Che bello, due amici una chitarra e un pennarello…

•febbraio 20, 2020 • 2 commenti

In uno slancio di infantile entusiasmo vi diamo notizia dell’ennesima grande novità portata dai Tempi Moderni (Moderne Zeiten, cfr Mariacher-Iovane) nei templi (antichi…) dell’arrampicata sportiva.

Dopo lo smartphone con i suoi  molteplici usi, la bacchetta telescopica  montata su drone e lo yoga acrobatico in slackline (preferibilmente condotto con femminile maestria), sta dilagando nelle falesie friulane il fatidico PENARELLO, usato per affermare con forza indelebile e colorata (per ora solo nero, al passo coi tempi…moderni) la propria opinione sul grado di una via.

Per fortuna nessuna scritta tipo “Cara ti amo” o ” Scemo chi legge”, nessuna esortazione politica o sessista. Niente omofobie e razzismo: solo un numero seguito da una lettera! Può essere usato  con intento collaborativo o con la saccente riprovazione del pensionato ai margini del cantiere stradale. A voi la scelta…l’importante è che ora potrete dire la vostra su tutte le vie e tutte le difficoltà….come del resto succede ormai su ogni argomento. Se fino a 10 anni fa tutti gli italiani erano CT della nazionale di calcio, oggi siamo diventati tutti  politologi, guaritori olistici, personal trainers e scrittori di pennarello!

Quindi d’ora in poi nello zaino oltre allo spazzolino per pulire il magnesio, al trancino per tagliare i rovi, al sacchetto per portar via cicche, nastro e scovazze, alla guida cartacea acquistata con generoso slancio, alla chiave da 17 per stringere i bulloni allentati, ai cordoni e moschettoni  per sostituire il materiale usurato, potrete far sfoggio del vostro PENNARELLO, che metterà in pace la vostra timida coscienza, i due amici, la chitarra e not least una ragazza giusta che ci sta. E tutto il resto che importanza ha?

Pilastro “No Limits” a Villa Santina

•febbraio 19, 2020 • Lascia un commento

Con l’appossimarsi della primavera ci si avvicina alle migliori condizioni climatiche per frequentare le piccole ma interessanti falesie situate lungo il decorso della strada bianca di accesso alle gallerie della forra di Vinadia (dette anche gallerie Sade, non per il marchese ma per la società idroelettrica che le realizzò non so dirvi in che anni…).

Oltre al rinomato Pilastro Mazzilis, che qualcuno si ostina inspiegabilmente a chiamare “Furbis”, vi raccomandiamo di fare qualche visita anche a quello “No Limits”, realizzato dai fratelli Dorigo una decina di anni fa.

La roccia è perfetta, le vie molto interessanti e allenanti, l’orientamento a sud est di una facciata e a sud dell’altra permette di scalare dal primo mattino fino al primo pomeriggio. In ogni caso in pochi minuti vi potete trasferire ai settori vicini, che rimangono al sole un po’ più a lungo. Ricordiamo ai più curiosi che poco a destra del settore Mazzilis c’è un’altra parete con tre vie e un po’ di spazio per chiodare 2 o 3 vie facili.

Trovate le difficoltà e le indicazioni per l’accesso nello schizzo allegato. Non perdete il 7a della faccia destra, uno dei più belli della Carnia. In questa facciata l’attacco alle vie avviene con qualche metro di corda fissa, ma l’assicuratore può tranquillamente rimanere alla base. Le vie n. 3 e n. 5 richiedono un po’ di occhio nella lettura della direzione (non sempre diritti sugli spit!), ma in ogni caso tutte le vie sono meritevoli (ma non abbiamo provato lo spigolo).

Croda da Campo (2712 mt.)

•febbraio 17, 2020 • Lascia un commento

Ogni volta che torniamo dal Comelico dopo una gita di scialpinismo ci chiediamo se valga la pena sobbarcarsi  chilometri in auto  e fatica per raggiungere i Tauri o le Dolomiti, quando a due passi  da casa abbiamo un vero paradiso ancora (almeno per noi) da esplorare.

Da Sappada a Sesto, compresi Brentoni e  Val Visdende,  ma soprattutto in destra orografica di Passo Monte Croce Comelico, ci sono innumerevoli canali e pendii per tutte le esposizioni e capacità. Basta aver voglia di scoprirli.

Ieri siamo stati sulla Croda da Campo, una delle sciate  più abbordabili nel novero di quelle mediamente ripide e poco esposte, in ambiente maestoso e con poco fastidio nell’avvicinamento.

Unica pecca la qualità della neve nella parte intermedia, piuttosto crostosa. Ma non si può pretendere la perfezione, vi pare?

Si lascia l’auto poco oltre Padola, direzione Auronzo per Passo San Antonio, in località Pian Ciadastier (poco prima del Lago Sant’Anna). Si imbocca a piedi una pista e dopo una ventina di minuti si mettono gli sci.

Al bivio per Casera Aiarnola si tiene la sinistra direzione Monte Aiarnola e, fuori dal bosco, si punta alla testa del Giao di Caneva, dove spicca evidente la parete gialla che porta il nome di una guida di Sesto, Michele Appacher.

Tolti gli sci, abbiamo seguito le buone impronte lungo il canale che gira verso destra circondando il pilastro. Si sbuca su un’ampia forcella a quota 2600. Qui la stanchezza ci ha impedito di aggiungere altri 100 metri di dislivello e raggiungere la vetta traversando a ovest.

Discesa con neve ideale nel canale, levigata e non troppo dura. Nel Giao di Caneva si cercano i lastroni più duri per evitare la crosta, poi il sentiero e la stradina sono ben sciabili. Consigliabile togliere gli sci dove li si era calzati all’andata.

Dislivello 1350 (noi 1200), orientamento est, poi sud. Difficoltà OSA, pericolo come da bollettino. Voto cinque stelle!

Altra bella sciata appena a est il Monte Aiarnola (cerca in questo blog). Bibliografia “Scialpinismo in Comelico Sappada” ed. Vividolomiti

Caro Bunny ti scrivo, così mi distraggo un po’…

•febbraio 16, 2020 • Lascia un commento

Giorgio Bianchi, al secolo “Bunny”, uno dei padri fondatori dell’arrampicata friulana,  mi manda tramite dei conoscenti un sollecito perché Calcarea si desti dal torpore.

Colgo la palla al balzo  per scrivergli una letterina, che pubblico come risposta alla sua domanda, gettando nel frattempo il consueto sasso nel pollaio (o il pollo nello stagno, fate vobis).

Questo silenzio prolungato, caro Bunny, non ha una vera ragione. O forse ne ha tante che si sono ammucchiate, colmando la misura. Per inciso: non ti pare che sia già tutto detto e scritto, in tempo reale, nell’epoca dei social? A meno di non mettersi a mitragliare selfies e prestazioni,  tipo ho fatto questo e mi è anche sembrato  una bazzeccola, cosa ci resterebbe da scrivere?

La vera ragione di tanto silenzio è  che qui non ci sono grandi novità. Nelle falesie carniche, sempre  affollate  per merito o  colpa di innominabili divulgatori e del riscaldamento globale, le abitudini sono più o meno quelle di sempre, seppur con qualche piccolo ritocco, che lascio a te giudicare.

Ti può ancora succedere di non riuscire a provare una  via perché per cinque ore una corda e i suoi proprietari se ne appropriano: nulla può la noia  contro la performance! Se ti rimanesse l’ardire di voler tentare “a vista”, sarai facilitato dai dilaganti bollini di magnesite. E per l’inquietudine che riempie lo spazio tra uno spit e l’altro, hai delle ottime possibilità di trovare già in loco un cordone, un rinvio raddoppiato o triplicato (il record per ora è cinque rinvii) , una bacchetta telescopica termoidraulica o qualche altra diavoleria ansiolitica.

Se poi avessi, nonostante tutto, la fortuna  di completare a regola d’arte la salita che ti eri prefisso, oppure in alternativa quella concessa dal buon cuore dei climbers in agguato, non mancherai appena messi i piedi in terra di veder aggiustata la sua difficoltà, ovviamente al ribasso.

Non azzardarti comunque a recriminare, citando guide, cartelli, internet o santoni dell’arrampicata. La prossima pubblicazione di Versante Sud, ovviamente redatta dopo scrupolosa verifica personale, ti darà inesorabilmente torto!

Penso ogni tanto, caro Giorgio, alle tue preziose cartine di Raveo, Avostanis, Val di Collina o Pal Piccolo, dove ai margini ammonivi “No Ingo, No web”. Ingo Neumann, dio-lo-abbia-in-gloria, almeno un giro  alla base delle falesia se lo faceva, carta e penna in mano!

Che altro dire? Che spariscono i rinvii lasciati su un passo difficile? Che poi ritornano per sparire di nuovo? Che si scava o si attaccano le prese? Che le vie nuove sono sporche e quelle vecchie unte? E che l’acqua è….bagnata?

Se solo così fosse, però, chi ci farebbe ancora bazzicare le pareti e i  variopinti praticanti di una delle attività  più psicopatologiche al mondo?

La risposta a questa domanda è dentro di noi….

Bene Giorgio, ti saluto e spero di vederti a scalare da qualche parte.  Per le nuove chiodature in Carnia  continua a seguire i nostri post. Ad maiora!

 

Cima Vallona (mt 2532)

•febbraio 11, 2020 • Lascia un commento

Magnifica escursione che per gli scialpinisti del Comelico è una grande classica, e merita di diventarlo anche per i carnici,  non solo per la recente “acquisizione” di Sappada al territorio regionale. Solo un ‘ora di auto ci separa infatti da questo comprensorio, che considerando le due sponde orografiche di Monte Croce, la Val Viisdende e i Brentoni offre innumerevoli possibilità per ogni capacità, sempre in ambiente superbo.

Su consiglio del Deca da Sega Digon, raggiunta località Tamai (Cappella per i Caduti di Cima Vallona), ci si avventura con buona dotazione di gomme antineve o catene (4×4 molto gradito) fino al Pian della Mola, dove lasciata l’auto si traversa sulla destra un ponticello e si segue una  pista fino all’incantevole catino di Casera Melin, crocevia di altre escursioni in direzione Palombino o Longerin.

Poco oltre la Casera si imbocca la mulattiera militare (CAI 144) che con numerosi tornanti ci porta fuori dal bosco ai pendii del Forame e quindi al Cadin di Vallona, con la costante supervisione dei tralicci che non possono non ricordare il vile attentato terroristico del giugno 1967, costato la vita a quattro servitori dello Stato Italiano.

L’ultima parte della salita si inoltra nel fondo del Cadin per poi seguire un intuitivo pendio diagonale verso sinistra e la successiva cresta arrotondata fino alla vetta.

In discesa, che se affrontata con la giusta tempistica riserva un fenomenale firn primaverile, dopo la cresta si può tagliare diritti verso il fondo del catino e, qui giunti, obliquare  per imboccare il bel canale a destra del Bivacco Piva. Dove inizia la vegetazione seguire il canale fin dove possibile.

Strada ancora con discreto innevamento, due cava e metti per schianti recenti di poco impegno.

Dislivello 1100 mt, orientamento sud, difficoltà BSA. Pericolo come da bollettino valanghe.

Sandro Neri ancora 8c !

•novembre 4, 2019 • 2 commenti

Complimenti al grande Sandro Neri che a 56 anni si ripete in un 8c  a Osp, dimostrando che limiti come  l’età e gli acciacchi, come diceva  Nico, sono “in your mind”…

Leggete il racconto di Sandro!

https://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/sandro-neri-8c-per-i-suoi-40-anni-di-arrampicata.html?fbclid=IwAR0vr4koy4Z8droeWjDnKS4tDAvs2LrGxHMCJPTlizwQAHrQptmevAu1YRo

https://calcarea.wordpress.com/2013/01/10/zampe-all-aria-di-sandro-neri/

Nuove multipitch nel gruppo del Monte Cavallo

•ottobre 24, 2019 • 11 commenti

Ciao Calcarea, ti descrivo gli itinerari che con gli amici Marco Tirelli e Umberto Iavazzo abbiamo aperto dalle parti del Monte Cavallo di Pontebba.

In particolare, ci siamo incapponiti su una evidente parete osservabile quando ci si incammina verso le vie a meridione sulla Cresta di Pricotič, che possiamo identificare come la parete Nord di Pricotič, l’estremità nord occidentale della più complessiva cresta del Cavallo terminante sopra la sella di Aip.

A più riprese abbiamo quindi tracciato ‘My Way’, di cui cito la dedica di Umberto: ‘La via è stata così intitolata per ricordare Silvana, che aveva scelto la ‘sua via’ e l’aveva sempre seguita sempre finché è svanita come neve al sole’. La via percorre una fessura, poi un’evidente rampa-diedro per attraversare la parete e terminare a sinistra sulle placche sommitali. La roccia è molto buona o ottima e la chiodatura S1, con  difficoltà che  arrivano fino al 6b. I primi due tiri erano già stati percorsi da uno scalatore sconosciuto che ha lasciato un chiodo e un cordino.

In seguito ho pensato che il percorso potesse essere raddrizzato ed il tiro di trasferimento ridotto al minimo: ed ecco, sempre con Umberto e Marco, ‘Telecaster 52’, dedicata alla prima chitarra elettrica prodotta in serie, protagonista nella genesi del rock; la via presenta difficoltà più continue e sostenute, fino al 6c ed un paio di passi cattivissimi, anche azzerabili, che pensiamo in futuro di ‘addomesticare’ per renderla più omogenea, ma è generalmente attorno al 6b; la qualità della roccia è sempre eccellente e l’arrampicata particolarmente piacevole ed estetica, la chiodatura S1.
Siamo riusciti così ad aprire due itinerari aventi sviluppo di circa 170 metri su una parete di circa 100 metri di dislivello.
Poi Umberto ha notato una serie di diedri che segnano direttamente la parete, allora assieme a me e a Carlotta Gottardo abbiamo chiodato ‘Taschunka Witko’, il nome in lingua indigena del capo pellerossa Cavallo Pazzo, di 100 metri, S1, con difficoltà attorno al 6b.

Le discese avvengono dalla cima della cresta sui cui c’è la croce; evidenzio così che le vie terminano su una cima (cosa non da poco!), scendendo in direzione est seguendo la cresta, fino a quando è in vista il sentiero che conduce alla sella di Aip, oppure calandosi in corda doppia lungo ‘Taschunka Witko’ o sempre in doppia guadagnando una sosta di calata visibile dalla base.
Poiché le lunghezze sono di circa 30 metri e la chiodatura è ravvicinata, è opportuno avere al seguito rinvii in abbondanza.

In rosso My Way, in verde Telecaster 52 e in blu Taschunka Witko; in giallo la sosta di calata che prevede due corde (foto R. P. Lavia)

Inoltre, io, Marco Tirelli e Umberto Iavazzo abbiamo chiodato completamente una vecchia via vicino alla Creta di Pricotič, sull’avancorpo Torre di Babele. Avevo aperto quel percorso nel 2004 assieme a Giulio Moscatelli subito dopo che abbiamo letto su ‘Le Alpi Venete’ la relazione di Di Gallo de ‘I giardini di Semiramide’, ma allora non l’avevamo pubblicizzata perché ci sembrava strano che una via così sana, logica, diretta non fosse stata già tracciata, lasciando solo qualche chiodo per segnalarne il nostro passaggio. Non solo invece ne eravamo gli apritori, ma anche nella rete di itinerari che negli anni si sono  sovrapposti oltre che incrociati il nostro ne era uscito intatto. La difficoltà è di IV continuo con tratti di IV+ e un tratto di V, tutte le soste sono attrezzate e ci sono molti chiodi di passaggio, basta quindi avere al seguito qualche cordino, dado e friend. Lo sviluppo è di 240 metri, sottolineo che per quanto riguarda questo tipo di vie questa è senz’altro tra le più piacevoli che si possano scalare sulle nostre montagne. La semplice discesa prevede una breve doppia la cui sosta si trova appena sotto la cima, in alternativa all’arrampicata verso il basso, per raggiungere il ghiaione a nord e quindi in breve l’attacco.

(foto: R. P. Lavia)

Da segnalare inoltre, sempre sulla Torre di Babele, ‘Il bello e la bestia’, chiodatura S1, aperta in più riprese da Umberto con me, Marco e Carlotta Gottardo, sulla parete nord-ovest. È identificata da un ometto all’attacco, le difficoltà arrivano fino al 6a. La foto riporta in rosso il tracciato della Lavia-Moscatelli 2004, in blu la direzione verso l’ometto d’attacco de ‘Il bello e la bestia’ e in tratteggiato dove all’incirca se ne svolge il percorso.
Alcuni momenti d’arrampicata descritti nelle foto:

Umberto nel secondo tiro della Lavia-Moscatelli; la roccia fa schifo, vero?  (foto: M. Tirelli)

Ti ringrazio e vi saluto,

Raffaele Paolo Lavia