Falesia di Crosis – Tarcento

•aprile 20, 2014 • 1 commento

Ricevo da Luciano Regattin questo prezioso aggiornamento, nel giorno stesso in cui ho avuto la fortuna di visitare di persona il secondo “parto” della smania chiodatoria di Giulio, che ben conosco. Sia lui  che la smania. Non mi ha stupito quindi più di tanto che dopo una prima creatura abbia voluto sfornarne subito un’altra (Nadia è avvisata!), proprio dirimpetto alla primogenita. Lo stile qui è diverso, ma piacerà di sicuro  per l’inclinazione da “sala boulder” e per la straordinaria compattezza della roccia. Con un orientamento che promette  grande frequentazione da qui al prossimo inverno, per la gioia dei  climbers  della bassa, così penalizzati dalla geologia….

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A completamento dell’offerta arrampicatoria tarcentina, Giulio Moscatelli ha scoperto e chiodato quasi interamente (tranne due vie chiodate dal sottoscritto) una nuova parete, la falesia di Crosis.
In realtà la parete, seminascosta dalla vegetazione, Giulio l’aveva già scoperta parecchi anni fa, aprendo una via di terzo grado sulle placche sottostanti alla parte alta della parete strapiombante, ma lo stimolo giusto è arrivato solo ora, ispirato dalla chiodatura della falesia del monte Stella, che si trova quasi di fronte, anche se molto più in alto.
E’ quasi incredibile che un simile gioiello vicinissimo ad un centro come Tarcento e con un breve avvicinamento sia rimasto nascosto agli occhi dei più agguerriti chiodatori della Regione fino ad oggi!

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Caratteristica principale del nuovo “giocattolo” è l’inclinazione della parete, moderata nelle prime vie sulla destra e sempre più strapiombante procedendo verso sinistra; la roccia è calcarea a buchi di varia forma quasi sempre generosi; le vie non sono molto lunghe, 12-15 metri circa; la parete  rimane quasi sempre in ombra ed è pertanto sconsigliata dopo periodi piovosi o in inverno; comodo lo spazio alla base, affacciato però su un pendio molto ripido.
Al momento sono presenti 10 tiri con altri 4 in progetto, da destra verso sinistra abbiamo:
1-Pippon club 6a+, 2-Pesce d’aprire 6c+, 3-s.n. 6c, 4-s.n. 6b+, 5-Australopiretto 6c+, 6-s.n. ?,
7-s.n. 7a, 8-s.n. ?, 9-s.n.? 10- s.n. ?

I gradi, come sempre accade nelle falesie nuove, sono suscettibili di piccole variazioni.

Avvicinamento: da Tarcento seguire la strada per l’alta valle del Torre; appena superato Ciseriis, prima di entrare nella forra, si parcheggia sulla destra in corrispondenza della diga di Crosis (ampio parcheggio); si prosegue a piedi lungo la strada fino a 30 metri prima della tabella del km 3.2 (circa 300 metri di strada a piedi), a questo punto si sale sulla destra prima per roccette poi seguendo il sentiero che in breve porta alla parete. Si raccomanda la massima attenzione nel non far cadere sassi dal sentiero, in quanto finirebbero direttamente sulla strada!

Infine un grazie a chi ha collaborato alla realizzazione della falesia: a Matteo che di propria iniziativa ha realizzato dal nulla il sentiero, a Roberto, Giovanni e Alberto.

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Jof di Somdogna

•aprile 15, 2014 • Lascia un commento

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Dopo qualche dubbio al briefing non troppo mattiniero del casello di Amaro (ci fosse almeno la sedia gigante o un bel gugjet in mezzo alla rotonda a stimolare  l’ispirazione…) si decide per il Monte Cavallo, per l’ entusiastico report di Scivolare del giorno prima. Giunti a Pontebba, le nubi avvolgono minacciosamente le cime, mentre lo sguardo come sempre calamitato dalla Val Dogna lascia trasparire qualche miglior visibilità nei pressi del Montasio.

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Scatta implacabile l’associazione di idee: ma non c’era quel famoso canale della Grande Guida, assolutamente da fare!? Posto di blocco:  fermiamo la macchina dei compari e interpelliamo. Detto fatto, si decide per lo Jof di Somdogna.

A Dogna il primo contrattempo: strada chiusa al km 3! Ma una signora  ci incoraggia a proseguire: “si va, si va…” Giunti quasi in fondo all’interminabile valle, stupisce prima di tutto la scarsità di neve rispetto a quote analoghe, neanche così distanti. Ma non c’è più tempo per cambiare idea.

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Imbocchiamo la pista forestale e, dopo un avventuroso guado, parcheggiamo. I canali sciabili, piuttosto svalangati nella parte bassa, sono due: uno porta al Foran da la Grave. Quello  parallelo, il canalone della Grande Guida, presente anche nella molto meno Grande guida di Versante Sud ( ma con accesso dalla Saisera), non  ha abbastanza neve in basso.

Umore variabile e qualche minuto a piedi tra le ghiaie: si mettono  gli sci. La neve è marcetta, d’altra parte ci sono 9 gradi sopra lo zero: se non è zuppa è pan bagnato. Per fortuna man mano che si sale i groppi di slavina lascian  posto ad un fondo che, col migliorare della linearità sembra anche virare dal giallognolo al bianco, vagamente più compatto.

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Ad un certo punto si propone  un dilemma: cambiare canale? I pareri vanno da chi è sicuro del proprio canale (di neve, beninteso) a chi è sicuro solo che si farà una sciata di merda. Alla fine con forzata  unanimità si decide per salire a destra e scendere a sinistra, una specie di metafora politica dell’Italia degli ultimi 30 anni.

Dal Foran de la Grave, però,  la cima è sbarrata da qualche salto di rocce e mughi. Nuova discussione: forzare la pendenza o perdere qualche metro di quota per conquistare un più agevole pendio? Anche qui c’è chi è sicuro del fatto proprio e chi lo maledice.Poi  tutto si esaurisce in    un sommesso  e insistente mormorio.

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Meno male che, in compenso, le nubi si sono alzate, ha smesso di piovigginare e, soprattutto, il Montasio , la Spragna e i Due Pizzi  han deciso di far cadere i rispettivi veli. Il paesaggio maestoso rimargina la democrazia interna. Tolti per qualche metro gli sci, tanto per poter mettere la A assieme al BS nel computo della difficoltà, eccoci finalmente sui mammelloni finali e, con due passi a piedi, alla croce di vetta. Una delle cime più panoramiche delle Giulie. Semplicemente bello….ma quale dei tre?

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Per la discesa sembra essere ormai tutto  deciso, quando ha l’ardire di intrufolarsi, non c’è due senza, un terzo canalone! Ma non si capisce bene quanta neve abbia in basso e, soprattutto, finisce molto lontano dalle nostre auto. Così scendiamo da quello centrale e, quando si apre, traversiamo a sinistra su quello di salita. La diplomazia è salva.   La neve, invece,  non è delle migliori, ma si scia con facilità anche in basso, sulle slavine.

Come molte altre volte, alla fine  torniamo verso l’auto molto più soddisfatti di quel che si era temuto. E, colmo dell’abbondanza, mentre stiamo scendendo lungo la provinciale, spunta addirittura un quarto canalone! Ne parleremo il prossimo inverno…

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Descrizione: poco prima della Casera del Plan dei Spadovai prendere a destra una pista forestale con segnavia CAI n.651 e 652.  Al bivio tenere la sinistra e parcheggiare poco dopo, dove il sentiero n. 652 entra nel bosco. Seguirlo fino a poter traversare verso il canale che porta al Foran da la Grave. In forcella si perde quota per aggirare delle roccette e si sale il pendio che porta in vetta. In discesa si traversa in cresta, imboccando sulla destra  il secondo canalone. Bella sciata su pendenze ideali. Dove si intuisce che la neve sta per scarseggiare, si traversa nel canale di salita.

Dettagli: dislivello 900 metri circa, orientamento nord, difficoltà BSA. Bella gita, da rimandare ormai al prossimo inverno. Se la strada provinciale della Val Dogna fosse chiusa, partenza obbligatoria dalla Saisera  e salita più conveniente lungo la via normale dal Grego. Al rientro sosta raccomandata alla locanda dell’Orso. Etilometros saràn che nou no sarìn!

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Forcella Brentoni da S.Stefano

•aprile 7, 2014 • 1 commento

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Le poche volte che negli ultimi anni son sceso da Monte Croce Comelico verso Santo Stefano non ho potuto non rimanere abbagliato, a rischio di collisione, dall’ imponente dispiegarsi della catena dei Brentoni. Quel che d’estate non sarebbe più che un qualsisasi sfondo, assume con la neve l’ aspetto e quasi  le proporzioni di un posto nel quale vorresti esser stato almeno una volta.

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Con un inverno così prolifico di neve, quale occasione migliore? Sapevo di discese “facilitate”, con una macchina a Razzo e l’altra in fondo alla Val Grande, alle porte di Santo Stefano. Ma siamo forse noi scialpinisti della fattispecie? O eliski o niente, mi son detto! Che saranno mai quasi 1500 metri di dislivello?

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L’ennesima telefonata al Deca, che dal centro Italia mi fornisce un aggiornatissimo viatico : la neve c’è ancora, si parte con gli sci ai piedi dall’auto. In un quarto d’ora del tardo sabato sera si organizza anche la compagnia. Ottima, del resto, anche se  i fedelissimi marcano visita…

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Gita di grande ambiente, con neve non impeccabile (marcetta)  ma non così disastrosa da compromettere il bilancio giornaliero, più che positivo seppur gravato dalla persistente assenza di Romina.

Descrizione: parcheggiata l’auto nei pressi del capitello poco fuori Santo Stefano (direzione Auronzo), si segue il sentiero CAI  n. 332 quasi integralmente lungo la Val Grande, per abbandonarlo poi in direzione dell’evidente forcella a destra delle enormi placconate  dei Brentoni. Si scia più o meno lungo il percorso della salita. In forcella noi siamo saliti a est, su un pendio un po’ più ripido, perchè il capo-gita scalpitava… panorama formidabile  dalle Tre Cime al Pramaggiore, con balcone privilegiato sui monti di Casera Razzo.

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Dettagli: dislivello 1500 mt circa, orientamento nord. Difficoltà BSA. Pericolo come da bollettino. Per una descrizione più affidabile della gita consultate la bella guida di scialpinismo su Sappada Comelico. Cartografia Tabacco.

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I Musi da Sella Carnizza

•aprile 3, 2014 • Lascia un commento

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Un’altra bellissima sciata in ambiente solitario e affascinante, con neve abbondante e ottimamente sciabile. La percorribilità della strada oltre Lischiazze, ancora interdetta con divieto, ma utilizzabile a proprio rischio fin oltre il secondo tornante sinistrorso, ci ha permesso di mettere gli sci dall’auto per una magnifica gita, su pendii aperti con neve compatta in alto e su ottima copertura un  poco cedevole nella bellissima faggeta.

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Giunti in Sella, sfruttando negli ultimi metri la sede della strada provinciale, si segue il sentiero CAI 737 che torna  in salita verso ovest. Fuori dal bosco abbiamo puntato ad una evidente forcelletta tra Zaiavor (meritevole anch’esso di una visita!) e  Viliki Rop, un po’ a ovest della famosa finestra naturale dei Musi.

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In discesa meglio scegliere i pendii verso sinistra, su bellissimi saliscendi, per poi rientrare a est nei pressi dell’itinerario estivo, con entusiasmante slalom tra i faggi.

Dislivello 1000 metri, orientamento nord, difficoltà MSA, pericolo come da bollettino.

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Primo canalone della Terza media (Sappada)

•marzo 30, 2014 • Lascia un commento

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La fortuna aiuta gli audaci! Da una giornata partita con tutti e due i piedi sbagliati rientriamo con una bella sciata in un posto nuovo, anche se chissà quante volte sfiorato dallo sguardo.

Levataccia con l’ora legale, primo obiettivo in Pesarine accantonato; dopo un tira e molla tra alterne proposte e un caffè di troppo, decidiamo per una delle forcelle che si affacciano sugli alpeggi Tamer, sopra Sappada (canali nord della Terza Media). Il ricordo della relazione  sul nuovo libro sul Comelico Sappada e la descrizione di Gaete affiorano alla memoria, ma non tanto lucide da impedirci una buona oretta di vagabondaggio nel bosco della Digola, tra canyoning per anziani e record stagionale di madonne.

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Alla fine sbuchiamo con un orario imbarazzante nel meraviglioso catino, fuori dal bosco. Traccia del giorno prima che punta al secondo canale, più ripido e incassato. Anche per questioni di orario puntiamo al primo, tra la Punta Tamer e il Monte Fiorito.

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Ambiente pazzesco, neve accettabile mai marcia, nonostante le temperature e il ritardo della comitiva. Quasi sempre farinosa ben sciabile. Rientro sulla retta via, con qualche spinta, attesi trepidamente dal nostro schivo allenatore. Unico vero neo: non c’è Romina!

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Dettagli:  dal parcheggio Camper sotto la Chiesa di Sappada su pista battuta. Dopo il primo ponte sul Rio Storto si tiene la sinistra salendo fino al bivio con le indicazioni per il Passo della Digola. L’ampia mulattiera si porta fin sul margine del bosco, dove la si abbandona  per girare in  pendio aperto,  mirando alla prima forcella sulla sinistra. Dislivello 1000 metri, orientamento nord, difficoltà BSA, giudizio: imperdibile.

Fermento arrampicatorio (con motosega)

•marzo 28, 2014 • 1 commento

Sta per concludersi il primo  trimestre di scalate dell’anno, che nonostante le bizze metereologiche ci consegna una cospiqua serie di aggiornamenti, soprattutto nel campo delle nuove chiodature.

marzo 2014

Foto L.Regattin

La  falesia del Monte Stella  realizzata da Giulio e Luciano, che hanno già avviato un nuovo cantiere  a poca distanza, col bel tempo ha registrato  una frequentazione crescente e qualificata. Per chi non abbia seguito con  costanza lo  sviluppo dei lavori, aggiornato su facebook, ricordo che sono state liberate anche vie difficili, come Plodvid (7c, Toni), Sayo bayo (7b+, Alberto), Il paradiso delle Orchis (7b, Giulio) , Tor Valley (7a, Giulio) e Buon 18 (6c, Giulio). Ci sono dei tiri bellissimi anche su difficoltà medio basse e alcuni progetti avvenieristici.

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Caparezza

Cinque tiri quasi pronti anche nel settore “Caparezza” di Villanuova (Villa Santina) , ad opera di  Sandro e di chi vi scrive. I primi due, da destra, sono scalabili. Il primo ha anche un nome: “Vengo dalla luna”.  Grado 6c. Il secondo è un 6b. Per gli altri vi terremo informati. Tanto perchè non si dica che i chiodatori si preoccupano solo dei gradi difficili, è sbocciato un’altro  tiretto  facile  nella palestra del Monte Strabut (Illegio). Si chiama “Troclea” ed è abbastanza elementare anche da scovare.

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Nuova variante di partenza a Raveo Alta (settore Bonan), chiodata e liberata da Gino. Si chiama “Centralmente” e il grado proposto è 8a. Gino ha anche salito “Tazormania” a Braulins , mentre Mariangela al masso dell’Inceneritore ha chiuso lo spigolo di 7c e un 7a in Parete Rossa. Nella foto di Gino la salita di “Mungitopo”, 8a, da parte di Cristian. Nella falesia di Cjarandes ad inizio anno Gino aveva realizzato il suo progetto di concatenamento delle vie più difficili della parete, raggiungendo anche il grado più alto presente in questo piccolo ma incantevole balcone  sulla conca tolmezzina, 8b/b+ (“TransDiverdalce”)

transDiverdalce8b_b+

Grandi rotpunkt a Misja Pec (Osp)  anche per le giovani (si fa per dire…) leve che frequentano la sala boulder  di Chiodo Fisso. Seba ha salito Iacho noc Irena 8a+/b e Nocna Kronica 7c+ ,   il Conte ha messo nella saccoccia il suo primo 8b, Pikova Dama e Fabio l’8a Pvinguin.  Per Stefano Hobit 7c e Tortuga 7b+ e per Aldo hip hip…Rodeo, 7a. Ancora all’Inceneritore un 7b on sight di Stefano (L’Astragalo ben temperato) e un bel Seicitrullo per Lampros, che poco dopo conquista il suo primo 7a, Brontolo.

Se vi state  chiedendo come mai questo post scorra via  filando  come olio, senza invettive o prediche, eccovi  il temuto  finale, con  un’ assoluta  novità  che mi rode particolarmente, forse ancor  più dei bollini di magnesio, che nessuno dice di usare ma sono dappertutto! Il riassunto in  una frase del mitico Gildo di  qualche mese fa: “Bravi col trapano, ma non con la  motosega!”. La spiegazione  è  nella foto che vi propongo qui sotto: un esempio dello scempio che qualche anonimo burlone sta consumando nei dintorni delle nostre falesie, nel caso specifico il Masso Bonsai o dell’Inceneritore. Ma anche a Villanova nel periodo del meeting con Ondra si son viste analoghe perle di saggezza forestale….

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….alberi, anche càrpini di consistente sezione, segati maldestramente ad altezza di gola, non si sa  con quale scopo nè con che innovativa tecnica boscaiola. Gulliver?… oppure un artista in corsa per la prossima Biennale di Venezia? Poi magari ci si incazza, giustamente, per una carta o una cicca abbandonate. Ma un albero soppresso  malamente e lasciato lì a terra, non dà fastidio a nessuno!

Quelli che invece son caduti di loro iniziativa, sospinti da neve e vento, sul sentiero che porta a Raveo Alta, nessun climber  li ha segati …allora ci ho pensato io, per non rovinare il braccino a chi deve salire a provare i tiri. Giusto:  chi ha piantato gli spit si occupi anche degli schianti sul sentiero, no? Mi son comprato un seghetto nuovo che è una bomba  e sto meditando di dotarmi di  motosega: poi per gli slovacchi   con il  camper di legno saranno cazzi acidi….

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“Grande montagna, grande avventura!”

•marzo 26, 2014 • 6 commenti

Riceviamo da Ale Benzoni e pubblichiamo con piacere il racconto di una grande giornata di scialpinismo.

Monte Canin basso, mt 2571, parete S-W, 20 marzo 2014

“Grande montagna, grande avventura”
Ecco, questo potrebbe essere il titolo del ricordo di una giornata vissuta da un gruppo di amici che condividono la passione dello scialpinismo. Lo prendiamo in prestito da un grande dello scialpinismo della nostra regione, Luciano De Crignis, che tanto ha pungolato uno di noi con la bellezza della discesa da lui effettuata nel 1996, da convincerlo a provarci.

Foto E.Mosetti

Foto E.Mosetti

La parete sud ovest del Canin te la trovi di fronte già a Udine, con la sua linea estetica perfetta. Imponente sulla pianura friulana, sembra perfino impossibile scenderla. E’ una sorta di balconata naturale, uno scivolo di 1.000 metri su una delle valli più belle che la nostra regione conserva, non per nulla all’interno di un’area protetta, quella del Parco naturale delle Prealpi Giulie.
Sono anni che Bruno osserva la parete e cerca di trovare il momento giusto per salirla e scenderla sci ai piedi, come ha fatto in passato Luciano. Già per tre volte è stato respinto nei suoi tentativi, con amici diversi, vuoi dalle condizioni della neve vuoi dal “passaggio chiave”, una sorta di collo di bottiglia a circa 1900 mt di altezza, che presenta un salto di roccia che difficilmente si riempie nonostante le slavine che percorrono la parte finale del pendio.

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Anche quest’anno, come gli anni passati, comincio a ricevere le sue pressanti richieste: “Guarda in che condizioni si trova la parete”, “E’ già scesa la slavina?”. E’ quasi un tormento, soprattutto per me che non ho voglia di cimentarmi in una cosa che mi pare essere troppo grande per me. Eppure, binocolando quasi ogni giorno il pendio, finisco quasi per innamorarmene. Comincia a insinuarsi il tarlo: e se ci provassi?
Insomma, dopo un mese di febbraio che non ha lasciato tregua (tra pioggia e neve), in marzo le condizioni meteo favoriscono un “fermento scialpinistico” (cit. “Calcarea”) che porta a una serie di sciate sempre più entusiasmanti e impegnative. E immancabile arriva la chiamata di Bruno: secondo lui le condizioni finalmente ci sono, ha deciso di provarci giovedì.
Un vortice di emozioni e di dubbi mi assale. Alcuni di noi sembrano tranquilli, io mica tanto. Alla fine prevale la curiosità: almeno vado a vedere fino al passaggio che ha respinto più volte il gruppo, e lì decido. Se si passa e la cosa mi piace, proseguo, altrimenti torno indietro. Tra l’altro proprio per giovedì il bollettino valanghe mette grado 1… almeno quello …
Partenza dal sentiero che porta in loc. Berdo di Sopra, in prossimità del guado. In un’ora siamo in Casera Canin.

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Siamo in 5: io, Bruno, Luca, Cristian e Paolo, e i due cani che vengono lasciati in casera. Siamo saliti in silenzio: finché non si arriva alla casera la parte iniziale dell’itinerario non la si vede. Aspettiamo questo momento per capire se si riuscirà a salire. Da lì la vista è emozionante. Una linea continua dalla cima ai salti di roccia finali. Per Bruno, che l’ha vista in stagioni diverse, c’è tanta neve: secondo lui si passa. La sua sicurezza infonde in tutti noi sempre maggior convinzione.
Da lì proseguiamo lungo la slavina fino al ”passaggio chiave”. Si tratta di un salto di roccia di una decina di metri, ricoperto di neve. Attrezzare però il tiro di corda necessario e la relativa sosta ci farebbe perdere troppo tempo, e renderebbe forse troppo complicata la progressione per cinque persone.

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Sulla sinistra sembra ci sia la possibilità di risalire un tratto misto di erba e roccia. In un quarto d’ora di salita delicata siamo fuori. Ora si tratta di attraversare di nuovo sulla destra e riprendere la linea verticale. La neve è dura ma non ghiacciata. Sembrano esserci ottime condizioni. La decisione a questo punto è presa, si continua. Cominciamo a salire con piccozza e ramponi, per più di 500 mt su linea verticale di 50°/55°.

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L’ambiente è maestoso: un pendio ampio e ripido, dove siamo solo noi. Ti lascia quasi senza fiato. Meglio non girarsi, mi impongo di guardare avanti e basta.

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Avanziamo lentamente, misurando ogni passo per non commettere errori. E’ ovvio che sbagli non sono ammessi. Salendo penso che in fondo tutti siamo immersi nei nostri pensieri. L’importante è mantenere la calma e cercare di godersi la salita, individuando i punti migliori per la discesa. Dopo la prima metà del pendio finalmente compare il sole.

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Davanti a me c’è Paolo, con cui scambio qualche parola e che riesce sempre a infondere tranquillità: tanto per lui è tutto facile. Gli altri sono qualche metro più avanti. Cristian è più in alto in solitaria, avanza imperterrito, sembra senza esitazioni. Un po’ sotto Bruno e Luca, che a volte scambiano qualche opinione sulla salita cercando di immaginare il settore migliore per la discesa. Qualche volta chiedo loro se davanti il pendio spiana, ma non ottengo risposte. Il silenzio significa che la pendenza non molla! Finalmente dopo più di un’ora e mezza di salita si vede la cima a portata di mano. Ci affacciamo sulla cresta che porta dal Porton sotto Canin al Canin basso, e quindi sul versante sloveno del Canin.

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La vista è maestosa. Mi guardo indietro: sotto di noi c’è la Casera Canin e la Val Resia. Sembra di essere sul tetto del mondo, nel nostro piccolo ovviamente.

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Ci godiamo la vista mozzafiato, che va dalla pianura alle Dolomiti ai Tauri e alle Giulie. Sono le 10, e dobbiamo aspettare che il sole ammorbidisca un po’ la via di discesa. C’è tutto il tempo di scattare le foto di gruppo.

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Si riesce anche ad aggiustare una racchetta che in salita si era spezzata, utilizzando la piastrina come papera improvvisata. Quello che mi colpisce è che non c’è il clima solito dell’arrivo in vetta delle altre uscite. C’è ancora la discesa da affrontare, e tutti la stanno aspettando con una sorta di timore reverenziale. D’altra parte è una discesa che non in molti hanno fatto ….
Quando Bruno dà il via (e chi altrimenti?), si parte. La prima curva sul ripido è quella che segna la discesa: la neve è morbida al punto giusto. Questo ci dà sicurezza. Dai, si và. Inseguiamo le lingue di neve meno ghiacciate, per una discesa controllata incredibile, come una danza, lenta ma inesorabile.
Il pendio è veramente ripido ma via via che scendiamo è sempre più entusiasmante.

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 I timori iniziali vengono spazzati via. Finalmente i sorrisi. Si riesce a fare anche qualche foto, tanto per tirare il fiato. Arriviamo in breve al passaggio chiave, e decidiamo di scenderlo come lo avevamo salito, senza attrezzare una doppia che ci avrebbe costretto ad attraversare di nuovo il tratto ghiacciato. Dopo una decina di minuti, giù per terreno misto, sempre guardinghi, siamo di nuovo alla base del canale, e in breve alla Casera Canin.

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Lì scatta l’urlo liberatorio. E’ fatta. E’ andato tutto alla perfezione. Ci giriamo verso la grande montagna: rimaniamo tutti senza fiato e parole, ma tutti consapevoli della grande avventura vissuta assieme. Alla macchina, nascosta tra i sassi del vicino rio, Bruno tira fuori la bottiglia di prosecco che aveva messo in fresco prima di partire.

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Lo guardo con ammirazione: lui se lo sentiva che era la volta buona. E adesso gli sono grato di aver insistito per provarci.
Non è stato sicuramente facile, la tensione l’ha fatta da padrone già dalla sera prima. Ne è valsa la pena. Adesso possiamo guardare la grande montagna con altri occhi, quasi ad aver violato i segreti racchiusi tra le rocce delle sue pareti. Ci rimarrà impressa per sempre la vastità del pendio e la sensazione di vuoto e isolamento.

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Poi torni a casa, tua moglie ti chiede: “Ma dov’è che siete andati?”. Risposta: sul Canin. “Dalla parte delle piste?”. No, dall’altra! E va bene così.

Questa non vuol essere assolutamente la relazione di itinerario (non abbiamo né la presunzione di farla né le competenze), ma semplicemente il racconto dell’esperienza vissuta da amici, prima di tutto per noi stessi, per rendere indelebili le sensazioni provate. Poi perché non condividere le stesse con chi avrà voglia di leggere?
Un ringraziamento va ovviamente a Luciano de Crignis, per le preziose informazioni fornite, e a Enrico Mosetti, anche a lui per i suggerimenti e le immagini della discesa fatta l’anno scorso. E a tutti gli amici del nostro gruppo, che non erano presenti oggi ma con cui si condividono tutti i fine settimana….visto che assieme siamo cresciuti,  “scialpinisticamente” e non!

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