Discesa dal Passo della Forcella ad Ovasta

•agosto 20, 2014 • Lascia un commento

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Non so se questo percorso di discesa sia  più o meno conosciuto dagli amici mtbikers. Io comunque non ne avevo mai sentito parlare e domenica sono andato a dare un’occhiata. Si trattava di affrontare la temutissima  Stentaria per poi scendere nel paese di Ovasta. Questa salita  è una vecchia conoscenza, niente di meglio per smaltire i  “tais” del Tripoli e le grigliate ferragostane.

Parcheggiata l’auto in località Aplis, nei pressi del complesso turistico, ho iniziato a salire in direzione di Mione, (2,5 km). Arrivato in paese, la strada entra nel bosco e dopo un centinaio di metri ho trovato il cartello stradale che indica la pendenza, 28%  : è iniziata La Stentaria!

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La strada è in perfette condizioni, pulita e con asfalto nuovo, le gambe girano bene, a me non sembra poi così dura.  Al km 5,6, un’altro cartello con l’indicazione 28%; da qui in poi la musica cambia, si inizia a faticare e sudare, il pensiero ricorrente è: “speriamo che la “dritta” sulla discesa suggerita dal mio amico Toio sia buona”. Perché lui  i sentieri li percorre in sella ad un Husqvarna 610 ed io spesso, seguendo i suoi consigli, mi ritrovo a percorrerli  imprecando e mandandogli maledizioni.

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Arrivo al bivio, (cartello in legno, vedi foto) in prossimità di un tornante 100mt dopo la fine dell’asfalto e inizia la strada cementata, ho percorso 8,6 km… Cosa faccio? Non posso lasciare La Stentarie incompleta, manca il tratto più bello, gli ultimi 950 mt.di strada perfettamente cementata (vedi foto) con un dislivello di 206 mt. per arrivare al Passo della Forcella. Risalgo in sella e vado! Fatta quest’ultima sgambata, torno giù al bivio, e finalmente inizia la scoperta di questo sentiero.

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Si inizia con una breve discesa, poi  un lungo traverso pianeggiante compie un ampio semicerchio. Dopo circa un km si scende un po’ sulla dx, si attraversa un breve tratto di prato con ortiche e lavaz (100 mt.), svoltando leggermente verso sinistra. Qui il sentiero è poco visibile ma si intuisce bene la direzione da prendere. Ripreso il sentiero  non si può più sbagliare direzione, non ci sono altri incroci con sentieri. L’inizio è entusiasmante, dopo circa un km troviamo un solco scavato dall’acqua (60 mt. circa); questo è l’unico tratto dove probabilmente tutti sono obbligati a scendere dalla bici.  Per il resto, la discesa  fa una lunghissima picchiata  senza tornanti in un sottobosco di abeti  dentro un “menador” con qualche tratto di “pedrade” che,  bagnata, mi ha obbligato a scendere  per un centinaio di metri circa.

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Quando si trova la pista forestale (vedi foto) tenere la dx e riprendere il sentiero. Poco più a valle  si incrocia di nuovo la pista forestale, la si attraversa e giù ancora per sentiero; in breve si arriva a Ovasta. Tutta la discesa è pulita, non ci sono rami o tronchi sul percorso a impedire una veloce picchiata. Con la mia front, ho percorso in sella il 90% della discesa (bagnatissima);  credo che con una bici da enduro sia percorribile tutta ”a manetta”: é puro divertimento!

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In buona sostanza, per tutti gli amici mtbikers che arrivano in Forcje, da altre direzioni ( C.ra Losa-C.ra Valuta) questa, oltre al sent.235 del Rifugio Pilagn, che scende a Pieria, é un ottima alternativa di discesa, piuttosto che rimanere aggrappati ai freni per 9,5 km di asfalto  e scendere per La Stentaria

Ps.: conosco bene anche la salita del Zoncolan, fatta diverse volte con la bici da strada, ma non credo che La Stentaria abbia nulla da invidiare al “mitico Zoncolan” : 9,5 km , 1296 metri di dislivello! Da provare!

Gaetano

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Il Crostis per Casera Neval

•agosto 16, 2014 • Lascia un commento

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Lo scorso anno pubblicai un post con la discesa del sentiero CAI 151 n. dalla Panoramica delle Vette a Tualis. In realtà ero partito per tutt’altra mèta ma fui costretto a ripiegare. Nel frattempo questo anello è stato già ripetuto molte volte e secondo alcuni amici bikers è così bello che merita un pro memoria su questo blog. Si tratta in soldoni di collegare la salita verso la Panoramica, versante di Tualis, alla bellissima e famosa discesa su sentiero da Sella Boichia a Givigliana. Oggi descriverò la variante più bassa, che evita la cima del Crostis. Ma anche la traversata della cima credo abbia un notevole fascino sia come impegno che come panoramicità.

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Parcheggiata l’auto a Mieli, son salito pian piano quasi fino allo scollinamento della Panoramica. Quando si è già in vista del traverso, e si è già vista la Madonna per la fatica, poco dopo un rettilineo e una doppia curva, si nota sulla sinistra la partenza di un’ampia mulattiera, che dopo qualche metro in salita comincia a scendere ben ciclabile  fino ai ruderi della ex Casera Nevàl.

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Proprio dove la traccia comincia a diventare incerta, poco prima dei terrazzamenti della ex casera, si comincia a spingere il mezzo in salita in direzione nord ovest, puntando ad un evidente intaglio erboso presente sulla dorsale del Crostis che scende a Sella Bioichia. Si procede più o meno a caso, perchè la sede della mulattiera, ancora evidente solo a tratti, è invasa da erba e arbusti. Controllando sulla cartina Tabacco la traccia corrispondente, è però abbastanza facile non sbagliare direzione. Si spinge comunque per una ventina di minuti, fino a raggiungere un tornante del sentiero CAI 151  , che si individua dal basso per il muretto a secco che lo sostiene. So che Gaetano, che ha già fatto due volte il giro, taglia a piedi un po’ prima, raggiungendo il sentiero CAI più a monte, aggiungendo quindi un po’ più di discesa in sella.

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Riprese le forze, si rimonta in bici e si comincia a scendere verso la Sella. Il sentiero è tutto ciclabile, salvo qualche breve passo, dove l’esposizione  può far la differenza nel superare qualche pietra o radice. La sede è invasa dall’erba ma sempre ben riconoscibile e quasi senza trabocchetti. Si arriva in Sella Bioichia, dove inizia la vera e propria goduria.

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Scouts in Sella Bioichia

La discesa verso Givigliana è famosa, giustamente. Non starò quindi a descriverla. Vi avviso solo di non farvi fregare quando, ormai prossimi all’abitato di Givigliana, si presenta un bivio in prossimità di uno stavolo abbandonato: meglio tirare diritti lungo l’ampia mulattiera ed evitare il sentiero sulla sinistra.

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Giunti a Givigliana e visitato il bellissimo paesino, ci aspetta un’altro fantastico sentiero, quello che porta a Vuezzis,  evitando Stalis. L’imbocco è ben segnalato tra le “callette” di Givigliana. Come precisato nel post dello scorso  anno, è importante, dopo lo stavolo ritratto nella prima foto, girare a sinistra alla fine del muretto a secco (proseguendo diritti sulla vecchia mulattiera ci si perderebbe un incredibile sù e giù tipo montagne russe).

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Da Vuezzis a Gracco purtroppo non si può proseguire su sentiero (frana non transitabile, per ora). Si scende sulla strada che porta verso Rigolato e al bivio si risale a Gracco, dove alla fine del paese, dopo una sosta ristoratrice alla bella fontana, si imbocca la pista forestale che con ancora qualche breve sforzo riporta a Mieli.

Dettagli: sviluppo una trentina di Km., dislivello superiore ai 1400 mt., ciclabilità 90% (venti minuti bici a spinta). Discesa non difficile, ma fate attenzione ai diagonali sulle pendici del Crostis,  a monte di Sella Bioichia. Obbligatoria, infine, una digressione automobilistica per la visita alla “Cjasa da Duga” a Salàrs (tra Tualis e Ravascletto)

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Luglio 2014

•agosto 13, 2014 • Lascia un commento

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Nonostante le avverse condizioni meteo, ci sono una manciata di news che sgomitano nel “rilassato” minimondo dell’arrampicata dell’alto Friuli. Tra le salite rotpunkt nella conca tolmezzina, spiccano nei piani alti la ripetizione di “Niente e così sia” da parte di Fabio e quella di “Falcon” ad opera di Davide. Quest’ultima, nella sempre frequentata palestra storica di Illegio, mi dà l’occasione  per informare i climbers di una nuova  chiodatura, proprio  a sinistra di Falcon. Si  parte con i primi 3 spit dell'”Obliqua” e poi si tira diritto. Attrezzata da Gino, che l’ha poi “liberata”, dovrebbe avere una difficoltà attorno al 7b+/c. Anche Giulio, ormai posseduto dal demone della chiodatura, ha deciso di dare un contributo concreto al menù delle vie di Illegio, attrezzandone una  a sinistra di “Tuono Blu” . Difficoltà attorno al 6c+.

Più a nord, segnalo con piacere  il ritorno di Mattia agli antichi splendori. Nonostante lo scarso allenamento, il nostro ha realizzato la prima salita di un difficile  tiro (“Fiori di Brahms”,  7c+)  nella nuova falesia dei Vedràns  di Val di Collina, dove tempo permettendo dovrebbero nascere nelle prossime settimane anche delle linee ancor più impegnative.

Nella Scogliera del Pal Piccolo ho notizia della ripetizione di “Spitemo su tuto, D.c.” da parte di Federico.

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Nel comprensorio di Somplago, cade anche l’ultimo baluardo della nuova Parete Blu o Chiquita. Nonostante la strenua resistenza di Virgus, il caprone, Ach il cugne ha firmato  la prima salita rotpunkt di “Antilocapra”, un 7c al quale è stata in seguito raddrizzata l’uscita. Se invece di uscire a destra andate alla catena del primo tiro ( “Bunny”), la difficoltà cresce di mezzo grado.

Una nuova chiodatura  anche in  Chiesetta, dove Stefano ha omaggiato il grande Asterix con una variante al suo tiro “King for a Day”. Si riconosce per i fix che tirano diritto verso la fine della via (l’originale continua verso sinistra su resinati). Ovviamente la variante si chiama “Queen for a night”, ha difficoltà attorno al 7c ed è stata salita “a vista” dal Chen.

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In Chiesetta vi segnalo le prestazioni di Stefano, sempre lui!, su “The Hopfull (P.Z.)” e di Mariangela du “Viola”. Degna di nota anche la salita “on sight” di “Zanardi” ad opera di Seba. Ma il protagonista assoluto del periodo è stato ancora lui, il Polacco! Tornato in zona per le solite ferie  con l’inseparabile camper e la splendida famiglia (Dominika, Maria e il can), Sebastin ha salito in breve tempo tutte, o quasi, le vie dure chiodate nell’ultimo anno da Gino. Senza sgradarle, provocare, rompere appigli o svendere  modestia sospetta. A dimostrazione che quattro pur sgradevoli segni di magnesio distribuiti sugli  appigli sono assolutamente un male minore, compensato ampiamente da semplicità e simpatia.

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Discesa da Forca Zouf di Fau a Dierico (sentiero CAI 436)

•agosto 11, 2014 • Lascia un commento

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Premetto che in questo interminabile anello, il più lungo della mia carriera in mtb, ho collezionato oltre che una consistente bollita anche una serie quasi fantozzesca di inconvenienti e il relativo record di imprecazioni.

Guasto del Garmin, scavallamento plurimo con incastro micidiale  della catena sul movimento centrale, dimenticato occhiali, preso la pioggia al rientro, crampi.  Avrei anche sopportato di peggio, in cambio di una bella discesa sul sentiero che sognavo da almeno 2 anni e avevo già percorso due volte a piedi, in perlustrazione. In effetti lui, il sentiero, di per sè è sia bello che ampiamente ciclabile. A patto però di trovarlo asciutto….cosa che evidentemente a me non è capitata, anzi. Però in questo caso non posso appellarmi alla sfortuna. Bastava valutare  meglio il momento e scegliere un periodo più asciutto.

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Comunque il sentiero CAI 436   che da Forca Zouf di Fau porta a Dierico, già destritto da Alberto in un post su questo blog,  è sicuramente consigliabile ai discesisti. Che lo si raggiunga dalla Val Aupa come nel mio caso, oppure attraverso la terribile salita a Chianeipade e Forchiutta, merita di sicuro almeno una visita. L’anello che parte da Tolmezzo è più lungo e monotono, ma meno impegnativo fisicamente. Quello che ha base a Dierico oppone un dislivello e delle pendenze  da iron  bikers.

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Descrizione: da Tolmezzo a Stazione per la Carnia su asfalto, poi sulla ombreggiata vecchia strada di Campiolo fino a Moggio e da qui in Val Aupa. A Bevorchians si svolta a sinistra verso le case e dopo un fugace  sguardo di incoraggiamento alla Grauzaria e al siluro della Medace,  si prosegue lungamente su pista forestale fino ad un  trivio, appena usciti dal bosco, proprio sulla dorsale tra Aupa e Incaroio. Qui si gira a sinistra in falsopiano, per poi ricominciare a salire. Dopo circa un chilometro (navigatore guasto!!!) in un tornante sinistrorso si vede la tabella di ingresso al sentiero, a fianco di quella per un  pericolo non contemplato dal codice della strada.

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I primi metri del sentiero sono ripidi e non troppo invitanti; se scendete e portate la bici come il sottoscritto non biasimatevi troppo. In seguito, nonostante l’erba invada a tratti la traccia, la discesa è quasi sempre molto interessante, con tratti entusiasmanti, tecnici e qualche breve sezione fastidiosa, dove chi vi scrive ha preferito fare due passi, visto anche il grip modello  piscina.

Si attraversano i prati del Plan da Muèle dove si può sostare per un po’ di relax, prima di riprendere la lunga cavalcata, che con qualche tornante deposita su una pista che lambisce il torrente e porta sulla strada asfaltata, poco prima delle case di Dierico.

Da qui si gira a sinistra e si raggiunge la strada provinciale in direzione di Tolmezzo.

Dettagli: sviluppo superiore ai 50 km, dislivello poco oltre i 1000 metri. Ciclabilità quasi totale. Da rifare quest’autunno!

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Giro di Patòc

•agosto 7, 2014 • Lascia un commento

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Devo ringraziare Mario che mi ha consigliato di pubblicare un post con questa gita. Non fosse stato per questo suggerimento, da parte tra l’altro di un biker molto occasionale, forse non mi sarei mai ricordato di aver fatto a piedi questo magnifico sentiero, che credo sia abbastanza trafficato anche dalle mtb e merita ancor più visibilità.

Chissà, forse sarà stato per il dislivello poco eroico, oppure per  il ricordo di una lunga parte con roccette e selciato, percorsa a piedi in direzione del Cuel de la Bareta quando le capacità ciclistiche erano molto scarse: sta di fatto che, pur avendone tante volte sentito parlare, non avevo mai considerato questa discesa verso la frazione di Raccolana  lungo il sentiero CAI 620, dall’incantevole paesino di Patòc, una vera chicca del restauro oculato di abitazioni di montagna.

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Per la verità la questione del dislivello rimaneva un po’ indigesta, così appena prima di Patòc, nascosta la bici dietro il guard rail, ho deciso di “integrare” con  una camminata fino alla cima del Monte Jama (CAI 644), pensando comunque a una possibile discesa in bici da questo cimotto a Raccolana, ipotesi peregrina ma non del tutto accantonata.

Un bel sentiero, comunque, che consiglio agli escursionisti nonostante la cima non sia panoramica, se non si considera “panorama” un enorme croce con annessa immancabile lapide commemorativa, tanto per tenere lo spirito allegro. Chissà se tutti i poveri cristi cui è stata dedicata una lapide su strade e sentieri gradiscano, oppure  potendo…

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Risalito in bici, dopo circa 6 km di salita da Chiusaforte, ho attraversato le invidiabili case di Patòc per fiondarmi in discesa lungo il sentiero, ottimamente mantenuto. La prima parte della discesa è veloce e facile. Man mano che si scende il fondo diventa sempre più irregolare e scalinato, con alcuni tratti dove è possibile dover scendere per le asperità. Nonostante ciò e a dispetto di alcune risalite non brevissime, in complesso si tratta di una bellissima discesa in ambiente suggestivo, con alcuni scorci sul torrente e la forra per i quali non è facile trovare un aggettivo azzeccato.

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Si sbuca a Raccolana un po’ centrifugati, ma felici e impazienti di fare un salto al Bar della Ferrovia di Chiusaforte, come consigliato dall’amico alpinista. E qui la sorpresa di un bell’ ambiente con tantissimi ciclisti in transito e sosta  lungo la ciclovia, si somma a quella di fare la conoscenza  di Fabio Paolini, autore di pubblicazioni divulgative dei sentieri della zona come ad esempio “Trois”, che ho già citato in altre occasioni.

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Dettagli: sviluppo in bici una quindicina di km., dislivello 400 mt. (altri 400 mt a piedi per la cima del Monte Jama). Ciclabilità in discesa quasi totale.

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Anello di Casera Lavarèit

•agosto 4, 2014 • 2 commenti

 

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Il sentiero che da Casera Lavareit scende fino alla località dei “Laghetti” di Timau merita di essere conosciuto e frequentato, perchè a piedi è sicuramente più divertente della strada che sale da Cleulis, molto nota e trafficata ma, come tutte le strade, monotona e disturbata dal viavai. Nonostante la zona sia stata colpita  da numerose slavine, il tracciato è rimasto quasi del tutto integro, come lo trovammo lo  scorso autunno durante una prima esplorazione.

La discesa in mtb,comunque, è raccomandabile solo a ciclisti esperti perchè piuttosto difficile e con qualche passaggio esposto, ma diventa una vera ciliegina sulla torta dopo la salita lungo la pista forestale, una sosta obbligatoria per uno strudel o quel che più vi piace in malga e uno sguardo, il più lungo possibile, all’incredibile panorama che si gode fa questo angolino di Carnia. Tutto sommato, alla fine, anche una pedalata fino alla malga in andata e ritorno, senza per forza avventurarsi sul sentiero, è ampiamente ripagata dall’ambiente circostante, quindi ampiamente raccomandabile.

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La salita non ha bisogno di descrizioni speciali. Da Cleulis si sale per quasi tutto il dislivello su asfalto, con pendenze mai terribili ma neppure ridicole. Chi volesse fare una breve digressione, può visitare la magnifica località di Faas e poi riprendere la salita. Quando si intravede sulla sinistra l’imbocco del sentiero per Casera Monte Terzo, si è quasi già alla fine della fatica ascensionale. La pista si snoda ancora con qualche ripida e breve impennata e, dopo un cancelletto, si è quasi in vista dell’obiettivo.

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Per affrontare la discesa, invece, due parole di commento sono quasi indispensabili. Un’ evidente tabella in legno ne indica l’ingresso, lungo la staccionata della malga. Si scende lungo la traccia più evidente, disturbati solo da un breve acquitrino e da eventuali buaces, mirando a una serie di tre larici ricurvi che si vedono chiaramente in direzione nord. La traccia, che serpeggia tra la vegetazione di mirtilli e ontani, passa proprio poco a  monte degli alberi e si dirige verso il bosco, contrassegnata da qualche segno di vernice rossa, per la verità non molto evidente.

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Conviene comunque portare la bici a mano oltre gli alberi, per una breve serie di saliscendi, finchè il sentiero è entrato decisamente nel bosco. Qui si può salire in sella, con la necessaria concentrazione. Il primo tratto di sentiero corre lungo una dorsale, per poi affrontare una serie entusiasmante  di tornanti che, con un buon colpo d’occhio, possono essere anche utilmente “tagliati”.

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Si sbuca in un valloncello, dove da sinistra arriva la variante che scende dalle casere di Chiaula. Girando a destra in discesa, oltrepassato un grosso schianto, si segue  il fondo della valletta, su fondo erboso con qualche pietra, finchè si rientra nel bosco in prossimità di una mangiatoia. Qui  ha inizio, con un saliscendi esposto, la parte più difficile della discesa. L’ultimo diagonale, dopo qualche tornante, porta sul fondo di un breve guado, superato il quale ci si può lanciare in discesa prima su sentiero e poi su pista fino ai “Laghetti”. Da qui facilmente a Timau e poi a Cleulis,  con qualche digressione facoltativa su piste e sentiero dal Tempio Ossario fino alla ex locanda del “Fischiosauro”.

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Sopralluogo autunnale

Dettagli: sviluppo attorno ai 14 km., dislivello 600 metri circa, ciclabilità quasi totale. Da affrontarsi preferibilmente con fondo asciutto.

Chi volesse salire a piedi dai “Laghetti” a Lavareit troverà l’imbocco del sentiero, segnalato da tabelle varie, lungo una delle piste dell’anello di fondo, tenendosi alti  sottomonte in direzione nord, nei pressi di una casetta in cemento (la seconda).

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Kalymnòs, meglio tardi che mai…

•luglio 29, 2014 • 1 commento

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Devo ammettere che il primo pensiero già dopo il primo giorno di permanenza a Kalymnos è stato “perché mai in tanti anni di vacanze “beach – climbing” questa bellissima isola è stata snobbata da tutta la famiglia ?”
Sarà stato per il viaggio ?… in realtà più comodo di altri trasferimenti,  anche se a luglio sicuramente più caro. Sarà stata l’avversione del cugne per una presunta scalata esclusivamente “ciapa e tira” ?

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O un articolo dell’ ineffabile AGD su un “Pareti” del 2005 che definiva l’ isola “verticalmente bellissima ma anche molto pompata” ? Nel frattempo sono comunque  passati 10 anni. Ho cercato di spiegarmelo anche con il fatto che le voci sui gradi “farlocchi” , sempre per citare AGD, ad un carnico abituato alla svalutazione cronica possano creare un certo imbarazzo.

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Potrei continuare, ma non serve perchè in realtà non ho trovato   risposte, ma almeno una certezza  : anche se in ritardo Kalymnos è stata una scoperta bellissima, dove tornare appena possibile.

Partenza da Bologna il 13 Luglio. Per la prima volta dopo quasi 20 anni non ci sarà ( per motivi di famiglia come nelle giustificazioni  della scuola ) il mitico “lo zio”, ma al suo posto udite udite una intera famiglia di splendidi amici non climbers, i Busulini.

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In realtà Cristina “the queen” l’isola la conosceva praticamente meglio di noi visto che diversi anni orsono l’ aveva visitata in occasione di un soggiorno estivo a Kos assieme al suo fedele scudiero Renè, rimanendone particolarmente colpita.
Ma la preoccupazione che due ultraquarantenni drogati di verticale finissero con lo stressare oltre che i propri figli anche un’ altra intera famiglia,  c’era. In realtà gli equilibri si sono rivelati ottimi tanto che almeno per una mattina al settore Odissey anche i Busu capitanati da Nicola e Giulia hanno sperimentato con successo la roccia. Per il momento ancora senza sintomi di dipendenza…

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Mi risulta difficile  riassumere otto splendide giornate passate con  amici tra mare, roccia, corse in motorino e ottime cene (a prezzi per noi inimmaginabili…). Preferisco, sperando anche di ingolosire e non tediare il lettore, sintetizzare il tutto in alcuni punti cruciali che spero trasmettano l’ idea che ci siamo fatti dell’isola e le sensazioni vissute.

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Per prima cosa non farò raffronti accompagnati dalle frasi scontate del tipo “però la Sardegna è più selvaggia e meno unta”, “ si ma in Sicilia ci sono più città e siti culturali da visitare” ecc ecc. Per quanto mi riguarda Kalymnos è solo un’ altra cosa, altrettanto originale, carica di storia e cultura extra arrimpicatoria (basta parlare in italiano con qualche anziano del posto per capirlo). Almeno su questo mi trovo in accordo con AGD.

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Delle sei spiaggie da noi visitate almeno quattro (Paleonissos, Eborios, Arginonta, Akti) sono di altissimo livello, poco affollate e  con splendido mare. Ma anche le altre due, Massouri in paese e Platis Gialos  con le loro taverne, non sono certo da buttare. Mare sempre cristallino. Una particolare raccomadazione  merita una visita nella vicina  isola di  Telendos. Certo,  in alcuni casi il “retro spiaggia” non è dei più puliti, ma nei primi anni 90 alcune spiagge della Sardegna non erano da meno. Anche qui miglioreranno sicuramente.

Kalymnos vista da Telendos

Kalymnos vista da Telendos

Non può mancare qualche notizia eno-gastronomica. Tenendo presente che in tutte le spiagge che abbiamo frequentato, anche le più piccole, i bar/trattorie fornivano panini, insalate, specialità greche, pesce, i nostri preferiti, proprio da non perdere, sono stati :
“The Smuggler” a Melitsahas , poco prima di Myrties provenendo da Pothiacucina. Cucina greca ottima, gestore molto simpatico (non abbiamo conosciuto greci antipatici) prezzi ridicoli per la qualità

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“Aegean Tavern” a Massouri, cucina “creativa” ottima , personale molto cordiale. Il più caro, ben 17 euro a testa!!
Attenzione al Retsina (vino bianco resinato circa 11°) ,va giù come l’acqua !!!

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Vabbè… direte voi… ma la scalata ? Ottimo clima anche a Luglio, mai la sensazione di sapone tra le mani (non so se siamo stati solo fortunati), quasi tutte le pareti da noi visitate, Odissey, Panorama, Grande Grotta, Ivory tower, Kalydna in ombra sino alle 13:00, Secret Garden invece all’ombra tutto il giorno.
Ideale scalare dal mattino presto fino alle 13:00,  su roccia che in alcuni settori passa dalla placca sarda al muro bianco stile Sicilia, alle canne di Ospo, ai buchi di Lumignano, il  tutto spesso in un tiro solo… e poi spiaggiarsi fino a sera. Certo le vie non sono “nuove” in termini di magnesio e gommatura, ma non tanto da infastidire.

?????????????

La bellezza dei posti e dei tiri supera abbondantemente, a mio parere, l’eventuale disagio. D’altra parte, immagino che se fior di buongustai della roccia come Marco Sterni e Gildo Zanderigo si sono innamorati di questa isola, un motivo molto consistente ci deve pur essere! Mi fermo per non ripetere cose che gli appassionati avranno già letto ovunque tra siti e articoli sull’ isola.

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In conclusione compratevi la guida (del 2010 ma molto ben fatta, gli aggiornamenti, almeno fino alla prossima edizione, li fornisce il sito climbkalymnos.com) e appena potete andateci, magari dopo un po’ di pratica con il motorino e anche con il Retsina….

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