Misura la tua GNH sulla Torre Clampil!

•ottobre 17, 2014 • Lascia un commento

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Risalire la valle del Winkel in questo periodo ti riempie gli occhi di colori: dal giallo oro dei larici sparsi e sparuti tra l’alto pascolo e la morena di massi grigi e spigolosi, al rosso carminio dell’uva ursina che si propaga dalle fessure delle rocce come schizzi di sangue, al giallo-verde dei salici contorti che si avvinghiano alle gambe lungo lo stretto sentiero, al grigio s(i)curo delle placconate che si innalzano sulla sinistra mentre di fronte e a destra i colori delle pareti più slanciate cangiano dal giallo ocra al nero.

E forse ti fischiano davanti le marmotte che ormai hanno trasferito sul fondo dei loro cunicoli il fieno, diligentemente da loro stesse preparate in questa estate parca di sole. Se invece senti solo un lontano rotolio di pietre, alza gli occhi dal sentiero e guarda sulle pietraie sottostanti la Creta di Pricot: sarà facile osservare le famigliole di camosci che saltano, senza grandi patemi vedendoti, in direzione della Sella della Pridola: vanno a radunarsi nei quartieri a sud, dove i grandi maschi formeranno i loro harem dicembrini. Qui, cosa rara sul resto delle Alpi Carniche, questi animali che vorresti tanto emulare nell’agilità, sono assai confidenti; segno evidente di una sana gestione venatoria: chapeau ai cacciatori di Pontebba.

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Pochi sono i passanti, sempre più austriaci e sloveni, che in silenzio percorrono il rozzo sentiero del Winkel e ai quali non negherai un cordiale e sommesso saluto.
Non ci vuole molto a raggiungere verso destra lo zoccolo sul quale inerpicarsi fino alla morbida cintura erbosa, quest’anno particolarmente lussureggiante, che cinge alla base la parete grigia della Torre Clampil. Qui puoi sdraiarti un po’ e riposare, se l’aria non è troppo umida e l’erba non è bagnata dalla rugiada, prima di preparati per l’arrampicata.

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Vai poi verso sinistra, dove cominciano le vie “al a dite Monsignor” e “Pachamama” (già viste su questo blog); qui sali diritto per un piccolo diedro, poi per un piccolo strapiombo dotato di micro-carsismo incipiente e maniglie capienti l’intera mano piegata a gancio; più sopra un piccolo spigolo, decisamente fuori luogo e ironicamente perforato, ti conduce a una bombatura; qui rimpiangerai la dis-abitudine alle prese timide da mano appena incurvata, ma dura poco, poi tornano i buchi taglienti (non farti attirare da uno spit solitario sulla destra).

La sosta è  poco comoda, ma la fessura da dita e pugni chiusi ti consente di progredire velocemente e raccordarti alle placche e alla sosta di “Pachamama”, presso una bella cengia. Un altro piccolo strapiombo, nota sulla sinistra il chiodo da crocifissione, ti permette di guadagnare il piano inclinato ispido e rilassante prima di affrontare il diedrino classico che ti affaccia sulla cresta finale.

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Anche quassù ci sono morbide zolle erbose che accolgono volentieri le terga e invitano a un momento di riflessione: a ovest vedi il vallone che hai appena percorso, sempre silenzioso e privo di ogni segno umano fino a distesa d’occhio, al massimo c’è qualcuno che a quest’ora scende dal Cavallo; a est vedi il luna park montano di Nassfeld, vociante nei fine settimana caldi d’estate, con tanto di baretto (si fa per dire) quasi sul culmine della Madrizza. È il momento di dare il tuo valore al GNH, ovvero il gross national happiness, ovvero la felicità interna lorda; già che ci sei prova ad assegnarne due di valori: uno per Winkel e uno per Nassfeld, serviranno per un proficuo confronto a tutto campo sul modo di intendere la montagna.

Se sei indeciso mi permetto di darti un piccolo superficiale aiuto: preferisci il boccale di birra qui e subito, magari al prezzo della corsa in seggiovia, o ne coltivi il desiderio fino al ritorno in valle prolungandolo addirittura fin là dove sai che ne berrai di quella che piace a te?

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Torre Clampil, parete sud, via GNH; dislivello 90 m, difficoltà intorno al 5c, con un passaggio di 6b o A0, attrezzata completamente a tasselli salendo dal basso da Andrea e Mario Di Gallo il 5 ottobre 2014.

Mario Di Gallo

 

Anello del Passo Silvella

•ottobre 10, 2014 • Lascia un commento

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Per inaugurare l’esplorazione della zona del Comelico con la  guida della cartina  edita da Tabacco per conto del gruppo “Mtb Comelico” ho scelto un itinerario (il n. 11) magnifico dal punto di vista ambientale, ma piuttosto impegnativo fisicamente. Peccato che la gita, iniziata sotto i migliori auspici di un bel sole, sia poi deragliata verso un’uggiosa e fredda  giornata tipicamente autunnale, immergendo  le montagne che avrei voluto godermi in un’ umida copertura di nubi.

Ciclabilità quasi totale sia in salita che in discesa, comunque. E la discesa, lunga e veloce,è  percorribile dalla gran parte dei bikers, fatta salva a tratti l’esposizione, visto che si svolge su una dorsale prativa che dalla cresta alla base del Col Quaternà riporta alla  partenza di Candide.

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Ho seguito solo la cartina, non avendo scaricato sullo smartphone l’applicazione che permetterebbe, per ognuna delle 37 gite descritte, di leggersi la descrizione e scaricare la traccia gps. Comunque la segnaletica usata per distinguere i vari tipi di terreno (sentiero, pista, asfalto, bici a spinta), mi è sembrata efficace.

Per chi non avesse la cartina, che  potete comunque acquistare nel Rifugio Rinfreddo, lungo il percorso, eccovi la descrizione del magnifico itinerario, che consiglio comunque di affrontare con una bella giornata, possibilmente non fredda (si arriva attorno ai 2300 metri). Così potrete godervi l’impareggiabile scenario che quasi a 360° spazia dal Peralba ai Longerini al Cavallino e, di fronte, all’imponente bastionata che dalla Val Fiscalina scende fin sopra Padola, senza dimenticare, a sud, i Brentoni.

Parcheggiata l’auto a Candide, qualche chilometro sopra Santo Stefano in direzione del passo di Monte Croce Comelico, si sale a fianco della chiesa e con rampe già ripide si raggiunge l’abitato di Casamazzagno, continuando ancora oltre in direzione di una chiesetta che spicca nei prati sopra le ultime case. Si prosegue fin dove finisce l’asfalto, in prossimità di un trivio nei pressi di alcuni casolari (panchina in legno).

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Qui si prende a sinistra su fondo sterrato  per un lunghissimo tratto di saliscendi immerso nel bosco, fino a sbucare di nuovo su asfalto dove ci attende una serie di tornanti con pendenze accoglienti. Si esce dal bosco nei pressi di Casera Coltrondo, dove la gita cambia verso (ma davvero, non in senso renziano…), volgendo  in direzione sud. In pochi minuti di salita, di nuovo su fondo naturale, giungiamo al Rifugio Casera Rinfreddo, ideale per una sosta ristoratrice.

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Dal Rifugio si diparte una ampia mulattiera di guerra, quasi tutta con pendenze ben ciclabili e fondo solo per brevi tratti sconnesso. Si sale a tornanti ormai su terreno prativo aperto, mirando all’evidente Col Quaternà. In uno spiazzo si lascia a destra la traccia del sentiero CAI 149  per continuare a salire fino al Passo Silvella, dove l’agognata tabella indica l’inizio del sentiero di discesa.

Per la verità la gita descritta nella cartoguida prevederebbe ancora un breve tratto di salita fino alla sella sotto il Col Quaternà, ma la fatica e il freddo mi hanno consigliato di imboccare subito la via del ritorno.

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Inizialmente la discesa è un saliscendi su esile traccia che corre sottocosta, a tratti un po’ esposta. Le risalite non sono mai sconfortanti e finalmente la discesa diventa più costante, proprio quando il panorama si apre a est con bellissimi scorci sulla Val Visdende e la Croda dei Longerin.

Più si scende più la traccia diventa ampia e comincia ad addentrarsi nella vegetazione. Il fondo peggiora, ma diventa nel contempo amche un po’ più tecnico ed impegnativo, soprattutto per gli avambracci (freni+vibrazioni). La discesa sembra non finire mai. Poi si sbuca nel trivio dove lasciammo l’asfalto sopra Casamazzagno e in breve, con delle belle curve rilassate si torna al punto di partenza.

Dettagli.: sviluppo 31 Km, dislivello 1370 mt, ciclabilità totale o quasi (in salita nei tratti sconnessi dipende dalla gamba…). Asfalto meno del 30%.

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Nomi e cognomi

•ottobre 7, 2014 • 3 commenti

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Non ricordo chi sia stato a dire la vera verità travestita da battuta  “Io ho la mia etica, ma se non vi va bene ne ho anche delle altre…” Questo implacabile sconosciuto mi è tornato in mente leggendo su un social network lo sfogo di una giovane e talentuosa scalatrice agordina che ha trovato la roccia della via che stava provando danneggiata da un sabotatore.

Niente di strano, direte. Son cose che capitano. Come no? Ne abbiamo scritto pochi mesi fa riguardo a un itinerario  nella falesia di Somplago, deturpato da ignoti per mettere i bastoni tra le ruote a un ripetitore.

Perchè tornarci sopra, quindi? Per almeno due motivi. Perchè la via del nuovo misfatto è nientepopodimeno che “Kendo”, una delle più famose ed importanti dell’arrampicata italiana, al punto di aver prestato il nome ad una delle più fortunate scarpette da scalata della “Sportiva”. Forse per la sua fama indiscussa, questo storico monotiro della Val San Nicolò fu già oggetto, se la memoria non mi tradisce, della soppressione  di un buco che il povero Rolly Larcher  ebbe la disavventura di provare a usare nei suoi tentativi, illo tempore.

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Il secondo motivo per cui tornarci su è che nelle  segnalazioni di  questo  meschino e infantile vizietto  si ha la sensazione che aleggi comunque  una sorta di omertoso “non detto”. Mancano, a dirla tutta, i nomi e i cognomi. Se non scanditi ad alta voce, almeno fatti intendere.

Questo per ovvii  motivi precauzionali: manca infatti  l’assoluta certezza di chi sia stato a martellare quella tacchetta o tappare un buco, a meno di non essersi appostati per sorprenderlo o aver piazzato una web cam nei dintorni. Ma io immagino che un’idea abbastanza vicina a un sospetto fondato qualcuno se la sia fatta. Ad esempio il giovanissimo Pietro Dal Prà , quando più di vent’anni or sono non trovò più la tacchetta che avrebbe così volentieri usato per salire  Terminator!

Fare i nomi, vi chiederete, cosa cambia, ? Ormai il danno è fatto. E poi non servono le carte di identità per convincersi che (anche) dietro l’umanità  bohemien, scanzonata  e  yippieggiante  che popola il mondo dell’arrampicata si nascondano invidia, vanità, presunzione, calunnia e chissà quanto d’altro.

Fa un po’ sorridere, se non proprio sghignazzare, il “manifesto” del free climbing di Le Menestrel che torna  a circolare in questi giorni  se pensiamo alle rivalità tra JB e Patrick, che arrivarono al paradosso   del sequestro temporaneo  di una presa su “Les Specialists” per evitare all’altro di chiudere per primo la via…

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Se non di una denuncia circostanziata, però, fa piacere almeno che se ne parli pubblicamente e non solo , come accaduto  in  trent’anni di “cronaca della libera”, sussurrandolo  nelle chiacchiere al bar, dove di fatti ben precisi e nomi ben scanditi ne ho sempre sentiti fioccare  a mille. E non solo di uvaggi e doppi malti. In questo senso l’aver consegnato a facebook un comprensibile e amaro sfogo rappresenta, secondo me, il vero salto di qualità della lotta, mi si  perdoni la  da volantino di lotte politiche da tempo  mummificate. Soprattutto da parte di una persona che potrebbe avere qualcosa da perdere, in termini di sponsor e di “supporto ambientale”, a parlarne pubblicamente senza o con pochi peli sulla lingua. Cosa che  molti altri, non solo atleti ma anche “addetti ai lavori”, magari giusto giusto di un settore che dovrebbe essere “l’informazione”, si sono ben guardati dal fare (è più facile prendersela con Bubu e i gradi delle sue vie, specie dopo che gli sponsor lo hanno mollato…).  Poi, visto che in Italia siamo tutti allenatori, capi di governo e soprattutto campioni di buona morale, al post su fb  è seguito il consueto “dibattito” con opinioni e invettive,  stranamente più curioso di  quale fosse la via piuttosto che la mano armata.

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Eppure a volte non servirebbe uno Sherlok Holmes per dipanare una matassa che assomiglia più a un asola di cordino e rischia di diventare un nodo scorsoio, almeno per chi l’ha architettato. “Cui prodest?”  dovrebbe essere la domanda-chiave per aprire la serratura. Fatevela ogni volta che succede qualcosa del genere e la soluzione non dovrebbe faticare ad apparirvi. A chi potrebbe fregare di  disturbare o danneggiare un climber proprio su questo itinerario? Il cerchio si stringe, no? Il chiodatore? Chi l’ha salita per primo ?

Oppure il fidanzato della prima donna ? Il nonno del primo nipote? Lo zio di Checco Zalone? Vedete un po’ voi….

E in ogni caso, chi l’ha liberata o se l’è chiodata, perchè mai non se la tiene per se, privata, non divulgata. Anche narcisismo e feticismo dovrebbero avere una certa logica. Invece no! Il trucco, neppur tanto sottile, è un altro: io l’ho scalata e voi non ce la farete. Almeno non tanto facilmente. Così tutti sapranno chi è “il più forte!” (ma non era Giusto?).

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A volte questa lampante dimostrazione di vanità e scarsa accettazione dei tempi e degli scalatori che si evolvono trova delle giustificazioni di facciata. Non potendo ammettere di essere affetti da una perversione  del carattere,  sostengono che la via sia  stata liberata in quel modo, quindi va ripetuta così. Senza appigli intermedi, tacchette microscopiche, monoditi per mezza falange. E, soprattutto, senza avere la spudoratezza di mettere un piede dove  c’è un appoggio “ridicolo”. O chiudi o non chiudi. Free climbing, ragazzi!  E se sei alto un metro e sessanta è meglio che cambi sport!

Mi piacerebbe vedere uno di questi implacabili santoni che non sanno invecchiare  fare il passo chiave di “Pugacioff”, in Napoleonica, con il sistema di Sara, che vi ripropongo nella foto qui sotto. E rompergli tutti gli altri appoggi! Spiegando loro, prima di tutto,  chi fossero Pugacioff e Tiramolla. Nel dubbio  che la malattia vera sia invece la mancanza  di ironia. Anche auto.

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Foto P.Zamolo

Concludo: sembra che uno dei motivi per i quali non si parli abbastanza  di questi episodi sia il “rispetto” verso persone che hanno fatto  la storia o la geografia (ma anche un po’ di applicazioni tecniche, eh?) dell’arrampicata. Io credo che il rispetto sia dovuto a certe  persone, non a tutte ovviamente,  nello sport come in altre attività della vita. Indipendentemente da quali siano state le loro realizzazioni sportive. Un po’ di più se hanno cercato di fare qualcosa per tutti, oltre che per se stessi. Magari anche solo tirar su dei figli e guidare il camion otto ore al giorno per arrivare al 27 di ogni mese. Magari anche solo lasciandoci il loro esempio. Buon esempio, s’intende. Per il resto, che siano solo dei bravi scalatori non me ne frega un tubo.

A volte sento la mancanza di qualche semplice regola oggettiva nella scalata,  non solo questa giungla in cui noi italiani siamo tra i più  abili a svicolare. Tipo una corsa, per dire. Tot metri, misurati da una giuria, e un cronometro. Pronti, via!

Usain Bolt wins

Anello delle Casere Slenza

•settembre 30, 2014 • Lascia un commento

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Dopo due  percorsi popolari, ecco invece un anello solo per bikers esperti, volenterosi e non troppo schizzinosi. Lo pubblichiamo perchè la salita e l’ambiente lo pretendono, anche se la discesa, un po’ per i numerosi alberi schiantati e un po’ per le difficoltà tecniche, potrebbe accontentare solo i bikers più spregiudicati  e di bocca buona.

Infatti, pur non presentando passaggi estremamente difficili o esposti, obbliga a frequenti brevi tratti a piedi per superare  ostacoli e nella prima parte della discesa, in una zona ombrosa e tendenzialmente umida anche nei periodi di asciutto, richiede  disinvoltura ed equilibrio.  Nella parte bassa, per la verità, diventa molto scorrevole e divertente e alla fine una certa soddisfazione finisce per prevalere sulle difficoltà logistiche.

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Sapevo che la ditta di Alvise stava lavorando per aggiungere qualche chilometro alla pista forestale che porta alla Casera Slenza di sotto così, dato uno sguardo alla cartina Tabacco 018 e calcolato l’eventuale dislivello da fare a spinta, non eccessivo, ho deciso di andare a vedere se il sentiero CAI 429 potesse essere ciclabile.

Descrizione: si giunge in auto all’altezza di Pietratagliata, dove salendo verso Pontebba si stacca dalla strada statale sulla sinistra  un residuo della vecchia, noto ai frequentatori della pista ciclabile. Parcheggiata l’auto in uno slargo di fronte a una vecchia caserma con tanto di torretta, si imbocca la pista forestale superando un cancello sempre aperto.

La pista sale a tornanti con una pendenza accettabile ma non proprio ridicola e un buon fondo. Dopo circa 5 km si raggiunge la casera Slenza di sotto.

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Qui il prolungamento della pista forestale è in corso d’opera, tuttavia il fondo è quasi sempre ben ciclabile. Dove i lavori terminano, si imbocca poco prima di un piazzale la traccia  ampliata di un vecchio sentiero che sale a brevi tornanti. Il fondo è stato inghiaiato da poco e non permette di pedalare; in ogni caso avrebbe una pendenza da veri grimpers. Si spinge la bici per un centinaio di metri di dislivello, fino a raggiungere un cancelleto che introduce ai prati della Casera Slenza di sopra.

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Superati gli edifici, conviene tenersi in quota sulla destra e mirare ad un altra casera posta sul limitare del bosco, in alto a destra. La casera, abitata da una specie animale meno molesta di quella umana, rappresenta il punto di massima ascesa della gita.

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Tenendovi  sulla destra in leggera discesa, a poche decine di metri dall’edificio, scorgerete l’inizio del sentiero CAI (non fatevi ingannare dagli altri segnavia che vanno verso sinistra, in direzione del massiccio de Lis Gleris).

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La discesa inizia con dei saliscendi muschiosi ed umidicci che lasciano ben sperare. Purtroppo l’aspettativa del discesista “medio” viene subito frustrata dal complicarsi della traccia, con roccette affioranti e viscide, sede stretta e rami schiantati. La prima parte della discesa è in verità un po’ un tormento, anche se non si fa mai difficoltà a superare gli ostacoli.

Quando la speranza di farsi una bella discesa in sella sta per abbandonarmi, per fortuna gli ostacoli spariscono e la discesa diventa entusiasmante fino alla fine, quando si sbuca nella incantevole radura delle Case Pramolina.

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Da queste fino a Pontebba ci attende una lunga picchiata a manetta su pista-biliardo. Da Pontebba all’auto ci saranno all’incirca 3 chilometri di statale o pista ciclabile.

Dettagli: sviluppo 17,7 km, dislivello 960 mt., ciclabilità in salita più del 90% (a spinta 10-15  minuti), in discesa a seconda dell’abilità, esclusi gli schianti.

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(Super!) Giro degli Stavoli Pantiàne

•settembre 26, 2014 • 4 commenti

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Voglio candidare questa di oggi  al titolo di “gita dell’anno”, anche se  il mio peregrinare ciclistico per il 2014 è stato, almeno con la mtb, di scarso interesse.E quindi i termini di paragone sono scarsi.  Ma tra le novità, almeno per il sottoscritto, questo breve anello, di attrattiva paesaggistica molto limitata e dislivello quasi pensionistico, è stato per davvero la rivelazione della stagione.

Avevo scritto di questi sentieri in uno dei primi post di Calcarea, per l’anello che partendo da Cima Corso portava fino al letto del Tagliamento, in Caprizzi, per poi risalire attraverso una pista che si stacca dalla Forca di Priuso e ritorna sulla dorsale. Poi, qualche giorno fa, una serie di coincidenze, la salita al Monte Rest con Gjate in bici da corsa e l’acquisto dell’ultimo aggiornamento della cartina Tabacco 02, dove sono tracciate le nuove piste forestali realizzate da queste parti, mi ha fatto meditare su altre possibilità.

Così mi son fatto una perlustrazione a piedi, intuendo subito che questo sentiero, che dai ruderi degli Stavoli Pantiane porta alla borgata di Lunas, sarebbe stato una vera figata in sella alla mtb.

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Il giro parte da Caprizzi, dove si affronta con sensazioni alterne una pista forestale realizzata di recente, che inizia poco oltre il bar con una rampa cementata che si stacca sulla destra (catena con lucchetto da scavalcare). Dopo le prime rampe cementate si passa alla terra battuta; salendo tra una sgommata e l’altra ripensavo alle prediche del saggio Alvise sul perchè le nostre piste forestali “vadano in mona” così rapidamente, rispetto a quelle austriache: pendenza eccessiva, sezione piatta,  assenza del canale di scolo a monte e canalette  trasversali insufficienti e subito intasate…

Tornante eroso, canaletta sommersa

Tornante eroso, canaletta sommersa

Proprio com’è accaduto  in questa, realizzata pochi anni fa, che mostra già i segni dell’erosione del fondo. Si sale comunque, anche se contrariati un po’meglio dopo aver scoperto che la gomma posteriore aveva troppa pressione, una sgonfiatina e il grip migliora. Per la verità anche il fondo stradale migliora  e solo i tornanti sono rovinati. Si giunge in Casera Faeit, dove si incrocia la vecchia pista che ho percorso qualche anno fa in discesa.

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Qui per 200 metri la pedalata diventa improbabile: il fondo è stato ricoperto di ghiaia grossa ed è preferibile scendere e spingere la bici. Ben presto si torna in sella e nella parte alta le cose vanno meglio. Le ultime rampe, cementate, sono anche abbastanza impegnative  e l’arrivo alla cappella votiva è benvenuto.

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Si gira a destra in discesa e comincia il divertimento. Dopo un centinaio di metri, invece che scendere verso Cima Corso si tira diritti su bel fondo erboso e con una serie di veloci saliscendi si raggiunge lo Stavolo Iof, un tempo partenza della pista di sci. Qui si attraversa una pista forestale di recentissima costruzione (non ce n’è traccia neppure nella nuova Tabacco) continuando oltre lo stavolo  in saliscendi lungo il sentiero CAI n.239. Si incrocia di nuovo la pista forestale e questa volta è meglio seguirla, in salita blanda, per il breve tratto che porta al piazzale dove si interrompe.

Qui, sul margine destro, si riprende la traccia CAI che diventa , dopo un tornantino secco, una fantastica picchiata su fondo perfetto. Si piomba sulla pista forestale che arriva dalla Forca di Priuso e la si segue verso destra fino alla fine, 200 metri dopo, in località degli stavoli Pantiàne, diroccati ma ancora suggestivi con i loro muri a secco di artistica fattura.

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Qui, aggirati i ruderi, il sentiero CAI cambia numero (241) ma il terreno rimane quello alterno tra bosco e prato, con una traccia a volte un po’ scavata ma sembre ben visibile e ciclabile. La discesa è veramente fantastica e quasi sempre priva di ntoppi o tranelli.  Solo verso la fine aspettatevi qualche passaggio un po’ più tecnico e infossato. In ogni caso, che ce l’abbiate fatta a rimanere sempre in sella o meno, credo che arriverete alle magnifiche case Pascàt soddisfatti.

Si torna su asfalto per una bella picchiata a zig zag verso Lunas e quindi Caprizzi. Sviluppo chilometrico sconosciuto (computer scarico), dislivello 700 metri circa, asfalto gli ultimi 2 km, ciclabilità quasi totale. Volendo, si può allungare un po’ il giro facendo base a Cima Corso e, dal piazzale, risalire la strada prima cementata e poi sterrata che, dopo aver sfiorato le case di Fontana, giunge proprio sulla curva dove ha avuto inizio la mia discesa. Cartografia Tabacco 02 (2014).  Sulla nuova cartina troverete anche le nuove piste forestali realizzate in Caprizzi sulla destra orografica del Tagliamento, che permettono eventualmente di ampliare la percorrenza.

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“Find your way” meeting arrampicata

•settembre 23, 2014 • Lascia un commento

 

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Monte Nèbria

•settembre 22, 2014 • 1 commento

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Devo riconoscere che mentre salivo in direzione della cima di questo cocuzzolo apparentemente insignificante, incastrato come un dente tra Valbruna e Malborghetto, ho anche mandato qualche maledizione a chi (Giorc) mi aveva tante volte raccomandato di andare di persona a dare un occhio a una possibile “bella” discesa su sentiero.

Gli schianti di abete che disturbano la salita sulla  vecchia e a suo modo estetica strada militare, obbligando a meno di mezzo chilometro di camminata non proprio agevole, mi stavano facendo perdere la pazienza. Se penso a cosa mi sarei invece perso, se la pazienza avesse avuto la peggio!

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Sta di fatto che il sentiero che dall’anticima est del Monte Nebria scende a Valbruna (recentemente segnalato dal CAI col numero 658) è, udite udite!, una delle più belle discese dell’Alto Friuli! Facile anche se non proprio elementare, veloce e scorrevole a parte qualche stretto tornante, con un fondo ideale, senza sassi o scalini. Peccato non sia eterna e alla fine coroni un giretto che ha poco più di 10 Km. di sviluppo e 500 mt.  di dislivello, ma secondo me è il posto dove dovete portare un biker per farlo innamorare, con poco sforzo un un’oretta di escursione, delle discese!

Chi volesse può comunque completare un’eventuale uscita in zona con tutte le innumerevoli possibilità nei dintorni di Malborghetto, Ugovizza, Camporosso e Valbruna, un comprensorio che meriterebbe da solo una guida! Faccio solo l’esempio dell’anello Rauna-Strachizza, già descritto in uno dei primi post di Calcarea, dove rimarrebbe da esplorare la possibilità di scendere in Forcella Nebria direttamente dalla malga, senza passare per il centro sportivo di Malborghetto.

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La descrizione è semplice: si parcheggia nei pressi del campo sportivo, dopo aver attraversato il Fella sull’evidente ponte. Si pedala oltre il campo sportivo  lungo una pista con tratti cementati che dopo essersi infilata in un sottopasso, sale decisamente verso est. Tralasciata la ciclovia Alpe Adria, che percorreremo al ritorno,  saliamo inizialmente su fondo compatto in direzione della forcella, costeggiando l’oleodotto. Il fondo diventa un po’ più mosso e si rugna un poco per conquistare la forcella, dove tenendo la sinistra si imbocca la strada militare che sale a tornanti.

Fatto salvo un lungo rettilineo  con gli schianti, la salita è per il resto abbastanza agevole e piacevole. Cominciano ad apparire i profili delle cime circostanti, prima i Due Pizzi e lo Jof di Miezegnot, poi il circo di Riobianco. L’unica galleria, in leggera curva, è abbastanza breve per permettere una sufficiente visibilità. Si ignora una tabella che inviterebbe verso sinistra alla cima principale, per continuare ancora brevemente sulla strada. Dove diventa sentiero si porta a mano la bici per un  brevissimo tratto ripido, giungendo alla tabella con l’indicazione per la meritata discesa: Valbruna.

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Qui raccomando di spingere ancora per due minuti e arrivare alla cima, con visuale panoramica, croce e libro di vetta ( o di anticima!).  Si monta  in sella e fino a Valbruna, come dicevo, è pura goduria. C’è un solo tornante, in parte franato ed esposto, che può causare un po’ di imbarazzo; per il resto la picchiata può ricordare la famosa e defunta discesa da Stivane Borgo Cros! Da Valbruna rapidamente si torna all’auto lungo la ciclabile, che si imbocca nei pressi dell’incrocio con la statale.

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