Bubulk Tower e Torre di Babele (Napoleonica – Trieste)

•agosto 29, 2014 • Lascia un commento

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Presentarvi a fine agosto due gioiellini di falesie esposte a sud, con vista mare, nel famoso e sempre affascinante comprensorio della Napoleonica di Trieste, potrebbe far sorridere. O incazzare, per chi pensa che aprire l’ombrello a ciel sereno attiri la pioggia. Ma con l’estate che abbiamo avuto non si corre  questo pericolo; allora  non vi stupirete se martedì scorso  ci abbiamo scalato sotto una pioggerellina incostante, con temperatura ideale, ma  una fastidiosa umidità sulla roccia. Coi meteo che corrono, comunque, a caval donato…

I due settori hanno una roccia magnifica e alcune delle vie sfiorano o raggiungono il fatidico traguardo delle “dieci stelle” nella leggendaria  classifica di bellezza del mio compagno di scalata. I due settori sono raggiungibili a piedi scavalcando il muretto della Napo come per andare ai “Calabroni”. La Bulbuk sembra avere una maggior frequentazione e mostra i segni di un restyling dell’ attrezzatura, anche se non proprio recente (fittoni resinati non proprio impeccabili). Mentre Babele sembra essere più trascurata: il sentiero di accesso è più incerto e la corda fissa utilizzabile in alternativa è vecchiotta. Le vie sono anche qui sensazionali, ma si gioverebbero moltissimo di una richiodatura “a regola d’arte” come quella che ha valorizzato molti altri settori vicini.

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All “Bulbuk” Giulio ha provato tutti i tiri escluso il primo a sinistra, il recente “Super Viki” (presente sulla nuova guida di Sidarta). Dare delle indicazioni sulla bellezza degli itinerari qui è imbarazzante: sono uno più bello dell’altro! Personalmente garantisco sul 6b di “Sugli specchi”, sulle due lunghezze di  “Highlander” e su “Bulbuk Tower”.  Nella Torre di Babele bellissimi “Mistral” 6b , “L’estro del musico”, e i due 6c+ a destra.  In questo settore sono state rinnovate le soste ma le vie e l’accesso meriterebbero una rinfrescata.

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Alla fine della giornata siamo andata a Sistiana a visitare il negozio di articoli sportivi che ha ereditato simpatia, competenza e prezzi del compianto “Papi”. Ha un nome un po’ seventy, “Alternativa Sport”! Andateci!

Lì abbiamo trovato, scontata,  la nuova edizione di “Arrampicare senza frontiere”, finalmente una guida molto ben fatta, con tanti aggiornamenti anche dell’ultima ora (Buzet, Kompanj, nuove chiodature della Napo e di Sistiana, ecc.), belle foto e schizzi esemplari.

Non fosse stato troppo presto, avremmo festeggiato volentieri una giornata così ricca di soddisfazione nel vicino  Ristorante Eden. Sarà per la prossima volta!

Corsica

•agosto 27, 2014 • 1 commento

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La scelta della Corsica come destinazione di tre settimane di vacanze arriva grazie ad un costo contenuto del traghetto e alla curiosità di avventurarsi in un’isola la cui fama deve sempre fare i conti con quella della vicina e meravigliosa Sardegna. Naturalmente partiamo forniti di una guida aggiornata del Touring Club e di una guida appena uscita sui numerosi siti di blocchi sparsi in tutta l’isola. Ben presto la nostra attenzione per le informazioni che leggiamo perde vigore a causa dell’abuso di entusiasmo senza distinzione per ogni tappa e zona boulder proposti.

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Salpati a Bastia ci troviamo di fronte a un mare sempre limpido e invitante con spiagge per lo più rocciose, dove il profumo di eucalipto, timo, ma soprattutto elicriso è inebriante; percorrendo pochi chilometri spuntano ovunque piccoli e suggestivi borghi arroccati tra monti e boschi di querce da sughero o castagni.

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E’ lampante il tentativo di sviluppare un’economia che fa del turismo il suo baluardo. L’impegno per la valorizzazione dei prodotti locali si evidenzia in quasi tutte le strade che presentano un cartello con scritto “via vinaghjola” o “via de l’artisan”; ad ogni chilometro un baracchino vende frutta, verdura, formaggi, insaccati o miele rigorosamente corsi.

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Di contro non c’è cartello che non porti i segni di pallini da carabina e viaggiando si intravedono ben poche vigne, piantagioni, greggi o arnie. Alcune cittadine al Nord (Calvi, Ile Rousse) sviluppatesi in prossimità delle poche spiagge sabbiose, sono invase da negozi anonimi e bancarelle di souvenir e, soprattutto in luglio e agosto, sono vittime di un traffico isterico e di parcheggi cafoni che rendono le strade dei sensi unici alternati. Per fortuna basta evitarle e preferire le città più storiche o i paesi meno citati nelle guide ma autentici e fieri della propria identità culturale; oppure basta evitare luglio e agosto così anche il portafoglio vi ringrazierà.

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Nelle nostre vacanze il primo di queste perle è stato Lumio e non a caso visto che nelle sue spiagge spiccano boulder ovunque; siamo sulla costa nord occidentale, il settore suggerito dalla guida è spettacolare anche se piccolo e spesso occupato da turiste in topless che non sembrano propense a fungere da crash pad! Basta comunque spostarsi di poco ed essere noncuranti del cartello che vieta l’accesso ai camper, per avventurarsi in zone meno frequentate e comunque generose di massi interessanti.

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Nonostante i ventisette gradi la prima settimana è sempre ventilata e a parte le abrasioni da ribaltamento e incastro di ginocchio si scala bene e con gran divertimento in un contesto da urlo. Grazie a Mattia recuperiamo uno spirito bambino che ci permette di godere di cose semplici come una lucertola che zigzaga tra le rocce e di gesti spontanei come il saltare da un sasso all’altro senza obiettivi da raggiungere.

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Ci avventuriamo quindi sulla serpeggiante D81, una strada che percorrendo la costa occidentale offre delle vedute eccezionali sul mare a discapito di un costante mal di macchina. Sostiamo presso i famosi Calanchi di Piana, delle scoscese pareti di rocce granitiche rossastre scolpite dall’erosione di venti ed acqua. Alla partenza di un sentiero panoramico che porta ad affacciarsi sul golfo di Porto ci si presenta un bel settore di boulder che secondo la guida potrebbe presentare l’inconveniente di qualche fazzoletto lasciato dai passanti.

 

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La nostra impressione è di essere letteralmente in un bagno ad aria aperta. Evidentemente i numerosi turisti guardano ai massi come rifugi che offrono un po’ di privacy per i propri bisogni fisiologici e non di certo con gli occhi del fanatico sportivo in cerca di un problema da risolvere. Scappiamo verso sud lasciando a qualche sporadico temerario poco schizzinoso gli atterraggi su feci umane.

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In uno della media di ottanta giorni all’anno di pioggia visitiamo Bonifacio assieme ad un’orda di turisti che ha avuto la stessa idea. L’impresa è trovare parcheggio o meglio il parcheggiatore abusivo che si è inventato un negozio fantasma chiedendoti all’entrata dieci euro per posteggiare fino alle 21.00. Merita comunque una passeggiata in questa antica roccaforte genovese che si affaccia su bianche scogliere lontane appena dodici chilometri dalla Sardegna. L’impronta turistica è se non altro rispettosa di tradizione e gusto. Numerose le coltellerie artigianali, i laboratori di artisti locali e gli artigiani che lavorano il sughero per non citare i prodotti enogastronomici; non è lontana e non è da meno Portovecchio.

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Tornando invece al lato sportivo della vacanza a pochi chilometri sulla spiaggia trascorriamo diverse giornate a Capineru, una zona boulder risparmiata dalla frequentazione dei turisti, molto ampia e generosa di bellissimi boulder in un contesto da favola. E anche qui nostro figlio ci stupisce per come riesca ad adattarsi con semplicità alla magia del luogo: come arriva in spiaggia al mattino esordisce con la solita ma significativa frase: “Oh, tuto belo”; quindi pretende che gli si piazzi il crash pad alla base di un sasso che chiamerà per tutto il tempo “mio bu” e che userà come trampolino per salti entusiasmanti. Ci lasciamo influenzare dalla sua allegria e voglia di giocare scalando ogni genere di boulder alla nostra portata.

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Lasciamo Capineru a malincuore ma col desiderio di visitare anche la parte più interna dell’isola.
Segue dal punto di vista della scalata una serie di delusioni e disillusioni nei confronti di quanto proposto dalla guida; per fortuna troviamo degna consolazione in passeggiate, visite e degustazioni.
Innanzitutto il col di Bavella dove il punto di partenza di vari e panoramici itinerari escursionistici è un villaggio di case di pietra con stonanti tetti in lamiera. Il panorama sulle guglie di Bavella è spettacolare: intravediamo una falesia, disegniamo con la fantasia vie di più tiri sicuramente esistenti e identifichiamo la linea della famosa Delikatessen.

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Di contro abbandoniamo dopo dieci minuti di ispezione un settore boulder poco frequentato, poco interessante e poco arieggiato. Lo sport del momento è sicuramente il canyoning: i parcheggi vengono occupati la mattina presto da furgoncini da cui escono gruppi numerosi di avventurieri che si accalcano attorno alle guide pronti a giocare con l’acqua e a scattare qualche foto da mostrare in ufficio al rientro dalle ferie.

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E’ la volta della valle della Restonica nei pressi di Corte. Un lungo canyon scavato dal torrente Restonica, reso accessibile da una strada piuttosto stretta il cui accesso a circa metà è vietato ai camper. La guida propone molti settori e ci illudiamo di trovarne almeno uno di nostro gradimento. Esclusi i più interni perché inaccessibili col camper ne ispezioniamo quattro rimanendo delusi e a bocca asciutta: in mezzo a rovi, completamente in disuso oppure in mezzo al torrente usati come trampolino dai bagnanti. Non comprendiamo poi la selezione di alcuni settori che consistono in un unico masso pannelloso quando il potenziale della valle sembra molto interessante.

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Ci consoliamo visitando Corte, un piccolo gioiello a misura di carnico in vacanza poco propenso al caos. Qui si respira l’orgoglio dei corsi: le mura sono piene di slogan firmati dalla “ghjuventù indipendentista”, il castello è curato, il centro informazioni ben fornito, la via principale godibile.

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Un’altra puntata nella zona di Lumio viene dedicata alla scoperta di settori non relazionati: è il massimo dell’espressione ludica e sportiva farsi ammaliare da un sasso e leggervi dei passaggi per poi scoprire che sono più difficili, più estetici o più banali di quanto pronosticato, la sorpresa è sempre garantita!

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La vacanza sta finendo e non ci resta che percorrere la panoramica e purtroppo dissestata strada che ci porta verso Capo Corso nell’estremità nord (il famoso dito puntato verso Genova) per rientrare a Bastia, goderci l’ennesima amena cittadina corsa e traghettare verso Livorno con nel cuore il ricordo di un altro bel viaggio.

Mariangela, Mattia e Gino

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Discesa dal Passo della Forcella ad Ovasta

•agosto 20, 2014 • 2 commenti

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Non so se questo percorso di discesa sia  più o meno conosciuto dagli amici mtbikers. Io comunque non ne avevo mai sentito parlare e domenica sono andato a dare un’occhiata. Si trattava di affrontare la temutissima  Stentaria per poi scendere nel paese di Ovasta. Questa salita  è una vecchia conoscenza, niente di meglio per smaltire i  “tais” del Tripoli e le grigliate ferragostane.

Parcheggiata l’auto in località Aplis, nei pressi del complesso turistico, ho iniziato a salire in direzione di Mione, (2,5 km). Arrivato in paese, la strada entra nel bosco e dopo un centinaio di metri ho trovato il cartello stradale che indica la pendenza, 28%  : è iniziata La Stentaria!

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La strada è in perfette condizioni, pulita e con asfalto nuovo, le gambe girano bene, a me non sembra poi così dura.  Al km 5,6, un’altro cartello con l’indicazione 28%; da qui in poi la musica cambia, si inizia a faticare e sudare, il pensiero ricorrente è: “speriamo che la “dritta” sulla discesa suggerita dal mio amico Toio sia buona”. Perché lui  i sentieri li percorre in sella ad un Husqvarna 610 ed io spesso, seguendo i suoi consigli, mi ritrovo a percorrerli  imprecando e mandandogli maledizioni.

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Arrivo al bivio, (cartello in legno, vedi foto) in prossimità di un tornante 100mt dopo la fine dell’asfalto e inizia la strada cementata, ho percorso 8,6 km… Cosa faccio? Non posso lasciare La Stentarie incompleta, manca il tratto più bello, gli ultimi 950 mt.di strada perfettamente cementata (vedi foto) con un dislivello di 206 mt. per arrivare al Passo della Forcella. Risalgo in sella e vado! Fatta quest’ultima sgambata, torno giù al bivio, e finalmente inizia la scoperta di questo sentiero.

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Si inizia con una breve discesa, poi  un lungo traverso pianeggiante compie un ampio semicerchio. Dopo circa un km si scende un po’ sulla dx, si attraversa un breve tratto di prato con ortiche e lavaz (100 mt.), svoltando leggermente verso sinistra. Qui il sentiero è poco visibile ma si intuisce bene la direzione da prendere. Ripreso il sentiero  non si può più sbagliare direzione, non ci sono altri incroci con sentieri. L’inizio è entusiasmante, dopo circa un km troviamo un solco scavato dall’acqua (60 mt. circa); questo è l’unico tratto dove probabilmente tutti sono obbligati a scendere dalla bici.  Per il resto, la discesa  fa una lunghissima picchiata  senza tornanti in un sottobosco di abeti  dentro un “menador” con qualche tratto di “pedrade” che,  bagnata, mi ha obbligato a scendere  per un centinaio di metri circa.

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Quando si trova la pista forestale (vedi foto) tenere la dx e riprendere il sentiero. Poco più a valle  si incrocia di nuovo la pista forestale, la si attraversa e giù ancora per sentiero; in breve si arriva a Ovasta. Tutta la discesa è pulita, non ci sono rami o tronchi sul percorso a impedire una veloce picchiata. Con la mia front, ho percorso in sella il 90% della discesa (bagnatissima);  credo che con una bici da enduro sia percorribile tutta ”a manetta”: é puro divertimento!

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In buona sostanza, per tutti gli amici mtbikers che arrivano in Forcje, da altre direzioni ( C.ra Losa-C.ra Valuta) questa, oltre al sent.235 del Rifugio Pilagn, che scende a Pieria, é un ottima alternativa di discesa, piuttosto che rimanere aggrappati ai freni per 9,5 km di asfalto  e scendere per La Stentaria

Ps.: conosco bene anche la salita del Zoncolan, fatta diverse volte con la bici da strada, ma non credo che La Stentaria abbia nulla da invidiare al “mitico Zoncolan” : 9,5 km , 1296 metri di dislivello! Da provare!

Gaetano

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Il Crostis per Casera Neval

•agosto 16, 2014 • Lascia un commento

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Lo scorso anno pubblicai un post con la discesa del sentiero CAI 151 n. dalla Panoramica delle Vette a Tualis. In realtà ero partito per tutt’altra mèta ma fui costretto a ripiegare. Nel frattempo questo anello è stato già ripetuto molte volte e secondo alcuni amici bikers è così bello che merita un pro memoria su questo blog. Si tratta in soldoni di collegare la salita verso la Panoramica, versante di Tualis, alla bellissima e famosa discesa su sentiero da Sella Boichia a Givigliana. Oggi descriverò la variante più bassa, che evita la cima del Crostis. Ma anche la traversata della cima credo abbia un notevole fascino sia come impegno che come panoramicità.

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Parcheggiata l’auto a Mieli, son salito pian piano quasi fino allo scollinamento della Panoramica. Quando si è già in vista del traverso, e si è già vista la Madonna per la fatica, poco dopo un rettilineo e una doppia curva, si nota sulla sinistra la partenza di un’ampia mulattiera, che dopo qualche metro in salita comincia a scendere ben ciclabile  fino ai ruderi della ex Casera Nevàl.

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Proprio dove la traccia comincia a diventare incerta, poco prima dei terrazzamenti della ex casera, si comincia a spingere il mezzo in salita in direzione nord ovest, puntando ad un evidente intaglio erboso presente sulla dorsale del Crostis che scende a Sella Bioichia. Si procede più o meno a caso, perchè la sede della mulattiera, ancora evidente solo a tratti, è invasa da erba e arbusti. Controllando sulla cartina Tabacco la traccia corrispondente, è però abbastanza facile non sbagliare direzione. Si spinge comunque per una ventina di minuti, fino a raggiungere un tornante del sentiero CAI 151  , che si individua dal basso per il muretto a secco che lo sostiene. So che Gaetano, che ha già fatto due volte il giro, taglia a piedi un po’ prima, raggiungendo il sentiero CAI più a monte, aggiungendo quindi un po’ più di discesa in sella.

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Riprese le forze, si rimonta in bici e si comincia a scendere verso la Sella. Il sentiero è tutto ciclabile, salvo qualche breve passo, dove l’esposizione  può far la differenza nel superare qualche pietra o radice. La sede è invasa dall’erba ma sempre ben riconoscibile e quasi senza trabocchetti. Si arriva in Sella Bioichia, dove inizia la vera e propria goduria.

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Scouts in Sella Bioichia

La discesa verso Givigliana è famosa, giustamente. Non starò quindi a descriverla. Vi avviso solo di non farvi fregare quando, ormai prossimi all’abitato di Givigliana, si presenta un bivio in prossimità di uno stavolo abbandonato: meglio tirare diritti lungo l’ampia mulattiera ed evitare il sentiero sulla sinistra.

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Giunti a Givigliana e visitato il bellissimo paesino, ci aspetta un’altro fantastico sentiero, quello che porta a Vuezzis,  evitando Stalis. L’imbocco è ben segnalato tra le “callette” di Givigliana. Come precisato nel post dello scorso  anno, è importante, dopo lo stavolo ritratto nella prima foto, girare a sinistra alla fine del muretto a secco (proseguendo diritti sulla vecchia mulattiera ci si perderebbe un incredibile sù e giù tipo montagne russe).

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Da Vuezzis a Gracco purtroppo non si può proseguire su sentiero (frana non transitabile, per ora). Si scende sulla strada che porta verso Rigolato e al bivio si risale a Gracco, dove alla fine del paese, dopo una sosta ristoratrice alla bella fontana, si imbocca la pista forestale che con ancora qualche breve sforzo riporta a Mieli.

Dettagli: sviluppo una trentina di Km., dislivello superiore ai 1400 mt., ciclabilità 90% (venti minuti bici a spinta). Discesa non difficile, ma fate attenzione ai diagonali sulle pendici del Crostis,  a monte di Sella Bioichia. Obbligatoria, infine, una digressione automobilistica per la visita alla “Cjasa da Duga” a Salàrs (tra Tualis e Ravascletto)

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Luglio 2014

•agosto 13, 2014 • Lascia un commento

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Nonostante le avverse condizioni meteo, ci sono una manciata di news che sgomitano nel “rilassato” minimondo dell’arrampicata dell’alto Friuli. Tra le salite rotpunkt nella conca tolmezzina, spiccano nei piani alti la ripetizione di “Niente e così sia” da parte di Fabio e quella di “Falcon” ad opera di Davide. Quest’ultima, nella sempre frequentata palestra storica di Illegio, mi dà l’occasione  per informare i climbers di una nuova  chiodatura, proprio  a sinistra di Falcon. Si  parte con i primi 3 spit dell'”Obliqua” e poi si tira diritto. Attrezzata da Gino, che l’ha poi “liberata”, dovrebbe avere una difficoltà attorno al 7b+/c. Anche Giulio, ormai posseduto dal demone della chiodatura, ha deciso di dare un contributo concreto al menù delle vie di Illegio, attrezzandone una  a sinistra di “Tuono Blu” . Difficoltà attorno al 6c+.

Più a nord, segnalo con piacere  il ritorno di Mattia agli antichi splendori. Nonostante lo scarso allenamento, il nostro ha realizzato la prima salita di un difficile  tiro (“Fiori di Brahms”,  7c+)  nella nuova falesia dei Vedràns  di Val di Collina, dove tempo permettendo dovrebbero nascere nelle prossime settimane anche delle linee ancor più impegnative.

Nella Scogliera del Pal Piccolo ho notizia della ripetizione di “Spitemo su tuto, D.c.” da parte di Federico.

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Nel comprensorio di Somplago, cade anche l’ultimo baluardo della nuova Parete Blu o Chiquita. Nonostante la strenua resistenza di Virgus, il caprone, Ach il cugne ha firmato  la prima salita rotpunkt di “Antilocapra”, un 7c al quale è stata in seguito raddrizzata l’uscita. Se invece di uscire a destra andate alla catena del primo tiro ( “Bunny”), la difficoltà cresce di mezzo grado.

Una nuova chiodatura  anche in  Chiesetta, dove Stefano ha omaggiato il grande Asterix con una variante al suo tiro “King for a Day”. Si riconosce per i fix che tirano diritto verso la fine della via (l’originale continua verso sinistra su resinati). Ovviamente la variante si chiama “Queen for a night”, ha difficoltà attorno al 7c ed è stata salita “a vista” dal Chen.

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In Chiesetta vi segnalo le prestazioni di Stefano, sempre lui!, su “The Hopfull (P.Z.)” e di Mariangela du “Viola”. Degna di nota anche la salita “on sight” di “Zanardi” ad opera di Seba. Ma il protagonista assoluto del periodo è stato ancora lui, il Polacco! Tornato in zona per le solite ferie  con l’inseparabile camper e la splendida famiglia (Dominika, Maria e il can), Sebastin ha salito in breve tempo tutte, o quasi, le vie dure chiodate nell’ultimo anno da Gino. Senza sgradarle, provocare, rompere appigli o svendere  modestia sospetta. A dimostrazione che quattro pur sgradevoli segni di magnesio distribuiti sugli  appigli sono assolutamente un male minore, compensato ampiamente da semplicità e simpatia.

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Discesa da Forca Zouf di Fau a Dierico (sentiero CAI 436)

•agosto 11, 2014 • Lascia un commento

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Premetto che in questo interminabile anello, il più lungo della mia carriera in mtb, ho collezionato oltre che una consistente bollita anche una serie quasi fantozzesca di inconvenienti e il relativo record di imprecazioni.

Guasto del Garmin, scavallamento plurimo con incastro micidiale  della catena sul movimento centrale, dimenticato occhiali, preso la pioggia al rientro, crampi.  Avrei anche sopportato di peggio, in cambio di una bella discesa sul sentiero che sognavo da almeno 2 anni e avevo già percorso due volte a piedi, in perlustrazione. In effetti lui, il sentiero, di per sè è sia bello che ampiamente ciclabile. A patto però di trovarlo asciutto….cosa che evidentemente a me non è capitata, anzi. Però in questo caso non posso appellarmi alla sfortuna. Bastava valutare  meglio il momento e scegliere un periodo più asciutto.

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Comunque il sentiero CAI 436   che da Forca Zouf di Fau porta a Dierico, già destritto da Alberto in un post su questo blog,  è sicuramente consigliabile ai discesisti. Che lo si raggiunga dalla Val Aupa come nel mio caso, oppure attraverso la terribile salita a Chianeipade e Forchiutta, merita di sicuro almeno una visita. L’anello che parte da Tolmezzo è più lungo e monotono, ma meno impegnativo fisicamente. Quello che ha base a Dierico oppone un dislivello e delle pendenze  da iron  bikers.

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Descrizione: da Tolmezzo a Stazione per la Carnia su asfalto, poi sulla ombreggiata vecchia strada di Campiolo fino a Moggio e da qui in Val Aupa. A Bevorchians si svolta a sinistra verso le case e dopo un fugace  sguardo di incoraggiamento alla Grauzaria e al siluro della Medace,  si prosegue lungamente su pista forestale fino ad un  trivio, appena usciti dal bosco, proprio sulla dorsale tra Aupa e Incaroio. Qui si gira a sinistra in falsopiano, per poi ricominciare a salire. Dopo circa un chilometro (navigatore guasto!!!) in un tornante sinistrorso si vede la tabella di ingresso al sentiero, a fianco di quella per un  pericolo non contemplato dal codice della strada.

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I primi metri del sentiero sono ripidi e non troppo invitanti; se scendete e portate la bici come il sottoscritto non biasimatevi troppo. In seguito, nonostante l’erba invada a tratti la traccia, la discesa è quasi sempre molto interessante, con tratti entusiasmanti, tecnici e qualche breve sezione fastidiosa, dove chi vi scrive ha preferito fare due passi, visto anche il grip modello  piscina.

Si attraversano i prati del Plan da Muèle dove si può sostare per un po’ di relax, prima di riprendere la lunga cavalcata, che con qualche tornante deposita su una pista che lambisce il torrente e porta sulla strada asfaltata, poco prima delle case di Dierico.

Da qui si gira a sinistra e si raggiunge la strada provinciale in direzione di Tolmezzo.

Dettagli: sviluppo superiore ai 50 km, dislivello poco oltre i 1000 metri. Ciclabilità quasi totale. Da rifare quest’autunno!

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Giro di Patòc

•agosto 7, 2014 • Lascia un commento

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Devo ringraziare Mario che mi ha consigliato di pubblicare un post con questa gita. Non fosse stato per questo suggerimento, da parte tra l’altro di un biker molto occasionale, forse non mi sarei mai ricordato di aver fatto a piedi questo magnifico sentiero, che credo sia abbastanza trafficato anche dalle mtb e merita ancor più visibilità.

Chissà, forse sarà stato per il dislivello poco eroico, oppure per  il ricordo di una lunga parte con roccette e selciato, percorsa a piedi in direzione del Cuel de la Bareta quando le capacità ciclistiche erano molto scarse: sta di fatto che, pur avendone tante volte sentito parlare, non avevo mai considerato questa discesa verso la frazione di Raccolana  lungo il sentiero CAI 620, dall’incantevole paesino di Patòc, una vera chicca del restauro oculato di abitazioni di montagna.

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Per la verità la questione del dislivello rimaneva un po’ indigesta, così appena prima di Patòc, nascosta la bici dietro il guard rail, ho deciso di “integrare” con  una camminata fino alla cima del Monte Jama (CAI 644), pensando comunque a una possibile discesa in bici da questo cimotto a Raccolana, ipotesi peregrina ma non del tutto accantonata.

Un bel sentiero, comunque, che consiglio agli escursionisti nonostante la cima non sia panoramica, se non si considera “panorama” un enorme croce con annessa immancabile lapide commemorativa, tanto per tenere lo spirito allegro. Chissà se tutti i poveri cristi cui è stata dedicata una lapide su strade e sentieri gradiscano, oppure  potendo…

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Risalito in bici, dopo circa 6 km di salita da Chiusaforte, ho attraversato le invidiabili case di Patòc per fiondarmi in discesa lungo il sentiero, ottimamente mantenuto. La prima parte della discesa è veloce e facile. Man mano che si scende il fondo diventa sempre più irregolare e scalinato, con alcuni tratti dove è possibile dover scendere per le asperità. Nonostante ciò e a dispetto di alcune risalite non brevissime, in complesso si tratta di una bellissima discesa in ambiente suggestivo, con alcuni scorci sul torrente e la forra per i quali non è facile trovare un aggettivo azzeccato.

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Si sbuca a Raccolana un po’ centrifugati, ma felici e impazienti di fare un salto al Bar della Ferrovia di Chiusaforte, come consigliato dall’amico alpinista. E qui la sorpresa di un bell’ ambiente con tantissimi ciclisti in transito e sosta  lungo la ciclovia, si somma a quella di fare la conoscenza  di Fabio Paolini, autore di pubblicazioni divulgative dei sentieri della zona come ad esempio “Trois”, che ho già citato in altre occasioni.

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Dettagli: sviluppo in bici una quindicina di km., dislivello 400 mt. (altri 400 mt a piedi per la cima del Monte Jama). Ciclabilità in discesa quasi totale.

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