Corso meteo UMFVG a Tolmezzo

•settembre 19, 2014 • Lascia un commento

La sezione di Tolmezzo del CAI organizza un “Corso di Metereologia e Clima” a partire dal 30 settembre. Cliccando sull’immagine riportata di seguito troverete il programma e le modalità di iscrizione.

Per chi ha imprecato per tutta l’estate contro la pioggia e le previsioni dei metereologi, una buona occasione per approfondire l’argomento e poi, eventualente, imprecare con cognizione di causa!!!

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Corso meteo -

Mountainbike – aggiornamenti

•settembre 15, 2014 • Lascia un commento
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Avrint

In attesa di proporre qualche nuovo itinerario, eccovi una serie di aggiornamenti sulle condizioni e la praticabilità di alcuni itinerari della nostra zona.

E’ ancora in  ottime condizioni, nonostante le copiose precipitazioni, la più bella e frequentata discesa della conca tolmezzina, quella che dal Monte Navado (Chiampaman)  porta alla sorgente dell’Acqua del Paradiso a Villa di Verzegnis.

In zona Verzegnis, qualche commento merita invece l’altrettanto bella discesa dalla Forchie a Pusea, che come noto si raggiunge dalla frequentatissima Casera  Avrint, incantevole terrazza panoramica nei pressi di Sella Chianzutan. Per le precipitazioni dello scorso inverno, la pista forestale che porta alla casera è interrotta da accumuli di ghiaia; per qualche metro in due occasioni si deve scendere dalla bici. Niente di drammatico, anche se non si capisce quanto complicato sia trovare quattro soldi per impegnare per una giornata una pala meccanica e liberare il passaggio.  Non tanto per ciclisti o escursionisti, ma per eventuali mezzi che potrebbero averne necessità o urgenza (vedi recenti tragici incidenti proprio in questa zona).

Lamentele a parte, c’è da dire che il sentiero di collegamento tra Avrint e la bellissima mulattiera che scende dalla Forchie verso Pusea (CAI 827) va affrontato, bici a mano, con molta attenzione e preferibilmente in compagnia, soprattutto se umido. Una volta raggiunta la mulattiera, la discesa in bici è poi  entusiasmante (specie se arricchita dalla risalita a spinta fino alla Forchie e al Bivacco Carcadè). Quasi tutti gli alberi schiantati sono stati rimossi, solo verso la fine si passa sotto un’enorme radice divelta e si superano agevolmente due tronchi.

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E’ invece migliorata la ciclabilità del sentiero che da Marcelie porta verso località Pùmie e quindi Terzo (chiesa). I soliti volenterosi locali hanno sistemato la frana sul rio, dove ora si passa non dico in sella, ma molto agevolmente.

Brutte notizie invece sulla pista forestale descritta in uno dei post degli ultimi mesi, che da Rinch porta a Casera Oltreviso. Quest’opera, che già appena ultimata mostrava qualche precoce segno di deterioramento, è in parte invasa da schianti e quindi sconsigliabile fino a nuovo ordine.

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Molto consigliabile per una gita lunga e di basso impegno tecnico, la pista forestale che da Mione porta in Casera Avedrugno. Buon fondo, pendenza ideale. Se raggiunta con la bretella cementata che inizia poco sopra Agrons, molto ripida, rappresenta anche un buon allenamento. Per pochi esperti, invece, il sentiero che dalla Casera, abbandonata dai tempi del mitico Ors di Pàni, porta in località Fierìs (Pani).

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Consiglio poi  chi non ci fosse mai stato a mettere in cantiere per l’autunno la discesa dalla cima del Monticello di Moggio alla località Travasans, secondo chi vi scrive una delle più belle dell’Alto Friuli. Comporta una quarantina di minuti di cammino molto comodo   con bici a spinta e un’oretta di salita  in sella, ma ripaga ampiamente dello sforzo. Attualmente è in ottime condizioni e migliorerà col calare dell’erba.

Vi segnalo infine l’uscita per le edizioni Tabacco di una cartoguida di mtb della zona di Sappada e Comelico, curata dal gruppo mtbcomelico. In un triangolo tra Sesto, Auronzo e Forni Avoltri, presenta una quarantina di itinerari di varia difficoltà descritti sinteticamente sul foglio, ma integrabili con una applicazione gratuita che permette di scaricare su schermo descrizioni, foto e tracce gps. Per un costo complessivo di meno di 10 euro!

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Agosto 2014

•settembre 13, 2014 • Lascia un commento
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Vedrans in azione

Nuove chiodature nel settore “Vedràns” di Val di Collina, dove con Mattia abbiamo iniziato a metter mano al pilastro a destra del diedro, con una nuova via  già pronta e altre due in fase di ultimazione. Difficoltà a occhio molto alte, con almeno un tiro futuristico ( o forse solo  adamitico) e roccia incredibile. In questo piccolo ma rilassante angolino Mattia ha anche liberato l’unico progetto rimasto irrisolto a sinistra del diedro, “Clistere di granita al caffè”, difficoltà intorno al 7c+. Anche la variante sinistra al bellissimo “Silenzio Assenzio”  è stata finalmente provata con impegno e salita rotpunkt. Si chiama “Naturopeto” ed è un tiro straordinario. Conviene scalarlo uscendo alla sosta di “Medito chirurgo” , realizzando così un bel 7b+ di soddisfazione e, ovviamente, “di piedi”….

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Mattia libera “Clistere di granita al caffè”

Nella falesia del ponte sul Lumiei  i due volenterosi chiodatori saurani, Franz e Matteo, hanno ultimato un nuovo lunghissimo tiro in diedro  che si propone come “il riscaldo” della parete, anche perchè arriva alla sosta di due altre  belle vie . E’ il primo che incontrate nel secondo settore, sarà all’incirca sul 6b. E’ stato completato anche un progetto dello scorso anno, mentre Mattia ha chiodato la partenza diretta del 7c che aveva  liberato la scorsa estate. Attendiamo fiduciosi un post con schizzo delle vie di questa incantevole falesia.

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La versione di Ach

In Avostanis, nonostante il tempo a dir poco incerto, c’è stata una notevole affluenza di climbers. Ach ha ripetuto “Alcalealc” , usando un metodo molto spettacolare sul passo chiave, che risultava piuttosto problematico per i “diversamente alti”. Bella performance  anche per Sandrone, “Ridicolite” al secondo tentativo.

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Un piccolo manipolo di tolmezzini ha frequentato assiduamente la falesia del “Tornante” di Passo Monte Croce, riportandone una buona impressione. So della salita di “Shock Profilattico” di Sandro, di “Prigionieri di noi stessi” di Fede e di “Le colpe dei padri” di Jasna.

Matteo X al Tornante

Matteo X al Tornante

Nella zona del conglomerato, ancora grondante sangue per le note polemiche, ho il piacere di segnalare il ritorno agli antichi splendori di Chica, con la salita in libera di “Virgus”  in Parete Blu e la ripetizione di un 7c+ corto ma intenso  a Somplago da parte del marito. Come si dice, la famiglia innanzitutto…

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Non possiamo infine non rallegrarci della profiqua visita alla Parete Bianca di Ciano Cadena, Cavaliere del Trapano (Principe del Foro ce n’è già uno…) . Accudito da alcuni adepti della sua setta, ha salito rotpunkt  “The torture never stops” e  il vicino “The black page” flash, sbirciando il tentativo buono del solito Balestrone.

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Piedi a vanvera

•settembre 7, 2014 • 12 commenti

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Qualche giorno fa mi trovavo in una piccola falesia attorno al passo di Monte Croce, per scalare due tiretti e chiodarne uno nuovo, all’apparenza molto difficile. Si chiacchierava del più e del meno, non solo di donne credetemi. Non so come si sia arrivati all’argomento, fatto sta che a un certo punto Mattia mi ha chiesto se avevo visto su internet intervista e filmato con Patrik Matros, allenatore di alcuni fortissimi grimpers planetari e autore di un fortunato video (“Gimme kraft”, dammi la forza…) con i  suoi consigli per allenarsi .

Anche lo avessi fatto, per la verità in quel momento avevo tutt’altra urgenza per la mente (e per il corpo), tipo dove trovare il coraggio per fidarmi di un  appoggino  svasato, che avrebbe dovuto tollerare il peso del mio corpo per una piccola frazione di secondo. Proprio quella necessaria a tirar su corda e rinviare il fatidico terzo spit, sempre lui, quello che può rassicurarti o consegnarti alla Sala Gessi. Risolto in modo molto poco onorevole il dilemma, fidarmi o no della sensazione del mio alluce, ho anche ripensato ad una frase pronunciata da Chen una decina di giorni fa in Avostanis: “qui puoi avere tutta la forza che vuoi e non schiodarti….”

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Nei giorni che son seguiti mi son visto il link su Planetmountain e ho riflettuto un po’ su una questione che sembra, e probabilmente è, molto ovvia ma anche terribilmente sconfortante. L’arrampicata è progredita moltissimo negli ultimi trent’anni, dai primi 8a degli enfants terribiles francesi, a St. Victoire o a La Turbiè,  fino ai 9b di Adam Ondra a Flatanger. Ma tutto questo enorme progresso è avvenuto in virtù del grande progresso di una sola parte del corpo, le braccia! O meglio, dei suoi  muscoli. Per merito di campus board, panche, bilancieri e prese sintetiche distribuite nei modi più fantasiosi, fino alle terribili concatenazioni a 45 gradi di inclinazione, che insieme alla catena ti consegnano anche una bella medaglia e una lauta ricompensa….non certo per aver riscoperto altre parti del corpo, tuttora date per disperse. Pare impossibile, ma sembra proprio che l’arrampicata si sia davvero dimenticata dei piedi! (tallonate a parte…)

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Non troverete sui libri di allenamento lo stesso spazio dedicato ai circuiti sul pannello e al miglioramento della tecnica delle appendici inferiori. Né lo stesso interesse a sviluppare chissà quali appoggi da parte dei fabbricanti di prese artificiali. D’altra parte perché complicarsi la vita nel cercare di mettere la punta della scarpetta dove apparentemente c’è il nulla, studiando per un tempo che sembra interminabile il modo di non perderci l’equilibrio, quando  la scorciatoia quasi alla portata di tutti è una  sequenza di un milione di sospensioni o trazioni su liste da 5 millimetri.

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Ma trovare un sistema di apprendimento che non sia semplicemente l’esperienza per superare gli sconsolanti momenti in cui l’appiglio “buono” è solo venti cm più in alto di dove arrivano i tuoi polpastrelli, ma non c’è (o non lo si trova, o non lo si vuol inventare) un appoggio da caricare per abbrancarlo, non sembra facile. Pochi hanno provato ad inventarsi una scuola per l’equilibrio e la tecnica di piedi. In verità mi vengono  in mente  solo il  buon vecchio “metodo Caruso”  e  Johnny Dowes, che forse porta ancora in giro per il Regno Unito  qualche stage su un argomento cui ha dedicato una vita intera di sperimentazioni acrobatiche. Eppure, se ci riflettete un poco concorderete che su un pezzo di roccia liscia un piede ci può anche stare, ma le dita non hanno speranza….

Evidentemente  non è facile. O meglio: è molto più semplice dedicarsi agli arti superiori e alla loro inesauribile riserva di forza, pliometria, dinamica, resistenza. E liquidare il tutto con le solite frasi di circostanza: “guarda bene dove metti i piedi”, “fidati dei piedi”, “i piedi sono importanti…”. Tanto, alla fine, il tutto si risolve semplicemente così: per il curriculum e l’autostima si cercano i tiri dove stritolare le reglette, meglio ancora le canne, e si evitando quelli dove fumano le suole. Quando invece sarebbe forse più opportuno invertire l’ordine e, magari sotto l’effetto di qualche sostanza disinibente, trovare il coraggio di mettere il piede anche dove sembra non voler stare. Le statistiche sulla frequentazione delle falesie qui attorno lo confermano: perché cercarsi rogne a spalmare i piedi quando si può semplicemente raddoppiare il numero di trazioni o di ore passate a penzolare da un pannello?

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Due mesi fa, sbirciando nel sempre stimolante e appassionante blog di Gogna, mi sono imbattuto in un provocatorio post intitolato “Il tramonto del free climbing”, dove la tesi sostenuta sembra essere, semplificando un po’, quella che gli spit e le gare abbiano avviato  l’inizio della fine dell’arrampicata libera, sostituita nella forma e nella sostanza dalla cosiddetta “arrampicata sportiva”. Devo riconoscere, per prima cosa, che la mia indole pavida mi ha spesso impedito di cogliere quale straordinaria conquista personale o tecnica possa celarsi dietro un consistente rischio di caduta con gravi conseguenze. Personalmente, ma può trattarsi tranquillamente di pusillanimità, ho sempre ritenuto che la massima possibilità di esprimere la creatività e l’interpretazione soggettiva della scalata, sia garantita da una ragionevole protezione, sicura e non troppo distante. Se fossi stato un seguace del “chi vola vale, chi non vola è un vile”, forse mi sarei dato al paracadutismo.

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Paura a parte,  pensando a quello scritto di Gogna, però, mi sto convincendo che, più che gli spit, siano stati i muscoli a tradire lo spirito originario del free climbing, che io ho sempre immaginato essere “libero” perché “non artificiale” . I muscoli hanno traghettato la scalata verso lo sport e le gare, verso  allenamenti martellanti e  relative tendiniti, verso l’ossessione delle decine di tentativi, opposta alla roulette russa di quello singolo “a vista”, questa sì una  sfida vera. Pretendendo ovviamente il pagamento di un pegno, quantificabile in trazioni, massimali, circuiti, trainers, nazionali e doping. E di un sacrificio simbolico: quello dei piedi, incomprensibilmente stritolati dentro scarpette da fachiro. Per come li si usa  adesso,  basterebbe proprio un bel paio di Superga!

Voi cosa ne pensate?

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Bibliografia:
“Il tramonto del free climbing” http://www.banff.it/il-tramonto-del-free-climbing/
“ Documentazione di una inopportunità” film di G. Koning
Intervista a Patrik Matros. http://www.planetmountain.com/News/shownews1.lasso?l=1&keyid=41928
Il sito internet di Johnny Dawes : http://www.johnnydawes.com/                                                                                           P.Caruso “Progressione su Roccia”  Editore Vivalda
Via “Giacomo Giacomo” allo Spallone del Cellon                                                                                                                                           Via “Dagli il tuo grado” Monte Casaro

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“W di Walter” all’Auditorium di Tolmezzo

•settembre 4, 2014 • Lascia un commento
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Nell’ambito del concorso Leggimontagna 2014, viene proposto sabato prossimo, 6 settembre, alle ore 21 nell’ Auditorium Candoni di Tolmezzo, il film documento sulla figura del grandissimo  alpinista Walter Bonatti, raccontato dalla compagna di tutta una vita, Rossana Podestà.

Presenteranno la serata la regista del film, Paola Nessi,  e l’alpinista Mario Di Gallo.

 

 

Bubulk Tower e Torre di Babele (Napoleonica – Trieste)

•agosto 29, 2014 • 1 commento

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Presentarvi a fine agosto due gioiellini di falesie esposte a sud, con vista mare, nel famoso e sempre affascinante comprensorio della Napoleonica di Trieste, potrebbe far sorridere. O incazzare, per chi pensa che aprire l’ombrello a ciel sereno attiri la pioggia. Ma con l’estate che abbiamo avuto non si corre  questo pericolo; allora  non vi stupirete se martedì scorso  ci abbiamo scalato sotto una pioggerellina incostante, con temperatura ideale, ma  una fastidiosa umidità sulla roccia. Coi meteo che corrono, comunque, a caval donato…

I due settori hanno una roccia magnifica e alcune delle vie sfiorano o raggiungono il fatidico traguardo delle “dieci stelle” nella leggendaria  classifica di bellezza del mio compagno di scalata. I due settori sono raggiungibili a piedi scavalcando il muretto della Napo come per andare ai “Calabroni”. La Bulbuk sembra avere una maggior frequentazione e mostra i segni di un restyling dell’ attrezzatura, anche se non proprio recente (fittoni resinati non proprio impeccabili). Mentre Babele sembra essere più trascurata: il sentiero di accesso è più incerto e la corda fissa utilizzabile in alternativa è vecchiotta. Le vie sono anche qui sensazionali, ma si gioverebbero moltissimo di una richiodatura “a regola d’arte” come quella che ha valorizzato molti altri settori vicini.

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All “Bulbuk” Giulio ha provato tutti i tiri escluso il primo a sinistra, il recente “Super Viki” (presente sulla nuova guida di Sidarta). Dare delle indicazioni sulla bellezza degli itinerari qui è imbarazzante: sono uno più bello dell’altro! Personalmente garantisco sul 6b di “Sugli specchi”, sulle due lunghezze di  “Highlander” e su “Bulbuk Tower”.  Nella Torre di Babele bellissimi “Mistral” 6b , “L’estro del musico”, e i due 6c+ a destra.  In questo settore sono state rinnovate le soste ma le vie e l’accesso meriterebbero una rinfrescata.

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Alla fine della giornata siamo andata a Sistiana a visitare il negozio di articoli sportivi che ha ereditato simpatia, competenza e prezzi del compianto “Papi”. Ha un nome un po’ seventy, “Alternativa Sport”! Andateci!

Lì abbiamo trovato, scontata,  la nuova edizione di “Arrampicare senza frontiere”, finalmente una guida molto ben fatta, con tanti aggiornamenti anche dell’ultima ora (Buzet, Kompanj, nuove chiodature della Napo e di Sistiana, ecc.), belle foto e schizzi esemplari.

Non fosse stato troppo presto, avremmo festeggiato volentieri una giornata così ricca di soddisfazione nel vicino  Ristorante Eden. Sarà per la prossima volta!

Corsica

•agosto 27, 2014 • 1 commento

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La scelta della Corsica come destinazione di tre settimane di vacanze arriva grazie ad un costo contenuto del traghetto e alla curiosità di avventurarsi in un’isola la cui fama deve sempre fare i conti con quella della vicina e meravigliosa Sardegna. Naturalmente partiamo forniti di una guida aggiornata del Touring Club e di una guida appena uscita sui numerosi siti di blocchi sparsi in tutta l’isola. Ben presto la nostra attenzione per le informazioni che leggiamo perde vigore a causa dell’abuso di entusiasmo senza distinzione per ogni tappa e zona boulder proposti.

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Salpati a Bastia ci troviamo di fronte a un mare sempre limpido e invitante con spiagge per lo più rocciose, dove il profumo di eucalipto, timo, ma soprattutto elicriso è inebriante; percorrendo pochi chilometri spuntano ovunque piccoli e suggestivi borghi arroccati tra monti e boschi di querce da sughero o castagni.

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E’ lampante il tentativo di sviluppare un’economia che fa del turismo il suo baluardo. L’impegno per la valorizzazione dei prodotti locali si evidenzia in quasi tutte le strade che presentano un cartello con scritto “via vinaghjola” o “via de l’artisan”; ad ogni chilometro un baracchino vende frutta, verdura, formaggi, insaccati o miele rigorosamente corsi.

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Di contro non c’è cartello che non porti i segni di pallini da carabina e viaggiando si intravedono ben poche vigne, piantagioni, greggi o arnie. Alcune cittadine al Nord (Calvi, Ile Rousse) sviluppatesi in prossimità delle poche spiagge sabbiose, sono invase da negozi anonimi e bancarelle di souvenir e, soprattutto in luglio e agosto, sono vittime di un traffico isterico e di parcheggi cafoni che rendono le strade dei sensi unici alternati. Per fortuna basta evitarle e preferire le città più storiche o i paesi meno citati nelle guide ma autentici e fieri della propria identità culturale; oppure basta evitare luglio e agosto così anche il portafoglio vi ringrazierà.

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Nelle nostre vacanze il primo di queste perle è stato Lumio e non a caso visto che nelle sue spiagge spiccano boulder ovunque; siamo sulla costa nord occidentale, il settore suggerito dalla guida è spettacolare anche se piccolo e spesso occupato da turiste in topless che non sembrano propense a fungere da crash pad! Basta comunque spostarsi di poco ed essere noncuranti del cartello che vieta l’accesso ai camper, per avventurarsi in zone meno frequentate e comunque generose di massi interessanti.

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Nonostante i ventisette gradi la prima settimana è sempre ventilata e a parte le abrasioni da ribaltamento e incastro di ginocchio si scala bene e con gran divertimento in un contesto da urlo. Grazie a Mattia recuperiamo uno spirito bambino che ci permette di godere di cose semplici come una lucertola che zigzaga tra le rocce e di gesti spontanei come il saltare da un sasso all’altro senza obiettivi da raggiungere.

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Ci avventuriamo quindi sulla serpeggiante D81, una strada che percorrendo la costa occidentale offre delle vedute eccezionali sul mare a discapito di un costante mal di macchina. Sostiamo presso i famosi Calanchi di Piana, delle scoscese pareti di rocce granitiche rossastre scolpite dall’erosione di venti ed acqua. Alla partenza di un sentiero panoramico che porta ad affacciarsi sul golfo di Porto ci si presenta un bel settore di boulder che secondo la guida potrebbe presentare l’inconveniente di qualche fazzoletto lasciato dai passanti.

 

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La nostra impressione è di essere letteralmente in un bagno ad aria aperta. Evidentemente i numerosi turisti guardano ai massi come rifugi che offrono un po’ di privacy per i propri bisogni fisiologici e non di certo con gli occhi del fanatico sportivo in cerca di un problema da risolvere. Scappiamo verso sud lasciando a qualche sporadico temerario poco schizzinoso gli atterraggi su feci umane.

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In uno della media di ottanta giorni all’anno di pioggia visitiamo Bonifacio assieme ad un’orda di turisti che ha avuto la stessa idea. L’impresa è trovare parcheggio o meglio il parcheggiatore abusivo che si è inventato un negozio fantasma chiedendoti all’entrata dieci euro per posteggiare fino alle 21.00. Merita comunque una passeggiata in questa antica roccaforte genovese che si affaccia su bianche scogliere lontane appena dodici chilometri dalla Sardegna. L’impronta turistica è se non altro rispettosa di tradizione e gusto. Numerose le coltellerie artigianali, i laboratori di artisti locali e gli artigiani che lavorano il sughero per non citare i prodotti enogastronomici; non è lontana e non è da meno Portovecchio.

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Tornando invece al lato sportivo della vacanza a pochi chilometri sulla spiaggia trascorriamo diverse giornate a Capineru, una zona boulder risparmiata dalla frequentazione dei turisti, molto ampia e generosa di bellissimi boulder in un contesto da favola. E anche qui nostro figlio ci stupisce per come riesca ad adattarsi con semplicità alla magia del luogo: come arriva in spiaggia al mattino esordisce con la solita ma significativa frase: “Oh, tuto belo”; quindi pretende che gli si piazzi il crash pad alla base di un sasso che chiamerà per tutto il tempo “mio bu” e che userà come trampolino per salti entusiasmanti. Ci lasciamo influenzare dalla sua allegria e voglia di giocare scalando ogni genere di boulder alla nostra portata.

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Lasciamo Capineru a malincuore ma col desiderio di visitare anche la parte più interna dell’isola.
Segue dal punto di vista della scalata una serie di delusioni e disillusioni nei confronti di quanto proposto dalla guida; per fortuna troviamo degna consolazione in passeggiate, visite e degustazioni.
Innanzitutto il col di Bavella dove il punto di partenza di vari e panoramici itinerari escursionistici è un villaggio di case di pietra con stonanti tetti in lamiera. Il panorama sulle guglie di Bavella è spettacolare: intravediamo una falesia, disegniamo con la fantasia vie di più tiri sicuramente esistenti e identifichiamo la linea della famosa Delikatessen.

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Di contro abbandoniamo dopo dieci minuti di ispezione un settore boulder poco frequentato, poco interessante e poco arieggiato. Lo sport del momento è sicuramente il canyoning: i parcheggi vengono occupati la mattina presto da furgoncini da cui escono gruppi numerosi di avventurieri che si accalcano attorno alle guide pronti a giocare con l’acqua e a scattare qualche foto da mostrare in ufficio al rientro dalle ferie.

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E’ la volta della valle della Restonica nei pressi di Corte. Un lungo canyon scavato dal torrente Restonica, reso accessibile da una strada piuttosto stretta il cui accesso a circa metà è vietato ai camper. La guida propone molti settori e ci illudiamo di trovarne almeno uno di nostro gradimento. Esclusi i più interni perché inaccessibili col camper ne ispezioniamo quattro rimanendo delusi e a bocca asciutta: in mezzo a rovi, completamente in disuso oppure in mezzo al torrente usati come trampolino dai bagnanti. Non comprendiamo poi la selezione di alcuni settori che consistono in un unico masso pannelloso quando il potenziale della valle sembra molto interessante.

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Ci consoliamo visitando Corte, un piccolo gioiello a misura di carnico in vacanza poco propenso al caos. Qui si respira l’orgoglio dei corsi: le mura sono piene di slogan firmati dalla “ghjuventù indipendentista”, il castello è curato, il centro informazioni ben fornito, la via principale godibile.

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Un’altra puntata nella zona di Lumio viene dedicata alla scoperta di settori non relazionati: è il massimo dell’espressione ludica e sportiva farsi ammaliare da un sasso e leggervi dei passaggi per poi scoprire che sono più difficili, più estetici o più banali di quanto pronosticato, la sorpresa è sempre garantita!

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La vacanza sta finendo e non ci resta che percorrere la panoramica e purtroppo dissestata strada che ci porta verso Capo Corso nell’estremità nord (il famoso dito puntato verso Genova) per rientrare a Bastia, goderci l’ennesima amena cittadina corsa e traghettare verso Livorno con nel cuore il ricordo di un altro bel viaggio.

Mariangela, Mattia e Gino

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