Petizione “No alle ruspe sul Marinelli”

•maggio 18, 2021 • Lascia un commento

Siamo convinti che questa petizione dovesse partire sei mesi fa. Nell’autunno scorso il Comune di Paluzza fu l’unico soggetto che tentò un opposizione convinta e documentata contro questo spreco enorme di soldi e di territorio integro. Certo ci fu chi (CAI, Lega ambiente)  inscenò delle timide proteste, ma nessun’altro si mosse con decisione usando lo strumento più adatto ai nostri tempi, il tam tam su Internet. Sembrava una specie di gara combinata, come succede specie in Italia nell’ultima giornata di un campionato di calcio: si fa finta di lottare, ma il risultato che sta bene a chi “conta” è bene che si realizzi. 

Ci assicura chi tiene veramente al territorio e alla buona amministrazione che questa petizione ha qualche possibilità di ottenere un risultato, fermando un’opera che non ha un solo motivo plausibile per essere realizzata. Tra l’altro a poche decine di metri di distanza da una pista già esistente che non chiede che di essere “tenuta bene” e magari migliorata.

Dovesse anche andare a buon fine, non potrà comunque oscurare gli enormi sprechi e  danni voluti dalla Regione e dall’UTI della Carnia per la realizzazione, già in fase di avanzata progettazione, della pista che collegherà  Sella Talm a Malga Tuglia e della Pista del Bosc Grant sulle pendici settentrionali del Monte Amariana.

A chi giovano queste opere???

Invitiamo quindi i lettori di Calcarea ad aderire alla petizione:

https://www.change.org/p/no-alle-ruspe-sulla-mulattiera-per-il-rifugio-marinelli

Attanasio, nunteregghepiù!

•maggio 15, 2021 • Lascia un commento

E’ un po’ di tempo che non vi teniamo informati sulle novità dell’arrampicata sportiva in Carnia, perchè non sono così numerose o eclatanti, anche a causa delle limitazioni agli spostamenti che alcuni climbers (pochi!) e attrezzatori hanno cercato di osservare.

In zona Raveo registriamo al tetto di Sorantri una nuova grande via (a detta dei salitori) che percorre per un totale di 40 metri giusti l’evidente canna gialla cui si accede dal terrazzo inferiore percorrendo nella parte bassa la via “No Harlan”. Il nome del nuovo tiro è “Attanasio cavallo vanesio”. Chi ha meno di 60 anni sarà meglio che vada a cercarsi su google a cosa si riferisce. Mattia, che l’ha salita di recente, propone la stessa difficoltà di “Comandante Bolla”, quindi qualcosa tra l’8a duro o l’8a+ soft. Manuel Scorsa avrebbe scritto : ” tra il vegetale inferiore e il minerale superiore”.

Nella zona del terrazzo superiore è stato liberato da Chen  anche il secondo tiro di Sangue su Sangue, 7b+. La connessione tra questa via e Lucro Cessante è stata liberata e gradata 7b+/c. Parte su Sangue… e, poco prima della prima catena,  percorre tre spit autonomi collegandosi con “Lucro”. Si chiama “Lucro sanguinante”, molto no global…

Osvaldo ha poi liberato un suo vecchio progetto per il quale ringraziamo i bisiacchi che si sono incaricati della pulizia e della riscoperta di una via rimasta nel Limbo. Si attacca  dal terrazzo superiore e si conclude proprio sotto il grande tetto: “Licia Magò” è un sassolino nella scarpa che risale ai tempi del Liceo, 7c/c+.

Nel settore Tiere Nere a questo punto sono state liberate tutte le vie chiodate lo scorso autunno. Vi proponiamo qui di seguito l’elenco. Manca solo una recente realizzazione, che percorre lo spigolo a destra del diedro “Classica” e che vi impegnerà ancora una volta su internet, perchè si chiama Nunteregghepiù, liberata da Osvaldo, 7c

A Illegio Alta vi segnaliamo la prima salita da parte di Andrea di un bel tiro chiodato dal team di Calcarea, che come tutte le altre vie ricorda un vizio o una virtù, non necessariamente teologali. In questo caso, “Coerenza “, un 8a che attende la prima ripetizione.

Visto l’imminenza della stagione in cui si cerca l’ombra per arrampicare, temperature permettendo, vi ricordiamo l’esistenza della piccola ma interessante Parete dell’Edera, nei pressi di Cavazzo, falesia caratterizzata da pochi tiri di difficoltà medio bassa, con un conglomerato molto solido e vario, che permette  l’imbarazzo nella scelta di appigli e appoggi dalle forme singolari. Le vie di questa paretina non hanno un nome, allora abbiamo deciso di battezzarle utilizzando in parte i nomi che un ignoto frequentatore aveva proposto con un messaggio lasciato alla base della parete.

Eccoli da sinistra: 1) Manera 7a+, 2) Diedro l’angolo 6a (variante di attacco 6a+), 4) Dal divano alla poltroncina  6c, 5) Zerbini nel mondo 6b+, 6) Pianola 6b+, 7) Free sole 6b+, Autan 6a+, Conglomenato 6a.

 

Concludiamo anticipandovi che sono appena partiti due nuovi cantieri dedicati all’estate, quindi all’ombra, nei pressi di Tolmezzo.

State tuonati!

 

Mobilitazione per Cregnedul

•maggio 12, 2021 • 1 commento

Visti i risultati delle precedenti “mobilitazioni”,  che nello scorso autunno hanno portato a qualche timidissima presa di posizione mediatica, senza minimamente incidere sulla messa in opera di tre obbrobri ambientali e finanziari come la realizzazione della pista per il Rifugio Marinelli, quella che collegherà Sella Talm a Malga Tuglia e quella sul versante nord dell’Amariana, pubblichiamo questo appello con molto scetticismo.

Crediamo che i tempi e i modi dovrebbero essere ben altri. Si ha la sensazione che anche chi potrebbe far sentire la propria voce in quanto “informato e interessato ai fatti”, giochi delle mosse di facciata nascondendo la mano senza neanche aver tirato un sassolino. Per non parlare delle amministrazioni locali, con l’eccezione che è doveroso sottolineare del Comune di Paluzza…

Dal “fasin di besòi” al “sperin bèn” il passo è stato breve.

Oppure facciamo da soli solo quel che riguarda il nostro piccolo orticello?

 

Da Rinch a Cadunea in ebike o come vi pare

•maggio 6, 2021 • Lascia un commento

Ho temporeggiato un po’ prima di decidermi a pubblicare questo itinerario, che qui descrivo come discesa ciclistica adatta a bikers abbastanza esperti. Avevo il dubbio che la frequentazione in mtb di questo bel percorso, ripristinato di recente dai soliti volenterosi (“Cellone” e Co.) potesse nuocere sia al terreno che a qualche ignaro escursionista malcapitato.

Ripensandoci, ho poi considerato che saranno ben pochi i ciclisti che decideranno di avventurarsi su questo itinerario, che richiede una certa abilità discesistica e,  soprattutto, comprende una lunga risalita che risulta divertente solo disponendo del mezzo assistito. Di contro, credo di far cosa gradita divulgando un sentiero che non mancherà di soddisfare escursionisti e runners, perchè vario, a tratti selvaggio e abbastanza  panoramico sullo schieramento di cime di Sernio, Palasecca e Palevierte, splendide soprattutto quando innevate.

La destrizione è presto fatta: partendo da Cadunea o da Cedarchis si percorre la provinciale per Paularo fino a Piedim, dove si gira a destra salendo fino a Plan di Cocès e poi su pista sterrata in direzione del Monte Oltreviso (proseguendo si arriva in Lunge), lasciandola a quota 800 per raggiungere verso destra la splendida borgata di Rinch.

Qui, attraversato il borgo e archiviatolo come una delle destinazioni ideali al vostro prossimo eremitaggio, affrontiamo la discesa contrassegnata da un impeccabile segnaletica in legno. Dopo una prima parte veloce tra i prati, si affronta il tratto più tecnico nel bosco, sino a raggiungere il fondo del Rio Derchia, dove si affrontano con bici a mano alcuni facili guadi.

La lunga risalita, quasi sempre con fondo ciclabile, conduce a una ripida scalinata che credo sia molto sconsigliabile affrontare in sella. Da qui in poi un veloce saliscendi interrotto da qualche rio, porta nei pressi di Cadunea, dove ci sono due possiblità di conclusione: la prima più facile proseguendo diritti, la seconda con quattro belle emozionanti curve se si gira a destra , atterrando con un’ultima virata proprio all’imbocco del ponte sul Chiarsò.

Via “Gamboa” in Creta della Cjanevate

•maggio 3, 2021 • Lascia un commento

Molti di noi non conoscevano questo itinerario alpinistico, cui fa riferimento Mauro Florit nell’articolo pubblicato qualche giorno fa su Calcarea. Di seguito trovate la relazione. Per tutto quel che sta dietro la scelta del nome della via, consigliamo la lettura del post…

ALPI CARNICHE , GRUPPO COGLIANS – CHJANEVATE

CRETA DA CJANEVATE ANTICIMA EST parete SUD

VIA “GAMBOA

FLORIT Mauro C.A.A.I. con :  ORTOLANI Barbara, CORTESE Paola, CAROLI Andrea

il 12/10/96 , 18/05/97 , 05/09/97

dislivello : 400m + 200m fino all’ Anticima Est ; difficoltà : 5°+, 6°, 7°+

usati 15 chiodi di protezione,(lasciati 14) + 2 chiodi di progressione (lasciati)

10 chiodi di sosta (lasciati 7)

Bella via che sale in successione i due pilastri posti all’ estrema destra della parete. Rispettivamente il primo a sinistra della “gola di destra” ove sale la via Castiglioni – Soravito ’37 ed il secondo più a destra. Dalla cima del pilastro su facili rocce rotte si raggiunge obliquando verso sinistra la via normale di discesa. Il quarto tiro era già stato salito lungo un itinerario proveniente dalla sinistra.

Per una ripetizione sono utili alcuni chiodi, nuts e friends anche grandi.

ACCESSO : in due ore circa dal Passo di Monte Croce Carnico (1360m). L’attacco si trova in comune con la via Castiglioni – Soravito ’37 nel catino roccioso sottostante la gola.

RELAZIONE :

1) TIRO : dal catino alzarsi in artificiale (AO) su friends grandi e due chiodi raggiungendo un diedro fessurato strapiombante alla cui sommità sostare.

50m, sosta su 2 chiodi, AO, 7°- (4 chiodi)

2) TIRO : in obliquo verso sinistra attraversare fino allo spigolo e seguirlo fino alla base del pilastro.

50m, sosta su clessidra, 5°+ (3 chiodi)

3) TIRO : diritti sul diedro aperto, uscire a destra sotto uno strapiombetto e proseguire lungo la fessura fino a raggiungere un pulpito.

35m, sosta su due chiodi, 6°+ (2 chiodi)

4) TIRO : proseguire direttamente nel canale arrampicando sul suo lato destro fino a raggiungere la cima del primo pilastro

50m, sosta su un chiodo, 6° poi 4° (2 chiodi)

5) TIRO : un facile diedro permette di raggiungere la “ gola di destra” mirando poi alla base del secondo pilastro.

55m, sosta su due chiodi (uno tolto), 3°

6) TIRO : alzarsi direttamente dalla sosta per tre metri poi a sinistra altri due ad un chiodo da cui con splendida arrampicata raggiungere uno strapiombetto fessurato. Superatolo ancora diritti lungo fessure alla sosta sul canale al termine delle difficoltà.

50m, sosta su clessidra ed un chiodo, 7°+ (5 chiodi)

7) TIRO : proseguire per il canale fino alla cresta.

30m, sosta su clessidra, 3°+

8) TIRO : per salti di roccia compatta direttamente allo spigolo del pilastro

50m, sosta su due chiodi (tolti) 5°+

9) TIRO : gli ultimi facili metri a destra della cresta portano alla fine delle difficoltà

30m, sosta su friends 3°

Facilmente per rocce rotte obliquare a sinistra fino a raggiungere gli “ometti” che portano, come per tutte le altre vie della Creta, al sentiero della via normale di discesa. 200m di dislivello, primo grado.

 

 

Pensieri, parole, opere e omissioni (di Mauro Florit)

•maggio 2, 2021 • 3 commenti

“La coscienza è come l’organo sessuale. O ti da la vita o ti fa pisciare” (G.Gaber)

2001 BilaPec “Signori si nasce…”

Più volte ho parlato della mia idea di apritore: di chi  ad un certo punto della sua carriera alpinistica decide di aggiungere questa nuova esperienza. Sono sempre stato molto sintetico nell’esprimere quello che pensavo, stavolta vorrei prendermi il tempo per sviluppare questo passo che reputo quasi fondamentale nell’esperienza di un alpinista.


Giungere all’idea di voler aprire un nuovo itinerario è un ulteriore tassello nella crescita personale di chi vive la montagna, un passo importante. Forse il passo più importante perché non è un’azione personale, “egoistica” come lo è stata tutta la carriera fino a quel momento, ma diventa un aprirsi verso gli altri. Nel bene o nel male, sopportando ed accettando elogi o critiche.

Sicilia con Calabrese e Pinotti, via “Nato due volte”

Siamo degli egoisti. Chi ama andare in montagna, chi ha una passione per questo ambiente e per questa attività è un egoista. Bisogna essere chiari ed accettare fin da subito questo stato di cose. Un egoismo che fa mettere la propria felicità nel scalare al di sopra di tutto, famiglia, amici, lavoro. Quando la passione brucia dentro, tutto il resto passa in secondo piano. Noi accettiamo consciamente rischi estremi per soddisfare le nostre voglie. Per fare quella che indubbiamente è una delle attività tra le più inutili del genere umano. Ma non sto dicendo che è una cosa negativa, anzi, reputo queste persone fortunate. Chi ha una passione, una qualsiasi passione non solamente la mia, vive meglio. Vive per soddisfare la sua ricerca della felicità.


Penso che esista solamente un modo “etico” per salire una montagna: presentarsi alla sua base senza niente, senza corda, senza chiodi, senza martello, senza imbragatura, senza sapere niente di cosa abbiamo sopra la testa. Qualsiasi altro modo è un compromesso che viene accettato.
La nostra cara amica Wikipedia ci suggerisce che: “L‘etica  è una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale.”

In Ala Daglar con Marco Sterni

Ma possiamo sposare questa definizione in alpinismo? A parere mio assolutamente no. L’etica alpinistica è una cosa completamente diversa. In alpinismo, l’etica non ha un valore assoluto, bensì un valore personale per giunta evolve nel tempo. Un alpinista può modificare la sua etica in funzione di innumerevoli fattori: età, meteo, accettazione del rischio, ecc. Quindi perché parlare di etica quando si apre una nuova via? L’etica di cui stiamo parlando è strettamente personale ed egoistica, è un modo di operare a cui un apritore decide di conformarsi.
In realtà esiste solo un’etica che vale per chiunque, non solo per l’alpinista, ma che ogni essere umano deve rispettare, ed è l’onestà. Ecco quindi che in alpinismo è più opportuno parlare di onestà che di etica. L’onestà che si esprime nel rendere pubblico come è stata aperta una via: calandosi dall’alto, in artificiale, in libera, posizionando le protezioni stando appesi da qualche parte oppure mentre si scala e tante altre variabili che devono essere conosciute dal ripetitore per dare una corretta valutazione.

1990 Nouvelles sensation Creta della Cjanevate

Ma un’altra qualità serve all’apritore, altrettanto importante: la conoscenza. E’ indispensabile sapere la vera storia della parete dove si vuole aprire il nuovo itinerario, conoscere quello che è stato già fatto, dove sono tutte le linee già salite, da chi e come. Questo serve, per esempio, a non alterare lo spirito delle vie già presenti sulla parete. Per conoscere non basta una generica “googleata” ma serve raccogliere informazioni da altri alpinisti, da guide e riviste. La tendenza, che si sta accentuando sempre di più tra i relatori di guide alpinistiche moderne, è quella di creare un elenco di salite scelte, magari che spaziano su vari gruppi montuosi. Questo modo di operare rende si più fruibile al grande pubblico il testo, ma non permette la conoscenza della vera storia di una parete.

1994 ETERNAUTA

Riassumendo: per un apritore risultano indispensabili due qualità, onestà e conoscenza. E non abbiamo ancora iniziato a scalare un metro…
Ma perché aprire un nuovo itinerario? Non ce ne sono già abbastanza? Cosa spinge un alpinista a farlo? non posso parlare per gli altri ma per me la motivazione principale è raggiungere posti che nessun altro ha mai visto, mettere le mani su appigli che nessun’altra mano ha stretto prima. Riecco l’egoismo che riappare sotto un’altra forma. Aprire una via nuova è come creare un opera d’arte, lo si fa per se stessi, poi c’è il desiderio di condividere con gli altri quello che si è fatto. E’ proprio per questo, dopo aver salito una nuova via, mi sono sempre chiesto: manderei qualche amico a ripeterla??? Se la risposta è affermativa, faccio la relazione e poi la pubblico, se la risposta è negativa faccio ugualmente la relazione, ma la conservo sul mio quaderno dove da quarant’anni scrivo le mie malefatte. È per questo, credo, che quasi tutte le mie vie vengono ripetute. Non per tutti è così. C’è chi lancia il guanto della sfida e ti lascia le caramelle in sosta come a dirti “sei stato bravo ad arrivare fin qui“.

Nouvelles sensation, Mauro e Calice

Comunque la si voglia vedere il bello della nostra attività è che non ci sono regole. Non ci sono regole in apertura e non ci sono regole quando si scala. Vi propongo uno spunto di riflessione: molti hanno visto nel 2015 l’impresa di Tommy Caldwell sulla Dawn Wall (El Capitan), salendo la via (gradata 9a) in completa arrampicata libera dopo 19 giorni consecutivi di arrampicata. La notizia ha una forte eco in tutto il mondo, a tal punto che anche l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si congratula con gli alpinisti. Indubbiamente i due fortissimi scalatori hanno fatto qualcosa di eccezionale, ma è sfuggito un piccolo particolare. Se avete visto il film, una lunghezza di corda era particolarmente ostica ad uno dei climber, pertanto, dopo innumerevoli tentativi, egli ha deciso di risolvere quel passo che non gli riusciva con un lungo aggiramento riuscendo così a salire in libera tutta l’enorme parete del Cap. Tutti gli alpinisti, compreso il sottoscritto, hanno valutato l’impresa come qualcosa di eccezionale, nessuno ha fatto notare che fare il giro per arrivare in sosta evitando un passo significa che l’alpinista ha risolto in modo soggettivo il problema. Per fare un paragone con un altro sport, sarebbe come se ad una gara di corsa ad ostacoli il corridore decidesse di abbassare l’altezza dell’ ultimo ostacolo e spostare il traguardo un pochino più avanti per compensare. Scalare le montagne quindi non è uno sport. Uno sport è tale se risponde a tre caratteristiche: un regolamento che dice cosa si fa e come. Un giudice arbitro che controlla e certifica. Una federazione che organizza il dove e il quando. Quindi le gare di arrampicata sono uno sport, l’alpinismo ma anche la stessa arrampicata in falesia non lo è.

1991 La Legge della fattucchiera con M.Sterni

Quindi alpinisti fuori dalle regole? Fanno quello che vogliono? Purtroppo no. I tempi sono cambiati specie per chi dedica volontariamente il suo tempo a far conoscere come andare in montagna. In alpinismo la bibliografia tecnica sta scendendo sempre più nei minimi dettagli, questa ricerca della metodologia operativa considerata più sicura è in costante evoluzione. Codificando tutto si cerca di ridurre i rischi ma nel contempo si riduce la libertà di agire al di fuori di queste regole scritte. Sperimentare autonomamente, talvolta anche rischiando e sbagliando è stata la base per l’evoluzione della nostra attività. Ora però la società non accetta che le regole vengano disattese e pretende per ogni azione un responsabile che si possa eventualmente sanzionare. Ci sarebbe molto da discutere su questo. Ma torniamo al nostro argomento: aprire un nuovo itinerario.


Tra le tante cose che sono cambiate negli ultimi anni forse la preparazione del prodotto “via nuova” risulta la più interessante da analizzare. Un Comici o un Cassin mai avrebbero perso tempo a pulire un passaggio da appigli instabili o in genere pensare alle esigenze dei ripetitori, il loro obiettivo era salire e basta. Oggi, indipendentemente dalla difficoltà del nuovo itinerario, l’apritore tenderà ad “apparecchiare” un prodotto che, rispondendo alla sua personale etica, sia gradevole al pubblico. Insomma egli non scalerà solo per arrivare in cima, ma anche per ingrassare il proprio ego bisognoso di  apprezzamenti oggi più digitali che umani.

It’s hard to be good, 1992 Cjanevate

Quindi regole e etica soggettive. Ecco le mie per quanto riguarda le vie aperte con l’uso del trapano per posizionare gli spit:


Uno : mai calarsi dall’alto per aprire una via. Aprire un itinerario calandosi dall’alto, pratica diffusa, non è per me aprire una via è bensì attrezzare una via. Calandosi dall’alto per posizionare le protezioni e scegliere il percorso migliore come si fa in falesia, riduce il ruolo dell’apritore a quello dell’attrezzatore. Il gioco di trovare con l’intuito e fortuna la giusta sequenza di appigli ed appoggi che portano in cima viene annullato. Ovviamente di tutto ciò poco importa al ripetitore che forse magari trova un prodotto migliore ma, personalmente quando apro un tiro trovo grande soddisfazione nel risolvere il rebus di appigli ed appoggi che mi porteranno alla sosta.

Due: non salire in artificiale. Con il trapano in mano chiunque può salire una lunghezza di corda che forse neanche Adam Ondra riuscirà mai a scalare. Il mio gioco è trovare e salire una via adatta alle mie capacità, attrezzare delle vie che non sono in grado di scalare è per me una sconfitta. Significa che non sono riuscito a leggere bene la roccia, poco importa se poi Ondra passerà in libera.

2001 Bilapec “Anni ben spesi”

Tre: non modificare la roccia. Non scavare appigli od appoggi per facilitare la salita. Scavare negli anni ’80 e ’90 poteva essere ancora, in qualche caso, una manifestazione di creatività. Ma era la strada sbagliata e adesso è evidente. Quindi adesso scavare è solo manifestazione di un egoismo “malato”, ben diverso da quello prima citato.

Quattro: se si usano gli spit, e parliamo di vie cosi dette “plaisir” essi vanno usati con criterio. Significa che la via dovrà risultare giustamente impegnativa ma non pericolosa. Mi spiego meglio con un esempio. Quando si ripete una via a spit aperta dal basso è facile capire quale è il livello di difficoltà massima dell’apritore. Di solito dico che uno chioda bene quella che per lui è quasi la difficoltà massima. Perché quando sta scalando poco sotto il suo limite farà grande attenzione alla sua sicurezza, mentre quando scala molto sotto il suo livello tenderà a sottovalutare le conseguenze di una caduta. Senza portare degli esempi concreti, sarà capitato anche a voi di scalare dei tiri di 5c , 6a , 6b con tre quattro protezioni e poi il tiro di 7a , 7b con le protezioni molto più ravvicinate. E bisogna sempre ricordare che volare su una lunghezza di 7b anche se attrezzata lunga non dovrebbe comportare conseguenze, mentre farlo su un tiro di terzo grado è sicuramente fatale.

2002 “Albachiara” in Pramosio

Cinque: usare materiali di qualità. Aprire un nuovo itinerario costa. E costa parecchio. Circa 50 euro a tiro. Usare materiali scadenti è una tentazione forte perché di norma a parte casi fortunati, chi apre si paga da solo le spese.

Sei: non aprire itinerari vicino al mare. Questa regola è nata dopo aver aperto una via vicino Palermo quasi a picco sullo splendido mare siculo. Avevo usato materiale inox 316 ma nonostante questo dopo solo un anno molte placchette iniziavano già a rovinarsi. La corrosione degli ancoraggi fissi vicino al mare è un problema irrisolvibile a meno di usare il titanio con dei costi improponibili. Viceversa vi sono in montagna vecchissimi spit rock piantati a mano negli anni ottanta che ancora danno ottime garanzie di sicurezza.

Quando poi apro con i chiodi e protezioni veloci il trapano lo lascio a casa. Nella prima parte della mia carriera di apritore il trapano o anche il pianta spit manuale erano tabù. E rimango sempre affascinato dalla fantasia del chiodatore per trovare il posto dove piantare un chiodo, quella fessura, quel buchetto invisibile. Ho sempre pensato che l’abilità di un alpinista non è tanto quella di stringere l’appiglio più piccolo, bensì quella di riuscire a proteggersi adeguatamente. Quando poi vecchie vie aperte a chiodi vengono riattrezzate a fix trovo veramente sbagliato togliere le vecchie protezioni. Significa privare chi verrà della storia della via. Quel chiodo piantato è un’opera d’arte, non una cianfrusaglia brutta da vedere come viene descritta da qualcuno.
In ogni caso dividerei il mondo degli arrampicatori in due grandi categorie: Quelli che hanno aperto o attrezzato vie di qualunque tipo o difficoltà e hanno tutto il diritto di criticare e dire la loro opinione su qualunque tipo o modo di aprire una via. E quelli che non hanno mai messo un chiodo, mai uno spit, mai sostituito un moschettone in sosta quando era palesemente usurato, mai fatto nulla per gli altri. Ecco questi dovrebbero solo stare zitti.

Sono anche un istruttore di alpinismo e di arrampicata e, per concludere, vorrei dire due parole sui corsi: I ragazzi d’oggi sono completamente diversi da quelli che si iscrivevano ai corsi solo qualche decina di anni fa. Oggi arrivano e si sono già documentati su tutto, hanno già visto su youtube tutti i tutorial per esempio su come fare una corda doppia. Il compito di un istruttore quindi, a parer mio, non può limitarsi a ripetere ancora una volta quello che hanno già sentito dire. Un istruttore può e deve dare quel qualcosa in più che farà la differenza tra un video descrittivo e la condivisione di informazioni date dall’esperienza acquisita.
Un altro aspetto dei corsi “moderni” che non mi piace è la sfrenata ricerca della “conformità” di insegnamento. Mi spiego meglio: che tutti gli istruttori d’Italia illustrino una determinata manovra nello stesso modo, usando le stesse parole, potrebbe essere visto come una cosa positiva… Mai nessuno verrà a dire: ma guarda che “Bepi” mi ha detto che non si fa così… A parer mio però si perdono dei valori aggiunti impagabili, un allievo a cui VERAMENTE interessa apprendere, se per una determinata manovra, ricevesse più metodologie nate dall’esperienza personale del docente, potrebbe poi lui stesso sperimentare qual è la migliore, e prendere da ogni istruttore quel valore aggiunto che una standardizzazione annulla.

Per ultimo una nota di colore. Vorrei parlarvi del nome delle vie. Quando ho iniziato a scalare i nomi delle vie erano i nomi del primi salitori : la Cassin alla Ovest, il Philip Flamm, la Bonatti al Capucin. Era facile. Poi gli alpinisti hanno iniziato a dare nomi di fantasia alle loro realizzazioni. La scelta del nome per una via nuova è sempre una questione delicata. In poche parole si cerca di racchiudere le emozioni di un’esperienza unica e ognuno ci prova a modo suo, usando lo stile che più gli appartiene: aulico, leggero, con (auto?)ironia o metafore più o meno chiare, doppi sensi e calambour costruiti su assonanze e distorsioni tra le parole. Poi ci sono i nomi di mogli, fidanzate, amanti, figli, animali, ricorrenze, anniversari e via andare ma è tutta un’altra categoria. Personalmente penso che dare il nome a una via è come dare il nome a un figlio.
A mio parere deve avere un significato, che esso sia ovvio o più intimo è relativo, l’importante è che per l’apritore significhi qualcosa. In quasi tutte le mie vie quindi il nome ha un ben preciso motivo d’essere e non sempre è quello più ovvio… Qualche esempio:

1989, Alpi Carniche, Creta Cacciatori, via “Carnia Adventure”
È stata la mia prima via nuova. A quel tempo girava una pubblicità della Marlboro che mostrava gli uomini del Marlboro Adventure Teams impegnati a vivere la loro vera avventura negli sconfinati paesaggi del selvaggio west. Il nome “Carnia Adventure” deriva proprio da questa mia iniziale ricerca dell’avventura senza il bisogno di grandi viaggi, basta trovare cinque metri di una liscia placca improteggibile a un’ oretta da casa per poter vivere una fantastica avventura.

Daniele Perotti su Not Normal

1991 , Alpi Carniche, Chianevate, via “La legge della fattucchiera”
Quando con Daniele Perotti andai per la prima volta a scalare sulla sud della Chianevate per ripetere tutte la vie di Mazzillis, avevamo un mantra : “se non si passa basta applicare la legge della fattucchiera: fare una doppia ed andare in “scogliera” (la scogliera è un settore del Pal Piccolo) . Questa via è dedicata proprio al mio fortissimo compagno di cordata caduto in Marmolada nel 1991.

Castelletto della Tofana con Marco Sterni

1997, Alpi Carniche, Chianevate via “ Gamboa”
Da un mio scritto: ” Tutto era pronto, organizzato, Mario sarebbe partito prima, in due mesi aveva tutto il tempo di organizzare la nostra piccola spedizione in Brasile. Lui c’era già stato più volte, conosceva il posto, e mi aveva fatto sognare pareti inviolate di granito che spuntavano come per incanto dalla vegetazione.
Venerdì sera, ci incontriamo per gli ultimi accordi, poi vado a prender un po’ di pioggia sulle ‘mie amate’ Carniche. Il suo volo per San Paolo è per la mattina del giorno seguente.
Domenica sera rincaso tardi, la segreteria telefonica lampeggia:

Mario Variola su “Greenpeace”

“Sono Mario. Sono partito. Ho svuotato lo zaino di tutto il materiale d’arrampicata. Scusa.”
Dopo un mese ricevo una lettera da Salvador-Bahia.
Ciao Mauro, non ti ho ancora scritto una riga, dopo il messaggio che ti ho lasciato in segreteria telefonica. Sì, all’ultimo momento, mezz’ora prima di partire da casa, ho svuotato lo zaino dai chiodi che avevo appena comprato, dalle corde, dai nuts e friends, adesso nell’armadio in garage c’è un mazzo di chiodi luccicanti come non avevo mai posseduto. E’ rimasto per caso solo il martello, che ho già regalato a un tipo di San Paolo che ha una palestra artificiale di arrampicata. Mi hanno portato ad arrampicare due giorni nella regione. Era un posto bello, pieno di verde, di una tranquillità diametralmente opposta alla dimensione allucinante della città di San Paolo, il cui inizio è sconosciuto, in quanto di giorno in giorno si espande, e a parere di un tassista il suo diametro è di circa quaranta chilometri. Avevo con me le scarpette, vecchie, e l’imbrago leggero, sempre quello. Poi sono partito. Lasciando lì anche l’imbrago e le scarpette, non voglio nemmeno pensare alle scalate perché vedi, appena tocco la pietra, mi vengono in mente le forme curiose delle Carniche, delle Giulie, delle Dolomiti. Mi viene dentro il sapore delle nebbie che scorrono verso l’alto delimitando lo spazio e rendono l’abisso ancora più inquietante e magnifico. Il profumo delle nebbie fredde ed inquietanti che si portano appresso il timore del tuono.

Andrea Caroli su “Gamboa”

Così, adesso sono a Salvador, dove la popolazione è quasi totalmente negra. Sto facendo molte foto. Ho conosciuto una comunità di pescatori che vive vicino al centro della città, in una località che si chiama Gamboa e che comprende anche un forte costruito nel 1810 circa ed ora diroccato; ci sono vecchie case coloniali in riva al mare, sul costone che sale ci sono altre casette, e baracche di gente umile che vive in maggioranza di pesca. E’ una comunità secolare, dall’epoca del forte. Ho conosciuto una vecchia che ha 97 anni. Passa il giorno affacciata alla finestra, guardando il mare, i bambini che giocano con le onde, i pescatori che lavorano. Il suo viso ricorda le rocce scure e screpolate che affrontano i marosi, e i suoi occhi chiari – molti negri qui hanno gli occhi chiari – hanno la stessa vastità dell’orizzonte. Suo padre era pescatore, e i suoi figli, e i suoi nipoti e forse i bisnipoti che giocano argentini con le onde non lo saranno più, perché il governo e gli speculatori hanno riscoperto questo piccolo mondo dimenticato a quattro passi dal centro storico, dove ancora si può trovare quella poesia del mare descritta da Jorge Amado nel suo libro ‘Mar Morto’, e stanno cercando di cacciare la gente chiamandoli dei favelados invasori e occupatori abusivi ecc., per farci un nuovo centro turistico, ristrutturando le vecchie case che ora sono dei pescatori. Mettendo negozi e ristoranti dove ora ci sono solo case di mattoni scoperti e baracche, finalmente incanalando le fogne che la città scarica tra le case, incurante della gente di Gamboa.
Gamboa resiste; vogliono trasferirli a un’ora e mezza dal mare, dando ad ogni famiglia venti metri quadrati di casa, togliendo le onde ai bambini, e tutto questo per l’inconsapevole e beato trastullarsi dei turisti, e le tasche di qualcuno. E’ triste fotografare un mondo che forse sta per scomparire, ed è prezioso come lo sguardo di uno stambecco incontrato per caso tra le rocce e la neve e il cielo grigio viola d’una sera d’ottobre tra i Jof.
Mauro, non essere arrabbiato con me. Ti auguro buone scalate e con i chiodi che sono in garage apriremo una via in montagna, bella, difficile, senza spit e la chiameremo Gamboa, e quando ci chiederanno:
“Perché Gamboa?” Risponderemo: “Perché Gamboa è il mondo che scompare, l’umanità meravigliosa”. Ciao MARIO                                                                                                   P.S. I chiodi sono in un vecchio armadio nel garage a casa di mia madre. E’ un grosso mazzo legato con un cordino. Valli a prendere, cerca e apri tu la via di cui sopra. Poi mi ci porterai. Cerca, usali tutti, aprine più d’una, ma Gamboa deve avere le caratteristiche di cui sopra. Sarà qualcosa che sentirai nelle mani e nel corpo in quell’intervallo di contemplazione che segue alla salita e precede la discesa. Vai a prendere i chiodi. Sono un regalo. Ciao!
Mario Variola si è tolto la vita nel  nel 2002

 

1996, Alpi Giulie, Val Trenta, Osebnik, Via “ Arlecchino servitore di due padroni”
È la mia prima via aperta con l’uso del trapano. Dopo aver aperto tante vie con i chiodi mi è venuta voglia di servire (anche) un altro padrone, un padrone forse più buono, indubbiamente meno pericoloso, ma Arlecchino vuole servire con grande rispetto entrambi.

2001, Alpi Giulie, Bila Pec, via “ Signori si nasce, ladri si diventa”
La frase di Totò divenuta celebre è “Signori si nasce e io, modestamente, lo nacqui!” . La mia variante è una dedica ad un forte alpinista che in modo poco elegante ha completato una via da me iniziata. Se volete sapere di più datemi un bicchiere e vi racconto ….   Mauro Florit,  CAAI Gruppo Orientale

 

Con Daniele Pesamosca in Bila Pec

 

Perù 2004

Creta Forata 2015 con Eugenio Pinotti

1990 nouvelle sensation

 

“Comandante Bolla ” nuovo 8a a Sorantri

•febbraio 24, 2021 • Lascia un commento

 

Eccoci a voi con le novità dalla falesia del Monte Sorantri, detta anche del Tetto di Raveo, dove con il ritorno della zona gialla sono ripresi frequentazione e lavori. Nella parte bassa finalmente qualcuno si è lanciato nell’impresa di mettere le mani sull’allungamento di “A spasso con Maria ” o di ” Al passo coi tempi”, asciugatosi per l’arietta del periodo. Chi se non i valorosi bisiacchi, Matteo di nascita e Fabrizio di adozione? A loro è sembrato impegnativo,  e propongono 7b+.

 

Nel settore alto merita gli onori della cronaca la prima libera di “Comandante Bolla”, per il quale Mattia propone il grado di 8a. Ultimato e poi liberato anche il nuovissimo itinerario che percorre la placca grigia a destra del grande diedro. Si chiama “Sangue su sangue” e fino alla prima catena è 7a+, secondo Osvaldo che l’ha liberato dopo la rottura di una presa importante. La via continua poi fino alla catena di “Lucro cessante” e dovrebbe aumentare di almeno un grado.

Poco prima della catena bassa di “Sangue su sangue” è stata chiodata una variante destra che permette di confluire su “Lucro cessante”, evitandone il tratto più impegnativo (7a/b?). Inoltre abbiamo messo uno spit che permette di passare da “Sangue su sangue” al tiro alla sua sinistra, “Bufalo Bill”, scavalcando il diedro poco sotto i blocchi incastrati che vanno, come alcune donne bellissime, guardati e non toccati. Confidiamo nel coraggio dei Bisiacchi per un collaudo di queste primizie.

Concludiamo con l’aggiornamento dei nomi delle vie , che ci siamo premurati di scrivere alla base in bella calligrafia. Bastava dire…

  1. Comandante Bolla, 30 mt 8a
  2. Atlantite, 30 mt ( progetto ,8?)
  3. Bufalo Bill, 30 mt (progetto, partenza difficile evitabile traversando dalla successiva )
  4. Sangue su sangue 1L 16 mt 7a+, 2L 27 mt (progetto) Sangue su sangue variante destra su Lucro cessante 27mt (progetto 7a/b?)
  5. Adelante adelante 7a+/b, partendo su Povero me 7b. 2L Lucro cessante  7c+/8a 27 mt
  6. Povero me,  7a/+ (allungamento 7a/+, molto consigliato),  24 mt
  7. La leva calcistica del ’68, 18 mt 6c+  (allungamento alla catena di Povero me, 7a)
  8. Le storie di ieri , 7a+ 18 mt
  9. Passo d’uomo,  7b+ 20 mt
  10. Buoni amici come noi, 8a+ 20 mt
  11. Stella della strada, 6b+ 20 mt
  12. De Crignis De Infanti 6a+, 20 mt (variante di uscita destra 6b+)

Avrete notato che quasi tutti i nomi delle vie sono stati rubati ai titoli o ai testi delle canzoni di un cantautore romano caro ad uno dei chiodatori. La via appena liberata da Mattia, “Comandante Bolla”, nasconde nel nome che le abbiamo dato il motivo per cui questo cantante possa essere legato, almeno un po’, alla Carnia e a Ravascletto in particolare.

Chi ne abbia voglia, potrebbe leggersi il libro di Gianni Barbacetto “Angeli terribili” e scoprire legami che coinvolgono anche Sergio De Infanti, il primo alpinista che affrontò le pareti del Monte Sorantri in compagnia dell’amico Luciano De Crignis. Il mondo è piccolo?

La sorte dell’ironia

•febbraio 5, 2021 • Lascia un commento

La perversa coincidenza tra i  Decreti anti Covid e le perturbazioni atlantiche ha costretto le fazioni più osservanti e freddolose del circo arrampicatorio a un  distanziameto forzato dalle pareti. Per mitigare i morsi dell’astinenza alcuni, pochi sparuti lupi incarogniti, si sono dedicati alla lettura o alla scrittura. Chi ” intingendo la penna nel curaro”, chi cercando in giro spunti per consolarsi o lanciando sputi  agli occhi del nemico.

Conquista a mani basse il posto più alto sul podio delle migliori letture  Eugenio Pinotti, clap! clap!,  autore della guida delle scalate del piacentino “Aemilia”, ed. Versante Sud. Chiodatore internazionale, archistar provinciale, deus ex machina di molte pubblicazioni di arrampicata con i suoi schizzi , cuoco a tempo debito e not least grande amico della Carnia.

“What else ?!” , esclamerebbe  George Clooney…

Però della serie: avere i denti ma non il pane. Ci piacerebbe che poteste sfogliare Aemilia almeno una volta, anche senza per forza acquistarla,  e rendervi conto di come si possa realizzare una pubblicazione  con competenza e ironia, arricchendola con foto, testi e notizie di scalata e di varia umanità. E la prefazione magistrale di Maurizo Oviglia, dove la parola chiave non è placca o  strapiombo, ma amicizia.  Il tutto avendo sotto i piedi quel che madre natura ha deciso di consegnarti dal punto di vista geologico, nel caso del piacentino con grande avarizia.

Pinotti non vede l’ora, a Pesaris

La seconda pubblicazione di cui vi scriviamo, di recentissima uscita, non raggiungerebbe il podio neppure se al posto dei tre gradini di prammatica ci fosse la scalinata di Redipuglia. Ironia della sorte, si tratta di una rivista con la quale Eugenio, il vincitore, collabora fin dalla sua (della rivista…) nascita, per lo stesso editore. Si tratta di UP, che dedica un numero monografico alle 60 vie di arrampicata sportiva più importanti. dal punto di vista storico, d’Italia.

Può essere che il nostro giudizio impietoso  abbia intinto la sua penna nel  campanilismo. Anzi,  di sicuro lo ha fatto. Da tifosi, ci  saremmo aspettati che alla nostra regione venisse dedicato qualcosa di più di una sola via, specie se questa  è cosparsa di resina e incarcerata in un capriccio della geologia che paragonare a un garage è sicuramente impietoso, ma non così lontano dalla realtà. La nota rivalità tra la Carnia e Trieste in questo caso c’entra ben poco. Ci sono falesie e vie a Trieste, in Napoleonica, Costiera e Val Rosandra che come storia, ambiente e intrigo arrampicatorio veleggiano ad anni luce di distanza. E ci sarebbero stati personaggi della scalata triestina o giuliana adatti a fare gli onori di casa, con grande simpatia e curriculum. Sterni, Florit, Bubu, un mondo di avventure, vie, racconti. Macchè…

Anche le falesie alpine del Friuli avrebbero potuto dire la loro, in termini di qualità delle rocce, ambientazione e storia. In Pal Piccolo ed Avostanis si è svolto negli anni ’80 per tre edizioni un raduno di arrampicatori di risonanza europea, Arrampicarnia, al quale parteciparono molti personaggi che ritroviamo in questo numero di Up.

Eugenio Pinotti ad arrampicarnia 2011

Però è andata così.  Ci consoliamo, non del tutto, con  la penna di Sandro Neri che scrive di Erto, una falesia friulana solo per geografia, con  il consueto mix di sociologia dell’arrampicata e di ironia (ancora lei!) di Jolly Lamberti, con le pagine in quota a Maurizio Oviglia e al grande Roberto Vigiani, che sfodera una notevolissima testimonial e qualche riga dedicata a certa editoria ladra che ci riporta ad inizio pagina. E che a Versante Sud farebbero bene a farsi tradurre in italiano corrente.

Una pagina dall’ultimo numero di UP

Vipere noi? Aquile loro?

Ci era sembrato di capire che la nuova redazione di UP si battesse (anche fisicamente…) per una scalata “green”, trad, clean. Eppure in questo numero ci sono celebrazioni di svariati esempi di bricolage, in aggiunta o in sottrazione, che lasciano perplessi. Che sia  un segno di questi tempi,  fatti di “responsabili” e amici degli amici? Ognun bale cun so agne….

Non sputare nel piatto dove mangi, diceva  mio padre.  Non trattar male gli spit o la resina  se ti rendono la vita più facile e più bella, che tu sia un top climber, un imprenditore o un semplice appassionato, magari uno che non proverà mai una via di 8 o 9…

Una pagina di “Aemilia”

Chi vivà vedrà. Del resto, contraddizioni come quella di cui sopra può darsi alberghino più nella nostra testa che nella realtà delle cose, e che l’ antico adagio che “chi ha un sospetto ha un difetto” possa alla fine spiegare il nostro risentimento e  qualche scelta editoriale. Forse ci culliamo troppo nel passato, mentre il mondo va veloce. Anche quello della scalata, che tra le novità ci presenta anche un rivoluzionario deodorante ascellare (stik o spray, ozono free) per il top climber!

Aspettando lo spazzolino per i non depilati.

La Resa dei Conti

•febbraio 3, 2021 • 1 commento

Crediamo di far cosa gradita a chi frequenta le pareti di arrampicata della Carnia mostrandovi le fotografie dei lavoretti in corso per la sistemazione di alcune vie nella falesia di “Madrabau”, a Villa Santina. Le immagini di pochi giorni fa, dello spit venuto via intero e corroso nella forra dell’Aquatona a Sappada, hanno lasciato sgomenti quasi tutti gli appassionati, anche chi non pratica il dry tooling. Escluso qualche tigre da tastiera e i soliti sciacalli che non perdono occasione per pontificare o tirare acqua al proprio sciacquone (cit.).

A Madrabau abbiamo rimpiazzato una sosta vetusta, molto trafficata perchè alla confluenza di quattro vie (in zona “Rumore Bianco”), e completato ieri la richiodatura della “Resa dei Conti” con materiale inox della Vertical Evolution. Come si può notare dall’immagine, lo stato di conservazione dei tasselli a espansione da 10 mm di diametro e delle placchette Simond, zincati, a distanza di più di 30 anni è ancora più che accettabile. Le placchette hanno però un profilo sottile e tagliente che non crediamo sia gradito ai moschettoni dei rinvii e alcuni fix sono un po’ ossidati, quindi la manutenzione ci è sembrata d’uopo.

 

Prossimamente ci occuperemo dell’ “Arpa d’Erba”, via sempre molto corteggiata. Ci piacerebbe sapere chi sia l’autore, crediamo due o tre anni fa, della pregevole opera di ricostruzione con resina dell’appiglio verticale rotto sul passo chiave. A dispetto delle apparenze, con questa presa ricostruita (anche se molto meno “zanca” di un tempo…) il passaggio è fattibile anche senza svicolare sulla sinistra.

Sappiamo di far contenta almeno una persona mostrando anche il nostro impegno decorativo nella riscrittura dei nomi delle vie….

Infine una nota divulgativa per quel che riguarda i nomi delle vie. La maggior parte prendono spunto da romanzi (“Foglie d’Erba” per la verità è un’opera di poesia, non solo un rinomato birrificio artigianale di Forni di Sopra). Nel settore destro di vie più facili, chiodato di recente, le vie hanno nomi che spaziano dall’ironia al sarcasmo anche feroce. Uno degli itinerari mitici della falesia, quello per ora più difficile, ha un nome che crediamo meriti una spiegazione.

“Alè Scibè” è l’incitazione che si sente in sottofondo in un vecchio video dei primi anni ’90, nel quale è ripreso Jean Baptiste Tribout in un tentativo su “Superplafond” a Volx, nel sud della Francia. Per la precisione “scibè” sarebbe la pronuncia di “JB”, che il sempre vivo Nico Liessi, chiodatore e primo salitore della via, aveva inteso dedicare a un JB di casa nostra, facendo il verso al sonoro del video. Avevamo la videocassetta con questa ed altre salite, mi par di ricordare fosse un allegato a un numero di “Rock and Wall”, la rivista fondata da Patrick Edliger. Chissà che fine ha fatto….

Un articolo dall’ultimo numero di Spit

Scialpinistica del Monte Palevierte (mt. 1785)

•febbraio 2, 2021 • Lascia un commento

La scelta di fare un’escursione con gli sci di alpinismo sul Monte Palavierte mi sembrava un po strampalata, ma viste le restrizioni di mobilità (zona arancione) con l’obbligo di rimanere entro i confini del comune di appartenenza, non c’erano molte alternative. Conosco bene il Palavierte, ci sono stato diverse volte in autunno o in inverno con poca neve, a camminare… devo dire che sono rimasto molto sorpreso, un ambiente molto diverso da come lo ricordavo.

Punto di partenza della gita è il grande piazzale oltre il centro abitato di Illegio, dove inizia la strada che va in Lunge. Si parte sci in spalla e si segue la strada portando gli sci per circa 1200mt. , fin dove sono caduti due massi enormi, poi la strada è innevata e si può proseguire con gli sci ai piedi. C’è la possibilità di tagliare qualche tratto di strada seguendo il vecchio sentiero. Dopo 4 km circa dalla partenza, giungiamo nei pressi di un’ampia radura (stavoli Savale), abbandoniamo la strada e risaliamo verso dx passando vicino ad uno stavolo, cercando di sfruttare tutto lo spazio libero prima di rientrare nel bosco.

In questa prima parte tocca un pò zigzagare ma le pendenze non sono eccessive e risulta abbastanza facile. Dopo questo tratto, incrociamo la strada che da Lunge va verso Sella Dagna, attraversiamo la strada e risaliamo in una bellissima faggeta, un ampio canalone con pendenza decisamente più sostenuta. Questo canalone termina nei pressi di un vecchio capanno di cacciatori ora caduto in rovina in Cuel di Fur.

Qui incrociamo il sentiero estivo Cai 412 che seguiremo fino in vetta, con qualche breve tratto di ravanamento, ma veramente poca cosa; gli ampi pendii che si aprono poi e il ripido tratto finale ripagano di sicuro. La discesa segue l’itinerario di salita, entusiasmante sia nei pendii alti che nel bellissimo canalone nella faggeta. Ci si diverte anche nel tratto finale di strada. Alla fine della fiera non è stata poi una scelta tanto strampalata, anzi, si è rivelata una bella scialpinistica! Dislivello 1236 mt. difficoltà BS.

Mandi da Gaetano

https://tabaccomapp-community.it/it/percorso/37831-mpalavierte-skialp/update