizzo presente nel tubo di acciaio alla base, donato da Chiodo Fisso, è incompleto e contiene delle valutazioni imprecise. Nel settore dei Tacs è ancora impraticabile la via “Tasso di interesse”, dove qualche burlone ha iniziato  un’eroica opera di disgaggio che risulta a tutt’oggi non completata. Nel pilastrino più in basso, dove ci sono tre vie di  praticabilità e valutazione incerte, è stato aggiunto da Eric un nuovo tiro, che dovrebbe aggirarsi tra il 6b e il 6c. Rimane da affrontare la bonifica degli schianti alla base della parete.

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Madrabau. Qualche giorno fa son stati sostituiti dei fix e delle piastrine su “Rumore Bianco” e su “Hocus Pocus”. Rimane ancora in cantiere la pulizia da zolle e radici delle tre brevi vie per principianti a sinistra di “Rumore bianco”. Sarebbe bello, inoltre, se al posto del  decrepito cordone sotto il tetto sulla via “Rue” qualcuno dei volenterosi frequentatori  piazzasse una sosta vera e propria, aggiungendo così un tiro di bassa difficoltà alla falesia. Ricordo anche che 50 metri all’estrema destra di “Madrabau” ci sono tre interessanti e dimenticate vie non recensite sulle guide, che da sinistra a destra hanno difficoltà di 7a+, 6b+ e 6b+, tutte intitolate a Charles Mingus.

Come molti sapranno, da qualche tempo a “Madrabau” si assiste alla rottura di appigli che sembra sia imputabile ai soliti scienziati, in questo caso armati di picche per dry tooling. Sperare che parlandone si riesca a convincere gli autori a desistere da questa demenziale abitudine è inutile almeno quanto l’augurarsi che un giorno in Italia sparisca la corruzione.

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Lo schizzo di Vigant (courtesy of Giulio)

Vigant. Aprofitto di questo post per pubblicare schizzo e nomi delle vie che a tutt’oggi rappresentano il campionario definitivo  della bellissima falesia di Vigant, che trovate recensita in un altro post di  questo blog.

Villaverdon. Per restare su pareti aeree, son state sostituite le corde fisse utili per l’accesso alle vie ed è stata  chiodata una variante più facile di un tiro di uscita dalla parte  destra della parete (in un prossimo post i dettagli su questa falesia dimenticata).

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Le vie di Vigant

Villanuova. Anche in questa palestra ci sono alcuni rinvii fissi che andrebbero revisionati, così come le soste della “Guerra dei Gradi” e di altre vie. Non risulta sia stata riattaccata la presa staccatasi su “La sera leoni”. Sembra poi  si stia rimettendo in opera il cantiere della piccola falesia “Caparezza”, della quale eventualmente vi riferiremo.

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Parete Rossa. E’ ultimato e si può provare  il nuovo tiro chiodato a sinistra di “Desafinado” (partenza in comune). Si chiama “La corrida”.  Alla base delle prime vie  sabato scorso abbiamo trovato un regalino. E’ evidente che non si tratta di incontinenza, ma di dispetto. Non ci sono molte persone “dell’ambiente” in grado di concepire e mettere in opera un simile capolavoro di ardimento….

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Canale Kugy dello Jalovec

•marzo 15, 2015 • 1 commento

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Letto su internet delle buone condizioni della neve, come direbbe un telecronista sportivo “ci abbiamo creduto” e infattamente ne è uscita la miglior sciata dell’anno.

Innevamento sufficiente per partire già sci ai piedi  dai trampolini, dove oggi fervevano grandi lavori in vista delle gare del prossimo week end. Tempo all’inizio sereno con qualche nube, poi sempre più coperto, con un po’ di nebbia solo nella parte alta del canale e all’uscita.

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Ramponi dalla biforcazione col Kotovo Sedlo, oggi molto frequentato. Neve dura ma non ghiacciata e, quel che più importa, ben livellata nel canale. Poi condizioni quasi da pista, senza cedimenti viste le temperature per niente primaverili, che hanno evitato anche l’inconveniente della caduta di sassi dalle pareti.

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Nella parte bassa, tenendosi alti sulla sinistra si evita una parte del zig zag nel bosco, che comunque risulta più gradevole di quanto previsto in salita. Non male anche la pista di fondo, veloce e poco fastidiosa.

Alla fine, visto l’affollamento di Kranjsca e Ratece, abbiamo salomonicamente e qualunquemente deciso di lasciare gli euri per la nafta agli sloveni e quelli per i radler e le magnifiche torte al solito Dawit di Tarvisio.

Dettagli.:dislivello oltre i 1400 mt., orientamento nord, difficoltà OSA. Gita consigliabilissima!

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Discesa dal Monte Gjaidet a Imponzo

•marzo 12, 2015 • 4 commenti

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Non saprei dire quanto la pratica della mountain bike in Friuli sia rilevante, nè potrei paragonarla ad altre regioni. Posso però affermare con sicurezza che  ci sia un’alta percentuale di seguaci volenterosi, che non disdegnano la possibilità di sacrificare qualche ora di pedalata, in cambio di un po’ di lavoro di sistemazione e recupero di sentieri ciclabili. Chi come me ha esperienza di un altra attività “self made”, la scalata, ha trovato nell’ambiente ciclistico” all mountain” molto meno egoismi, rivalità ed invidie.

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Il  bellissimo sentiero che vi propongo oggi è un ennesimo esempio di lavoro di un gruppo di volenterosi bikers della conca tolmezzina e in particolare di Imponzo, mèta finale questo impegnativo anello.

Il pezzo forte è sicuramente la discesa, che si può raggiunge in vari modi, seguendo gli itinerari ben noti agli appassionati. La via più naturale per un tolmezzino come chi scrive, è stata salire attraverso località Lunge, incantevole radura ai piedi del Monte Sernio, già nominata più volte nei post di Calcarea.

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Proseguendo in direzione di Lovea, poco prima di rientrare nel bosco e attraversare un guado (Km 12) , si imbocca sulla sinistra una pista forestale sterrata che dopo due curvoni  presenta un bivio. Noi giriamo a sinistra e affrontiamo ancora un po’ di salita, lasciando dopo poi a destra la biforcazione per Malga Oltreviso. La strada comincia a scendere e si presenta un bivio, dove teniamo la sinistra (su cemento) superando la baracca “Vite Mee” e la sua più recente ma meno suggestiva evoluzione. Qui, sulla sinistra, parte un’altra bella discesa in direzione di Illegio.

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Ancora un chilometro circa in falsopiano (14,6 totali), trascurando sulla sinistra il sentiero che porta in cima al Monte Gjaidèt. Si posegue fino  alla fine della pista, dove sulla sinistra inizia la nostra discesa, contrassegnata da due evidenti segni di vernice rossa su un faggio. Il sentiero è entusiasmante e vario. Dopo un primo lungo diagonale inizia una serie di tornanti in notevole pendenza. Più in basso il terreno diventa un po’ meno ripido, ma la concentrazione deve rimanere alta. Per fortuna, sia nei tratti diagonali in contropendenza che nelle picchiate il fondo rimane regolare, con poche radici o scalini. La foglia abbondante ci tiene  però sempre allerta.

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Un diagonale esposto con un passaggio su radici (occhio!) ci deposita all’attraversamento di un rio. Da qui in giù il terreno cambia: spariscono le curve e  compare qualche gradino. In un punto la scelta della direzione può evitare uno scalino più pronunciato. L’ultimo tratto  pietroso non  fa che rendere completo il tracciato. Con una bella picchiata ci si congiunge alla mulattiera di San Floriano e si arriva alla chiesa di Imponzo.

Dettagli: sviluppo 24 Km., dislivello 820 metri, ciclabilità in base alle capacità (anche 100%, mi dicono…). Difficoltà: S2+ (proposta).

Complimenti per il lavoro! E grazie…

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Monte Cogliàns

•marzo 10, 2015 • Lascia un commento

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Che vergogna non essere mai stato in vetta al Cogliàns con la neve. In più di sei anni di malattia scialpinistica ero già arrivato ai piedi dell’ultimo tratto ripido tre o quattro volte e con scuse variabili avevo sempre deciso di rinunciare alla fatica supplementare della cima. Forse perchè alle sue spalle si nasconde, ancora,  la tentazione di portarsi dietro gli sci e la delusione di non avere il coraggio di usarli!

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 Domenica in una giornata splendida e freddina  sono quindi tornato, dopo più di 40 anni, a suonare la campana di vetta, lasciando  gli sci al  solito posto. Grandi soddisfazioni la cima, il panorama, la compagnia ideale. E anche  aver visto e invidiato  tre bravi sciatori scendere il pendio ripido.

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Per il resto la neve a me non è sembrata “imperialissima” come a Giulio. Dura in alto, crostosa a tratti nella zona intermedia, bella nel canalino e sulla strada. Nei prossimi giorni dovrebbe diventare superlativa.

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Grazie ai tre amici del Soccorso Alpino di Paluzza che ci hanno prestato due picozze, lasciate imprudentemente a casa!

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Dettagli: dislivello 1400 mt abbondanti, orientamento sud, difficoltà BSA (OSA dalla cima)

La nuova cabinovia del Volaia

La nuova cabinovia del Volaia

Precefìc mtb (discesa n.1)

•marzo 6, 2015 • 4 commenti

Da più di un anno mi sono dedicato alla manutenzione di alcuni brevi sentieri nei pressi dell’incantevole conca di Precefìc, la località sulle pendici del Monte Strabut che si intuisce anche dall’abitato di Tolmezzo, ai piedi della parete rocciosa.

La si raggiunge da Pracastello, la conca prativa raggiungibile anche in auto. Poi, spingendo o portando la bici in spalla, in una mezz’oretta totale si conquista  questo splendido  falsopiano dominato dai pini neri e dall’erica.

Ho ripulito e percorso tre discese, con le loro varie combinazioni. Quella proposta in questo primo rudimentale video, ricalca la prima parte della  traccia del sentiero CAI che conduce sulla cima dello Strabut, fino al bivio con le tabelle di legno, dove si  gira  a sinistra  seguendo l’indicazione per Precefic. In discesa lo si ripercorre quasi integralmente, salvo prendere poi la variante sinistra diretta verso la frazione di Betania (masso con ometto). Giunti sulla strada bianca che porta alla presa dell’acquedotto si completa la discesa sui prati di Pracastello fino alle case di Via Gemona.

Sono riuscito solo dopo molti tentativi a percorrere in sella tutta questa bella discesa, che penso possa avere una difficoltà attorno a S2 (forse un po’ di più la prima parte, fino al bivio con tabelle, poi decisamente più facile). Prossimamente cercherò di documentare le altre.

Consiglio agli appassionati di discese e in particolare a chi ama i sentieri dello Strabut questo breve ma divertente tracciato da “bike park”, raccomandando però la massima attenzione e rispetto per gli escursionisti e ….per i sentieri!

 
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